venerdì 31 luglio 2009

Se il Partito del Sud (quello vero) non ci fosse andrebbe inventato, qui ed ora.


Di Erasmo Vecchio
Vice Coord. Nazionale del Partito
del Sud




Cari amici, la lauta cena di ieri sera tra Berlusconi e un manipolo di politici meridionali, soprattutto siciliani, fa capire che il "banchetto" è cominciato. Guarda caso la cena è avvenuta al ristorante romano "capricci siciliani".

Attingere a piene mani sui fondi FAS (fondi per le aree sottosviluppate) e PAR (piani d'azione regionale per la Sicilia) è una opportunità che non può sfuggire di mano.
I commensali, tra un piatto di pasta con le sarde ed uno di involtini di pesce spada, hanno ben pensato di attivare una "cabina di regia" che dovrebbe decidere cosa fare delle risorse destinate al Sud.

Chi pensate svolgerà la regia ? Alla faccia del federalismo !

Saranno quindi altri a decidere le sorti del Sud. Come sempre.

Il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, responsabile dell'utilizzo e del monitoraggio dei fondi Fas e dei fondi europei attraverso il Dipartimento Sviluppo e Coesione economica, possiamo scommeterci che prima di dare il benestare avrà incassato anche l'autorizzazione di Bossi e di quei gruppi di potere che decidono le sorti del paese e che avranno avuto rassicurazioni in merito ad una contropartita significativa.

E di cosa hanno discusso privatamente nella mattinata Tremonti e Lombardo ?

Il Sud non può delegare a Raffaele Lombardo la pretesa di rappresentarlo (e difenderlo) in questa disputa, soprattutto perchè questa delega il Sud si è ben guardata dal conferirgliela (vedi elezioni europee).

Staremo a vedere se la Poli Bortone assumerà nel merito una posizione chiara e decisa.

Il Governatore della Sicilia, nelle prossime ore rivendicherà il "sacorasanto" diritto della Regione siciliana a decidere cosa fare delle risorse ad essa concesse, ovviamente con l'obiettivo di gestirli, appunto, in "autonomia", cioè da solo.

Nello specifico non so se temere di più la "cabina di regia" o la "regia" dell'MPA.

Noi non dobbiamo perdere il nostro ruolo perchè se il Partito del Sud (quello vero) non ci fosse andrebbe inventato, qui ed ora.

Il 28 Agosto è improcastinabile uscire con una comune strategia condivisa che andrà alimentata con la continuità dall'azione politica che, oggi più che mai, è indispensabile venga perseguita da tutti coloro a cui le sorti del Sud stanno a cuore.

.

Il Bidone Nucleare


Di Ugo Bardi



Guardate la mappa qui sopra: mostra dove sono piazzate le centrali nucleari francesi. Notate che ce ne sono sei una dopo l'altra in un arco che va lungo le Alpi, a ridosso del confine con l'Italia. Perché mai saranno tutte quante proprio li'?

C'è chi ha parlato di questioni di sicurezza, chi dell'acqua del Rodano da usare per il raffreddamento. Può darsi, ma la sicurezza varia poco da un posto a un altro e la Francia è un paese generalmente ricco di acqua. La spiegazione sembrerebbe un'altra; una che ha a che fare con l'uso che si fa delle centrali nucleari, ovvero la produzione di energia elettrica. Usando linee ad alta tensione, l'energia elettrica si può trasportare anche a parecchie centinaia di chilometri di distanza ma, comunque, a costo di una certa perdita. Per questo, conviene che le centrali siano costruite vicino agli utenti. Ora, se i Francesi hanno costruito le loro centrali il più vicino possibile all'Italia è probabile che fin dall'inizio progettassero di vendere l'energia all'Italia, come stanno facendo da almeno vent'anni.

Ora, vorrei provare a fare un'ipotesi complottista. Più di una volta ho detto male di chi vede complotti dappertutto ma è vero anche che i complotti esistono e certe volte è proprio difficile ignorarli. Non vi viene in mente l'idea che il referendum antinucleare del 1987 sia stato un complotto, ovvero il modo per rifilarci un bel "bidone nucleare" da parte dei nostri vicini di casa francesi?

A seconda della parte da cui uno sta, il referendum del 1987 si può vedere come una grande vittoria degli ambientalisti in favore della sicurezza e della sanità pubblica, oppure come un vile colpo alla schiena contro un'industria alla quale l'ideologia degli ecofanatici ha impedito di svilupparsi sfruttando ignobilmente l'onda emotiva del disastro di Chernobyl del 1986. L'una o l'altra di queste versioni degli eventi fanno comodo, rispettivamente, agli ambientalisti, che possono vantarsi di una grande vittoria, e ai nuclearisti, che possono dare la colpa agli ambientalisti per il mancato sviluppo delle centrali nucleari italiane.

Ma siamo proprio sicuri che le cose siano andate veramente così?

Per prima cosa, consideriamo che il movimento ambientalista italiano non è mai riuscito a ottenere una vittoria importante nella sua storia, nemmeno contro la caccia ai fringuelli. E' strano che sia riuscito a impallinare così facilmente un'industria importante come quella nucleare. E' curioso poi che l'Italia sia l'unico paese al mondo che abbia smantellato centrali funzionanti o in corso avanzato di costruzione. Ci sono diversi paesi in Europa che non hanno centrali nucleari (per esempio Grecia e Austria) e altri che si sono impegnati nel non costruirne di nuove oltre a quelle esistenti (come la Germania). Ma nessuno ha smantellato le proprie centrali prima della fine della loro vita operativa. L'Italia è una vera anomalia energetica.

Dall'altra parte, come sapete, la Francia ha puntato tutto o quasi sulla fissione nucleare per la propria energia elettrica. La Francia è il solo paese al mondo che ha fatto una cosa del genere e anche questa è un'anomalia, diametralmente opposta a quella italiana. Non potrebbe darsi che le due confinanti anomalie si spieghino l'una con l'altra?

Mettiamoci dal punto di vista dei francesi negli anni '60 e '70. Avevano deciso di potenziare al massimo la produzione di energia nucleare. Avevano la tecnologia e le risorse, la Francia aveva addirittura delle miniere di uranio sul territorio nazionale. Però avevano un problema: l'energia nucleare si adatta male alla caratteristica di domanda variabile di energia elettrica.

La potenza immessa nella rete elettrica varia continuamente a seconda della domanda. Di giorno c'è un picco di richiesta mentre di notte se ne richiede molta meno. La richiesta varia anche stagionalmente, con dei picchi in inverno e anche in estate per i condizionatori d'aria. In una rete tipica ci sono degli impianti, di solito turbine a gas, che funzionano in modo intermittente per seguire la variazione. La notte, quando la richiesta è bassa, molti impianti a combustibile fossile vengono semplicemente spenti.

Seguire la richiesta variabile della rete è una cosa difficile con le centrali nucleari. Sono di solito impianti molto grandi; con potenze intorno al gigawatt (GW) o di più, che non sono agevoli da accendere o spegnere. Questo non vuol dire che non si potrebbero progettare delle centrali nucleari in grado di seguire la domanda, ma il problema è un altro. Nelle centrali nucleari, il combustibile (uranio) che genera il calore costa abbastanza poco rispetto al costo totale dell'impianto e quindi il costo dell'energia prodotta dipende principalmente dai costi di ammortamento. Per ridurre questi costi al massimo, bisogna che l'impianto funzioni 24 ore su 24 a tutta potenza. E' così che la maggior parte delle centrali nucleari sono progettate. Spegnere la centrale ogni tanto vorrebbe dire ridurre la produzione lasciando invariati i costi; ovvero aumentare i costi del kWh prodotto. Il contrario vale per le centrali a combustibili fossili dove il costo principale è dovuto al combustibile stesso. A centrale spenta, non si consuma combustibile, per cui conviene tenerla spenta, se possibile.

