martedì 30 giugno 2009

Se il pignoramento colpisce gli onesti


Di Dacia Maraini


«La mafia è dovunque, a Palermo, a Catania, a Milano, a Napoli, a Roma, annidata in tut­te le strutture come un inguaribile can­cro », scriveva Giuseppe Fava nell’83 su I Si­ciliani, un giornale battagliero e coraggio­so che hanno tentato di mettere a tacere assieme al suo di­rettore.

Fava aveva visto giusto. Oggi sappiamo che la mafia è una realtà non solo regionale ma nazionale e costituisce una delle ragioni dell’arretratezza del nostro Paese. Se non tagliamo con severità i rapporti fra le mafie e le strutture dell’amministrazione pubblica, fra le mafie e le banche, fra le mafie e alcune zone buie della magistratura, non ne usci­remo, come diceva Fava.
Il 5 gennaio dell’84 Giuseppe Fava viene ucciso brutal­mente da mani mafiose e il giornale — tutti lo pensano e lo suggeriscono — si accinge a chiudere. Ma i redattori che hanno lavorato con lui, mettendo nell’impresa le loro ener­gie, il loro tempo, il loro coraggio, la loro passione civile, decidono di non chiudere. Sarebbe stato logico che la socie­tà siciliana li ripagasse non solo comprando il giornale, co­me ha continuato a fare, ma anche finanziandolo con pub­blicità e sostegno. Invece no. In Sicilia chi con coraggio fa il suo dovere, viene prima o poi punito. Così succede che per anni I Siciliani si trovi comple­tamente privato di pubblicità e sia costretto a firmare cambia­li. Molti cittadini comprano il foglio ma nessunindustriale o commerciante ci mette più una lira. Si cerca in tutti i modi di fare tacere una voce libera.
Ora dopo più di vent’anni dalla morte del suo direttore, i redattori che nel frattempo hanno inventato altri giornali e altre riviste vengono attaccati con spirito punitivo, per via legale. Alcuni giornalisti fra cui Graziella Proto, Elena Brancati, Claudio Fava, Rosario Lanza e Lillo Venezia, membri del Cda della cooperativa che stam­pava il giornale, rischiano di perdere le loro case «per il pun­tiglio di una sentenza di fallimento che si presenta dopo venticinque anni... Il precetto di pignoramento è stato notifi­cato senza nemmeno curarsi di attendere la sentenza di ap­pello ». Una delle case pignorate è quella in cui è nato e cre­sciuto Giuseppe Fava. Ma il paradosso, che fa pensare ap­punto a una punizione per via burocratica, è che il creditore principale, l’Ircac, è un Ente regionale disciolto da anni.
In una città come Catania, che ha un debito colossale do­vuto a cattiva amministrazione, una città in cui gli sprechi sono all’ordine del giorno, ci si accanisce contro dei giorna­listi coraggiosi che hanno avuto il solo torto di dire le cose come stanno e che sono già stati puniti brutalmente dalla mafia.

Darò il buon esempio mandando 200 euro alla Fondazio­ne Giuseppe Fava, presso il Credito siciliano, agenzia di Can­nizzaro, 95021 Acicastello (CT) IBAN IT22A0301926122 000000557524. Causale: «Per I Siciliani». Spero che altri mi seguano.

Fonte:Il Corriere della Sera del 30/06/2009 pag.37
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Di Dacia Maraini


«La mafia è dovunque, a Palermo, a Catania, a Milano, a Napoli, a Roma, annidata in tut­te le strutture come un inguaribile can­cro », scriveva Giuseppe Fava nell’83 su I Si­ciliani, un giornale battagliero e coraggio­so che hanno tentato di mettere a tacere assieme al suo di­rettore.

Fava aveva visto giusto. Oggi sappiamo che la mafia è una realtà non solo regionale ma nazionale e costituisce una delle ragioni dell’arretratezza del nostro Paese. Se non tagliamo con severità i rapporti fra le mafie e le strutture dell’amministrazione pubblica, fra le mafie e le banche, fra le mafie e alcune zone buie della magistratura, non ne usci­remo, come diceva Fava.
Il 5 gennaio dell’84 Giuseppe Fava viene ucciso brutal­mente da mani mafiose e il giornale — tutti lo pensano e lo suggeriscono — si accinge a chiudere. Ma i redattori che hanno lavorato con lui, mettendo nell’impresa le loro ener­gie, il loro tempo, il loro coraggio, la loro passione civile, decidono di non chiudere. Sarebbe stato logico che la socie­tà siciliana li ripagasse non solo comprando il giornale, co­me ha continuato a fare, ma anche finanziandolo con pub­blicità e sostegno. Invece no. In Sicilia chi con coraggio fa il suo dovere, viene prima o poi punito. Così succede che per anni I Siciliani si trovi comple­tamente privato di pubblicità e sia costretto a firmare cambia­li. Molti cittadini comprano il foglio ma nessunindustriale o commerciante ci mette più una lira. Si cerca in tutti i modi di fare tacere una voce libera.
Ora dopo più di vent’anni dalla morte del suo direttore, i redattori che nel frattempo hanno inventato altri giornali e altre riviste vengono attaccati con spirito punitivo, per via legale. Alcuni giornalisti fra cui Graziella Proto, Elena Brancati, Claudio Fava, Rosario Lanza e Lillo Venezia, membri del Cda della cooperativa che stam­pava il giornale, rischiano di perdere le loro case «per il pun­tiglio di una sentenza di fallimento che si presenta dopo venticinque anni... Il precetto di pignoramento è stato notifi­cato senza nemmeno curarsi di attendere la sentenza di ap­pello ». Una delle case pignorate è quella in cui è nato e cre­sciuto Giuseppe Fava. Ma il paradosso, che fa pensare ap­punto a una punizione per via burocratica, è che il creditore principale, l’Ircac, è un Ente regionale disciolto da anni.
In una città come Catania, che ha un debito colossale do­vuto a cattiva amministrazione, una città in cui gli sprechi sono all’ordine del giorno, ci si accanisce contro dei giorna­listi coraggiosi che hanno avuto il solo torto di dire le cose come stanno e che sono già stati puniti brutalmente dalla mafia.

Darò il buon esempio mandando 200 euro alla Fondazio­ne Giuseppe Fava, presso il Credito siciliano, agenzia di Can­nizzaro, 95021 Acicastello (CT) IBAN IT22A0301926122 000000557524. Causale: «Per I Siciliani». Spero che altri mi seguano.

Fonte:Il Corriere della Sera del 30/06/2009 pag.37

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