martedì 14 febbraio 2012

Il mito del fannullone greco

di: Victoria Stoiciu
Traduzione di Andrea De Ritis
Fonte: Presseurop

Negli ultimi anni si sono moltiplicati i cliché sugli europei del sud, accusati di aver provocato la crisi con la loro pigrizia e corruzione. Una forma di populismo neoliberista sempre più diffusa tra i "virtuosi" del nord.


Da qualche tempo stiamo assistenza alla costruzione dello stereotipo del cittadino dell'Europa meridionale pigro e irresponsabile – caratteristiche proiettate tanto sugli individui quanto sui governi italiano, greco e spagnolo. Questi vizi nazionali sarebbero all'origine della crisi che ha travolto l'insieme della costruzione europea. Video di greci pigri circolano numerosi su YouTube e quando si cerca di spiegare le origini della crisi della zona euro l'immagine del cittadino dell'Europa meridionale sdraiato al sole è diventata una sorta di automatismo cerebrale.

Prendiamo i greci. I dati dell'Ocse mostrano chiaramente che i greci lavorano in media più ore all'anno (2.109) degli altri europei: i tedeschi per esempio lavorano 1.419 ore. Si può ovviamente obiettare che le ore lavorate non significano lavoro effettivo, che si può rimanere 12 ore sul luogo di lavoro e passarne la metà a cercare ricette esotiche su internet. Questo porta ad analizzare la produttività del lavoro, concetto più complicato da calcolare perché dipende da fattori che non sono in rapporto con l'assiduità (il livello tecnologico, la qualità dell'organizzazione produttiva e così via).

Un'altra ossessione è quella dell'età pensionabile dei greci. I dati di Eurostat mostrano che i greci vanno in pensione in media a 61,7 anni, un'età più alta che in Germania e in Francia. Certo i funzionari greci possono andare in pensione dopo 17,5 anni di lavoro con metà del loro stipendio, ma questo è solo una parte del problema. Anche la voce secondo cui il settore pubblico greco è troppo sviluppato è smentita dai fatti. Secondo i rapporti dell'Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro), in Grecia i funzionari pubblici rappresentano il 22,3 per cento del totale degli attivi, mentre in Francia questa percentuale è del 30 per cento, del 27 nei Paesi Bassi e del 20 nel Regno Unito.

In un articolo recente il blogger Costi Rogozanu attirava l'attenzione sulla demonizzazione del populismo economico – etichetta affibbiata a qualunque forma di opposizione alle politiche neoliberiste – mentre al contrario l'immagine del populismo nazionalista è sempre più valorizzata.

Ma anche se può sembrare strano, esiste una forma di populismo economico neoliberista. Con la sua contrapposizione di masse virtuose a una minoranza incapace, il discorso neoliberista europeo è una forma di populismo. Questo discorso istiga all'odio economico nei confronti delle "élite" statali, dei "privilegiati" del sistema assistenziale sociale, dei greci e degli italiani ricchi, ai quali contrappone la grande massa dei contribuenti tedeschi, laboriosi e austeri. Il populismo economico neoliberista identifica fra i cittadini alcuni segmenti sociali che demonizza e nei confronti dei quali cerca di convogliare la rabbia delle masse, per evitare che si pongano la questione della legittimità popolare delle sue dure politiche economiche.

Se il populismo economico utilizza come materia prima l'avversione quasi naturale fra ricchi e poveri, il populismo economico neoliberista è più perverso: fa ricorso alle tendenze e alle inclinazioni umane, che strumentalizza a seconda delle esigenze dettate dalle regole di mercato. Di solito qualunque persona priva di mezzi suscita la compassione degli altri, ma il populismo economico neoliberista riesce a eliminare questo sentimento facendo emergere un insieme di rabbia e rivolta che si può riassumere in un ordine: vai a lavorare!

Colpa delle pecore

La procedura è molto semplice: l'associazione della povertà con l'assenza di merito. E come il populismo economico anti-liberista afferma che lo speculatore di Wall Street o il banchiere non meritano stipendi astronomici perché sono dei parassiti sociali, così il populismo neoliberista sostiene che il povero e il pensionato commettono un abuso quando vivono con il denaro di chi lavora.

Le critiche populistiche e le numerose speculazioni sui pigri colpevoli della crisi ricordano la situazione dell'Inghilterra all'inizio del diciannovesimo secolo. All'alba dell'era industriale l'affermazione del capitalismo aveva portato a un'esplosione del pauperismo, di cui si cercava di capire "l'origine". Tra le cause identificate si era parlato della comparsa di un nuovo tipo pecora, del numero troppo alto di cani o del consumo eccessivo di tè. Ma la vera ragione – la disoccupazione invisibile e i cambiamenti portati dal capitalismo industriale – era sfuggita all'attenzione di tutti gli osservatori dell'epoca.

Forse tra un secolo le speculazioni contemporanee sulla pigrizia degli europei meridionali sembreranno altrettanto futili e si dimostreranno per quello che sono: un'ondata di idee confuse che nasconde i vortici minacciosi dell'oceano della storia.

di: Victoria Stoiciu
Traduzione di Andrea De Ritis

Fonte: Presseurop


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di: Victoria Stoiciu
Traduzione di Andrea De Ritis
Fonte: Presseurop

Negli ultimi anni si sono moltiplicati i cliché sugli europei del sud, accusati di aver provocato la crisi con la loro pigrizia e corruzione. Una forma di populismo neoliberista sempre più diffusa tra i "virtuosi" del nord.


Da qualche tempo stiamo assistenza alla costruzione dello stereotipo del cittadino dell'Europa meridionale pigro e irresponsabile – caratteristiche proiettate tanto sugli individui quanto sui governi italiano, greco e spagnolo. Questi vizi nazionali sarebbero all'origine della crisi che ha travolto l'insieme della costruzione europea. Video di greci pigri circolano numerosi su YouTube e quando si cerca di spiegare le origini della crisi della zona euro l'immagine del cittadino dell'Europa meridionale sdraiato al sole è diventata una sorta di automatismo cerebrale.

Prendiamo i greci. I dati dell'Ocse mostrano chiaramente che i greci lavorano in media più ore all'anno (2.109) degli altri europei: i tedeschi per esempio lavorano 1.419 ore. Si può ovviamente obiettare che le ore lavorate non significano lavoro effettivo, che si può rimanere 12 ore sul luogo di lavoro e passarne la metà a cercare ricette esotiche su internet. Questo porta ad analizzare la produttività del lavoro, concetto più complicato da calcolare perché dipende da fattori che non sono in rapporto con l'assiduità (il livello tecnologico, la qualità dell'organizzazione produttiva e così via).

Un'altra ossessione è quella dell'età pensionabile dei greci. I dati di Eurostat mostrano che i greci vanno in pensione in media a 61,7 anni, un'età più alta che in Germania e in Francia. Certo i funzionari greci possono andare in pensione dopo 17,5 anni di lavoro con metà del loro stipendio, ma questo è solo una parte del problema. Anche la voce secondo cui il settore pubblico greco è troppo sviluppato è smentita dai fatti. Secondo i rapporti dell'Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro), in Grecia i funzionari pubblici rappresentano il 22,3 per cento del totale degli attivi, mentre in Francia questa percentuale è del 30 per cento, del 27 nei Paesi Bassi e del 20 nel Regno Unito.

In un articolo recente il blogger Costi Rogozanu attirava l'attenzione sulla demonizzazione del populismo economico – etichetta affibbiata a qualunque forma di opposizione alle politiche neoliberiste – mentre al contrario l'immagine del populismo nazionalista è sempre più valorizzata.

Ma anche se può sembrare strano, esiste una forma di populismo economico neoliberista. Con la sua contrapposizione di masse virtuose a una minoranza incapace, il discorso neoliberista europeo è una forma di populismo. Questo discorso istiga all'odio economico nei confronti delle "élite" statali, dei "privilegiati" del sistema assistenziale sociale, dei greci e degli italiani ricchi, ai quali contrappone la grande massa dei contribuenti tedeschi, laboriosi e austeri. Il populismo economico neoliberista identifica fra i cittadini alcuni segmenti sociali che demonizza e nei confronti dei quali cerca di convogliare la rabbia delle masse, per evitare che si pongano la questione della legittimità popolare delle sue dure politiche economiche.

Se il populismo economico utilizza come materia prima l'avversione quasi naturale fra ricchi e poveri, il populismo economico neoliberista è più perverso: fa ricorso alle tendenze e alle inclinazioni umane, che strumentalizza a seconda delle esigenze dettate dalle regole di mercato. Di solito qualunque persona priva di mezzi suscita la compassione degli altri, ma il populismo economico neoliberista riesce a eliminare questo sentimento facendo emergere un insieme di rabbia e rivolta che si può riassumere in un ordine: vai a lavorare!

Colpa delle pecore

La procedura è molto semplice: l'associazione della povertà con l'assenza di merito. E come il populismo economico anti-liberista afferma che lo speculatore di Wall Street o il banchiere non meritano stipendi astronomici perché sono dei parassiti sociali, così il populismo neoliberista sostiene che il povero e il pensionato commettono un abuso quando vivono con il denaro di chi lavora.

Le critiche populistiche e le numerose speculazioni sui pigri colpevoli della crisi ricordano la situazione dell'Inghilterra all'inizio del diciannovesimo secolo. All'alba dell'era industriale l'affermazione del capitalismo aveva portato a un'esplosione del pauperismo, di cui si cercava di capire "l'origine". Tra le cause identificate si era parlato della comparsa di un nuovo tipo pecora, del numero troppo alto di cani o del consumo eccessivo di tè. Ma la vera ragione – la disoccupazione invisibile e i cambiamenti portati dal capitalismo industriale – era sfuggita all'attenzione di tutti gli osservatori dell'epoca.

