giovedì 11 febbraio 2010

Mille focolai per la guerra contro l`Islam



Di Ugo Gaudenzi

Per risolvere il deficit americano corrente di 1.400 miliardi di dollari e un debito pubblico record di 10.600 miliardi di dollari, di cui 1.700 in mano alla Cina, Obama non ha fatto altro che rinverdire la vecchia ricetta anglo-americana della soluzione bellica.
E nella sua nuova avventura militare in Afghanistan – che ha un teorico costo di 160 miliardi di dollari all’anno senza calcolare il valore dell’interscambio di armamenti per “risollevare”, con l’industria pesante, le sorti della disastrata economia statunitense – sta coinvolgendo alleati e sudditi d’Occidente, Italietta compresa.
Avventura illustrata con dovizia nella notte della befana 2010, ma annunciata già poco più di un mese fa, martedì 1 dicembre, di fronte a 4.000 cadetti dell’accademia di West Point. Quel giorno, il presidente degli Stati Uniti, cioè il Grande Padre ex Bianco che siede alla Casa Bianca, appena alla vigilia del conferimento dell’assurdo “nobel per la pace”, aveva finalmente indossata la sua reale maschera “progressista” e “kennediana” tanto osannata dai veltroni del mondo. Come già Kennedy per il Viet-Nam, infatti, anche Obama aveva potuto sia pronunciare il consueto panegirico della Libertà made in Usa e sia vantarsi dei due milioni di morti (pari pari come in Indocina) falciati in questi dieci anni tra l’Iraq e l’Afghanistan, con queste testuali parole: “Più di ogni altra nazione al mondo, gli Stati Uniti hanno assicurato la sicurezza globale per più di 60 anni, un’epoca che ha visto muri cadere, i mercati aprirsi, e miliardi di persone sollevate dalla povertà… Noi non cerchiamo di occupare altre nazioni, non pretendiamo le risorse di altre nazioni, e non colpiamo altri popoli a causa della loro fede o etnia differente dalla nostra…”.
Ecco, per l’occasione, il commento di Andrew Bacevich, professore di Storia e Relazioni Internazionali alla Boston University, rilasciato in un’intervista da Amy Goodman: “Credo che questa descrizione che Obama ha fatto della Storia moderna americana è assai significativa: le sue parole potevano essere state fotocopiate da un discorso di Harry Truman, o John Kennedy, o Lyndon Johnson, o Richard Nixon, Ronald Reagan, o George W. Bush. Questa è la narrativa preferita dagli americani, noi ci vogliamo vedere così, e così giustifichiamo ciò che facciamo al mondo. E’ incredibile che questo Presidente, che si è insediato promettendo il cambiamento, abbracci quella narrativa così del tutto. Ci conferma che i cambiamenti a Washington sono marginali, e che lo status quo è fermamente al suo posto”.
C’è anche da ricordare che il Grande Democratico ha una certa urgenza di rimettere a posto alcuni suoi “sospesi” personali: le cambiali elettorali sono scadute e devono essere pagate.
Con la “guerra al terrorismo”, Obama ha così già garantito con almeno 5 mila miliardi di dollari rubati ai contribuenti (anche ai 50 milioni di americani che oggi soffrono la fame: dato Dipartimento dell’Agricultura USA 2009), gli interessi della sua premiata azienda finanziaria, la Rubin-Summers-Paulson-Geithner e Associati, che lo aveva sostenuto con una “donazione elettorale” per oltre 38 milioni di dollari.
Inoltre Obama ha varato una falsa riforma sanitaria definita pubblica (sic) premiando con altri 70 miliardi di dollari un altro club che aveva finanziato la sua corsa alla presidenza.
E donato – ça va sans dire – qualche miliarduccio (700 con il programma Tarp) di dollari a quelle istituzioni di beneficienza transnazionali chiamate banche e assicurazioni. E non ha neppure dimenticato i crediti al “consumo” (fondo Fed per 800 miliardi di dollari) finiti ai settori industriali in crisi e nelle tasche dei super-managers dell’economia liberista d’assalto.