Quindi, i Francesi si trovavano davanti a un problema con la loro idea di usare quasi esclusivamente il nucleare per la loro energia elettrica. Per coprire la richiesta di picco avrebbero dovuto sovradimensionare gli impianti rispetto ai momenti di bassa domanda, ma questo li avrebbe costretti a buttar via un sacco di energia. Oppure potrebbero aver limitato le centrali al numero che avrebbe permesso di tenerle sempre al massimo della potenza; ma allora non avrebbero potuto coprire tutta la richiesta.

Arriviamo ora al complotto: i Francesi devono aver pensato a questo punto "Beh, l'energia che produciamo in eccesso con le nostre centrali la possiamo vendere ai nostri vicini!". Si sono guardati intorno e hanno visto che la Germania e la Svizzera avevano già le loro centrali; la Spagna a quei tempi non assorbiva tanta energia. L'Italia era invece affamata di energia: proprio dirimpetto c'era la pianura Padana, una delle più grandi zone industriali d'Europa, a una distanza sufficientemente breve da poter essere raggiunta con elettrodotti ad alta tensione. Il cliente perfetto del nucleare francese.

Il problema era che a quei tempi l'Italia aveva un programma nucleare assai evoluto e all'avanguardia. Era forse più indietro di quello francese, ma se si fossero costruite le centrali nucleari italiane previste, non ci sarebbe stata più la necessità di importare energia dalla Francia.
Da qui in poi, non possiamo fare altro che delle ipotesi. Come sempre, quando si parla di queste cose, non possiamo portare prove di nessun genere. Cerchiamo di evitare il complottismo di bassa lega, ma non possiamo fare a meno di notare che c'era una convergenza di ragioni per le quali era conveniente per qualcuno che l'Italia uscisse dal nucleare. A livello strategico, l'Italia è stata considerata per molti anni un alleato inaffidabile. Fino al crollo dell'Unione Sovietica, c'era ancora la preoccupazione che i comunisti avrebbero potuto prendere il potere e trascinare l'Italia nel patto di Varsavia che, a quel punto, avrebbe avuto accesso fra le altre cose anche alla tecnologia nucleare occidentale. Oppure, si temeva che l'Italia avrebbe potuto fare una politica nucleare indipendente e non tutti sanno che, come ci racconta Paolo Cacace nel suo Libro "L’atomica europea".l'Italia
progettava di costruire armi nucleari insieme a Germania e Francia negli anni 1950. Di certo, un'Italia senza energia nucleare era un buon cliente per il nucleare francese e non avrebbe fatto concorrenza a nessuno in quello che si vedeva allora come un mercato in espansione: quello dell'energia nucleare in tutto il mondo.


E' impossibile dire come tutte queste pressioni si siano coalizzate fino a produrre il referendum del 1987; ma sicuramente c'erano delle forze imponenti che non volevano un'Italia nucleare e che hanno colto l'occasione dell'ondata emotiva del disastro di Chernobyl per distruggere l'industria nucleare italiana.

In effetti, la storia dell'industria nucleare italiana somiglia per diversi aspetti a quella dell'industria petrolifera al tempo di Enrico Mattei. In tutti e due casi, il tentativo di fare una politica energetica indipendente da parte dell'Italia fallì per l'opposizione di forze molto più potenti di quelle che l'Italia poteva mettere in campo. Nel 1962, Mattei pagò con la vita il suo tentativo. Andò meglio, in un certo senso, a Felice Ippolito, presidente del CNEN (comitato nazionale per l'energia nucleare) che fu processato nel 1964 per illeciti amministrativi e condannato a 11 anni di carcere. I reati che gli furono contestati erano ridicoli ma, ai fini pratici, anche lui fu messo in condizioni di non poter più agire.

E così Francia e Italia si sono trovate a braccetto per vent'anni. L'Italia cliente del nucleare francese, la Francia cliente della capacità del sistema energetico italiano di assorbire parte dell'energia in eccesso prodotta dalle centrali francesi. La situazione si è evoluta negli anni e il grande black-out del 2003 ha fatto si che la dipendenza italiana dalle centrali Francesi sia stata nettamente ridotta per evitare ripetizioni. Ma rimane il fatto che l'Italia è un cliente dell'energia nucleare francese. In un certo senso, è stato un buon affare per tutti e due i paesi. Si potrebbe arguire, addirittura, che l'affare migliore l'ha fatto l'Italia che non ha avuto la necessità di doversi impegnare negli investimenti necessari per costruire centrali nucleari sul proprio territorio.

Ma, ahimé, come si suol dire "i nodi vengono al pettine". L'iperspecializzazione a lungo andare non paga. Se la Francia si è iperspecializzata nel nucleare, l'Italia si è iperspecializzata nei combustibili fossili. Entrambi si trovano oggi in difficoltà.

Da una parte, la Francia ha esaurito da un pezzo le proprie miniere di uranio ed è costretta a rifornirsi sul mercato internazionale. Ma la situazione delle forniture di uranio è estremamente difficile con la produzione mineraria mondiale che copre solo circa il 60% della domanda e con poche prospettive di grandi espansioni nel futuro. Per ora, i francesi si riforniscono con uranio ricavato da vecchie testate nucleari sovietiche smantellate. Questo potrà durare ancora qualche anno, ma dopo? A che prezzi l'uranio? Ci sarà uranio da comprare, anche a qualsiasi prezzo? In aggiunta, le centrali nucleari francesi hanno funzionato ormai per molti anni e si pone il problema dello smantellamento e della bonifica dei siti. Già questo è destinato a costare cifre immense, ma il problema è un altro: vale la pena di impegnare le enormi risorse necessarie a ricostruire le centrali senza la sicurezza di poterle rifornire di uranio?


Il fallimento della politica nucleare Francese, in effetti, è cominciato molto tempo fa, con il costoso fallimento del reattore a neutroni veloci "Superphénix" che avrebbe dovuto risolvere tutti i problemi di scarsità di uranio fissile producendo combustibile a partire da una forma di uranio non fissile e abbondante. Certamente, la centrale incontrò dei grossi problemi tecnici, ma non tutto è chiaro sulle ragioni della sua chiusura. Superphénix fu sabotata più volte e addirittura attaccata a colpi di bazooka nel 1982. Più tardi, esponenti dell'ambientalismo svizzero
si addossarono la responsabilità dell'attacco anche se, va detto, l'arma usata non era tanto comune fra gli eco-pacifisti.


Da parte sua, l'Italia si trova in guai forse peggiori. La crisi del petrolio e dei fossili sta colpendo molto duramente un paese che aveva fatto della raffinazione una delle sue industrie portanti. Tutto il sistema industriale italiano si basa su energia che viene dai fossili: l'aumento dei prezzi di mercato lo sta mettendo in una crisi che potrebbe essere terminale.

Né la Francia né l'Italia hanno investito seriamente nell'energia rinnovabile e ora si trovano terribilmente indietro rispetto ad altri paesi, come la Germania, la Cina, e il Giappone che lo hanno fatto e lo stanno facendo. C'è ancora tempo per rimediare, forse, ma in entrambi i paesi, la virata verso l'unica direzione possibile si sta ancora facendo attendere.

In Francia, si cerca di insistere con il nucleare, sognando di un difficilissimo ritorno ai reattori veloci. Non è impossibile, ma dopo il fallimento del Superphénix bisognerebbe ricominciare da zero e non c'è più tempo con la crisi del petrolio non più alle porte ma ormai arrivata.

