mercoledì 20 maggio 2009

Il caso Fondi e le nuove paludi pontine della mafia


Di Luca Di Ciaccio



Un fantasma si aggira nella provincia di Latina, e non viene dalle vecchie paludi bonificate. Arriva dritto dai nuovi padroni delle terre di confine, si muove in punta di piedi e con le tasche piene di soldi. “La mafia”, dice qualcuno. Ma non si sa se l’ha vista davvero. In questa ridente plaga tirrenica non ci sono morti ammazzati, non ci sono rapine per strada, sono poco frequenti i borseggi, latita pure lo sfruttamento della prostituzione. Sono poche le vetture bruciate, oppure i negozi che saltano per aria, se succede si tratta sicuramente di un incidente di percorso. E dunque nelle piazze tagliate in obliquo dal sole, a metà strada tra Roma e Napoli, sotto i castelli baronali oppure tra i colonnati littori, sui lungomare che guardano a sud o all’ombra dei capannoni agricoli, sono in molti a sollevare il lenzuolo e subito ritrarsene con un’appena percepibile smorfia di disgusto. “La malavita qui...e da quando?” si chiedono quelli dall’aria sorpresa. “Siamo in mano alla camorra…” ribattono i rassegnati. “E’ una diffamazione, qui non siamo a Napoli!” chiosano i più risentiti.



Eppure le indagini sulle infiltrazioni malavitose nel sudpontino si susseguono, inanellandosi una appresso all’altra, come una catena che si allunga, da sud verso nord. A fare due conti si scopre che sono 50 i comuni laziali indiziati di presunte attività mafiose, e decine in provincia di Latina sono le strutture confiscate alla malavita organizzata. Un cerchio adesso si stringe attorno a Fondi, paese famoso per quel mercato ortofrutticolo che è fra i più grandi d’Europa, dove se chiedi in giro molti ti rispondono che “qui tutti sono amici”, ma poi qualcuno ha cominciato a dire sottovoce che in realtà “quelli lì si sono presi tutto, hanno messo le mani anche sul Comune”. Il ministro dell’Interno Maroni lo ha appena proclamato chiaro e tondo, seduto sui banchi del governo nell’aula di Montecitorio: “Sono convinto che il consiglio comunale di Fondi debba essere sciolto per infiltrazioni della malavita organizzata”. Parole come pietre. Bisognerebbe mettersi a girare per la Pontina e andare a vedere i protagonisti di questa storia, o anche solo immaginarseli. Basta solo guardarsi attorno, certe volte.



“Qui tutto è a posto, il polverone neanche lo vedo io”. Lo zio Vincenzo, seduto in poltrona, servito e riverito nella villa sull’Appia, si fa raccontare le notizie sulla “sua” Fondi. A vederlo così sembra un tranquillo pensionato come tanti. Certo, è ricco, è rispettato, e tutti gli vogliono bene. Al cronista di Repubblica che lo andò a cercare appena uscito dal carcere, qualche mese fa, ripetè inutilmente quella stessa cosa che ama sempre dire: “Qui tutti sono amici”. Il suo nome per intero è Vincenzo Garruzzo, cugini e consuoceri imparentati con i Bellocco e i Pesce di Rosarno, un'attività pulita al mercato ortofrutticolo, i suoi “canazzi da catena” sguinzagliati per l'Agro Pontino a riscuotere interessi al 120 per cento o a costringere alla svendita le aziende delle sue vittime. Naturalmente ha buone “coperture” in Municipio, anche la figlia Rosa era consulente del Comune, e un giro di denaro a strozzo che l’ha fatto diventare un piccolo califfo del paese. Alla bisogna, quando qualcuno non onora i patti, fa arrivare “due nipoti da giù”. Da giù: dalla Calabria. Proprio dallo zio Vincenzo è iniziata la catena che ha portato cinque commissari prefettizi a frugare negli uffici comunali.