Fonte:Rinascita
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Di Ugo Gaudenzi

Per risolvere il deficit americano corrente di 1.400 miliardi di dollari e un debito pubblico record di 10.600 miliardi di dollari, di cui 1.700 in mano alla Cina, Obama non ha fatto altro che rinverdire la vecchia ricetta anglo-americana della soluzione bellica.
E nella sua nuova avventura militare in Afghanistan – che ha un teorico costo di 160 miliardi di dollari all’anno senza calcolare il valore dell’interscambio di armamenti per “risollevare”, con l’industria pesante, le sorti della disastrata economia statunitense – sta coinvolgendo alleati e sudditi d’Occidente, Italietta compresa.
Avventura illustrata con dovizia nella notte della befana 2010, ma annunciata già poco più di un mese fa, martedì 1 dicembre, di fronte a 4.000 cadetti dell’accademia di West Point. Quel giorno, il presidente degli Stati Uniti, cioè il Grande Padre ex Bianco che siede alla Casa Bianca, appena alla vigilia del conferimento dell’assurdo “nobel per la pace”, aveva finalmente indossata la sua reale maschera “progressista” e “kennediana” tanto osannata dai veltroni del mondo. Come già Kennedy per il Viet-Nam, infatti, anche Obama aveva potuto sia pronunciare il consueto panegirico della Libertà made in Usa e sia vantarsi dei due milioni di morti (pari pari come in Indocina) falciati in questi dieci anni tra l’Iraq e l’Afghanistan, con queste testuali parole: “Più di ogni altra nazione al mondo, gli Stati Uniti hanno assicurato la sicurezza globale per più di 60 anni, un’epoca che ha visto muri cadere, i mercati aprirsi, e miliardi di persone sollevate dalla povertà… Noi non cerchiamo di occupare altre nazioni, non pretendiamo le risorse di altre nazioni, e non colpiamo altri popoli a causa della loro fede o etnia differente dalla nostra…”.
Ecco, per l’occasione, il commento di Andrew Bacevich, professore di Storia e Relazioni Internazionali alla Boston University, rilasciato in un’intervista da Amy Goodman: “Credo che questa descrizione che Obama ha fatto della Storia moderna americana è assai significativa: le sue parole potevano essere state fotocopiate da un discorso di Harry Truman, o John Kennedy, o Lyndon Johnson, o Richard Nixon, Ronald Reagan, o George W. Bush. Questa è la narrativa preferita dagli americani, noi ci vogliamo vedere così, e così giustifichiamo ciò che facciamo al mondo. E’ incredibile che questo Presidente, che si è insediato promettendo il cambiamento, abbracci quella narrativa così del tutto. Ci conferma che i cambiamenti a Washington sono marginali, e che lo status quo è fermamente al suo posto”.
C’è anche da ricordare che il Grande Democratico ha una certa urgenza di rimettere a posto alcuni suoi “sospesi” personali: le cambiali elettorali sono scadute e devono essere pagate.
Con la “guerra al terrorismo”, Obama ha così già garantito con almeno 5 mila miliardi di dollari rubati ai contribuenti (anche ai 50 milioni di americani che oggi soffrono la fame: dato Dipartimento dell’Agricultura USA 2009), gli interessi della sua premiata azienda finanziaria, la Rubin-Summers-Paulson-Geithner e Associati, che lo aveva sostenuto con una “donazione elettorale” per oltre 38 milioni di dollari.
Inoltre Obama ha varato una falsa riforma sanitaria definita pubblica (sic) premiando con altri 70 miliardi di dollari un altro club che aveva finanziato la sua corsa alla presidenza.
E donato – ça va sans dire – qualche miliarduccio (700 con il programma Tarp) di dollari a quelle istituzioni di beneficienza transnazionali chiamate banche e assicurazioni. E non ha neppure dimenticato i crediti al “consumo” (fondo Fed per 800 miliardi di dollari) finiti ai settori industriali in crisi e nelle tasche dei super-managers dell’economia liberista d’assalto.

Fonte:Rinascita
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