martedì 7 luglio 2009

Fondigate, 17 arresti. La 'ndrangheta "gestiva" l'agromercato di Fondi


Fondi: Un miliardo all'anno di fatturato e 120 aziende: alla mafia bastano questi due numeri per non lasciarsi sfuggire il controllo del Mercato ortofrutticolo di Fondi (Mof), uno dei più grandi d'Europa, in provincia di Latina. Gli arresti di ieri di due uomini della cosca calabrese Tripodo, Venanzio e Carmelo Giovanni, lo testimoniano. Tripodo non è una famiglia qualunque di 'ndrangheta. I due sono figli di Don Mico, compare d'anello di Totò Riina, ucciso in piena guerra di mafia dalla Nuova camorra organizzata (Nco) di Raffaele Cutolo, per ordine dei De Stefano, nel carcere napoletano di Poggioreale il 26 agosto 1976.
I due, secondo l'accusa, «avrebbero imposto i prezzi del mercato ortofrutticolo, deciso quali società potevano operare e il loro nome era sufficiente per sgombrare il campo da qualsiasi opposizione da parte di commercianti e imprenditori. Non solo, con il loro aiuto Riccardo Izzi sarebbe stato il primo degli eletti al comune di Fondi, dove fino al febbraio 2008 è stato assessore ai Lavori pubblici». Oltre all'influenza diretta sul Mof, l'associazione a delinquere aveva esteso gli interessi anche a società di traslochi, pulizie e onoranze funebri.

Con i fratelli Tripodo sono stati arrestati, tra gli altri, proprio l'ex assessore Riccardo Izzi, funzionari comunali, il comandante e il vice della Polizia municipale. La Direzione distrettuale antimafia di Roma ha sequestrato immobili e terreni per un valore di 10 milioni.

Questa operazione è l'ultimo anello di una catena illegale che le Forze dell'Ordine e la Magistratura stanno cercando da anni di spezzare. Nel 2007 il consigliere della Direzione nazionale antimafia (Dna) Francesco Paolo Giordano scriveva nella relazione: «Nel 2005, importanti inchieste sul mercato ortofrutticolo di Fondi, hanno fatto emergere sia il controllo illecito della criminalità organizzata sulle attività di trasporto su gomma di prodotti ortofrutticoli, sia infiltrazioni nel settore dell'intermediazione».
Come se non bastasse, a Fondi e in provincia di Latina anche le attività legate all'agricoltura (e via via le altre) sono spesso nelle mani di camorristi. «Vanno citate anzitutto forme di accaparramento di strutture produttive e di terreni agricoli a prezzi stracciati come interfaccia di fenomeni di usura e di estorsioni - scrive ancora Giordano - sicché alcuni operatori del comune di Giugliano in Campania risultano aver acquistato aziende agricole nella vicina provincia di Latina. Anche i Casalesi hanno sempre manifestato una particolare vocazione ad infiltrarsi nel settore agricolo, nella prospettiva di realizzare, in un modo o nell'altro, buoni affari».

Nel 2009 la Dna ha cambiato l'estensore della parte dedicata alle mafie nel Lazio: si tratta del consigliere Luigi De Ficchy, poi volato a capo della Procura di Tivoli. E cosa scrive nella relazione consegnata a fine 2008 al capo della Dna Piero Grasso? Questo: «Chiara conferma della penetrazione del fenomeno criminale nel mercato ortofrutticolo di Fondi è giunta dalle indagini relative ad alcuni danneggiamenti, che hanno interessato ditte di autotrasporto che operano nell'ambito del mercato. Tali episodi hanno confermato che le attività del Mercato ortofrutticolo di Fondi rappresentano continue occasioni di arricchimento per la criminalità organizzata per la forte influenza dei potenti clan camorristici e della 'ndrangheta su Fondi. È stata riscontrata la costituzione di cartelli che gestiscono e controllano in maniera monopolistica e mafiosa le rotte della commercializzazione dei prodotti verso varie zone dell'Italia. Di rilievo è anche una indagine che ha portato alla emissione di una ordinanza di misura cautelare il 13 febbraio 2008 emessa dal Giudice per le indagini preliminari di Roma nei confronti di un'organizzazione mafiosa dedita all'usura a danno di imprenditori e commercianti della zona di Fondi».
Una situazione che l'8 settembre 2008 ha obbligato il prefetto di Latina, Bruno Frattasi, a chiedere al Governo lo scioglimento del Comune, accompagnando la richiesta con 57 faldoni pieni di accuse a mafiosi e amministratori. Il ministro dell'Interno Roberto Maroni, sul cui tavolo giace la richiesta, ancora ieri è stato sollecitato dall'associazione funzionari di Polizia, da parlamentari del centrosinistra e dal Governatore del Lazio, Piero Marrazzo, a prendere questa misura che appare ormai non più rinviabile.