Forse tra un secolo le speculazioni contemporanee sulla pigrizia degli europei meridionali sembreranno altrettanto futili e si dimostreranno per quello che sono: un'ondata di idee confuse che nasconde i vortici minacciosi dell'oceano della storia.

di: Victoria Stoiciu
Traduzione di Andrea De Ritis

Fonte: Presseurop


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lunedì 13 febbraio 2012

LA GRECIA CROLLA E CI TRAVOLGE

Loretta Napoleoni

di Loretta Napoleoni - 13 febbraio 2012

Fonte: Cadoinpiedi

L'uscita dall'euro della nazione ellenica scatenerà un effetto domino pericolosissimo. Verremo travolti, ma verrà travolta soprattutto la Bce che si ritrova in portafoglio una grossissima quantità di titoli emessi da banche di Stati che praticamente sono falliti


La Grecia è in fiamme dopo l'approvazione del piano di austerity che impone misure pesantissime per la popolazione. Il nostro blog segue già da tempo la situazione greca. Come commenti i fatti che stanno succedendo?

"Come avevamo predetto un anno fa, la situazione in Grecia è esplosiva: il Parlamento ha votato una legislazione che impegna anche il prossimo governo al mantenimento delle politiche di austerità imposte da Bruxelles, e nelle piazze sono scoppiati violenti scontri.
E' evidente, tuttavia, che la situazione in Grecia non è legata soltanto al default imminente, ma anche alla rottura dell'accordo democratico tra Parlamento e popolazione, per cui si rischia una dissoluzione del sistema democratico che avrà conseguenze assai più serie di un default pilotato o addirittura dell'uscita dall'Euro."

Dopo l'avvento del Governo tecnico e l'approvazione della finanziaria, è opinione diffusa che l'Italia adesso sia al sicuro. E' davvero così?

"Secondo me la situazione italiana non è cambiata molto. Permane un problema enorme di crescita: se l'Italia paga un tasso di interesse tra il 5 e il 6% per il il titolo di Stato decennale, dovrà chiaramente crescere tra il 5 e il 6% per poterlo pagare, se cresce sotto di questa soglia, come sta accadendo, le previsioni sono per una crescita negativa. Si dovrà in un modo o nell'altro trovare la differenza per poter pagare il tasso di interesse, a meno che non si voglia aumentare il rapporto tra il Pil e il debito pubblico. Quale sarà la politica del Governo Monti per spingere una crescita che deve essere 'sostenuta'? La verità è checi troviamo ancora nella stessa situazione, è cambiato solo l'andamento dei mercati, ma è un fatto temporaneo. In più, se la Grecia fosse costretta ad uscire dall'Euro, noi saremmo travolti dall'effetto domino. Ritengo che questo ottimismo sia veramente prematuro."

Considerate le piazze agitate, c'è il rischio che questa crisi possa tradursi in una sconfitta della democrazia?

"Questa secondo me è una crisi potenzialmente democratica, si sta imponendo all'intera popolazione europea, dunque anche ai Paesi ricchi, di pagare per il deficit accumulato dai Paesi periferici, quindi c'è una crisi di democrazia, uno scollamento tra la classe politica e la popolazione. Il 2012 e il 2013 saranno anni elettorali in Europa: secondo me vedremo grossi cambiamenti da parte proprio dell'elettorato in Grecia, in Francia e a seguire molto probabilmente anche in Italia."

Le nuove misure proposte per il salvataggio dell'Italia avranno davvero effetti positivi o si basano ancora una volta sulla creazione di debito?

"Stiamo continuando a costruire un castello di carta straccia basato sul debito. Quello che è successo da dicembre sino ad oggi in realtà è un gioco contabile da parte della Bce, la quale ha offerto una garanzia triennale sui titoli di stato e gli altri titoli a tutte le banche. In concomitanza con questa decisione, nella finanziaria italiana all'inizio di dicembre è stato introdotto un comma che garantisce la garanzia dell'Italia a tutti i titoli emessi dalle banche. Questa è una legislazione introdotta nel 2009, ma era un momento diverso, l'Italia non si trovava a un passo dal fallimento, e questo giustificava la garanzia. Il gioco funziona così: una banca italiana emette un suo titolo e con una partita di giro praticamente lo acquista, questo titolo grazie alla legislazione assume la garanzia dello Stato italiano, che chiaramente non vale nulla: sulla base di questo, però, la Bce lo acquista e quindi scambia denaro in cambio del titolo.
Assumiamo che il titolo valga 10 miliardi, la banca riceve 10 miliardi dalla Bce, il costo è dello 0,50%, quindi mezzo punto percentuale che viene pagato allo Stato italiano, il tasso imposto dalla Bce al prestito è dell'1%. Con questi 10 miliardi la banca italiana compra Btp o buoni del tesoro italiani, per esempio il decennale che a dicembre oscillava tra il 6,50 e il 7% e garantiva un buon margine di guadagno, e lo stesso avviene oggi, sebbene il tasso di interesse sia diminuito. Ciò significa che la Bce sostiene il debito pubblico italiano e anche quello spagnolo perché la stessa cosa viene fatta con la Spagna, attraverso l'intermediazione delle banche, che producono al loro interno dei titoli che praticamente non valgono nulla. Si sta creando un castello di carta di debito."

Quali saranno le conseguenze del default della Grecia?

"Quando la Grecia crollerà e dovrà uscire dall'Euro, l'impatto sull'Italia sarà tremendo: le banche italiane si troveranno in una situazione di crisi e potrebbero fallire, portando nel baratro anche lo Stato italiano. Ma, soprattutto, potrebbe fallire la Bce, che si ritrova in portafoglio una grossissima quantità di titoli emessi da banche italiane, spagnole e altre banche europee della periferia, con garanzia di Stati che praticamente sono falliti. Questo gioco può funzionare nel brevissimo periodo, 3 mesi, 6 mesi, anche un anno, purché ci sia dietro una politica di crescita economica tale da far rientrare questa creazione di debito dal nulla. Ci troviamo in una situazione molto seria."


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Loretta Napoleoni

di Loretta Napoleoni - 13 febbraio 2012

Fonte: Cadoinpiedi

L'uscita dall'euro della nazione ellenica scatenerà un effetto domino pericolosissimo. Verremo travolti, ma verrà travolta soprattutto la Bce che si ritrova in portafoglio una grossissima quantità di titoli emessi da banche di Stati che praticamente sono falliti


La Grecia è in fiamme dopo l'approvazione del piano di austerity che impone misure pesantissime per la popolazione. Il nostro blog segue già da tempo la situazione greca. Come commenti i fatti che stanno succedendo?

"Come avevamo predetto un anno fa, la situazione in Grecia è esplosiva: il Parlamento ha votato una legislazione che impegna anche il prossimo governo al mantenimento delle politiche di austerità imposte da Bruxelles, e nelle piazze sono scoppiati violenti scontri.
E' evidente, tuttavia, che la situazione in Grecia non è legata soltanto al default imminente, ma anche alla rottura dell'accordo democratico tra Parlamento e popolazione, per cui si rischia una dissoluzione del sistema democratico che avrà conseguenze assai più serie di un default pilotato o addirittura dell'uscita dall'Euro."

Dopo l'avvento del Governo tecnico e l'approvazione della finanziaria, è opinione diffusa che l'Italia adesso sia al sicuro. E' davvero così?

"Secondo me la situazione italiana non è cambiata molto. Permane un problema enorme di crescita: se l'Italia paga un tasso di interesse tra il 5 e il 6% per il il titolo di Stato decennale, dovrà chiaramente crescere tra il 5 e il 6% per poterlo pagare, se cresce sotto di questa soglia, come sta accadendo, le previsioni sono per una crescita negativa. Si dovrà in un modo o nell'altro trovare la differenza per poter pagare il tasso di interesse, a meno che non si voglia aumentare il rapporto tra il Pil e il debito pubblico. Quale sarà la politica del Governo Monti per spingere una crescita che deve essere 'sostenuta'? La verità è checi troviamo ancora nella stessa situazione, è cambiato solo l'andamento dei mercati, ma è un fatto temporaneo. In più, se la Grecia fosse costretta ad uscire dall'Euro, noi saremmo travolti dall'effetto domino. Ritengo che questo ottimismo sia veramente prematuro."

Considerate le piazze agitate, c'è il rischio che questa crisi possa tradursi in una sconfitta della democrazia?

"Questa secondo me è una crisi potenzialmente democratica, si sta imponendo all'intera popolazione europea, dunque anche ai Paesi ricchi, di pagare per il deficit accumulato dai Paesi periferici, quindi c'è una crisi di democrazia, uno scollamento tra la classe politica e la popolazione. Il 2012 e il 2013 saranno anni elettorali in Europa: secondo me vedremo grossi cambiamenti da parte proprio dell'elettorato in Grecia, in Francia e a seguire molto probabilmente anche in Italia."

Le nuove misure proposte per il salvataggio dell'Italia avranno davvero effetti positivi o si basano ancora una volta sulla creazione di debito?

"Stiamo continuando a costruire un castello di carta straccia basato sul debito. Quello che è successo da dicembre sino ad oggi in realtà è un gioco contabile da parte della Bce, la quale ha offerto una garanzia triennale sui titoli di stato e gli altri titoli a tutte le banche. In concomitanza con questa decisione, nella finanziaria italiana all'inizio di dicembre è stato introdotto un comma che garantisce la garanzia dell'Italia a tutti i titoli emessi dalle banche. Questa è una legislazione introdotta nel 2009, ma era un momento diverso, l'Italia non si trovava a un passo dal fallimento, e questo giustificava la garanzia. Il gioco funziona così: una banca italiana emette un suo titolo e con una partita di giro praticamente lo acquista, questo titolo grazie alla legislazione assume la garanzia dello Stato italiano, che chiaramente non vale nulla: sulla base di questo, però, la Bce lo acquista e quindi scambia denaro in cambio del titolo.
Assumiamo che il titolo valga 10 miliardi, la banca riceve 10 miliardi dalla Bce, il costo è dello 0,50%, quindi mezzo punto percentuale che viene pagato allo Stato italiano, il tasso imposto dalla Bce al prestito è dell'1%. Con questi 10 miliardi la banca italiana compra Btp o buoni del tesoro italiani, per esempio il decennale che a dicembre oscillava tra il 6,50 e il 7% e garantiva un buon margine di guadagno, e lo stesso avviene oggi, sebbene il tasso di interesse sia diminuito. Ciò significa che la Bce sostiene il debito pubblico italiano e anche quello spagnolo perché la stessa cosa viene fatta con la Spagna, attraverso l'intermediazione delle banche, che producono al loro interno dei titoli che praticamente non valgono nulla. Si sta creando un castello di carta di debito."

