domenica 25 luglio 2010

Tremonti riaccende la questione meridionale



Di Rita Dietrich


I comuni italiani ritornano a scuola, e si trovano a dover fronteggiare un professore integerrimo e severo, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Spese ed entrate saranno conteggiate alla ricerca di sprechi e disservizi, ma dietro la riorganizzazione economica, seppur necessaria in tempi di crisi, vi è purtroppo il federalismo fiscale, che inevitabilmente andrà ad accentuare il divario fra nord e sud. Così, non appena verrà varata la manovra finanziaria, tutti i comuni del Paese saranno messi sotto esame, e verranno giudicati secondo i punteggi che otterranno. Il decreto attuativo sui costi standard, appena varato dal Csm, infatti, stabilisce i criteri di ricerca delle spese che gravano sui bilanci comunali e successivamente, prevede questionari che identificheranno indicatori comuni di riferimento, al fine di scoprire, per ogni amministrazione pubblica, quanto costano le prestazioni offerte al cittadino. Impresa alquanto titanica, visto che persino il prezzo di una singola siringa o di una tac varia misteriosamente da regione a regione, per non parlare di altri servizi come gli asili nido o la raccolta rifiuti! Tale differenziazioni, infatti, sono fra le cause principali dei deficit locali, poiché proprio la mancanza di un canone comune unita alla falsa credenza popolare che i soldi pubblici sono di nessuno, hanno favorito la speculazione economica.
Ma se esistono così tante divergenze nella voce spesa degli enti locali, in particolare fra nord e sud, anche in quella delle entrate ogni regione, provincia e comune ha un suo gettito fiscale, frammentato in una serie di tasse e balzelli che spesso si sovrappongono fra loro.
Anche qui Tremonti desidera metterci le mani, costringendo i sindaci a riorganizzare le proprie entrate e riassumerle in poche tasse ‘tematiche’ come per esempio quella sugli immobili che accorperebbe le diverse imposte sulla casa. Dovrebbero inoltre venire unificate tutta quella serie di tributi municipali affini dagli acronimi impronunciabili, che complicano notevolmente la vita a tutte gli esercizi commerciali. Nel disporre ciò, però, non verrà esercitata alcuna imposizione dal potere centrale, poiché ogni amministrazione potrà decidere come organizzarsi indicendo anche referendum e consultazioni popolari. “Noi abbiamo 24 tributi comunali- ha spiegato il ministro dell’economia Tremonti- Sono un po’ tanti perché vuol dire 24 moduli, 24 pagamenti, 24 accertamenti e 24 margini di rischio e quindi di sanzione. Pensiamo che sia civile unificare questi tributi che si sono stratificati nel tempo. Saranno i comuni che scelgono se arrivare a uno o metterne due, tre, quattro”.
Fin qui nulla da eccepire, visto che spesso è proprio questo labirinto burocratico a scoraggiare le attività imprenditoriali, soprattutto se nuove e pertanto più fragili. Il problema è che anche questa mossa, seppur necessaria, è concepita come un ulteriore passo verso il federalismo fiscale.
Il concetto di rendere completamente autonome sia per le entrate che per le uscite ogni regione e quindi a cascata, a secondo le competenze, anche gli altri enti locali rischia di trasformarsi così in un’arma a doppio taglio. Se da una parte infatti verranno espletati tutti quei controlli di cui necessita l’Italia da anni, dall’altra l’eccessiva autonomia non fa altro che accentuare il divario fra i territori, infiammando una nuova “questione meridionale”. A causa dei numerosi disservizi, i costi maggiori, infatti sono sostenuti proprio dalle regioni meridionali, che di conseguenza necessitano maggiormente del sostegno statale. Tuttavia se può non sembrare giusto che per esempio il Veneto dalle sue tasse rinunci all’introito di 3 miliardi per compensare il disavanzo economico per esempio della Sicilia, non è nemmeno corretto abbandonare a se stesse proprio le regioni più deboli che per anni hanno fatto arricchire l’intera penisola. La storica carenza nel meridione di investimenti e infrastrutture aggrava ulteriormente la situazione, e mentre i decreti attuativi sul federalismo vengono proposti dal governo in modo serrato, vengono relegate all’ultimo posto proprio quelle iniziative che darebbero un po’ di respiro alle regioni maggiormente in difficoltà. Fra queste vi sono la tanto annunciata, dallo stesso Tremonti, Banca Meridionale che dovrebbe supplire alla scarsità di investimenti al sud e l’ideazione di un fondo compensativo per colmare il divario fra gli enti locali. Progetti ancora nebulosi e incerti, che evidentemente non interessano nessuno, eccetto che ai diversi milioni di abitanti delle regioni meridionali.