L’ex assessore adesso se ne sta defilato. Quel giorno in cui Riccardo Izzi cominciò a parlare neanche immaginava le conseguenze che avrebbe provocato, anche a quella stessa amministrazione di cui faceva parte. Della sua stessa parte: di centrodestra. Una mattina di gennaio gli bruciarono l’auto e lui, spaventato, prima corse dai carabinieri e poi dal prefetto di Latina. Cominciò a raccontare. Raccontò che lo avevano eletto nel 2006 con i voti delle “famiglie”. Raccontò i favori che era costretto a fare, di quella volta che dovette concedere la residenza alla moglie di uno del clan Casalesi fino alle lottizzazioni decise per filo e per segno. Raccontò come il sindaco di Forza Italia, Luigi Parisella, e molti assessori della giunta venivano “condizionati”. Lo ascoltarono. Il sindaco gli tolse le deleghe, i colleghi della sua maggioranza si ribellarono contro le “infamità” che gli aveva sputato addosso. Un po’ di amici gli fecero sapere che stavolta aveva esagerato. Gli investigatori gli dissero che si sarebbero dovuti muovere con prudenza, lui però avrebbe fatto meglio a farsi vedere poco in giro. Pareva un pozzo nero quel Municipio. A Fondi intanto, continuano a susseguirsi molti attentati di origine dolosa contro imprenditori locali – quattro solo nell’ultimo mese – tanto da convincere il questore di Latina a mandare una piccola task force in appoggio al commissariato locale, divenuto di frontiera.



Il senatore invece deve farsi vedere. Siamo pure, tanto per cambiare, sotto elezioni. Eccolo che arriva per inaugurare un altro comitato elettorale. La sua faccia giovane, senza dubbio promettente, stavolta è scura, tirata come non mai. Claudio Fazzone, onorevole del Pdl, membro della giunta per le autorizzazioni, un passato da presidente del consiglio regionale del Lazio con Storace, in tasca il titolo di consigliere più votato d’Italia e, prima ancora, una carriera abbastanza anonima in polizia, non ha preso bene le parole del ministro. Sentire parlare così della sua città natale, Fondi, dove, oltre alla villa e a qualche migliaio di voti, ha pure il cuore. Come se fosse diventata l’ombelico del crimine, una dependance di Gomorra. No, questo è troppo. Colpa del ministro leghista: anche lui deve essere una pedina nella faida politica che agita le acque del centrodestra nel basso Lazio, con quel Ciarrapico pure lui senatore del Pdl e la sua “Latina Oggi” che ci va sempre giù pesante, con quei dissidenti che ora mettono anche i bastoni tra le ruote alle prossime provinciali. Colpa del prefetto Frattasi: uno che vuole sempre mettere il naso nelle carte, come ben sanno a Gaeta quando se lo ritrovarono commissario, ora è lui quello da additare come artefice di una “montatura mediatica”, di un “complotto politico”, manco fosse una Veronica qualsiasi che chiede il divorzio. Nella carta stampata però non c’è solo il volubile Ciarra, ma anche qualche amico su cui contare: per difendere “il buon nome” della provincia, con paginoni velenosamente dedicati. “Adesso iniziamo a parlare noi, come una bomba ad orologeria” ha commentato Fazzone giovedì, dopo aver sentito il
ministro spiegare alla Camera che il suo piccolo feudo politico va sciolto, perché condizionato da camorra e ‘ndrangheta. Sentire un senatore dichiarare di essere “come una bomba ad orologeria” fa una certa impressione. Si cerca di immaginare quanto potente possa essere l’esplosione, quante vittime possa fare e, soprattutto, cosa chieda il bombarolo per spegnere il timer.

Cinquecentosette pagine. Un faldone pesante, anche solo per spostarlo. Tuttavia fa gola a molti. Opera della famigerata commissione “d’accesso” al Comune di Fondi, nominata dal prefetto Frattasi: un funzionario della prefettura di Messina, il viceprefetto vicario e il vicequestore di Latina, un tenente dei carabinieri, un capitano della finanza. In 507 pagine hanno ricostruito le contiguità, le assunzioni sospette, le speculazioni edilizie, gli scambi di voti, il denaro dell’usura reinvestito in cantieri e in negozi. Al centro della rete ci sono quei “calabresi” e molti amministratori. Il sindaco Parisella all’inizio la voleva quella commissione che gli frugava in Municipio: “Vengano, così faremo chiarezza”. Poi cambiò idea: “Questi ci hanno sputtanato”. Addirittura provò a denunciarli al Tar, un precedente inedito in materia. Ma il faldone ha girato: dalla prefettura fino al governo. Qualche ministro ha chiesto di rivedere un’altra volta quelle carte, ritardando l’annunciato decreto di scioglimento. Il faldone si è imparentato con altri faldoni, già arrivati nelle aule giudiziarie: quello sulla “Circeo Connection” di zio Vincenzo e compari, roba di usura associata a metodi mafiosi, oppure quello su certe lottizzazione edilizie a Formia in odor di camorra, o ancora quello sui Mendico, clan affiliato ai Casalesi, originario della zona tra Monte San Biagio e Minturno, un pozzo senza fondo di omicidi di imprenditori, armi da guerra nascoste nei casolari, estorsioni e, immancabile, tanta omertà. Tutta roba dell’Antimafia però, giacché alla Procura di Latina è tutto abbastanza tranquillo. Un dettaglio, questo, che qualcuno nota con sollievo e qualcuno nota con sospetto.