Anche in Italia, c'è chi sogna un ritorno al nucleare. Non sarebbe forse impossibile: in fondo l'opposizione internazionale al nucleare Italiano dovrebbe essersi molto ridotta dopo il crollo dell'Unione Sovietica. Ma le difficoltà sono immense. Dopo la distruzione delle competenze e degli investimenti italiani nel nucleare si tratterebbe oggi di ricominciare da zero. E l'Italia si trova di fronte allo stesso problema della Francia: chi può garantire che ci sarà uranio sufficiente per garantire il ritorno degli enormi investimenti per nuove centrali?

In Italia, la virata verso le rinnovabili sarebbe molto più facile che in Francia dato che non c'è un parco di centrali nucleari da smantellare a costi immensi. Per cui, è strana tanta lentezza e tanta resistenza in Italia. Lacci burocratici di ogni sorta, leggi che sembrano fatte apposta per scoraggiare chi vuole installare le rinnovabili; "leggi truffa" con le quali si dice che si vogliono finanziare le rinnovabili e invece si finanzia l'incenerimento. Come ciliegina sulla torta, l'Italia è probabilmente l'unico paese al mondo dove c'è gente che scrive libri interi per dimostrare che le rinnovabili non servono a niente e trova anche chi li compra.

E' possibile che ci sia un complotto contro le rinnovabili, così come potrebbe essercene stato uno ai suoi tempi contro il nucleare? Sembrerebbe di no. A differenza del caso dell'industria nucleare, l'industria delle rinnovabili non ha particolari risvolti strategici. Se l'Italia si lanciasse in quella direzione, nessuno ha particolare interesse a impedircelo. Se ci sta arrivando sulla testa un nuovo bidone, quello di non fare l'energia rinnovabile, è un bidone che ci stiamo tirando addosso da noi stessi per ignoranza e stupidità.


San Leucio, un villaggio operaio esemplare


Di Massimo Vicinanza



Nel 1789, poco lontano da Caserta, re Ferdinando IV di Borbone fece costruire la “colonia - opificium - Leucianorum” per la tessitura, il trattamento e la colorazione delle sete filate., La Manifattura Tessile fu disegnata dall’architetto Francesco Collecini, e avrebbe dovuto essere una vera e propria città industriale, chiamata Ferdinandopoli.

Nel 1789, poco lontano da Caserta, re Ferdinando IV di Borbone fece costruire la “colonia - opificium - Leucianorum” per la tessitura, il trattamento e la colorazione delle sete filate., La Manifattura Tessile fu disegnata dall’architetto Francesco Collecini, e avrebbe dovuto essere una vera e propria città industriale, chiamata Ferdinandopoli. Nei disegni dell’architetto le case degli operai sono allineate in due blocchi continui e simmetrici, aperti verso un elemento scenografico centrale, la statua del sovrano, e tutte le strade che partono radialmente da una grande piazza circolare sono collegate fra loro con altre strade circolari e concentriche. Dalla planimetria generale si notano anche la Cattedrale, il Teatro e un Ospedale per artisti bisognosi. Oltre naturalmente alla Casina Reale.

La prima pietra del villaggio operaio di San Leucio fu posata il 18 settembre del 1798 ma la rivoluzione del 1799 impedì la realizzazione di questo grande e ambizioso progetto urbanistico, riducendo drasticamente l’originale progetto. Comunque la simmetria fu mantenuta. Le cortine degli alloggi per gli operai, ai due lati del monumentale portale di ingresso sormontato da due leoni e dallo stemma borbonico, si affacciano su grande un cortile rettangolare e guardano verso la Casina Reale del Belvedere Reale a cui si accede con una grande scalinata doppia e simmetrica. La chiesa, più piccola del previsto è stata incorporata al fabbricato centrale ed ha il sagrato soprelevata rispetto alla piazza.
Nella Casina Reale oltre all’appartamento del Re c’erano gli alloggi del parroco e della maestra di scuola, e i locali per la direzione e per l’amministrazione della manifattura. Le cantine invece servivano per la vinificazione e come depositi di olio, di frutta e di quanto veniva prodotto sul posto .
A poca distanza dal villaggio operaio, nel quartiere della Vaccheria venivano organizzate le attività agricole, mentre nelle filande, a monte della Casina del Belvedere si producevano le sete e i velluti destinati all’arredamento delle reggie e dei ricchi palazzi napoletani;
La Reale Colonia era disciplinata da leggi e regolamenti speciali. Qui vigeva un codice giuridico-economico, voluto da Ferdinando, che per la sua grande originalità venne tradotto in latino, in greco, in francese e in tedesco.
Il “Re Lazzarone”, questo era il soprannome del re, con un editto del 1789 volle regolare la vita delle trentun famiglie che abitavano la manifattura tessile di San Leucio. Il re prevedeva l’abolizione di ogni distinzione di classe, l’istruzione obbligatoria dai sei anni di età, il matrimonio per libera scelta e senza dote, l’obbligo di indossare abiti uguali per tutti, l’abolizione dei testamenti con diritto di successione ai figli, ai genitori , ai collaterali di 1° grado e al coniuge superstite (altrimenti i beni sarebbero tornato alla comunità), l’istituzione di un Monte per gli orfani, della Cassa della Carità per gli Invalidi, della cassa per la vecchiaia, dell’assistenza sanitaria e l’elezione dei magistrati e dei giudici da parte dei capifamiglia.
Il villaggio di San Leucio ebbe una gestione diretta che durò fino al 1843. Poi con l’unificazione del Regno lo stabilimento venne chiuso e come tutti gli altri beni dei Borboni passò al demanio e dato in affitto a privati.
Naturalmente Ferdinando IV di Borbone fu oggetto di malignità da parte dei suoi avversari contemporanei che interpretarono la colonia come una “riserva di contadinotte per il letto del re”. Anche lo scrittore Alessandro Dumas si espresse in merito e l’umorista paragonò il villaggio ad un harem e Ferdinando IV allo Scià di Persia, perché in un solo mese ci furono fino a ottanta nascite: evidentemente a San Leucio il Re poteva ampiamente godere del suo diritto allo “ius primæ noctis”.

giovedì 30 luglio 2009

Continuamo a dire ciò che pensiamo da uomini liberi, trovando nell'attuale teatrino politico sul Sud, nuovi stimoli per alimentare la nostra rabbia.


Di Erasmo Vecchio
Vice Coord. Nazionale del Partito
del Sud





Cari amici,
Vi invito a leggere il severo giudizio del Cardinale Martino. Un giudizio sintetizzato nella frase: “solo adesso si ricordano del Sud ? Vergogna !”, che si riferisce alle gravi responsabilità di molti meridionali presenti nella politica e nelle istituzioni che hanno tradito il proprio popolo, svendendo per i propri tornaconti la dignità di milioni di persone, ignobili figure da relegare nella discarica della storia.

Non c’è dubbio che la strumentalizzazione della questione meridionale torna utile a molti.
Soprattutto a coloro che intendono occultare i propri trascorsi politici sempre orientati a difendere esclusivamente i propri interessi che quelli della comunità. Torna utile anche a coloro che auspicano di accrescere il proprio “peso” all’interno della propria area politica.

Il meridionalismo è un filone politico e culturale vecchio quanto l’Unità d’Italia, sedimentato nei grandi partiti popolari. I suoi epigoni non sono legati al territorio o ad uno schieramento politico ma alla “questione meridionale” come strumento di identità, crescita, sviluppo e modernizzazione del Paese.