Quali saranno le conseguenze del default della Grecia?

"Quando la Grecia crollerà e dovrà uscire dall'Euro, l'impatto sull'Italia sarà tremendo: le banche italiane si troveranno in una situazione di crisi e potrebbero fallire, portando nel baratro anche lo Stato italiano. Ma, soprattutto, potrebbe fallire la Bce, che si ritrova in portafoglio una grossissima quantità di titoli emessi da banche italiane, spagnole e altre banche europee della periferia, con garanzia di Stati che praticamente sono falliti. Questo gioco può funzionare nel brevissimo periodo, 3 mesi, 6 mesi, anche un anno, purché ci sia dietro una politica di crescita economica tale da far rientrare questa creazione di debito dal nulla. Ci troviamo in una situazione molto seria."


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Vieni a Teatro a Roma a vedere "Terroni" con il Partito del Sud!

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13 Febbraio 1861/ 13 febbraio 2012 : Mimmo Cavallo - Tedeum Gaeta



http://www.youtube.com/watch?v=rTwlqNigMmA&feature=youtu.be

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http://www.youtube.com/watch?v=rTwlqNigMmA&feature=youtu.be

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Il brigante Crocco secondo Rai Fiction


Fonte:Altrorisorgimento- Lorenzo Del Boca

A volere essere ottimisti (almeno un poco), allo sceneggiato di RaiUno sul brigante Carmine Crocco, un elemento positivo, occorre riconoscerglielo: che si parla di vicende e di circostanze che gli storici del Risorgimento hanno accuratamente nascosto, annegandole nelle pieghe della loro retorica. Il fatto di proporre una fiction sulla reazione che borghesi contadini misero in atto per opporsi all’invasione piemontese e alla costruzione di un’Italia che li escludeva a priori è già un piccolo risultato positivo. Certo, come pretendere che il copione fosse anche rispettoso della biografia personale di Crocco? Che gli episodi citati proponessero fatti davvero accaduti? E che il complesso intreccio politico (che determinò il crollo del Regno delle Due Sicilie) trovasse spiegazioni plausibili?

Troppo per gli sceneggiatori di RaiUno che – chissà, se in buona o cattiva fede – se la sono cavata inanellando una serie di scene buone per una pièce teatrale. L’amore romantico e l’amore tradito; il figlio prepotente e la figlia romanticamente devota; la fedeltà e il tradimento; la forza bruta e la forza intelligente; gli assalti con la pistola e i duelli rusticani.

Impossibile, per gli sceneggiatori di RaiUno, sfuggire ai luoghi comuni. Il Garibaldi che combatte in prima linea. Anzi “davanti a tutti”. E Francesco II – “lasagna” – che vive in un mondo idilliaco, senza coscienza di ciò che sta accadendo e senza la consapevolezza di essere arrivato al capolinea.

Ignobile che la regina di Borbone – eroina sugli spalti di Gaeta – venga trattata come una “velina” che, con il suo regno sull’orlo del precipizio, sembra preoccuparsi soltanto della foto ufficiale da scattare con il marito.

Il clima in cui matura il brigantaggio è un falso storico significativo. In quel periodo, non mancavano i fuorilegge che campavano di delitti e di furti. Ce n’erano nel Meridione, a Roma, in Veneto e a Torino. Si trattava di piccoli gruppi, a volte anche soltanto individui isolati, che tiravano a campare taglieggiando chi veniva loro a tiro.

Niente a che vedere con il “brigantaggio” post unitario che è stato una rivolta di popolo di proporzioni gigantesche: 450 bande con 150 mila uomini che, strenuamente, hanno difeso la loro terra e la loro patria.

Lo sceneggiato presenta una banda che c’era già prima dell’impresa dei Mille e li descrivono come inconsapevoli di ciò che stava accadendo, interessati soltanto ai forzieri da derubare.

Che si trattasse di partigiani – sì…! partigiani – che non accettavano l’invasione e gli invasori… che volevano la libertà ma non quella imposta da Torino… e che credevano di poter decidere del proprio futuro e della propria terra…questo, gli storici fanno proprio fatica a comprenderlo (e infatti non c’è verso di farglielo comprendere). Opportunamente, nell’ultimo fotogramma dello sceneggiato un’avvertenza: che si tratta di un lavoro, frutto di fantasia, “liberamente ispirato da vicende storicamente accadute”. Come dire che la fiction è finta.

Fonte: Altrorisorgimento- Lorenzo Del Boca


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Fonte:Altrorisorgimento- Lorenzo Del Boca

A volere essere ottimisti (almeno un poco), allo sceneggiato di RaiUno sul brigante Carmine Crocco, un elemento positivo, occorre riconoscerglielo: che si parla di vicende e di circostanze che gli storici del Risorgimento hanno accuratamente nascosto, annegandole nelle pieghe della loro retorica. Il fatto di proporre una fiction sulla reazione che borghesi contadini misero in atto per opporsi all’invasione piemontese e alla costruzione di un’Italia che li escludeva a priori è già un piccolo risultato positivo. Certo, come pretendere che il copione fosse anche rispettoso della biografia personale di Crocco? Che gli episodi citati proponessero fatti davvero accaduti? E che il complesso intreccio politico (che determinò il crollo del Regno delle Due Sicilie) trovasse spiegazioni plausibili?

Troppo per gli sceneggiatori di RaiUno che – chissà, se in buona o cattiva fede – se la sono cavata inanellando una serie di scene buone per una pièce teatrale. L’amore romantico e l’amore tradito; il figlio prepotente e la figlia romanticamente devota; la fedeltà e il tradimento; la forza bruta e la forza intelligente; gli assalti con la pistola e i duelli rusticani.

Impossibile, per gli sceneggiatori di RaiUno, sfuggire ai luoghi comuni. Il Garibaldi che combatte in prima linea. Anzi “davanti a tutti”. E Francesco II – “lasagna” – che vive in un mondo idilliaco, senza coscienza di ciò che sta accadendo e senza la consapevolezza di essere arrivato al capolinea.

Ignobile che la regina di Borbone – eroina sugli spalti di Gaeta – venga trattata come una “velina” che, con il suo regno sull’orlo del precipizio, sembra preoccuparsi soltanto della foto ufficiale da scattare con il marito.

Il clima in cui matura il brigantaggio è un falso storico significativo. In quel periodo, non mancavano i fuorilegge che campavano di delitti e di furti. Ce n’erano nel Meridione, a Roma, in Veneto e a Torino. Si trattava di piccoli gruppi, a volte anche soltanto individui isolati, che tiravano a campare taglieggiando chi veniva loro a tiro.

Niente a che vedere con il “brigantaggio” post unitario che è stato una rivolta di popolo di proporzioni gigantesche: 450 bande con 150 mila uomini che, strenuamente, hanno difeso la loro terra e la loro patria.

Lo sceneggiato presenta una banda che c’era già prima dell’impresa dei Mille e li descrivono come inconsapevoli di ciò che stava accadendo, interessati soltanto ai forzieri da derubare.

Che si trattasse di partigiani – sì…! partigiani – che non accettavano l’invasione e gli invasori… che volevano la libertà ma non quella imposta da Torino… e che credevano di poter decidere del proprio futuro e della propria terra…questo, gli storici fanno proprio fatica a comprenderlo (e infatti non c’è verso di farglielo comprendere). Opportunamente, nell’ultimo fotogramma dello sceneggiato un’avvertenza: che si tratta di un lavoro, frutto di fantasia, “liberamente ispirato da vicende storicamente accadute”. Come dire che la fiction è finta.

Fonte: Altrorisorgimento- Lorenzo Del Boca


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domenica 12 febbraio 2012

Il fallimento del Gov. Monti, la Grecia e l'art. 18: l'allarme di Lidia Undiemi a Linea notte Rai 3





http://www.youtube.com/watch?v=rOMal8helx0
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http://www.youtube.com/watch?v=rOMal8helx0