“Camorra, ‘ndrangheta, mafia… questa è la nuova malaria pontina, altro che bonifica ce servirebbe” dice lo scrittore operaio Antonio Pennacchi, fasciocomunista di Latina. A furia di andare su e giù per la Pontina, a furia di rilassarsi al sole di Gaeta pensando che in fondo queste cose non ci toccano, illudendosi di vivere in un’isola felice, oppure soltanto sul bordo di una pentola ancora da scoperchiare, a furia di spulciare cronache non sempre libere su giornali non sempre affidabili, sembra di vederne fin troppi di fantasmi nelle terre pontine. Queste sono terre di villeggiatura, qui i camorristi possono venire a fare le vacanze e nel frattempo fare qualche affare, senza però essere disturbati troppo, come un turista danaroso e potente che di fronte a una bella casa al mare non resiste alla tentazione di comprarsela. Queste sono zone di confine, tra nord e sud, tra Roma e Napoli, una specie di mensola geografica dove riporre le cose, come in uno di quei ripostigli sotto casa che fa sempre comodo avere a disposizione. Ecco, i fantasmi sono difficili da evocare: si ha paura che si materializzino, che diventino realtà. Molti amministratori locali sembrano appena svegliati da un lungo sonno, così lungo che non si sono capacitati di cosa è successo nel frattempo. Anche loro, sindaci e assessori e santini elettorali buoni per ogni occasione, avvertono degli spettri alle loro spalle. Gli osservatori più scafati diranno che è sempre stato così: in queste lande le maglie del governo e della legalità ognuno se le allarga a proprio piacimento, tanto da farci passare quello che gli pare. Ma stavolta c’è di più. “La quinta mafia” la chiama qualcuno. Come a dire: una nuove specie geneticamente modificata, quasi come certe mele del mercato fondano. “Fondi – ha scritto il quotidiano Il Manifesto l’alto ieri – è solo una piccola parte della pericolosissima partita che si sta giocando nel sud del Lazio. In ballo c’è il controllo criminale della regione, con un tesoro ricchissimo fatto di lavori pubblici, turismo, agricoltura e edilizia. Ma è un gioco fondamentale, perché è l’esempio più lampante di vicinanza tra la criminalità organizzata e la politica del centrodestra che qui è padrona da epoca immemorabile”. Insomma la mafiosità, da queste parti, dei fantasmi conserva solo il silenzio e la discrezione. Per il resto esiste: eccome se esiste.



E allora si può provare a cercarla la criminalità organizzata, magari girando per Minturno, Formia, Gaeta e Fondi. Provateci anche voi. Girate, girate pure: non troverete niente. Qui la mafia e la camorra tutto vogliono fuorché apparire. E' una piccola grande guerra che si combatte a sud di Roma dove dietro un’apparente calma e dentro una coltre di omertà - con accordi sottobanco e silenzi comprati - è partito l'assalto. I Comuni mostrano difficoltà nel controllare il loro territorio, quando addirittura non risultano coinvolti nell’illecito: sarà perchè non hanno i mezzi, o perché non lo sanno fare, o perché sono i primi a restare ipnotizzati da quella montagna di danaro che si riversa entro i loro confini. Intanto le radici si propagano e si intrecciano sempre più forti. Forse ci vorrebbe qualcuno che le cerchi davvero queste radici, qualcuno che scavi fino a portarle alla luce. E chissà che già dopo i primi colpi di vanga non gli si senta dire: “La mafia è qui, la mafia è già qui”.