[Roberto Galullo, Il Sole 24 Ore]

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Brividi nel feudo di Fazzone. Coinvolti politici del Pdl

Venanzio Tripodo è un figlio d'arte. Il padre, Domenico, detto Mico, è stato uno dei capibastone della 'ndrangheta più conosciuto e temuto, poi ucciso negli anni '70 su ordine delle cosche rivali, per mano dei cutoliani. Ed è proprio Venanzio che - secondo le indagini della Dda di Roma, che ieri ha emesso 17 ordini di custodia cautelare - ad essere uno dei vertici della mafia del sud pontino, che ha la sua capitale nella città di Fondi. Legami solidi, atavici, familiari con i paesi calabresi di origine, rafforzati nel corso del tempo con le alleanze con i Casalesi, attraverso l'ala degli scissionisti di Nicola Zara: per Venanzio Tripodo il sud del Lazio da soggiorno obbligato si è trasformato con il tempo nell'affare più lucroso.

A Fondi - regno del Pdl, politicamente controllata dal senatore Claudio Fazzone - da almeno un paio d'anni gli investigatori antimafia stanno passando al setaccio l'intera economia. Il centro degli affari è il Mof - il mercato ortofrutticolo, centro logistico tra i più importanti d'Europa - dove negli affari il nome e la famiglia contano. Secondo la Dia del Lazio Venanzio Tripodo riusciva a condizionare prezzi e clienti, attraverso tre società locali, della famiglia fondana Peppe. «Decideva se un operatore commerciale potesse accedere al Mof, recuperava i crediti delle ditte»: per i magistrati della Dda di Roma Venanzio Tripodo era il vero dominus del mercato ortofrutticolo. Per condizionare gli affari bastava il suo nome, bastava sapere che dietro le tre società di Franco, Pasquale e Gemma Peppe c'erano loro, i calabresi legati alla 'ndrangheta, amici dei Casalesi e dei siciliani di Cosa nostra.

Il vero salto la mafia di Fondi lo ha dato passando dalla gestione delle attività illecite al mondo dell'economia considerata normale, «attraverso l'assunzione della veste di soggetto contrattuale che contratta con la pubblica amministrazione». Su questo punto di svolta si innesta la richiesta - finora rimasta inascoltata - dello scioglimento del consiglio comunale, chiesto dal prefetto di Latina Bruno Frattasi, appoggiata dal ministro Maroni e ferma sul tavolo del consiglio dei ministri da cinque mesi.
Nell'operazione di ieri il livello di penetrazione delle mafie del sud pontino all'interno della pubblica amministrazione - e quindi della politica - appare in tutta la sua gravità. Tra i diciassette arrestati - su un totale di 32 indagati - ci sono l'ex assessore ai Lavori pubblici di Fondi, in quota Forza Italia, Riccardo Izzi, e i dirigenti dei settori bilancio e lavori pubblici. Agli arresti è finito anche il comandante dei vigili urbani, con l'accusa di aver coperto diversi abusi commessi da persone legate al gruppo di Tripodo.

Nell'inchiesta i magistrati romani indicano il ruolo giocato da alcuni esponenti del centrodestra del sud pontino, che da queste parti è il vero padrone. Un legame che secondo la Dda caratterizza «la natura mafiosa del sodalizio». È stato Tripodo - secondo gli investigatori - a «svolgere attività di recupero crediti in favore di Romolo Del Balzo», oggi consigliere regionale per il Pdl. E sempre lui - raccordo tra 'ndrangheta, camorra e cosa nostra - avrebbe contribuito ad eleggere Riccardo Izzi, divenuto poi assessore di Forza Italia a Fondi, fino al febbraio del 2008. Politici locali che contano, pezzi importanti di quell'impero fatto di voti, favori, intimidazioni che peseranno nelle prossime elezioni regionali.