I NOSTRI GIOVANI BEFFATI E BASTONATI di Lino Patruno


di LINO PATRUNO
Uno su tre dei nostri giovani è disoccupato. Anzi inoccupato, nel senso che un lavoro non l’ha mai avuto. Al Sud due su tre. Questi giovani sanno che è dura e che pagheranno una crisi provocata non da loro, ma dai loro padri. Però non hanno mai fatto uno sciopero, perché non hanno un sindacato. Qualche corteo lo fanno di tanto in tanto, ma soprattutto per i tagli alla scuola o all’università. Bisognerebbe lodarli perché vogliono studiare. E un po’ di buriana, nel senso di qualche dimostrazione in piazza, c’è stata contro il debito, e se a Roma è finita a ferro e fuoco, certo non è stata colpa loro. Dicono che perlomeno il debito che avete fatto voi (sempre i padri) cercate di non farlo pagare a noi. Non che gli Stati non debbano pagarlo, ma che non ricadano su di loro le conseguenze. Tipo: no sacrifici senza sviluppo.
Per il resto questi giovani non hanno tempo. Perché, o sono sui libri senza sapere che fine faranno. 0 mezza fine che faranno lo sanno già, perché stanno lì a mandare curriculum senza che nessuno gli risponda. Quelli del Sud sono impegnati a preparare il trolley per emigrare. Insomma, se tutte le categorie fossero come loro, la Camusso (Cgil), Bonanni (Cisl). Angeletti (Uil) potrebbero cambiare mestiere. I giovani si sono messi sulle spalle il fardello della società che gli hanno fatto trovare, magari pensano (col poeta) nessuno venga a dirci che i vent’anni sono l’età più bella della vita. E quelli che lavoricchiano, oggi lavoricchiano, domani no in attesa di un altro lavoricchio. Cioè non sono fissi ma soffrono in silenzio.
Ma il silenzio non è sufficiente per non essere sfottuti continuamente. Lasciamo stare i “bamboccioni” dello scomparso ministro Padoa Schioppa. Ma il belloccio (e privilegiatissimo) viceministro Martone gli dice che sono “sfigati” se a 28 anni non sono laureati, e non lo sono perché devono appunto lavoricchiare per pagarsene le spese. La ministra Cancellieri gli dice che non devono essere “mammoni”, nel senso che devono darsi da fare e non stare attaccati alla gonna di mamma. La ministra Fornero, tra una lacrima e l’altra, gli dice che devono imparare a rischiare. Il presidente del Consiglio, un tempo di poche parole, e ora di molte a spiovere, gli dice che il posto fisso è monotono e che se lo devono sognare.
Se i giovani avessero un sindacato o tempo per stare a rispondere, dovrebbero rispondere: ma scusate, qualcuno vi ha mai detto niente? Perché state sempre a insultarci senza che nessuno vi abbia mai pregato? C’è mai stato qualcuno di noi che sia venuto sotto uno dei vostri Palazzi a gridare, dateci il posto fisso? Più che un lavoro fisso, noi vogliamo un lavoro. E voi chiamatelo come vi pare, flessibile, interinale, cococo, cocopro, l’essenziale è che un lavoro sia. E di sicuro meno fisso di quello di tanti politici a vita.
Ma neanche gli ex riescono a tenere un po’ la lingua a posto. Come l’ex ministro Brunetta, il quale fa questo ragionamento. Siccome da una quindicina d’anni in Italia non si produce un posto di lavoro, cosa significa? Significa che non funziona il mercato del lavoro, quindi occorre riformarlo. Occorre riformarlo soprattutto con la libertà di licenziamento. Cioè, per rimediare ai posti di lavoro che non si creano, licenziamo, così si perdono anche quelli che ci sono. Non sfiora I’ex ministro, che pure è fior di economista, l’idea che i posti di lavoro non si creano perché non c’è crescita, non perché non funziona il mercato del lavoro. E sulla crescita che non c’è, egli coi suoi governi (non meno degli altri) dovrebbe dare spiegazioni.
Insomma la sensazione penosa è che si voglia criminalizzare una generazione già a rischio di essere cancellata dalla vita, di non poter mai diventare grande. E di questo tormentone dell’articolo 18, ne vogliamo parlare? E’ quello che consente il reintegro di che è licenziato non per giusta causa nelle aziende con più di quindici dipendenti. Allora il medesimo Monti dice: nessuno investe in Italia sapendo che c’è. Ma qualcuno crede davvero che un’azienda non cresca per non correre il rischio di non poter licenziare? E che uno non venga in Italia per lo stesso motivo? E la burocrazia che blocca, la corruzione che ruba, la giustizia civile che non decide, la criminalità che taglieggia, la politica che litiga dove li mettiamo? No, l’articolo 18.
Si licenzi solo in caso di crisi aziendale, come pare che anche i sindacati vogliano proporre. E se si vuole proteggere, come si dice, il lavoratore e non il lavoro (cioè non il suo posto fisso), gli si consenta di sopravvivere e di essere addestrato per un altro posto quando il lavoro lo perde. Ma la si finisca di far finta. La si finisca di parlare e di esasperare. La si finisca di ingannare i giovani. I quali non solo si sono trovati una situazione senza allegria, ma si sono trovati anche padri senza decenza.


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di LINO PATRUNO
Uno su tre dei nostri giovani è disoccupato. Anzi inoccupato, nel senso che un lavoro non l’ha mai avuto. Al Sud due su tre. Questi giovani sanno che è dura e che pagheranno una crisi provocata non da loro, ma dai loro padri. Però non hanno mai fatto uno sciopero, perché non hanno un sindacato. Qualche corteo lo fanno di tanto in tanto, ma soprattutto per i tagli alla scuola o all’università. Bisognerebbe lodarli perché vogliono studiare. E un po’ di buriana, nel senso di qualche dimostrazione in piazza, c’è stata contro il debito, e se a Roma è finita a ferro e fuoco, certo non è stata colpa loro. Dicono che perlomeno il debito che avete fatto voi (sempre i padri) cercate di non farlo pagare a noi. Non che gli Stati non debbano pagarlo, ma che non ricadano su di loro le conseguenze. Tipo: no sacrifici senza sviluppo.
Per il resto questi giovani non hanno tempo. Perché, o sono sui libri senza sapere che fine faranno. 0 mezza fine che faranno lo sanno già, perché stanno lì a mandare curriculum senza che nessuno gli risponda. Quelli del Sud sono impegnati a preparare il trolley per emigrare. Insomma, se tutte le categorie fossero come loro, la Camusso (Cgil), Bonanni (Cisl). Angeletti (Uil) potrebbero cambiare mestiere. I giovani si sono messi sulle spalle il fardello della società che gli hanno fatto trovare, magari pensano (col poeta) nessuno venga a dirci che i vent’anni sono l’età più bella della vita. E quelli che lavoricchiano, oggi lavoricchiano, domani no in attesa di un altro lavoricchio. Cioè non sono fissi ma soffrono in silenzio.
Ma il silenzio non è sufficiente per non essere sfottuti continuamente. Lasciamo stare i “bamboccioni” dello scomparso ministro Padoa Schioppa. Ma il belloccio (e privilegiatissimo) viceministro Martone gli dice che sono “sfigati” se a 28 anni non sono laureati, e non lo sono perché devono appunto lavoricchiare per pagarsene le spese. La ministra Cancellieri gli dice che non devono essere “mammoni”, nel senso che devono darsi da fare e non stare attaccati alla gonna di mamma. La ministra Fornero, tra una lacrima e l’altra, gli dice che devono imparare a rischiare. Il presidente del Consiglio, un tempo di poche parole, e ora di molte a spiovere, gli dice che il posto fisso è monotono e che se lo devono sognare.
Se i giovani avessero un sindacato o tempo per stare a rispondere, dovrebbero rispondere: ma scusate, qualcuno vi ha mai detto niente? Perché state sempre a insultarci senza che nessuno vi abbia mai pregato? C’è mai stato qualcuno di noi che sia venuto sotto uno dei vostri Palazzi a gridare, dateci il posto fisso? Più che un lavoro fisso, noi vogliamo un lavoro. E voi chiamatelo come vi pare, flessibile, interinale, cococo, cocopro, l’essenziale è che un lavoro sia. E di sicuro meno fisso di quello di tanti politici a vita.
Ma neanche gli ex riescono a tenere un po’ la lingua a posto. Come l’ex ministro Brunetta, il quale fa questo ragionamento. Siccome da una quindicina d’anni in Italia non si produce un posto di lavoro, cosa significa? Significa che non funziona il mercato del lavoro, quindi occorre riformarlo. Occorre riformarlo soprattutto con la libertà di licenziamento. Cioè, per rimediare ai posti di lavoro che non si creano, licenziamo, così si perdono anche quelli che ci sono. Non sfiora I’ex ministro, che pure è fior di economista, l’idea che i posti di lavoro non si creano perché non c’è crescita, non perché non funziona il mercato del lavoro. E sulla crescita che non c’è, egli coi suoi governi (non meno degli altri) dovrebbe dare spiegazioni.
Insomma la sensazione penosa è che si voglia criminalizzare una generazione già a rischio di essere cancellata dalla vita, di non poter mai diventare grande. E di questo tormentone dell’articolo 18, ne vogliamo parlare? E’ quello che consente il reintegro di che è licenziato non per giusta causa nelle aziende con più di quindici dipendenti. Allora il medesimo Monti dice: nessuno investe in Italia sapendo che c’è. Ma qualcuno crede davvero che un’azienda non cresca per non correre il rischio di non poter licenziare? E che uno non venga in Italia per lo stesso motivo? E la burocrazia che blocca, la corruzione che ruba, la giustizia civile che non decide, la criminalità che taglieggia, la politica che litiga dove li mettiamo? No, l’articolo 18.
Si licenzi solo in caso di crisi aziendale, come pare che anche i sindacati vogliano proporre. E se si vuole proteggere, come si dice, il lavoratore e non il lavoro (cioè non il suo posto fisso), gli si consenta di sopravvivere e di essere addestrato per un altro posto quando il lavoro lo perde. Ma la si finisca di far finta. La si finisca di parlare e di esasperare. La si finisca di ingannare i giovani. I quali non solo si sono trovati una situazione senza allegria, ma si sono trovati anche padri senza decenza.


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Servizio di Btv su "Cento passi per la libertà"








La televisione catalana Btv all'interno del programma "El Plan B" ha realizzato un servizio sul documentario. "Cento passi per la libertà" sta avendo sempre più spazio e sta suscitando tanto interesse.

Fonte: http://centopassiperlaliberta.blogspot.com/

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La televisione catalana Btv all'interno del programma "El Plan B" ha realizzato un servizio sul documentario. "Cento passi per la libertà" sta avendo sempre più spazio e sta suscitando tanto interesse.

Fonte: http://centopassiperlaliberta.blogspot.com/

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Continua a crescere il PdSUD a Caserta...nuovi arrivi!

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sabato 11 febbraio 2012

Il sindaco di Napoli a Barcellona


La trasformazione delle città mediterranee: sfide urbanistiche e sociali



Il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris , parteciperà sabato 18 febbraio alla conferenza dal titolo: “La trasformazione delle città mediterranee: sfide urbanistiche e sociali”.
L’incontro organizzato da ItaliaES e dallo IED (Istituto Europeo del Design) di Barcellona prevede l’intervento del sindaco che ci parlerà dei progetti su cui sta lavorando il Comune partenopeo e si confrontarà con le domande del pubblico. Alla fine del dibattito verrà proiettato uno spezzone del documentario di Marco Rossano: Cento Passi per la libertà
Interverranno:
Alessandro Manetti, direttore dello IED di Barcellona
Luigi De Magistris, sindaco di Napoli
Marco Rossano, sociologo e regista, autore del documentario
modera:
Augusto Casciani, direttore di ItaliaES
L’incontro si terrà presso l’aula magna dello IED, Calle Biada, 11 – 08012 Barcelona(Gracia, Metro: Fontana/Lesseps),
sabato 18 febbraio 2012: open door 11.30 inizio conferenza ore 12 (finalizzazione prevista alle ore 14)
Ingresso gratuito, registrazione obbligatoria : l’accesso sarà consentito solo agli iscritti fino ad esaurimento posti.