Leggi tutto »

Di Luca Di Ciaccio



Un fantasma si aggira nella provincia di Latina, e non viene dalle vecchie paludi bonificate. Arriva dritto dai nuovi padroni delle terre di confine, si muove in punta di piedi e con le tasche piene di soldi. “La mafia”, dice qualcuno. Ma non si sa se l’ha vista davvero. In questa ridente plaga tirrenica non ci sono morti ammazzati, non ci sono rapine per strada, sono poco frequenti i borseggi, latita pure lo sfruttamento della prostituzione. Sono poche le vetture bruciate, oppure i negozi che saltano per aria, se succede si tratta sicuramente di un incidente di percorso. E dunque nelle piazze tagliate in obliquo dal sole, a metà strada tra Roma e Napoli, sotto i castelli baronali oppure tra i colonnati littori, sui lungomare che guardano a sud o all’ombra dei capannoni agricoli, sono in molti a sollevare il lenzuolo e subito ritrarsene con un’appena percepibile smorfia di disgusto. “La malavita qui...e da quando?” si chiedono quelli dall’aria sorpresa. “Siamo in mano alla camorra…” ribattono i rassegnati. “E’ una diffamazione, qui non siamo a Napoli!” chiosano i più risentiti.



Eppure le indagini sulle infiltrazioni malavitose nel sudpontino si susseguono, inanellandosi una appresso all’altra, come una catena che si allunga, da sud verso nord. A fare due conti si scopre che sono 50 i comuni laziali indiziati di presunte attività mafiose, e decine in provincia di Latina sono le strutture confiscate alla malavita organizzata. Un cerchio adesso si stringe attorno a Fondi, paese famoso per quel mercato ortofrutticolo che è fra i più grandi d’Europa, dove se chiedi in giro molti ti rispondono che “qui tutti sono amici”, ma poi qualcuno ha cominciato a dire sottovoce che in realtà “quelli lì si sono presi tutto, hanno messo le mani anche sul Comune”. Il ministro dell’Interno Maroni lo ha appena proclamato chiaro e tondo, seduto sui banchi del governo nell’aula di Montecitorio: “Sono convinto che il consiglio comunale di Fondi debba essere sciolto per infiltrazioni della malavita organizzata”. Parole come pietre. Bisognerebbe mettersi a girare per la Pontina e andare a vedere i protagonisti di questa storia, o anche solo immaginarseli. Basta solo guardarsi attorno, certe volte.



“Qui tutto è a posto, il polverone neanche lo vedo io”. Lo zio Vincenzo, seduto in poltrona, servito e riverito nella villa sull’Appia, si fa raccontare le notizie sulla “sua” Fondi. A vederlo così sembra un tranquillo pensionato come tanti. Certo, è ricco, è rispettato, e tutti gli vogliono bene. Al cronista di Repubblica che lo andò a cercare appena uscito dal carcere, qualche mese fa, ripetè inutilmente quella stessa cosa che ama sempre dire: “Qui tutti sono amici”. Il suo nome per intero è Vincenzo Garruzzo, cugini e consuoceri imparentati con i Bellocco e i Pesce di Rosarno, un'attività pulita al mercato ortofrutticolo, i suoi “canazzi da catena” sguinzagliati per l'Agro Pontino a riscuotere interessi al 120 per cento o a costringere alla svendita le aziende delle sue vittime. Naturalmente ha buone “coperture” in Municipio, anche la figlia Rosa era consulente del Comune, e un giro di denaro a strozzo che l’ha fatto diventare un piccolo califfo del paese. Alla bisogna, quando qualcuno non onora i patti, fa arrivare “due nipoti da giù”. Da giù: dalla Calabria. Proprio dallo zio Vincenzo è iniziata la catena che ha portato cinque commissari prefettizi a frugare negli uffici comunali.