[Andrea Palladino, Il Manifesto]

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Dietro gli ultimi arresti la lunga storia dell'operazione "Damasco"

La storia di «Damasco» è lunga, sta in qualche modo facendo riscrivere quella della provincia pontina, e la conclusione dell'indagine notificata ieri dagli investigatori contestualmente ai 17 arrestati non sembra ancora mettere sulla vicenda la parola fine. In 161 pagine il gip del Tribunale di Roma, Cecilia Demma, ha tracciato però un ampio spaccato di affari, fatti e misfatti nella Piana, sintetizzando l'esito degli accertamenti della Dia sul Mof e dell'Arma dei carabinieri su appalti e interessi che coinvolgono fondani e pubblici amministratori. In totale gli indagati risultano essere 33 e le ipotesi di reato che spuntano dall'ordinanza, oltre all'associazione per delinquere di stampo mafioso contestata ai principali accusati, sono le più svariate: dalle violazioni alle disposizioni contro la mafia all'abuso d'ufficio, dalla rivelazione e utilizzazione di segreti d'ufficio alla tentata estorsione, dalla concussione alla corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio, dalle false attestazioni in atti indirizzati all'autorità giudiziaria al favoreggiamento.

«Damasco» nasce nel 2005 con gli accertamenti sui Tripodo, si sviluppa sui contatti degli stessi con Izzi e su presunti abusi all'interno del Comune di Fondi, ed esplode nel 2008, con gli arresti per usura mafiosa e i dubbi sulla Procura di Latina, fino a giungere all'operazione di ieri. Il gip Demma va però oltre e analizza tutti i procedimenti avviati nei diversi Tribunali italiani in cui negli anni sono stati coinvolti i figli di don Mico Tripodo.

Il gip parte dalla presunta associazione per delinquere di stampo mafioso, che considera promossa e diretta da Carmelo Giovanni Tripodo, Antonino Venanzio Tripodo e Aldo Trani e ritiene che i proventi delle attività di usura e traffico di droga siano stati reinvestiti nelle attività commerciali di fatto gestite dai tre, sottolineando anche un presunto collegamento della famiglie Trani e Tripodo con il clan La Minore della 'ndrangheta calabrese. Ad avvantaggiare la presunta gang, secondo il gip, è stato l'ex assessore ai lavori pubblici Riccardo Izzi, sostenuto dalla banda nel periodo elettorale. All'associazione mafiosa avrebbero poi partecipato vari soggetti, con intestazioni fittizie dei beni dei Tripodo e collaborazione nell'amministrazione delle attività imprenditoriali, intimidazioni a imprese concorrenti, utilizzando anche soggetti collegati alla cosca calabrese Romeo di San Luca, e con acquisti e cessioni di grandi quantitativi di cocaina e hascisc e armi. Il gip ha poi esaminato una lunga serie di appalti concessi a Tripodo e Trani, grazie a Izzi e ad alcuni funzionari comunali, che secondo il giudice non potevano essere concessi, perché i due erano sottoposti a sorveglianza speciale. E sempre grazie a collegamenti interni alla pubblica amministrazione, Tripodo, Trani e non solo avrebbero beneficiato di affidamenti di lavori «ad hoc» - la costruzione delle cappelle gentilizie al cimitero - e di pagamenti anticipati. Ma sotto accusa vengono messe anche operazioni nel campo immobiliare, «occhi chiusi» su abusi edilizi e la residenza che Izzi e Di Fazio avrebbero cercato di far ottenere ad Armando Alderio, detto «Bruce Lee», legato al clan camorristico Pianese di Qualiano, in provincia di Napoli.

Il giudice Demma ha quindi esaminato l'intera storia dei Tripodo, partendo dall'assassinio nel 1976, all'interno del carcere di Poggio Reale, del padre dei due arrestati, Domenico Tripodo. Secondo il gip Venanzio Tripodo avrebbe avuto legami anche con esponenti della ciminalità organizzata siciliana, ricevendo una richiesta di protezione da Melissa Incardona, moglie di Carmelo La Rocca, considerato reggente della cosca Piscopo di Vittoria, nel ragusano. Immancabili poi le intercettazioni e le dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia.

[Il Tempo]

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