Fonte : ItaliaES

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La trasformazione delle città mediterranee: sfide urbanistiche e sociali



Il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris , parteciperà sabato 18 febbraio alla conferenza dal titolo: “La trasformazione delle città mediterranee: sfide urbanistiche e sociali”.
L’incontro organizzato da ItaliaES e dallo IED (Istituto Europeo del Design) di Barcellona prevede l’intervento del sindaco che ci parlerà dei progetti su cui sta lavorando il Comune partenopeo e si confrontarà con le domande del pubblico. Alla fine del dibattito verrà proiettato uno spezzone del documentario di Marco Rossano: Cento Passi per la libertà
Interverranno:
Alessandro Manetti, direttore dello IED di Barcellona
Luigi De Magistris, sindaco di Napoli
Marco Rossano, sociologo e regista, autore del documentario
modera:
Augusto Casciani, direttore di ItaliaES
L’incontro si terrà presso l’aula magna dello IED, Calle Biada, 11 – 08012 Barcelona(Gracia, Metro: Fontana/Lesseps),
sabato 18 febbraio 2012: open door 11.30 inizio conferenza ore 12 (finalizzazione prevista alle ore 14)
Ingresso gratuito, registrazione obbligatoria : l’accesso sarà consentito solo agli iscritti fino ad esaurimento posti.


Fonte : ItaliaES

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A Castel Volturno un terreno confiscato ai Casalesi diventa “Oasi della Legalità

Grazie al finanziamento di oltre 2 milioni da parte del Programma, nascerà in località La Piana un impianto di trattamento dei rifiuti solidi organici.

Il terreno confiscato a Castel Volturno, in provincia di Caserta, all’esponente del clan dei Casalesi, Dante Apicella, diventerà un’Oasi della Legalità. Grazie ai finanziamenti del PON Sicurezza, l’immobile potrà ospitare un impianto di trasformazione e riutilizzo dei rifiuti solidi di natura organica.

[Castel Volturno] Il terreno – un ex azienda agricola di oltre 11mila metri quadri – si trova in località La Piana e versa oggi in condizioni di completo abbandono. Il Programma ha previsto uno stanziamento di 2,2 milioni di euro per la creazione di un impianto dove i rifiuti verranno trattati con sistemi tecnologicamente avanzati e sicuri.

A lavori ultimati si avrà un impianto per la lavorazione della frazione umida dei rifiuti solidi urbani da cui verrà ottenuta la cosiddetta frazione organica stabilizzata (F.O.S.), utilizzabile per la sistemazione di scarpate, argini, terrapieni e per lo strato finale di copertura delle discariche. Dopo la prima fase di lavorazione verrà inoltre prodotto biogas che servirà per la produzione di energia elettrica e termica. La frazione solida rimasta verrà ulteriormente trattata per ottenere il compost, un terriccio dalle elevate proprietà nutritive per le piante e ottimo concime in agricoltura. La gestione del bene sarà affidata ad una cooperativa sociale selezionata mediante procedura ad evidenza pubblica.

Così, un bene confiscato alla criminalità tornerà alla collettività e verrà utilizzato proprio in un settore – quello dei rifiuti – che rappresenta un enorme fonte di guadagno per le mafie. Un segnale di legalità, coerente con le finalità del PON Sicurezza che proprio al riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati dedica un apposito Obiettivo Operativo, il 2.5.

Fonte: http://www.sicurezzasud.it
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Grazie al finanziamento di oltre 2 milioni da parte del Programma, nascerà in località La Piana un impianto di trattamento dei rifiuti solidi organici.

Il terreno confiscato a Castel Volturno, in provincia di Caserta, all’esponente del clan dei Casalesi, Dante Apicella, diventerà un’Oasi della Legalità. Grazie ai finanziamenti del PON Sicurezza, l’immobile potrà ospitare un impianto di trasformazione e riutilizzo dei rifiuti solidi di natura organica.

[Castel Volturno] Il terreno – un ex azienda agricola di oltre 11mila metri quadri – si trova in località La Piana e versa oggi in condizioni di completo abbandono. Il Programma ha previsto uno stanziamento di 2,2 milioni di euro per la creazione di un impianto dove i rifiuti verranno trattati con sistemi tecnologicamente avanzati e sicuri.

A lavori ultimati si avrà un impianto per la lavorazione della frazione umida dei rifiuti solidi urbani da cui verrà ottenuta la cosiddetta frazione organica stabilizzata (F.O.S.), utilizzabile per la sistemazione di scarpate, argini, terrapieni e per lo strato finale di copertura delle discariche. Dopo la prima fase di lavorazione verrà inoltre prodotto biogas che servirà per la produzione di energia elettrica e termica. La frazione solida rimasta verrà ulteriormente trattata per ottenere il compost, un terriccio dalle elevate proprietà nutritive per le piante e ottimo concime in agricoltura. La gestione del bene sarà affidata ad una cooperativa sociale selezionata mediante procedura ad evidenza pubblica.

Così, un bene confiscato alla criminalità tornerà alla collettività e verrà utilizzato proprio in un settore – quello dei rifiuti – che rappresenta un enorme fonte di guadagno per le mafie. Un segnale di legalità, coerente con le finalità del PON Sicurezza che proprio al riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati dedica un apposito Obiettivo Operativo, il 2.5.

Fonte: http://www.sicurezzasud.it

Lavare le scale a 1 euro l’ora. Il miracolo/modello dell’occupazione tedesca


La riforma Schröder sui lavori a paga molto bassa funziona così bene che ora Merkel vuole mitigarne gli effetti

di Daniele Raineri
Fonte: Il Foglio

Grazie alle riforme del mercato del lavoro, la disoccupazione in Germania è al minimo degli ultimi venti anni e il miracolo economico tedesco è citato come modello per gli altri paesi europei. Una lunga corrispondenza Reuters di Sarah Marsh e Holger Hansen racconta però che le riforme hanno schiacciato verso il basso la paga minima e allargato il settore dei lavori poco pagati e temporanei, creando enormi disparità tra lavoratori. Chi pulisce pavimenti o lava i piatti prende due euro all’ora e ci sono fasce di “guadagno” peggiori, soprattutto nelle regioni che appartenevano alla Germania est: un euro l’ora e anche più giù, fino a cinquantacinque centesimi di euro l’ora. I dati dell’ufficio del lavoro mostrano che il settore a salario molto basso è cresciuto tre volte più rapidamente che le altre categorie di posti di lavoro nei cinque anni prima del 2010, spiegando perché il “miracolo occupazione” in Germania non stimola i tedeschi a spendere più che nel passato. I posti di lavoro aumentano, ma non il volume degli acquisti. “La mia compagnia mi sfrutta – dice Anja, 50 anni, a Reuters, senza dare il suo cognome per paura di essere licenziata – negli ultimi sei anni ho lavato pavimenti, sempre per due euro l’ora. Se trovassi qualcosa di meglio, me ne sarei già andata da un bel po’”. Stralsund, dove abita, è una bella cittadina sul mare, con locali e caffè tipici, ma – dice Anja – “io non ci posso entrare, non me lo posso permettere”.

Da Bruxelles i dati dell’Ufficio statistico europeo dimostrano che chi lavora in Germania è leggermente meno esposto al rischio povertà rispetto agli altri lavoratori nell’Eurozona, ma che questo rischio sta salendo: ora è al 7,2 per cento, nel 2005 era al 4,8 per cento. Per ora è più basso della media europea di povertà, 8,2 per cento, ma il numero dei lavoratori poveri è cresciuto in Germania più rapidamente che nel blocco Ue preso per intero. Per questo, mentre il resto d’Europa corre verso la deregolamentazione, il governo conservatore di Angela Merkel tenta di attutire le conseguenze di alcune riforme del lavoro portate dal predecessore Gerhard Schröder. L’anno scorso, per la prima volta, il numero degli occupati ha superato i 41 milioni e il tasso di disoccupazione, che subito dopo la riunificazione nel 1990 era del 20 per cento, ha cominciato a scendere regolarmente a partire dal 2005, fino a toccare l’attuale 6,7 per cento, contro il 23 per cento della Spagna e il 18 per cento della Grecia. In Francia il presidente Nicolas Sarkozy ha citato l’“Agenda 2010” di Schröder come modello per le riforme del lavoro, e anche in Spagna e Portogallo si prende ispirazione da lì. Tra le misure, c’è l’assenza di una soglia minima garantita di paga, che è lasciata al mercato, e la fine per i lavoratori della possibilità di scegliere tra sussidio di disoccupazione o lavoro poco pagato: oggi, anche se il lavoro rende meno del sussidio, il lavoratore deve accettarlo, l’indennità è destinata soltanto a chi proprio non trova un posto.
La presenza di una grande fascia di lavoratori da due euro l’ora compressa in fondo alla scala delle paghe era l’obiettivo di Schröder, che puntava proprio all’assorbimento dentro il mercato della grande forza lavoro poco qualificata. “Abbiamo messo in piedi uno dei migliori settori a paga bassa d’Europa”, disse al forum economico mondiale di Davos nel 2005.