Fonte:Rinascita

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Di Rita Dietrich


I comuni italiani ritornano a scuola, e si trovano a dover fronteggiare un professore integerrimo e severo, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Spese ed entrate saranno conteggiate alla ricerca di sprechi e disservizi, ma dietro la riorganizzazione economica, seppur necessaria in tempi di crisi, vi è purtroppo il federalismo fiscale, che inevitabilmente andrà ad accentuare il divario fra nord e sud. Così, non appena verrà varata la manovra finanziaria, tutti i comuni del Paese saranno messi sotto esame, e verranno giudicati secondo i punteggi che otterranno. Il decreto attuativo sui costi standard, appena varato dal Csm, infatti, stabilisce i criteri di ricerca delle spese che gravano sui bilanci comunali e successivamente, prevede questionari che identificheranno indicatori comuni di riferimento, al fine di scoprire, per ogni amministrazione pubblica, quanto costano le prestazioni offerte al cittadino. Impresa alquanto titanica, visto che persino il prezzo di una singola siringa o di una tac varia misteriosamente da regione a regione, per non parlare di altri servizi come gli asili nido o la raccolta rifiuti! Tale differenziazioni, infatti, sono fra le cause principali dei deficit locali, poiché proprio la mancanza di un canone comune unita alla falsa credenza popolare che i soldi pubblici sono di nessuno, hanno favorito la speculazione economica.
Ma se esistono così tante divergenze nella voce spesa degli enti locali, in particolare fra nord e sud, anche in quella delle entrate ogni regione, provincia e comune ha un suo gettito fiscale, frammentato in una serie di tasse e balzelli che spesso si sovrappongono fra loro.
Anche qui Tremonti desidera metterci le mani, costringendo i sindaci a riorganizzare le proprie entrate e riassumerle in poche tasse ‘tematiche’ come per esempio quella sugli immobili che accorperebbe le diverse imposte sulla casa. Dovrebbero inoltre venire unificate tutta quella serie di tributi municipali affini dagli acronimi impronunciabili, che complicano notevolmente la vita a tutte gli esercizi commerciali. Nel disporre ciò, però, non verrà esercitata alcuna imposizione dal potere centrale, poiché ogni amministrazione potrà decidere come organizzarsi indicendo anche referendum e consultazioni popolari. “Noi abbiamo 24 tributi comunali- ha spiegato il ministro dell’economia Tremonti- Sono un po’ tanti perché vuol dire 24 moduli, 24 pagamenti, 24 accertamenti e 24 margini di rischio e quindi di sanzione. Pensiamo che sia civile unificare questi tributi che si sono stratificati nel tempo. Saranno i comuni che scelgono se arrivare a uno o metterne due, tre, quattro”.
Fin qui nulla da eccepire, visto che spesso è proprio questo labirinto burocratico a scoraggiare le attività imprenditoriali, soprattutto se nuove e pertanto più fragili. Il problema è che anche questa mossa, seppur necessaria, è concepita come un ulteriore passo verso il federalismo fiscale.
Il concetto di rendere completamente autonome sia per le entrate che per le uscite ogni regione e quindi a cascata, a secondo le competenze, anche gli altri enti locali rischia di trasformarsi così in un’arma a doppio taglio. Se da una parte infatti verranno espletati tutti quei controlli di cui necessita l’Italia da anni, dall’altra l’eccessiva autonomia non fa altro che accentuare il divario fra i territori, infiammando una nuova “questione meridionale”. A causa dei numerosi disservizi, i costi maggiori, infatti sono sostenuti proprio dalle regioni meridionali, che di conseguenza necessitano maggiormente del sostegno statale. Tuttavia se può non sembrare giusto che per esempio il Veneto dalle sue tasse rinunci all’introito di 3 miliardi per compensare il disavanzo economico per esempio della Sicilia, non è nemmeno corretto abbandonare a se stesse proprio le regioni più deboli che per anni hanno fatto arricchire l’intera penisola. La storica carenza nel meridione di investimenti e infrastrutture aggrava ulteriormente la situazione, e mentre i decreti attuativi sul federalismo vengono proposti dal governo in modo serrato, vengono relegate all’ultimo posto proprio quelle iniziative che darebbero un po’ di respiro alle regioni maggiormente in difficoltà. Fra queste vi sono la tanto annunciata, dallo stesso Tremonti, Banca Meridionale che dovrebbe supplire alla scarsità di investimenti al sud e l’ideazione di un fondo compensativo per colmare il divario fra gli enti locali. Progetti ancora nebulosi e incerti, che evidentemente non interessano nessuno, eccetto che ai diversi milioni di abitanti delle regioni meridionali.

Fonte:Rinascita

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