Un soggetto politico meridionalista dunque, può diventare, alla stregua di ogni altra invenzione furba, l’anticamera di una nuova era di colonizzazione o, al contrario, il collante culturale e politico per nuove classi dirigenti, forze sociali, intellettuali e giovani che guardano ad una opzione moderna per affrontare i problemi dello sviluppo e della giustizia sociale del Sud.

La comunità meridionale fa bene a diffidare di iniziative confuse che traggono origine da logiche sbagliate.

Il rischio è quello di un fallimento, culturale, prima che politico, riducendo la portata di un dramma che investe metà del paese.

Miccichè, Dell'Utri, Lombardo ecc. sono gli stessi che nella loro lunga militanza politica avevano il potere e le opportunità per interessarsi del Sud.

La loro credibilità è zero !

Le recenti elezioni europee hanno dimostrato che Lombardo, democristiano di lungo corso, è stato bocciato dalla gente a cui chiedeva il consenso.

La "comunità politica" del Mezzogiorno deve diventare protagonista della sua rinascita, solo sviluppando un progetto di ricostruzione dell'identità territoriale che parta dal basso, dalle città, dalle contrade, da quel popolo stanco di subire e che vuole spezzare una mentalità distorta, quella per cui si deve negare il diritto al povero perché questi sia sempre nella sua condizione di povertà e di bisogno e, dunque, debba ringraziare per quel poco che gli si dà in luogo del tanto che gli si sottrae!

E’ questa comunità che deve determinare e gestire lo sviluppo con una consapevolezza più matura delle proprie capacità e delle proprie risorse, del proprio patrimonio culturale, naturale, umano, del quale nessuno mai più dovrà o potrà appropriarsi, a patto che riscopra con fierezza l’orgoglio di essere meridionale.

Continuamo ad essere ciò che siamo ed a dire ciò che pensiamo da uomini liberi non perdendo la fiducia ma ritrovando nel teatrino della politica attuale, nuovi stimoli per alimentare la nostra rabbia.
.

Il Senato spegne il sole


Di Simonetta Lombardo



ENERGIA La maggioranza approva la mozione presentata da D’Alì - Gasparri che classifica il termodinamico come fonte costosa, poco utile e non «compiutamente ecologica». Così i finanziamenti rischiano la totale cancellazione.

E proprio nel giorno in cui l’Enea presenta un piano per il taglio delle emissioni dei gas serra e della dipendenza energetica basato anche sullo sviluppo delle fonti rinnovabili, il governo fa a se stesso la sorpresa di cancellare o almeno di offuscare il solare termodinamico. In altre parole, la più italiana delle scelte nel campo delle energie alternative: idee, ricerca, addirittura industrie sono di marca nostrana, visto che è stato il Nobel Carlo Rubbia a rimettere in pista una tecnologia basata sull’antica idea degli specchi di Archimede.

Ieri il Senato ha infatti approvato la mozione proposta dal Pdl e firmata tra gli altri da D’Alì, Gasparri, Dell’Utri, Nania e Orsi che condanna senza mezzi termini il solare termodinamico o a concentrazione, bollandolo come tecnologia costosa, poco utile e addirittura non «compiutamente ecologica » e mettendo a rischio i finanziamenti al suo sviluppo. Una bella compagnia dell’ombrello, quella che individua nel sole un nemico da combattere.

Il senatore siciliano D’Alì (Pdl) è stato l’interprete massimo della teoria negazionista in campo climatico, con la mozione che escludeva - di fronte al giudizio del mondo della scienza pressoché compatto e quasi in concomitanza con lo svolgimento del G8 Ambiente a Siracusa - la realtà del cambiamento climatico e del contributo dell’attività umana. Il senatore Orsi è l’autore della proposta di legge che consente la caccia ai minorenni e ne amplia i limiti di tempo e di carniere. La presenza di Maurizio Gasparri e Domenico Quagliariello, presidente e vicepresidente del gruppo Pdl, assicura l’imprimatur del governo a un’iniziativa che al di là delle formule ecologiste taglia le gambe al solare a concentrazione.

Così, scorrendo la mozione votata a maggioranza dall’aula di Palazzo Madama, si scopre che il problema del termodinamico è legato al siting: occorrono 120 ettari per una produzione assimilabile a quella di due reattori nucleari che però occuperebbero - secondo i senatori Pdl - 65-70 ettari. Spazio, si potrebbe dire, sottratto alla costruzione di ville e villette, visto che - come ricorda la mozione - occorrono zone soleggiate e vicine a sorgenti d’acqua, ideali per un villaggio vacanze.

Inoltre, la tecnologia non sarebbe «compiutamente ecologica» perché presupporrebbe la copresenza di un generatore di energia tradizionale, visto che durante le ore di buio la centrale non andrebbe. Ma il solare a concentrazione dovrebbe evitare proprio questo, attraverso il riscaldamento ad altissime temperature del fluido con il sistema degli specchi che appunto “concentrano” la radiazione solare.

In altre parole, non c’è nessun bisogno di affrancare una centrale a combustibile fossile a quella termodinamica: un’informazione che manca ai senatori della maggioranza. E poi, ammoniscono i presentatori della mozione, la tecnologia trent’anni fa non ha funzionato ma anche qui pare che ci siano carenze informative. «Non si tratta della stessa tecnologia », ricorda Vincenzo Ferrara, dell’Enea. «In realtà il solare a concentrazione è uno dei pochi settori in cui abbiamo un vantaggio comparativo, nella ricerca e nella diffusione: a imporla all’attenzione del mondo è stato Rubbia all’epoca in cui era presidente dell’Enea».

L’attuale presidente dell’Enea, Luigi Paganetto ritiene «singolare» che si riducano gli incentivi al termodinamico, su cui «siamo leader nel mondo». E singolare è anche il fatto che nella mozione si ricordi che «nonostante l’incentivazione introdotta dal governo italiano 15 mesi fa (ministro Pecoraro Scanio, ndr) non risulta che a oggi ci siano domande di erogazione dell’incentivo». Forse i senatori non sanno che quei fondi, circa 90 milioni, sono in attesa di determinazioni che dovrebbero provenire dalla direzione Ricerca e sviluppo del ministero dell’Ambiente. Sarebbe meglio informarsi prima di tagliare via il solare.

Fonte:
Terra news

TG 29.07.09 Altamura, regina del fotovoltaico



E' nato in Puglia l'impianto fotovoltaico più grande d'Italia. E' quello della Saem installato per conto dell'azienda molitoria Mininni di Altamura. Questa mattina l'inaugurazione.

Roma: Il Partito del Sud di Roma partecipa ad un laboratorio politico...

...insieme ai gruppi e alle sezioni romane di "Per il Bene Comune", "Rinnovamento Politico Italiano", "Partito Umanista" (e chi vorrà aggiungersi in futuro ovviamente condividendo gli scopi ed il manifesto del progetto...) con l'obiettivo di creare un'alternativa civica per le prossime regionali 2010 nel Lazio.

Ecco il Manifesto appena condiviso e approvato:


MANIFESTO del LABORATORIO POLITICO


1. NOI FIRMATARI DEL PRESENTE MANIFESTO, SINGOLI CITTADINI E RAPPRESENTANTI DI COMITATI, ASSOCIAZIONI E GRUPPI POLITICI DEL LAZIO, CONSAPEVOLI CHE GLI ATTUALI PARTITI SONO RESPONSABILI DELLA GESTIONE FALLIMENTARE DELLA “COSA PUBBLICA”, CI IMPEGNAMO A CREARE UNA FORZA POLITICA UNITARIA CHE CONCORRA ALLE PROSSIME ELEZIONI DELLA REGIONE LAZIO.