I critici dicono che i “minijob” poco pagati hanno creato un mondo del lavoro spezzato in due, dove la disuguaglianza – che in Germania e nei paesi del nord Europa era tradizionalmente bassa – ora è seconda soltanto a Stati Uniti e Corea del sud (considerando i paesi avanzati). Uno su cinque posti di lavoro è uno di questi minijob che al massimo rende quattrocento euro al mese senza tasse. Per cinque milioni di lavoratori è la fonte di guadagno principale. I redditi depressi tengono anche spento il mercato domestico, che “è il tallone d’Achille dell’economia tedesca export-dipendente, per la disperazione dei paesi vicini. Se gli altri paesi facessero lo stesso, non ci sarebbe nessuno verso cui esportare”. Merkel vorrebbe reintrodurre la paga minima e il ministro del Lavoro, Ursula von der Leyen, sostiene che i lavoratori a tempo determinato dovrebbero essere pagati più di quelli a tempo indeterminato. “Il fatto che sia un governo conservatore – dice Enzo Weber dell’Istituto tedesco di ricerca sull’occupazione – spiega tutto”.

di Daniele Raineri
Fonte: Il Foglio

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La riforma Schröder sui lavori a paga molto bassa funziona così bene che ora Merkel vuole mitigarne gli effetti

di Daniele Raineri
Fonte: Il Foglio

Grazie alle riforme del mercato del lavoro, la disoccupazione in Germania è al minimo degli ultimi venti anni e il miracolo economico tedesco è citato come modello per gli altri paesi europei. Una lunga corrispondenza Reuters di Sarah Marsh e Holger Hansen racconta però che le riforme hanno schiacciato verso il basso la paga minima e allargato il settore dei lavori poco pagati e temporanei, creando enormi disparità tra lavoratori. Chi pulisce pavimenti o lava i piatti prende due euro all’ora e ci sono fasce di “guadagno” peggiori, soprattutto nelle regioni che appartenevano alla Germania est: un euro l’ora e anche più giù, fino a cinquantacinque centesimi di euro l’ora. I dati dell’ufficio del lavoro mostrano che il settore a salario molto basso è cresciuto tre volte più rapidamente che le altre categorie di posti di lavoro nei cinque anni prima del 2010, spiegando perché il “miracolo occupazione” in Germania non stimola i tedeschi a spendere più che nel passato. I posti di lavoro aumentano, ma non il volume degli acquisti. “La mia compagnia mi sfrutta – dice Anja, 50 anni, a Reuters, senza dare il suo cognome per paura di essere licenziata – negli ultimi sei anni ho lavato pavimenti, sempre per due euro l’ora. Se trovassi qualcosa di meglio, me ne sarei già andata da un bel po’”. Stralsund, dove abita, è una bella cittadina sul mare, con locali e caffè tipici, ma – dice Anja – “io non ci posso entrare, non me lo posso permettere”.

Da Bruxelles i dati dell’Ufficio statistico europeo dimostrano che chi lavora in Germania è leggermente meno esposto al rischio povertà rispetto agli altri lavoratori nell’Eurozona, ma che questo rischio sta salendo: ora è al 7,2 per cento, nel 2005 era al 4,8 per cento. Per ora è più basso della media europea di povertà, 8,2 per cento, ma il numero dei lavoratori poveri è cresciuto in Germania più rapidamente che nel blocco Ue preso per intero. Per questo, mentre il resto d’Europa corre verso la deregolamentazione, il governo conservatore di Angela Merkel tenta di attutire le conseguenze di alcune riforme del lavoro portate dal predecessore Gerhard Schröder. L’anno scorso, per la prima volta, il numero degli occupati ha superato i 41 milioni e il tasso di disoccupazione, che subito dopo la riunificazione nel 1990 era del 20 per cento, ha cominciato a scendere regolarmente a partire dal 2005, fino a toccare l’attuale 6,7 per cento, contro il 23 per cento della Spagna e il 18 per cento della Grecia. In Francia il presidente Nicolas Sarkozy ha citato l’“Agenda 2010” di Schröder come modello per le riforme del lavoro, e anche in Spagna e Portogallo si prende ispirazione da lì. Tra le misure, c’è l’assenza di una soglia minima garantita di paga, che è lasciata al mercato, e la fine per i lavoratori della possibilità di scegliere tra sussidio di disoccupazione o lavoro poco pagato: oggi, anche se il lavoro rende meno del sussidio, il lavoratore deve accettarlo, l’indennità è destinata soltanto a chi proprio non trova un posto.
La presenza di una grande fascia di lavoratori da due euro l’ora compressa in fondo alla scala delle paghe era l’obiettivo di Schröder, che puntava proprio all’assorbimento dentro il mercato della grande forza lavoro poco qualificata. “Abbiamo messo in piedi uno dei migliori settori a paga bassa d’Europa”, disse al forum economico mondiale di Davos nel 2005.

I critici dicono che i “minijob” poco pagati hanno creato un mondo del lavoro spezzato in due, dove la disuguaglianza – che in Germania e nei paesi del nord Europa era tradizionalmente bassa – ora è seconda soltanto a Stati Uniti e Corea del sud (considerando i paesi avanzati). Uno su cinque posti di lavoro è uno di questi minijob che al massimo rende quattrocento euro al mese senza tasse. Per cinque milioni di lavoratori è la fonte di guadagno principale. I redditi depressi tengono anche spento il mercato domestico, che “è il tallone d’Achille dell’economia tedesca export-dipendente, per la disperazione dei paesi vicini. Se gli altri paesi facessero lo stesso, non ci sarebbe nessuno verso cui esportare”. Merkel vorrebbe reintrodurre la paga minima e il ministro del Lavoro, Ursula von der Leyen, sostiene che i lavoratori a tempo determinato dovrebbero essere pagati più di quelli a tempo indeterminato. “Il fatto che sia un governo conservatore – dice Enzo Weber dell’Istituto tedesco di ricerca sull’occupazione – spiega tutto”.

di Daniele Raineri
Fonte: Il Foglio

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venerdì 10 febbraio 2012

Presidenziali Usa: Obama, la tattica dell’attesa

Il candidato repubblicano ed ex senatore della Pennsylvania, Rick Santorum, parla durante un comizio il 9 febbraio 2012 a Oklahoma City. (AP Photo/Eric Gay)

Anthony M. Quattrone

La tattica dell’attesa adottata dagli strateghi della campagna elettorale di Barack Obama è sempre più influenzata da due circostanze: il miglioramento dei dati dell’economia Usa in generale e della disoccupazione in particolare, e lo scontro sempre più fratricida fra i candidati repubblicani nelle primarie in corso. Obama ha raccolto un’immensa potenza di fuoco, fatta da 125 milioni di dollari, che ha ricevuto dai suoi sostenitori fino al 31 dicembre 2011, e che, fino ad oggi, non ha dovuto impegnare il modo rilevante per la sua campagna elettorale. Come nella campagna del 2008, Obama sta raccogliendo molti contributi di sostenitori che possono permettersi piccole cifre: ha raccolto settantaquattro milioni di dollari da sostenitori che hanno contribuito fino a duecento dollari a testa, e poco oltre nove milioni fra chi ha potuto contribuire fra duecento e i cinquecento dollari.

La notizia diramata dal Dipartimento del Lavoro che la disoccupazione americana è scesa, attestandosi a 8,3 percento da 8,5 del mese scorso e da 9,1 del dicembre 2010, toccando il più basso livello dal febbraio 2009, con un’aggiunta di circa 240 mila posti di lavoro, è sicuramente un dato decisivo a favore di Obama. Infatti, in coincidenza con le buone notizie che arrivano dal fronte economico, i sondaggi hanno rilevato un generale aumento del gradimento nei confronti del presidente, portandolo, in media, a 49 percento a favore e 47 contrari. Il sondaggio svolto il 4 febbraio 2012 per ABC News/Washington Post registra 50 percento di gradimento contro il 46 percento a sfavore. La tendenza dei sondaggi sembrerebbe registrare una crescita del gradimento nei confronti di Obama in correlazione con le notizie positive sulla disoccupazione. Il dato sul gradimento è indicativo perché, a differenza dell’incremento registrato a maggio 2011, dopo l’operazione che ha portato all’uccisione di Osama bin Laden, il risultato di questi giorni non è legato a fatti eccezionali, bensì alla condizione generale dell’economia. Tuttavia, lo staff del presidente rimane preoccupato per un’altra rilevazione dei sondaggi, quello riguardante l’opinione degli americani rispetto alla direzione cui sta andando il Paese: il 62 percento degli americani crede che il Paese stia andando nella direzione sbagliata, mentre solo il trenta percento pensa che il Paese sia sulla giusta strada.

In casa repubblicana, i quattro contendenti rimasti in gara continuano a darsi battaglia senza alcuna esclusione di colpi, quasi fossero iscritti a partiti diversi. Le schiaccianti vittorie dell’ex governatore del Massachusetts, Mitt Romney, in Florida il 31 gennaio 2012 e in Nevada il 4 febbraio 2012, avevano creato la sensazione che i giochi fossero fatti, dando al milionario mormone un impulso decisivo verso la nomination. Invece, il 7 febbraio 2012, l’ex senatore della Pennsylvania, Rick Santorum, ha vinto in Minnesota, Missouri, e Colorado, raccogliendo il voto della parte più conservatrice del Paese e della stessa base repubblicana, che continua a non essere convinta che Romney sia abbastanza conservatore e che questi potesse realmente rappresentare le posizioni della destra religiosa americana. In Minnesota, un altro beniamino della destra repubblicana, il deputato del Texas, Ron Paul, ispiratore del movimento “Tea Party”, è arrivato secondo, battendo anche lui Romney. L’ex presidente della Camera americana, Newt Gingrich, forte della convincente vittoria nel Sud Carolina, non è riuscito a brillare nemmeno lui con gli elettori della destra oltranzista, forse perché il suo stile di vita non è esattamente in linea con i precetti della destra religiosa. Nelle gare svolte fino ad ora, Romney potrà contare su 90 delegati, Santorum su 44, Gingrich su 32 e Paul su 13 dei .1.144 che servono per vincere la nomination durante la Convention Repubblicana il 27 agosto 2012 a Tampa, in Florida. E’ interessante notare, tuttavia, che, indipendentemente dall’assegnazione dei delegati fino ad ora, Romney ha ottenuto 40,2 percento del voto popolare, contro 30,1 per Gingrich, 15,5 per Santorum e 11 per Ron Paul.

