domenica 1 agosto 2010

Ma così si uccide la pecora del Sud


di Lino Patruno

Per il ministro Tremonti è molto semplice. Se i Comuni del Sud non ce la fanno, aumentino le tasse. Ma a furia di tosarla, la pecora muore. Già oggi che non c’è ancora il federalismo fiscale del «ciascuno si tiene i suoi soldi e fa da sé», le tasse locali al Sud sono aumentate più che al Nord. Venti per cento. Complice soprattutto l’Ici, la tassa sulla casa, la cui abolizione ha inguaiato i sindaci sudisti. Come pure il «patto di stabilità», spese proibite anche se la cassa te lo consente.
Il Nord l’ha risolta spendendo meno per gli investimenti, cioè le spese eccezionali, non quelle per far andare avanti la baracca, a cominciare dalla spesa sociale per chi ha più bisogno. Il Sud, per non lasciare in mezzo a una strada chi non arriva alla fine del mese, ha invece dovuto alzare le tasse e le tariffe. E partendo da redditi meno sostanziosi di quelli del Nord, quindi danno maggiore ed entrate minori.
Figuriamoci col federalismo. Quando cioè, ammettono anche i meno teneri verso il Sud, arrivando meno soldi dallo Stato il rischio di un’esplosione delle tasse locali non sarà solo un rischio. Dice: allora il Sud dovrà imparare a spendere meno, ad avere più responsabilità perché la pacchia è finita. E se gli amministratori non l’avranno, gli elettori li manderanno a casa. Tutto perfetto. Come dire a un padre di famiglia con due figli a carico e mille euro al mese, se spendi bene ti vai a fare pure le vacanze ai Caraibi. Quello magari esce di testa e fa un casino, eppure sembrava una persona per bene.
E poi, è vero, di sindaci e presidenti sciagurati al Sud ne abbiamo avuti e ne abbiamo, basta andare a vedere consulenze, feste e gemellaggi vari. Per non parlare dei banditi della sanità. I critici, anche meridionali, hanno ragione. Ma al Sud c’è meno lavoro, più gente che non riesce a pagarsi il medico, una famiglia su tre è povera, in vent’anni ne sono emigrati due milioni e mezzo, soprattutto giovani. Ed è un po’ più complicato ogni giorno dover mettere pezze di qua e di là, sentire gridare sotto il Comune «come dobbiamo fare». Fino al punto che rischiano di essere eroi, non cacciati ma rieletti, proprio i sindaci e i presidenti più sciagurati, quelli che più spendono e più tassano. E poi si vede.
Ma la smettano i professorini della Lega Nord di pontificare che quando ogni Regione sarà responsabile a casa propria, anche il Sud andrà meglio. Biascicato dall’alto di un reddito di circa il 40 per cento in più: i contadini dicevano che il ricco non capirà mai il povero. E la smetta il presidente Formigoni di ripetere una cosa vera, che oggi ogni lombardo passa alle altre Regioni 368 euro all’anno e si è stancato, specie se poi si sprecano e il Sud resta sempre Sud. Perché Formigoni, cui non dovrebbero mancare carità cristiana e correttezza, dovrebbe aggiungere che quei 368 euro gli ritornano, e con gli interessi, come spesa dello Stato, cioè con soldi anche meridionali.
È stato il recente rapporto Svimez (Associazione sviluppo Mezzogiorno) a far sapere che, dal 2001 al 2009, la spesa dello Stato al Sud è scesa dal 41 al 34 per cento. E tutti sanno che non ha mai raggiunto quel 45 per cento fissato da vari governi, e non per fare rivoluzioni ma per fare giustizia al Sud. E tutti sanno, fingendo di non saperlo, quanto il Nord ricava dal Sud come mercato dei suoi prodotti, come incentivi per le sue imprese, come commesse di lavori pubblici. Incassando al Nord le tasse anche per le attività svolte al Sud.
Tutti sanno quanto il Nord incassa come valore dei laureati meridionali che vi salgono: 18 mila nel 2009. Non solo classe dirigente (rieccola) che il Sud perde, ma anche danno economico colossale: se ogni laureato costa 100 mila euro (dati Ocse), ogni anno il Sud regala al Nord un investimento di due miliardi di euro.
Anzi, a volersi amaramente divertire, calcolando che il 17 per cento almeno della popolazione del Nord è meridionale, e valutando gli uomini come si fa con gli animali da lavoro, il meridionalista Manlio Rossi-Doria stabilì che ogni emigrato sia costato a chi lo ha «allevato» da 5 a 8 milioni di vecchie lire. La moltiplicazione arriva a 20-30 mila miliardi di lire ceduti al Nord, il doppio di quanto lo Stato ha speso nel Mezzogiorno dal 1950 in poi. Per non calcolare quanto quegli emigrati siano stati la fortuna del Nord. Il «miracolo economico».
Siccome Tremonti ha anche i giorni buoni, ha poi detto che col federalismo fiscale «saremo prudenti, non abbiamo la minima intenzione di rischiare». Figuriamoci il Sud. E il presidente Napolitano ha aggiunto che ci vuole un «cambio di strategia» per lo sviluppo del Sud. Non politiche speciali quando la piazza ribolle, ma governi che vedano con onestà le cifre del Sud e dicano: le abbiamo anche volute noi, non è giusto lasciarle così, altro che ciascuno si tenga il suo. Se questo è meridionalismo piagnone, Bossi è un lord inglese. Improbabile.