2. SIAMO CONSAPEVOLI CHE IN QUESTO PAESE VIGE UN SISTEMA ELETTORALE CONTORTO E DISTORTO, CHE RENDE IMPOSSIBILE UN VERO E PARITARIO CONFRONTO TRA LE FORZE POLITICHE E SOCIALI, MA VOGLIAMO CREARE UN’ALTERNATIVA PER QUEI MILIONI DI ELETTORI CHE SI ASTENGONO DAL VOTO O ANNULLANO LE SCHEDE E PER COLORO CHE, PUR VOTANDO, RIMANGONO SENZA ALCUNA RAPPRESENTANZA.

3. E' VIVA, VIVISSIMA IN NOI LA VOLONTA' DI MIGLIORARE LA QUALITA’ DELLA VITA DI OGNI PERSONA, A COMINCIARE DALL'ARIA CHE RESPIRA, DA COME VIENE CURATO, DA COME E QUANTO LAVORA, DA COME VIENE ISTRUITO, DA COSA MANGIA E COSA BEVE, DA COSA COMPRA E QUANTO SPENDE, NEL RISPETTO DI TUTTI GLI ESSERI VIVENTI E DELL’AMBIENTE.

4. CI IMPEGNAMO A COSTRUIRE UN PROGRAMMA CHE REALIZZI QUESTI PRINCIPI, NEL RISPETTO DEI VALORI DELLA PACE, DELLA GIUSTIZIA E DELLA NONVIOLENZA, ATTRAVERSO L'ATTUAZIONE REALE DELLA COSTITUZIONE, IL RISPETTO DELL’AMBIENTE INTESO COME TUTELA DELL’EQUILIBRIO TRA LA TERRA E LA BIODIVERSITA’, LA CONSERVAZIONE DEL PATRIMONIO CULTURALE LOCALE E LA LOTTA CONTRO LA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA E CONTRO LA CONNIVENZA TRA POLITICA E MAFIE.

5. CONSIDERIAMO L’OSSERVANZA DI LEGGI BASATE SU PRINCIPI DI DEMOCRAZIA E LAICITA’, INTESA COME RISPETTO DEI RUOLI FRA LE RELIGIONI PRESENTI NEL TERRITORIO E GLI ORGANI ISTITUZIONALI, ELEMENTO FONDAMENTALE DI UNA SOCIETA' MODERNA CHE CONIUGHI PARTECIPAZIONE, TRASPARENZA ED EFFICIENZA.

6. SIAMO CONVINTI CHE IL NOSTRO IMPEGNO, UNITO ALLA PARTECIPAZIONE E ALLA FIDUCIA DI OGNI CITTADINO, RENDERA' POSSIBILE, PER LA NOSTRA REGIONE, UN CAMBIAMENTO DEGNO DI ESSERE CHIAMATO TALE.

Fonte:
Partito del Sud Roma

Mongiana - La Reale Ferriera



Fondata durante il regno di Ferdinando IV di Borbone

mercoledì 29 luglio 2009

Se il Sud fosse uno Stato indipendente, sarebbe il più povero dell'Unione Europea?.



Di Antonio Pagano



Questa affermazione è comparsa alla fine di agosto 2005 sulla rivista scientifica internazionale Plus Medicine da una indagine statistica effettuata da due ricercatori dell’Istituto Mario Negri di Milano, Rita Campi e Maurizio Bonati, i quali da anni raccolgono gli indici sulle condizioni socio-sanitarie di bambini e adolescenti. Costoro hanno fatto risultare che vi è una enorme disuguaglianza tra Nord e Sud e, disaggregando i dati delle singole regioni, hanno tratto la conclusione che, se si considerasse il Sud come uno Stato indipendente all’interno dell’Unione Europea, sarebbe il più povero.

I dati da cui hanno tratto le loro conclusioni riguardano però solo la mortalità infantile, che risulta quattro volte superiore al resto d’Italia, e l’ospedalizzazione: “Oltre il 22% dei piccoli pazienti della Basilicata e del Molise, e oltre il 13% di quelli calabresi e abruzzesi deve ricorrere a ospedali del Centro-Nord. Una vera e propria migrazione sanitaria”. L’affermazione, presentata poi con l’immagine suggestiva di un eventuale “Sud-Stato indipendente”, sembra voler accreditare ai meridionali una incapacità congenita di realizzare una sufficiente condizione socio-sanitaria. I dati esposti, invece, mostrano che lo Stato italiano – la Sanità è ancora di sua competenza e il Sud fa parte di questo Stato, almeno di nome – ha destinato al Sud meno risorse, come del resto fa con tutto, per soddisfare prima di tutto gli interessi dei gruppi finanziari del Nord.

L’idea di un Sud come Stato indipendente all’interno dell’Europa è, tuttavia, da prendere in considerazione in quanto è vero proprio il contrario: un Sud indipendente sarebbe ai primi posti in Europa. Come lo eravamo circa 145 anni fa. E vediamo perché.

Bisogna partire prima di tutto dalla definizione di Stato. Cos’è lo Stato? Al di là delle scolastiche definizioni giuridiche lo Stato altro non è che uno strumento usato per organizzare il popolo e il territorio su cui il popolo è stanziato. Lo Stato, inoltre, per poter funzionare, deve essere sovrano, non deve cioè, nelle sue scelte politiche e amministrative, dipendere né essere condizionato da altri.

Le persone che dirigono l’organizzazione dello Stato sono i politici che si qualificano in genere di “destra” o di “sinistra”, termini che però non hanno alcun significato reale. I politicanti fanno basare i movimenti politici su ideali seducenti, escogitati per catturare i consensi delle masse popolari facendo prospettare miti simbolici ben collaudati da secoli: patriottismo, nazionalismo, socialismo, lotta al terrorismo ecc., oppure, con l’inganno, promettendo vantaggi futuri (posti di lavoro, aumento del reddito, previdenza, ecc.), oppure instaurando un fiscalismo opprimente con la promessa di abbassarne i prelievi, oppure con la complicità di gruppi organizzati di elettori (lobby) che, in cambio del voto, ne ricavano vantaggi.

Strumento essenziale, per lo sviluppo del popolo e per far funzionare l’apparato statale, è il denaro. Il denaro, come si sa, è fatto con carta stampata e metallo coniato. Esso ha la funzione di permettere gli scambi commerciali e di retribuire il lavoro prestato. Attualmente è usato l’Euro che non ha alcun valore intrinseco. Il suo valore, infatti, non è basato su corrispondenti riserve di metallo pregiato o altro tipo di beni, ma semplicemente sul fatto che viene accettato e scambiato di comune accordo da tutti. Naturalmente la quantità di Euro in circolazione deve essere in armonia con la situazione dell’economia e della produzione (PIL, cioè il Prodotto Interno Lordo) altrimenti ne scaturirebbe “inflazione” (l’eccessivo denaro in circolazione verrebbe svalutato e servirebbe più denaro per acquistare lo stesso prodotto) oppure “deflazione” (poco denaro in circolazione e relativa diminuzione dei prezzi, situazione che comporterebbe contrazione dell’economia e della produzione con conseguente disoccupazione).

Chi allora deve avere il compito di stampare e coniare denaro? Con tutta certezza non può essere che lo Stato che, come abbiamo visto, è lo strumento sovrano del popolo per organizzare la sua vita. Ovvio quindi che esso non possa essere prodotto direttamente dai cittadini: il denaro non avrebbe alcun valore perché la quantità immessa nel mercato sarebbe fuori controllo.