Secondo i sondaggi, Obama è vincente contro di ognuno dei quattro candidati repubblicani. Contro Romney, Obama ha un vantaggio di 48,1 a 44,3. Contro Gingrich, Obama ha un vantaggio di 51 a 40,4. Contro Santorum, il vantaggio è di 49,8 a 41,2. E, infine, contro Ron Paul, il vantaggio è di 48,2 a 42. Gli strateghi democratici preferirebbero che Obama affrontasse a novembre uno dei candidati repubblicani più conservatori, come Santorum, Gingrich o Paul, sperando così di poter conquistare il voto indipendente e moderato, che difficilmente potrebbe concentrarsi su uno dei candidati della destra conservatrice. Mitt Romney, pertanto, rimane il candidato più temibile per Obama perché è l’unico che potrebbe attrarre il voto degli indipendenti e di quelli che nel 2008 hanno votato per Obama ma oggi non lo appoggiano più.

Se l’economia continuasse a migliorare e i dati della disoccupazione continuassero a scendere, Obama potrà proseguire nel godersi lo spettacolo dei repubblicani che si fanno la guerra, aspettando il momento più opportuno per finalmente iniziare la campagna elettorale.

Fonte: Politica americana


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Il candidato repubblicano ed ex senatore della Pennsylvania, Rick Santorum, parla durante un comizio il 9 febbraio 2012 a Oklahoma City. (AP Photo/Eric Gay)

Anthony M. Quattrone

La tattica dell’attesa adottata dagli strateghi della campagna elettorale di Barack Obama è sempre più influenzata da due circostanze: il miglioramento dei dati dell’economia Usa in generale e della disoccupazione in particolare, e lo scontro sempre più fratricida fra i candidati repubblicani nelle primarie in corso. Obama ha raccolto un’immensa potenza di fuoco, fatta da 125 milioni di dollari, che ha ricevuto dai suoi sostenitori fino al 31 dicembre 2011, e che, fino ad oggi, non ha dovuto impegnare il modo rilevante per la sua campagna elettorale. Come nella campagna del 2008, Obama sta raccogliendo molti contributi di sostenitori che possono permettersi piccole cifre: ha raccolto settantaquattro milioni di dollari da sostenitori che hanno contribuito fino a duecento dollari a testa, e poco oltre nove milioni fra chi ha potuto contribuire fra duecento e i cinquecento dollari.

La notizia diramata dal Dipartimento del Lavoro che la disoccupazione americana è scesa, attestandosi a 8,3 percento da 8,5 del mese scorso e da 9,1 del dicembre 2010, toccando il più basso livello dal febbraio 2009, con un’aggiunta di circa 240 mila posti di lavoro, è sicuramente un dato decisivo a favore di Obama. Infatti, in coincidenza con le buone notizie che arrivano dal fronte economico, i sondaggi hanno rilevato un generale aumento del gradimento nei confronti del presidente, portandolo, in media, a 49 percento a favore e 47 contrari. Il sondaggio svolto il 4 febbraio 2012 per ABC News/Washington Post registra 50 percento di gradimento contro il 46 percento a sfavore. La tendenza dei sondaggi sembrerebbe registrare una crescita del gradimento nei confronti di Obama in correlazione con le notizie positive sulla disoccupazione. Il dato sul gradimento è indicativo perché, a differenza dell’incremento registrato a maggio 2011, dopo l’operazione che ha portato all’uccisione di Osama bin Laden, il risultato di questi giorni non è legato a fatti eccezionali, bensì alla condizione generale dell’economia. Tuttavia, lo staff del presidente rimane preoccupato per un’altra rilevazione dei sondaggi, quello riguardante l’opinione degli americani rispetto alla direzione cui sta andando il Paese: il 62 percento degli americani crede che il Paese stia andando nella direzione sbagliata, mentre solo il trenta percento pensa che il Paese sia sulla giusta strada.

In casa repubblicana, i quattro contendenti rimasti in gara continuano a darsi battaglia senza alcuna esclusione di colpi, quasi fossero iscritti a partiti diversi. Le schiaccianti vittorie dell’ex governatore del Massachusetts, Mitt Romney, in Florida il 31 gennaio 2012 e in Nevada il 4 febbraio 2012, avevano creato la sensazione che i giochi fossero fatti, dando al milionario mormone un impulso decisivo verso la nomination. Invece, il 7 febbraio 2012, l’ex senatore della Pennsylvania, Rick Santorum, ha vinto in Minnesota, Missouri, e Colorado, raccogliendo il voto della parte più conservatrice del Paese e della stessa base repubblicana, che continua a non essere convinta che Romney sia abbastanza conservatore e che questi potesse realmente rappresentare le posizioni della destra religiosa americana. In Minnesota, un altro beniamino della destra repubblicana, il deputato del Texas, Ron Paul, ispiratore del movimento “Tea Party”, è arrivato secondo, battendo anche lui Romney. L’ex presidente della Camera americana, Newt Gingrich, forte della convincente vittoria nel Sud Carolina, non è riuscito a brillare nemmeno lui con gli elettori della destra oltranzista, forse perché il suo stile di vita non è esattamente in linea con i precetti della destra religiosa. Nelle gare svolte fino ad ora, Romney potrà contare su 90 delegati, Santorum su 44, Gingrich su 32 e Paul su 13 dei .1.144 che servono per vincere la nomination durante la Convention Repubblicana il 27 agosto 2012 a Tampa, in Florida. E’ interessante notare, tuttavia, che, indipendentemente dall’assegnazione dei delegati fino ad ora, Romney ha ottenuto 40,2 percento del voto popolare, contro 30,1 per Gingrich, 15,5 per Santorum e 11 per Ron Paul.

Secondo i sondaggi, Obama è vincente contro di ognuno dei quattro candidati repubblicani. Contro Romney, Obama ha un vantaggio di 48,1 a 44,3. Contro Gingrich, Obama ha un vantaggio di 51 a 40,4. Contro Santorum, il vantaggio è di 49,8 a 41,2. E, infine, contro Ron Paul, il vantaggio è di 48,2 a 42. Gli strateghi democratici preferirebbero che Obama affrontasse a novembre uno dei candidati repubblicani più conservatori, come Santorum, Gingrich o Paul, sperando così di poter conquistare il voto indipendente e moderato, che difficilmente potrebbe concentrarsi su uno dei candidati della destra conservatrice. Mitt Romney, pertanto, rimane il candidato più temibile per Obama perché è l’unico che potrebbe attrarre il voto degli indipendenti e di quelli che nel 2008 hanno votato per Obama ma oggi non lo appoggiano più.

Se l’economia continuasse a migliorare e i dati della disoccupazione continuassero a scendere, Obama potrà proseguire nel godersi lo spettacolo dei repubblicani che si fanno la guerra, aspettando il momento più opportuno per finalmente iniziare la campagna elettorale.

Fonte: Politica americana


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"…ecco dove finivano i soldi della Cassa del Mezzogiorno!" di Bruno Pappalardo

Ricevo e posto:

Nessun archivio segreto è stato scardinato, nessun pentito ha svelato macchinazioni occulte, nessun uomo dei servizi ha spifferato segreti.
È sotto gli occhi di tutti ma nessuno ha mai voluto abbassare la testa, inforcare degli occhiali spessi per la miopia e capire ciò ch’era evidente.
Osserviamo, oggi, che succede e neppure attentamente. La politica, l’imprenditoria, servizi, media e amministrazioni pubbliche e private e tant’altro, hanno imbrattato d’inchiostro putrido la faccia degli onesti attraverso i giornali irreggimentati dal potere e complici della diffusa immoralità.
Ieri si è scoperchiato il conto cassa di AN; I prestiti al PDL? Spariti 26 milioni di euro. Pare sarà impossibile ricostruire il buco e risistemare i bilancio o la cassa. Scomparsi! Han superato il Lusi, tesoriere della Margherita, che non esiste più se non proprio per i ladri. Spariti 13 milioni di euro e un’altra manciata di questi molto vicino alla prima; dal 2007, goccia dopo goccia, giungono nelle banche in Canada e in altri immobili e ville hollywoodiane; Ma a che servono tutti questi denari in sopravanzo? A mantenere l’apparato e soprattutto le Regioni e i propri assessori e consiglieri da cui pure traggono altro denaro!
Il Governatore della Lombardia,Formigoni, possiede un’amministrazione decimata daarresti e avvisi di garanzia e qualche mandato di cattura di qualcuno che risiede in Parlamento. Una montagna di denaro in buste e valigette gonfie, bussano alla porta dei suoi assessori e consiglieri. Lo chiamano il Presidentissimo e intorno a lui, si muove il cosiddetto Sistemone, un modo raffinato di corruzione. Fare dei nomi? Ma a che serve!?? Sono centinaia di migliaia in tutt’Italia e non basterebbe neppure tutta l’estensione della memoria di Facebook.
Mi riferisco a quasi tutte amministrazioni Regionali. Per esempio quella del Trentino Alto Adige? Stipendi d’oro! Hanno anche il sistema delle “porte girevoli” un assessore si dimette prendendo una buonuscita e un piccolo vitalizio e ne entra un altro tra i primi 8 non eletti. La Val D’Aosta? Quale quella della “Casta dei tutti parenti”?! IL Friuli Venezia Giulia? Quella che ha blindato con un emendamento nella legge finanziaria del 2012 i propri stipendi dei consiglieri e assessori, legati con il 70% a quelli dei parlamentari e che dunque non verranno tagliati. La Regione Lazio? Ma vogliamo scherzare? La Polverini? Parenti e pensione a 55 anni a 14 assessori esterni e, …pure a tre consiglieri decaduti. Lasciamo stare le spese pazze. Si salvano, incredibile, sole talune del Mezzogiorno.
Non vorrei entrare, a piedi uniti, su tutta quella corruzione politica dell’imprenditoria per evitare di far mattino. Il San Michele, i Grandi Eventi, le infinite Caste e addirittura la Chiesa col suo IOR che non dovrebbe avere nulla a che fare ne con l’una (politica) ne con l’altra, (business) et cetera. A proposito il nostro 1X1000 è andato ad un presepe in Vaticano costato inizialmente 500mila euro e successivamente quasi un milione: Quanto italiani immobili, come zampognari, sono su quel presepe?
Insomma come avvenne che la Cassa del Mezzogiorno fallì.