L’ex assessore adesso se ne sta defilato. Quel giorno in cui Riccardo Izzi cominciò a parlare neanche immaginava le conseguenze che avrebbe provocato, anche a quella stessa amministrazione di cui faceva parte. Della sua stessa parte: di centrodestra. Una mattina di gennaio gli bruciarono l’auto e lui, spaventato, prima corse dai carabinieri e poi dal prefetto di Latina. Cominciò a raccontare. Raccontò che lo avevano eletto nel 2006 con i voti delle “famiglie”. Raccontò i favori che era costretto a fare, di quella volta che dovette concedere la residenza alla moglie di uno del clan Casalesi fino alle lottizzazioni decise per filo e per segno. Raccontò come il sindaco di Forza Italia, Luigi Parisella, e molti assessori della giunta venivano “condizionati”. Lo ascoltarono. Il sindaco gli tolse le deleghe, i colleghi della sua maggioranza si ribellarono contro le “infamità” che gli aveva sputato addosso. Un po’ di amici gli fecero sapere che stavolta aveva esagerato. Gli investigatori gli dissero che si sarebbero dovuti muovere con prudenza, lui però avrebbe fatto meglio a farsi vedere poco in giro. Pareva un pozzo nero quel Municipio. A Fondi intanto, continuano a susseguirsi molti attentati di origine dolosa contro imprenditori locali – quattro solo nell’ultimo mese – tanto da convincere il questore di Latina a mandare una piccola task force in appoggio al commissariato locale, divenuto di frontiera.



Il senatore invece deve farsi vedere. Siamo pure, tanto per cambiare, sotto elezioni. Eccolo che arriva per inaugurare un altro comitato elettorale. La sua faccia giovane, senza dubbio promettente, stavolta è scura, tirata come non mai. Claudio Fazzone, onorevole del Pdl, membro della giunta per le autorizzazioni, un passato da presidente del consiglio regionale del Lazio con Storace, in tasca il titolo di consigliere più votato d’Italia e, prima ancora, una carriera abbastanza anonima in polizia, non ha preso bene le parole del ministro. Sentire parlare così della sua città natale, Fondi, dove, oltre alla villa e a qualche migliaio di voti, ha pure il cuore. Come se fosse diventata l’ombelico del crimine, una dependance di Gomorra. No, questo è troppo. Colpa del ministro leghista: anche lui deve essere una pedina nella faida politica che agita le acque del centrodestra nel basso Lazio, con quel Ciarrapico pure lui senatore del Pdl e la sua “Latina Oggi” che ci va sempre giù pesante, con quei dissidenti che ora mettono anche i bastoni tra le ruote alle prossime provinciali. Colpa del prefetto Frattasi: uno che vuole sempre mettere il naso nelle carte, come ben sanno a Gaeta quando se lo ritrovarono commissario, ora è lui quello da additare come artefice di una “montatura mediatica”, di un “complotto politico”, manco fosse una Veronica qualsiasi che chiede il divorzio. Nella carta stampata però non c’è solo il volubile Ciarra, ma anche qualche amico su cui contare: per difendere “il buon nome” della provincia, con paginoni velenosamente dedicati. “Adesso iniziamo a parlare noi, come una bomba ad orologeria” ha commentato Fazzone giovedì, dopo aver sentito il
ministro spiegare alla Camera che il suo piccolo feudo politico va sciolto, perché condizionato da camorra e ‘ndrangheta. Sentire un senatore dichiarare di essere “come una bomba ad orologeria” fa una certa impressione. Si cerca di immaginare quanto potente possa essere l’esplosione, quante vittime possa fare e, soprattutto, cosa chieda il bombarolo per spegnere il timer.

Cinquecentosette pagine. Un faldone pesante, anche solo per spostarlo. Tuttavia fa gola a molti. Opera della famigerata commissione “d’accesso” al Comune di Fondi, nominata dal prefetto Frattasi: un funzionario della prefettura di Messina, il viceprefetto vicario e il vicequestore di Latina, un tenente dei carabinieri, un capitano della finanza. In 507 pagine hanno ricostruito le contiguità, le assunzioni sospette, le speculazioni edilizie, gli scambi di voti, il denaro dell’usura reinvestito in cantieri e in negozi. Al centro della rete ci sono quei “calabresi” e molti amministratori. Il sindaco Parisella all’inizio la voleva quella commissione che gli frugava in Municipio: “Vengano, così faremo chiarezza”. Poi cambiò idea: “Questi ci hanno sputtanato”. Addirittura provò a denunciarli al Tar, un precedente inedito in materia. Ma il faldone ha girato: dalla prefettura fino al governo. Qualche ministro ha chiesto di rivedere un’altra volta quelle carte, ritardando l’annunciato decreto di scioglimento. Il faldone si è imparentato con altri faldoni, già arrivati nelle aule giudiziarie: quello sulla “Circeo Connection” di zio Vincenzo e compari, roba di usura associata a metodi mafiosi, oppure quello su certe lottizzazione edilizie a Formia in odor di camorra, o ancora quello sui Mendico, clan affiliato ai Casalesi, originario della zona tra Monte San Biagio e Minturno, un pozzo senza fondo di omicidi di imprenditori, armi da guerra nascoste nei casolari, estorsioni e, immancabile, tanta omertà. Tutta roba dell’Antimafia però, giacché alla Procura di Latina è tutto abbastanza tranquillo. Un dettaglio, questo, che qualcuno nota con sollievo e qualcuno nota con sospetto.