Il denaro è, dunque, il pilastro fondamentale per la vita di un popolo e del suo Stato. Lo Stato tra i suoi compiti deve anche prevedere la sorveglianza delle banche commerciali e di fissare periodicamente il tasso ufficiale di sconto (cioè il costo del denaro dato in prestito alle banche commerciali). Insomma, tutto e tutti dipendono dal denaro.

Eppure in Italia, dall’Unità fatta nel 1861, ad opera del “padre della patria” Cavour, lo Stato fu esautorato della sovranità di emettere denaro, affidandola ad un ente privato: la Banca Nazionale piemontese, cioè a quella che – attraverso vicende quasi sempre molto sporche, es. furto delle riserve in oro di dollari e sterline dei Banchi di Napoli e di Sicilia in epoca fascista – attualmente è la Banca d’Italia. I proprietari della Banca d’Italia sono banche private (85%), assicurazioni (10%) e altri proprietari minori. In pratica la Banca d’Italia, creando dal nulla il denaro con la sola stampa e conio, lo “presta” poi allo Stato che, per svolgere le sue funzioni, resta assurdamente indebitato (Debito Pubblico) con un privato. Cosa che non avverrebbe se lo Stato, per suo sovrano diritto-dovere, il denaro se lo stampasse esso stesso e lo distribuisse ai cittadini che ne sono naturalmente i proprietari.

Un assurdo così enorme, così grande, che nessuno riesce a vederlo. Una truffa gigantesca ben congegnata: essa consente agli azionisti della Banca d’Italia di arricchirsi non solo con la “restituzione” del debito da parte dello Stato, ma anche di farsi pagare gli interessi (tasso di sconto) su denaro non suo. Solo che il denaro che torna indietro alla Banca è denaro vero perché è frutto del lavoro e dei sacrifici dei cittadini.

Ma ci sono anche altri che ci guadagnano da questa assurda situazione: quelli che amministrano lo Stato. I politici, che formano i governi e i vari apparati dello Stato, maneggiando l’enorme flusso di denaro che lo Stato preleva dai cittadini con imposte e tasse, si arricchiscono anche loro concedendosi stipendi favolosi, privilegi per fare concessioni ai cittadini, spendono i nostri soldi per comprare voti, ecc., anche a scapito dell’efficienza economica e amministrativa dello Stato. In proposito si può ricordare il governo di Aldo Moro che per istituire l’ENEL col pretesto di “dare la luce a tutti” comperò le azioni della S.I.P. (Società Idroelettrica Piemontese) per una somma pari a 100.000 miliardi di lire, un enorme esborso del tutto inutile perché le concessioni demaniali degli impianti idroelettrici stavano per scadere e, quindi, le azioni avrebbero a breve perso valore. Quell’enorme cifra fu praticamente tolta per decenni allo sviluppo e alla costruzione di infrastrutture del Sud e servì a finanziare lo sviluppo tecnologico della S.I.P. Che passò alla telefonia. Risultato di tale operazione: l’energia elettrica in Italia costa più che in tutti gli altri Stati europei. L’operazione fu una delle tipiche truffe del Nord, ma nessuna formazione politica è andata al fondo della faccenda: nessuno aveva interesse a sputare nel truogolo della gozzoviglia.

Il silenzio dei politici meridionali, in proposito, è stato tombale, come sempre. Addirittura essi ritengono che se il Sud diventasse indipendente non sarebbe in grado di sopravvivere e numerosi sono quelli che si affannano a difendere l’unità, il risorgimento e osannano il Garibaldi. Eppure costui fu un ladro, un assassino e il primo artefice del degrado meridionale. E c’è ancora qualcuno nel Sud che vuole intitolare a lui un teatro a Gallipoli. Sindrome di Stoccolma? Una cosa è certa: con gente così davvero il Sud non andrà da nessuna parte. Insomma lo Stato viene usato come esattore da parte della Banca d’Italia con la connivenza dei politici, i quali usano anch’essi lo Stato come strumento per arricchirsi. Naturalmente non tutti i politici sono consapevoli e conniventi di quanto avviene, ma certamente costoro sono di una inammissibile e colpevole ignoranza.

Con questo sistema, essendo lo Stato privo di sovranità e usato come strumento truffaldino, non si può dire, dunque, che in Italia esista uno Stato vero, ma solo il suo simulacro. Da questa colossale truffa a danno del popolo, iniziata con i Savoja per “fare l’Italia unita” e continuata con la complicità di tutti i governi fino ad oggi, si può scientificamente affermare che la Banca d’Italia (oggi la BCE) è la vera detentrice del potere, perché essa, appropriatasi della facoltà di stampare denaro, tiene sottomesso il potere politico che “non vede e non sente” pur di stare ben avvinto alla sua greppia.

Basti, in proposito, ricordare il fatto che nessun politico si permise di “chiedere la testa” del Governatore della Banca d’Italia nel 1992, per aver costui fatto perdere allo Stato, cioè a tutti noi italiani, oltre settantamila miliardi per aver ritardato di due settimane la svalutazione della lira – svalutazione di circa il 30% ormai certa – a vantaggio di speculatori internazionali. Eppure questo genio della finanza fu fatto Ministro dell’Economia (ma si era laureato in Lettere alla Scuola Normale di Pisa), Primo Ministro e Presidente della Repubblica. Naturalmente il tutto sempre ammantato del glorioso risorgimento, dell’unità della patria, dell’inno nazionale e dello sventolare di bandiere tricolori e giacobine.

Con l’istituzione dell’Euro, la Banca d’Italia stampa ancora carta moneta, ma su concessione della Banca Centrale Europea con sede a Francoforte, anch’essa privata (azionisti sono i soci privati delle varie banche nazionali, anche dell’Inghilterra che, pur non essendo entrata nel sistema Euro, detiene tuttavia il 14% delle azioni, e, quindi, degli utili). La concessione comporta ovviamente un elevato addebito non motivato. Contro il costo di stampa di 0,03 centesimi la BCE pretende 2,50 Euro ogni cento, ovviamente scaricati sullo Stato italiano, pagatore finale, cioè su tutti noi.

L’Unione Europea, è, in sostanza, una unione di banche senza un Governo supervisore. Uno Stato europeo, infatti, non esiste. Cosicché i governanti dei vari Paesi europei usano ora il loro Stato nazionale come esattore della Banca Centrale, la cui greppia è ben più abbondante di quella nazionale e con meno vincoli per l’assenza di un Governo centrale di tutela.

Tra l’altro la BCE consente continuamente di emettere più denaro del necessario (circa il 5% all’anno), cosicché questo surplus, innescando un processo inflattivo, fa diminuire il valore della moneta. Questo ha l’effetto di una tassa indiretta per i popoli e arricchisce silenziosamente i soci della BCE perché i cittadini e le imprese, causa la forzata svalutazione strisciante, sono spinti a chiedere più denaro alle banche in un’infernale spirale senza fine. Se la BCE non stampasse una quantità eccessiva di Euro non esisterebbe inflazione. L’inflazione è causata di proposito.

Fazio, rimasto attaccato alle concezioni “nazionali” della Banca d’Italia ancorate al periodo della Lira, è stato allontanato perché dava fastidio: “non aveva capito” che era passato il tempo di fare gli “interessi” nazionali, bisognava ora fare quelli “europei”.