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di Lino Patruno

Per il ministro Tremonti è molto semplice. Se i Comuni del Sud non ce la fanno, aumentino le tasse. Ma a furia di tosarla, la pecora muore. Già oggi che non c’è ancora il federalismo fiscale del «ciascuno si tiene i suoi soldi e fa da sé», le tasse locali al Sud sono aumentate più che al Nord. Venti per cento. Complice soprattutto l’Ici, la tassa sulla casa, la cui abolizione ha inguaiato i sindaci sudisti. Come pure il «patto di stabilità», spese proibite anche se la cassa te lo consente.
Il Nord l’ha risolta spendendo meno per gli investimenti, cioè le spese eccezionali, non quelle per far andare avanti la baracca, a cominciare dalla spesa sociale per chi ha più bisogno. Il Sud, per non lasciare in mezzo a una strada chi non arriva alla fine del mese, ha invece dovuto alzare le tasse e le tariffe. E partendo da redditi meno sostanziosi di quelli del Nord, quindi danno maggiore ed entrate minori.
Figuriamoci col federalismo. Quando cioè, ammettono anche i meno teneri verso il Sud, arrivando meno soldi dallo Stato il rischio di un’esplosione delle tasse locali non sarà solo un rischio. Dice: allora il Sud dovrà imparare a spendere meno, ad avere più responsabilità perché la pacchia è finita. E se gli amministratori non l’avranno, gli elettori li manderanno a casa. Tutto perfetto. Come dire a un padre di famiglia con due figli a carico e mille euro al mese, se spendi bene ti vai a fare pure le vacanze ai Caraibi. Quello magari esce di testa e fa un casino, eppure sembrava una persona per bene.
E poi, è vero, di sindaci e presidenti sciagurati al Sud ne abbiamo avuti e ne abbiamo, basta andare a vedere consulenze, feste e gemellaggi vari. Per non parlare dei banditi della sanità. I critici, anche meridionali, hanno ragione. Ma al Sud c’è meno lavoro, più gente che non riesce a pagarsi il medico, una famiglia su tre è povera, in vent’anni ne sono emigrati due milioni e mezzo, soprattutto giovani. Ed è un po’ più complicato ogni giorno dover mettere pezze di qua e di là, sentire gridare sotto il Comune «come dobbiamo fare». Fino al punto che rischiano di essere eroi, non cacciati ma rieletti, proprio i sindaci e i presidenti più sciagurati, quelli che più spendono e più tassano. E poi si vede.
Ma la smettano i professorini della Lega Nord di pontificare che quando ogni Regione sarà responsabile a casa propria, anche il Sud andrà meglio. Biascicato dall’alto di un reddito di circa il 40 per cento in più: i contadini dicevano che il ricco non capirà mai il povero. E la smetta il presidente Formigoni di ripetere una cosa vera, che oggi ogni lombardo passa alle altre Regioni 368 euro all’anno e si è stancato, specie se poi si sprecano e il Sud resta sempre Sud. Perché Formigoni, cui non dovrebbero mancare carità cristiana e correttezza, dovrebbe aggiungere che quei 368 euro gli ritornano, e con gli interessi, come spesa dello Stato, cioè con soldi anche meridionali.
È stato il recente rapporto Svimez (Associazione sviluppo Mezzogiorno) a far sapere che, dal 2001 al 2009, la spesa dello Stato al Sud è scesa dal 41 al 34 per cento. E tutti sanno che non ha mai raggiunto quel 45 per cento fissato da vari governi, e non per fare rivoluzioni ma per fare giustizia al Sud. E tutti sanno, fingendo di non saperlo, quanto il Nord ricava dal Sud come mercato dei suoi prodotti, come incentivi per le sue imprese, come commesse di lavori pubblici. Incassando al Nord le tasse anche per le attività svolte al Sud.
Tutti sanno quanto il Nord incassa come valore dei laureati meridionali che vi salgono: 18 mila nel 2009. Non solo classe dirigente (rieccola) che il Sud perde, ma anche danno economico colossale: se ogni laureato costa 100 mila euro (dati Ocse), ogni anno il Sud regala al Nord un investimento di due miliardi di euro.
Anzi, a volersi amaramente divertire, calcolando che il 17 per cento almeno della popolazione del Nord è meridionale, e valutando gli uomini come si fa con gli animali da lavoro, il meridionalista Manlio Rossi-Doria stabilì che ogni emigrato sia costato a chi lo ha «allevato» da 5 a 8 milioni di vecchie lire. La moltiplicazione arriva a 20-30 mila miliardi di lire ceduti al Nord, il doppio di quanto lo Stato ha speso nel Mezzogiorno dal 1950 in poi. Per non calcolare quanto quegli emigrati siano stati la fortuna del Nord. Il «miracolo economico».
Siccome Tremonti ha anche i giorni buoni, ha poi detto che col federalismo fiscale «saremo prudenti, non abbiamo la minima intenzione di rischiare». Figuriamoci il Sud. E il presidente Napolitano ha aggiunto che ci vuole un «cambio di strategia» per lo sviluppo del Sud. Non politiche speciali quando la piazza ribolle, ma governi che vedano con onestà le cifre del Sud e dicano: le abbiamo anche volute noi, non è giusto lasciarle così, altro che ciascuno si tenga il suo. Se questo è meridionalismo piagnone, Bossi è un lord inglese. Improbabile.

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