Nel ’50, grazie a meridionalisti come Pasquale Saraceno, Donato Menichella, Giordano, Morandi venne di aiutare il Sud attraverso una Cassa con l’intento di rifarsi alle agenzie di sviluppo USA sull’esperienza del New Deal. D’allora, fino alla metà tra gli anni ’60 e ’70 la cassa funzionò come un treno. Si realizzò di tutto, di tutto quello che il programma poteva esprimere, in particolare risorse idriche e viarie che rappresentava la “prima fase”dello schema.
La Sinistra cominciò una forte propaganda contro la DC. ritenendo colpevole di usare la Cassa per fini elettoralistici e di scambio. Scambi realmente avvenuti attraverso imprese (del Nord) scelte per la realizzazione di infrastrutture e opere pubbliche. Erano i primi segni di degrado inarrestabile e di una corruzione esplosa. Tutto l’apparato partitico della politica mise mano al saccheggio. Bassa qualità della spesa e d’un colpo riescono riccamente ad autofinanziarsi. Si aprono squarci di illegalità. Per far denaro si rinuncia alla “seconda fase”; la ricerca di risorse produttive adatte al territorio mentre, invece, si preferiscono opere gigantesche perché queste dovranno prevedere appalti miliardari e realizzare le cosiddette cattedrali nel deserto. Ci furono anche dighe inutili che hanno fatto ritirare le spiagge. Costruire a tutti i costi per arricchire imprenditori. Ci furono coste avvelenate dall'industria, a Gela, Taranto, Brindisi e Bagnoli, che non ha mai generato l'indotto atteso. Ma che importa se non hanno alcun senso con l’economia e la peculiarità sociale dei luoghi?!! Ma i numeri spesso chiariscono meglio i concetti:
Gli investimenti al Sud, in quegli anni, tra la fine degli anni ’70 alla prima metà degli anni tra gli ’80, rileva che, se pur speciali, al Sud arrivano al 5% del PIL mentre al Nord, nella forma di investimenti ordinari, sono del 35% del PIL.
La cosa parrebbe strana ma è invece ovvia, dato che il Nord rastrellava tutti i denari delle concessioni per le nostre infrastrutture nei primi 11 anni e successivi. Ma negli anni ’70 nascono gli Enti Regione. Chi credete avesse l’incarico di provvedere alle risorse per la crescita? La Regione! Dal ’70 al ’95 gestione DC (come sopra).
Un colpo l’assesta più tardi “Mani Pulite” ma invano. Rastrelli divenne il successore di Giovani Grasso. La Cassa cesserà nel ’96. Dal ’62-64 non si innescò mai più alcun virtuoso investimento grazie alla corruzione tra Roma e il Nord e qualche deputato straccione delle nostre terre. Il Sud non trovò più sbocchi per la produzione industriale e neppure i mercati, anzi spinse in avanti quella del Nord perché da esso comprò, con sacrifici in debito, solo macchinari usati.
Da dove nacque la fine del Casmez?... è quasi banale, offensivo chiederselo.
Le nostre vere risorse sono il nostro straordinario capitale umano e a breve nuove e a politiche avvincenti di rinvigorimento di un capitale sociale e dei beni dell’universo creativo.

Bruno Pappalardo

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Ricevo e posto:

Nessun archivio segreto è stato scardinato, nessun pentito ha svelato macchinazioni occulte, nessun uomo dei servizi ha spifferato segreti.
È sotto gli occhi di tutti ma nessuno ha mai voluto abbassare la testa, inforcare degli occhiali spessi per la miopia e capire ciò ch’era evidente.
Osserviamo, oggi, che succede e neppure attentamente. La politica, l’imprenditoria, servizi, media e amministrazioni pubbliche e private e tant’altro, hanno imbrattato d’inchiostro putrido la faccia degli onesti attraverso i giornali irreggimentati dal potere e complici della diffusa immoralità.
Ieri si è scoperchiato il conto cassa di AN; I prestiti al PDL? Spariti 26 milioni di euro. Pare sarà impossibile ricostruire il buco e risistemare i bilancio o la cassa. Scomparsi! Han superato il Lusi, tesoriere della Margherita, che non esiste più se non proprio per i ladri. Spariti 13 milioni di euro e un’altra manciata di questi molto vicino alla prima; dal 2007, goccia dopo goccia, giungono nelle banche in Canada e in altri immobili e ville hollywoodiane; Ma a che servono tutti questi denari in sopravanzo? A mantenere l’apparato e soprattutto le Regioni e i propri assessori e consiglieri da cui pure traggono altro denaro!
Il Governatore della Lombardia,Formigoni, possiede un’amministrazione decimata daarresti e avvisi di garanzia e qualche mandato di cattura di qualcuno che risiede in Parlamento. Una montagna di denaro in buste e valigette gonfie, bussano alla porta dei suoi assessori e consiglieri. Lo chiamano il Presidentissimo e intorno a lui, si muove il cosiddetto Sistemone, un modo raffinato di corruzione. Fare dei nomi? Ma a che serve!?? Sono centinaia di migliaia in tutt’Italia e non basterebbe neppure tutta l’estensione della memoria di Facebook.
Mi riferisco a quasi tutte amministrazioni Regionali. Per esempio quella del Trentino Alto Adige? Stipendi d’oro! Hanno anche il sistema delle “porte girevoli” un assessore si dimette prendendo una buonuscita e un piccolo vitalizio e ne entra un altro tra i primi 8 non eletti. La Val D’Aosta? Quale quella della “Casta dei tutti parenti”?! IL Friuli Venezia Giulia? Quella che ha blindato con un emendamento nella legge finanziaria del 2012 i propri stipendi dei consiglieri e assessori, legati con il 70% a quelli dei parlamentari e che dunque non verranno tagliati. La Regione Lazio? Ma vogliamo scherzare? La Polverini? Parenti e pensione a 55 anni a 14 assessori esterni e, …pure a tre consiglieri decaduti. Lasciamo stare le spese pazze. Si salvano, incredibile, sole talune del Mezzogiorno.
Non vorrei entrare, a piedi uniti, su tutta quella corruzione politica dell’imprenditoria per evitare di far mattino. Il San Michele, i Grandi Eventi, le infinite Caste e addirittura la Chiesa col suo IOR che non dovrebbe avere nulla a che fare ne con l’una (politica) ne con l’altra, (business) et cetera. A proposito il nostro 1X1000 è andato ad un presepe in Vaticano costato inizialmente 500mila euro e successivamente quasi un milione: Quanto italiani immobili, come zampognari, sono su quel presepe?
Insomma come avvenne che la Cassa del Mezzogiorno fallì.

Nel ’50, grazie a meridionalisti come Pasquale Saraceno, Donato Menichella, Giordano, Morandi venne di aiutare il Sud attraverso una Cassa con l’intento di rifarsi alle agenzie di sviluppo USA sull’esperienza del New Deal. D’allora, fino alla metà tra gli anni ’60 e ’70 la cassa funzionò come un treno. Si realizzò di tutto, di tutto quello che il programma poteva esprimere, in particolare risorse idriche e viarie che rappresentava la “prima fase”dello schema.
La Sinistra cominciò una forte propaganda contro la DC. ritenendo colpevole di usare la Cassa per fini elettoralistici e di scambio. Scambi realmente avvenuti attraverso imprese (del Nord) scelte per la realizzazione di infrastrutture e opere pubbliche. Erano i primi segni di degrado inarrestabile e di una corruzione esplosa. Tutto l’apparato partitico della politica mise mano al saccheggio. Bassa qualità della spesa e d’un colpo riescono riccamente ad autofinanziarsi. Si aprono squarci di illegalità. Per far denaro si rinuncia alla “seconda fase”; la ricerca di risorse produttive adatte al territorio mentre, invece, si preferiscono opere gigantesche perché queste dovranno prevedere appalti miliardari e realizzare le cosiddette cattedrali nel deserto. Ci furono anche dighe inutili che hanno fatto ritirare le spiagge. Costruire a tutti i costi per arricchire imprenditori. Ci furono coste avvelenate dall'industria, a Gela, Taranto, Brindisi e Bagnoli, che non ha mai generato l'indotto atteso. Ma che importa se non hanno alcun senso con l’economia e la peculiarità sociale dei luoghi?!! Ma i numeri spesso chiariscono meglio i concetti:
Gli investimenti al Sud, in quegli anni, tra la fine degli anni ’70 alla prima metà degli anni tra gli ’80, rileva che, se pur speciali, al Sud arrivano al 5% del PIL mentre al Nord, nella forma di investimenti ordinari, sono del 35% del PIL.
La cosa parrebbe strana ma è invece ovvia, dato che il Nord rastrellava tutti i denari delle concessioni per le nostre infrastrutture nei primi 11 anni e successivi. Ma negli anni ’70 nascono gli Enti Regione. Chi credete avesse l’incarico di provvedere alle risorse per la crescita? La Regione! Dal ’70 al ’95 gestione DC (come sopra).
Un colpo l’assesta più tardi “Mani Pulite” ma invano. Rastrelli divenne il successore di Giovani Grasso. La Cassa cesserà nel ’96. Dal ’62-64 non si innescò mai più alcun virtuoso investimento grazie alla corruzione tra Roma e il Nord e qualche deputato straccione delle nostre terre. Il Sud non trovò più sbocchi per la produzione industriale e neppure i mercati, anzi spinse in avanti quella del Nord perché da esso comprò, con sacrifici in debito, solo macchinari usati.
Da dove nacque la fine del Casmez?... è quasi banale, offensivo chiederselo.
Le nostre vere risorse sono il nostro straordinario capitale umano e a breve nuove e a politiche avvincenti di rinvigorimento di un capitale sociale e dei beni dell’universo creativo.

Bruno Pappalardo

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