Una truffa talmente enorme che si fa fatica a vederne i contorni. Il popolo infatti non se ne accorge, anche perché nessun politico ne parla. Se ne guardano bene. Costoro, interessati a mantenere questo sistema truffaldino, mentono nei pubblici dibattiti in modo spudorato: così la gente crede e si adatta alla situazione ritenendola reale e legittima. Da tutti si ritiene, infatti, giusto pagare il debito pubblico e che partecipare alle elezioni sia doveroso per poter scegliere al meglio i politici e i partiti onde “essere meglio amministrati per lo sviluppo della vita nazionale”. Nessun programma televisivo è più seguito di quelli in cui c’è un dibattito politico: ma gli spettatori non si rendono conto che è solo una messa in scena (magari anche “combinata” tra gli opposti schieramenti). Un ben collaudato meccanismo psicologico, il cosiddetto “teatrino della politica”, che cattura le passioni e il consenso popolare col risultato di nascondere l’enorme truffa dietro celata.

I popoli europei sono ormai ridotti a semplice gregge, particolarmente quelli del Sud-Italia, da tosare il più possibile per far arricchire i gruppi finanziari che dominano i governi. Questi, servi delle banche, aumentano tasse e tributi con l’ingannevole pretesto dell’inflazione. Invece è vero esattamente il contrario: l’aumento dei balzelli serve solo a produrre deflazione, cioè a far diminuire la quantità di denaro circolante, mentre di conseguenza vi è una diminuzione dei prezzi per favorire la vendita dei prodotti. Gli imprenditori, però, sono costretti a chiedere denaro in prestito alle banche, che si arricchiscono ancora di più, mentre a causa dell’aumento dei costi, per il denaro chiesto in prestito, crescono i fallimenti e la povertà. Per questo, il cosiddetto Debito Pubblico non verrà mai cancellato. È un collaudato meccanismo che fa guadagnare la BCE e i politici (Destra, Sinistra o Centro non fa alcuna differenza: sono tutti d’accordo).

Prima che arrivassero i “liberatori” piemonteso-savojardi il Regno delle Due Sicilie aveva una economia del tutto diversa. Il denaro veniva stampato (fedi di credito) e coniato direttamente dallo Stato. Non esisteva un “Debito Pubblico” inquinato dal pagamento di tasse a favore di una Banca privata. Il Banco delle Due Sicilie era una banca di Stato e il suo “Debito Pubblico” era fisiologico, dovuto in genere alle pochissime tasse che servivano solo a pagare i servizi che lo Stato effettivamente forniva al popolo. Il Regno delle Due Sicilie era la terza potenza economica in Europa, situazione resa visibile dall’elevata rendita sulla piazza di Parigi.

Il sistema attuale è dunque così organizzato: a) lo Stato italiano è privo di sovranità (tra l’altro il suo territorio è anche occupato da truppe straniere) ed è usato per soddisfare gli interessi dei gruppi finanziari italiani e stranieri; b) le lobby italiane, tutte del Centro-Nord, sfruttano il Sud come una colonia interna in cui vendere i loro prodotti e servizi. Ovviamente esse impediscono qualsiasi sviluppo che potrebbe rivelarsi pericoloso concorrente del Nord, ad esempio eliminare a qualunque prezzo la Banca del Salento, rea di aver avuto l’audacia di aprire due sportelli in due zone centralissime di Milano, uno in Stazione Centrale, l’altro in piazza Diaz a due passi dal Duomo. Da ricordare anche la compagnia S. Paolo che, sfruttando il nome del Banco di Napoli, succhia i risparmi del Sud per versarli a Torino con la vergognosa complicità della classe dirigente e politica meridionale. Bisognerebbe impedirle almeno di usare il nome Banco di Napoli!

Ma tanto è inutile: il Sud sarebbe circuito comunque come si sta facendo ora con l’istituzione della Banca del Sud. Carpendo la “buona fede” del principe Carlo di Borbone, lo hanno messo a simbolo di questa Banca per attirare gli ingenui terroni. Quello che sorprende sempre (e sgomenta) è il vedere con quanta facilità viene imposto ciò che si vuole e senza neanche nasconderlo più di tanto. Vedrete quanti imbecilli adopereranno questa Banca del Sud (o del Mezzogiorno)!
È intuitivo comprendere, dunque, che, se il Sud tornasse indipendente, basterebbe il solo fatto di liberarsi dei parassiti nordisti e stampare in proprio armoniosamente il denaro che serve per avere un immediato sviluppo sociale ed economico, come avveniva prima di questa stramaledetta e truffaldina “unità d’Italia”.

Un esempio classico in proposito è rappresentato dalle colonie della Nuova Inghilterra in Nord America: i coloni nel XVII secolo emisero direttamente una propria moneta, chiudendo per sempre con la Banca d’Inghilterra. Si ebbe immediatamente uno sviluppo prodigioso, ma quando il preoccupato Parlamento inglese impose nel 1763 l’obbligo di usare per le transazioni commerciali solo la moneta inglese stampata dalla privata Bank of England, gravata da interessi, vi fu subito recessione e migliaia di disoccupati. Fu per tal motivo che scoppiò la guerra d’indipendenza americana e nacquero gli Stati Uniti. In seguito, però, anche nel nuovo Stato le banche, con subdole manovre, ripresero il loro predominio “prestando” denaro allo Stato. Vi furono tre Presidenti che cercarono di contrastarle ripristinando il denaro come proprietà dello Stato, ma furono tutti e tre assassinati: Abraham Lincoln (nel 1865), per aver fatto stampare dollari di Stato (Greenbacks); James A. Garfield (1913), per aver denunciato il dominio dei banchieri sulla Federazione; John F. Kennedy (1963), per aver emesso banconote di Stato, subito ritirate dopo la sua morte.

Altro esempio dei nostri giorni è la Cina che sta superando impetuosamente le economie mondiali. Il motivo consiste proprio in questo: la Cina ha una Banca di Stato e non una Banca Centrale privata! La Cina stampa direttamente il denaro che le serve e non lo chiede in prestito a nessuna banca privata! Non è affatto vero, come ci vogliono far credere, che il lavoro cinese costi poco perché gli operai mangiano un pugno di riso: la Cina si è sviluppata e continua a svilupparsi a ritmi impensabili perché non le gravano addosso i parassiti che le succhiano il sangue, come quelli che affliggono il Sud.

Se, dunque, il Sud avesse un suo Stato, stampando da sé il denaro che serve, avrebbe sostanziali benefici in ogni campo. Potrebbe costruire le infrastrutture che sono state sempre negato col pretesto assurdo che mancano i capitali (è come dire che non si possono fare strade perché mancano i chilometri). Potrebbe produrre a basso costo in competizione con tutto il mondo. Potrebbe avere un sistema sanitario tra i più avanzati. Potrebbe avere la piena occupazione senza dover più emigrare. Infatti, il denaro emesso direttamente dallo Stato del Sud, cioè dal popolo, non gravato da interessi passivi, potrebbe essere utilizzato senza ostacoli e stimolerebbe la produzione e conseguentemente l’occupazione. Inoltre, cosa importantissima, non si avrebbe né inflazione, né deflazione. Lo dimostra il ducato duosiciliano che non aveva mai perso di valore nei 126 anni di Regno borbonico.

Fonte:Businnesonline

Li chiamarono... briganti! (1999 -Pasquale Squitieri) Tredicesima Parte

Abruzzo: le case raccontano


Di Marco Sebastiani




Ricostruire una città devastata da un terremoto ai tempi di Berlusconi non è cosa facile



Ricostruire una città devastata da un terremoto ai tempi di Berlusconi non è cosa facile, come non è facile far capire agli italiani cosa stia realmente accadendo in questo territorio terremotato. Il quadro che tutti fuori dall’Aquila si sono fatti di questo evento e della ricostruzione avviata è tanto chiaro quanto sconcertante: “c’è stata tanta solidarietà da parte di tutti, non potete lamentarvi” – si sente dire dai non aquilani - “le tendopoli sono campeggi a cinque stelle”, “il presidente del Consiglio ci tiene a voi, è sempre all’Aquila”, “ho visto i disegni del piano case, sono palazzine bellissime e poi in alcuni paesini si stanno facendo già villette di legno” e il più bello di tutti “siamo in crisi, non ci sono i soldi per rifare tutto come prima, dovete accontentarvi”.