“Camorra, ‘ndrangheta, mafia… questa è la nuova malaria pontina, altro che bonifica ce servirebbe” dice lo scrittore operaio Antonio Pennacchi, fasciocomunista di Latina. A furia di andare su e giù per la Pontina, a furia di rilassarsi al sole di Gaeta pensando che in fondo queste cose non ci toccano, illudendosi di vivere in un’isola felice, oppure soltanto sul bordo di una pentola ancora da scoperchiare, a furia di spulciare cronache non sempre libere su giornali non sempre affidabili, sembra di vederne fin troppi di fantasmi nelle terre pontine. Queste sono terre di villeggiatura, qui i camorristi possono venire a fare le vacanze e nel frattempo fare qualche affare, senza però essere disturbati troppo, come un turista danaroso e potente che di fronte a una bella casa al mare non resiste alla tentazione di comprarsela. Queste sono zone di confine, tra nord e sud, tra Roma e Napoli, una specie di mensola geografica dove riporre le cose, come in uno di quei ripostigli sotto casa che fa sempre comodo avere a disposizione. Ecco, i fantasmi sono difficili da evocare: si ha paura che si materializzino, che diventino realtà. Molti amministratori locali sembrano appena svegliati da un lungo sonno, così lungo che non si sono capacitati di cosa è successo nel frattempo. Anche loro, sindaci e assessori e santini elettorali buoni per ogni occasione, avvertono degli spettri alle loro spalle. Gli osservatori più scafati diranno che è sempre stato così: in queste lande le maglie del governo e della legalità ognuno se le allarga a proprio piacimento, tanto da farci passare quello che gli pare. Ma stavolta c’è di più. “La quinta mafia” la chiama qualcuno. Come a dire: una nuove specie geneticamente modificata, quasi come certe mele del mercato fondano. “Fondi – ha scritto il quotidiano Il Manifesto l’alto ieri – è solo una piccola parte della pericolosissima partita che si sta giocando nel sud del Lazio. In ballo c’è il controllo criminale della regione, con un tesoro ricchissimo fatto di lavori pubblici, turismo, agricoltura e edilizia. Ma è un gioco fondamentale, perché è l’esempio più lampante di vicinanza tra la criminalità organizzata e la politica del centrodestra che qui è padrona da epoca immemorabile”. Insomma la mafiosità, da queste parti, dei fantasmi conserva solo il silenzio e la discrezione. Per il resto esiste: eccome se esiste.



E allora si può provare a cercarla la criminalità organizzata, magari girando per Minturno, Formia, Gaeta e Fondi. Provateci anche voi. Girate, girate pure: non troverete niente. Qui la mafia e la camorra tutto vogliono fuorché apparire. E' una piccola grande guerra che si combatte a sud di Roma dove dietro un’apparente calma e dentro una coltre di omertà - con accordi sottobanco e silenzi comprati - è partito l'assalto. I Comuni mostrano difficoltà nel controllare il loro territorio, quando addirittura non risultano coinvolti nell’illecito: sarà perchè non hanno i mezzi, o perché non lo sanno fare, o perché sono i primi a restare ipnotizzati da quella montagna di danaro che si riversa entro i loro confini. Intanto le radici si propagano e si intrecciano sempre più forti. Forse ci vorrebbe qualcuno che le cerchi davvero queste radici, qualcuno che scavi fino a portarle alla luce. E chissà che già dopo i primi colpi di vanga non gli si senta dire: “La mafia è qui, la mafia è già qui”.


0 comments:

 
Design by Free WordPress Themes | Bloggerized by Lasantha - Premium Blogger Themes | Hot Sonakshi Sinha, Car Price in India