È da questo che devi partire quando vuoi spiegare la vita che ti sei ritrovato a condurre dopo che per 40 secondi eri tu l’unica cosa ferma in un mondo che ti ballava intorno. A volte l’impressione è che gli altri conoscano meglio di te quello che tu stai vivendo. Poi invece parli con chi ha vissuto quel momento guardandolo negli occhi, vedi le case e i monumenti sventrati, senti la terra che ancora trema proprio quando avevi abbassato un attimo la guardia e capisci che fare qualcosa per la tua gente, per la tua terra, è l’unico modo che hai per sentirti ancora vivo e parte di qualcosa. Urlare le ingiustizie che tutti gli aquilani stanno subendo è l’unica via che hai per sperare di avere un futuro in un territorio che rischia di avere per sempre solo un passato.

La battaglia che i comitati cittadini hanno deciso di combattere non è una battaglia politica, tesa a screditare il Governo e magari gettare fango sul suo operato, ma è una lotta per difendere il territorio da una speculazione già iniziata, un tentativo di evitare quell’invivibile sensazione di non sentirti più figlio della tua terra e delle sue montagne; è una battaglia di diritti.

La ricostruzione dell’Aquila infatti è una faccenda puramente aquilana, nel senso che solo chi vive un territorio sa qual è l’investimento migliore che su quello stesso territorio si può realizzare. È un concetto questo che va al di là delle competenze necessarie, anche se la speranza è che vengano riconosciute quelle locali.

Questo è il motivo per cui i comitati cittadini nati dopo il sisma chiedono la partecipazione di tutti i cittadini aquilani per ogni singola decisione che viene presa sulla loro pelle. Gli aquilani invece, si ritrovano davanti a scelte già prese dall’alto: cemento armato dove prima era campagna, tasse da pagare a soli 6 mesi dal terremoto, il dover decidere, per chi aveva più di una casa quale riparare o la seria possibilità di restare senza un tetto per chi prima viveva in affitto. Finora le uniche cose che agli aquilani era concesso fare era dire che “va bene così”, “che non c’era altra via” oppure rientrare nella propria tenda a bestemmiare contro il mondo, a chiedersi perchè questo terremoto abbia colpito proprio loro e non qualcun altro, inteso in altro tempo o in altro luogo.

Quello che i cittadini non aquilani devono fare, è riconoscere il diritto che tutti gli italiani hanno ad una abitazione dignitosa, al lavoro e all’autodeterminazione della propria vita; in altre parole il diritto che tutti hanno a condurre una vita felice. È verso queste considerazioni che bisogna spostare l’attenzione se non si vuole cadere nel gioco politico della propaganda e della contestazione. Solo così viene alla luce che le palazzine che si stanno realizzando secondo il piano C.A.S.E., che sembrano così necessarie quando l’unica alternativa che ci hanno proposto è quella di passare il gelido inverno aquilano nelle tende, è solo un espediente per far ripartire l’industria del cemento armato delle aziende del nord Italia e cercare così di uscire dalla crisi economica. Una scelta che porterà alla creazione di nuove periferie, molto lontane dalla città, senza servizi e senza legame con il territorio, con il serio rischio della perdita di identità per i cittadini, una volta aquilani, deportati chissà dove in una provincia fatta di piccoli mondi chiusi piuttosto che di paesi.

Non si sono spenti i riflettori sulla città dopo il G8, come temevano le istituzioni locali, e non si spegneranno a lungo, anche se la luce che mandano illumina un esempio di efficienza e non la gigantesca speculazione edilizia che sta devastando l’aquilano.

Spesso ho sentito dire “ah se questa casa potesse parlare ne avrebbe di cose da raccontare...”, beh vi dico una cosa, adesso le case dell’Aquila e dei paesi tutt’intorno parlano, ma quello che raccontano non è affatto una bella storia.
Fonte:Agoravox

Li chiamarono... briganti! (1999 -Pasquale Squitieri) Decima Parte

Li chiamarono... briganti! (1999 -Pasquale Squitieri) Dodicesima Parte

L'euroreattore EPR ( European Pressurised water reactor ) - un pericolo per l'uomo e per l'ambiente


Il 21 ottobre 2004 EDF ha deciso di installare il reattore nucleare di terza generazione EPR (European Pressurised water reactor) sul sito di Flamanville, sulla Manica. "L’EPR é dieci volte più sicuro delle centrali nucleari attuali". Questa citazione dell’attuale ministro francese dell’industria, Nicole Fontaine, é almeno bizzarra, come fa notare Axel Mayer del BUND di Friburgo (Germania). Non ci ripetono infatti da decenni che le centrali nucleari attualmente in servizio sono tutte sicure al 100%?EDF, EnBW, Fessenheim, EPR, Euroreaktor, European, pressurized, water, reactor, L'euroreattore, euroreattore, ambiente, pericolo, critiqua, EDF, EnBW, Euroreaktor, EPR, BUND, Regionalverband, Südlicher Oberrhein, Freiburg, Axel Mayer, Naturschutz, Umweltschutz, Kultur, protezion di ambiente, centrali nucleari attualmente, multinazionali dell’energia nucleare,

Mentre il movimento ambientalista tedesco, che si é lasciato addormentare dalle promesse soporifiche di una cosiddetta "uscita dal nucleare", aspetta che la chiusura degli impianti atomici si realizzi da sola, le multinazionali dell’energia nucleare come EnBW, RWE, Eon, Vattenfall, EDF, Siemens e Areva preparano il terreno per far accettare la costruzione di nuove centrali atomiche in Europa.

Il progetto EPR é finanziato da EDF e EnBW con i nostri soldi, dato che ne siamo i clienti. La sua costruzione spetterà a Siemens e Areva. "Se il governo francese si pronuncia all’inizio del 2004 - il progetto é all’ordine del giorno del Consiglio dei Ministri dell’11 e del 18 febbraio - per l’adozione di questo progetto franco-tedesco di Areva, l’EPR potrà entrare in funzione nel 2010", ha dichiarato Nicole Fontaine il 7 novembre 2003.
Nuove strategie soft per imporre l’EPR:

Gran parte del parco nucleare europeo deve essere rinnovata a partire dal 2005 e Siemens & Areva sono ben decise a restare sul mercato nucleare mondiale. Con l’EPR non si tratta solo di un nuovo reattore per la Francia, ma di creare una testa di serie, un modello di riferimento da esibire sul mercato mondiale.

La lobby nucleare ha imparato la lezione dopo le sue sconfitte a Wyhl, Wackersdorf, Plogoff etc.. e non ripeterà i suoi errori. Ormai opera diversamente: un’abile campagna pubblicitaria, che costa svariati milioni di euro, é organizzata un po’ dappertutto in Europa per vantare i meriti di questo tipo di reattore "nuovo, sicuro e durevole". Adesso la propaganda pubblicitaria é centrata completamente sull’aspetto "ecologico" e favorevole al clima di questo nuovo investimento. Sono proprio le lobbies alle quali gli ambientalisti sono riusciti dopo anni ed anni ad imporre dispositivi di riduzione dei tassi di nitrato e di zolfo nelle loro vecchie miniere di carbone che utilizzano ora argomenti ambientalisti per rilanciare i loro programmi nucleari! E che per di più si sforzano di dividere il movimento ambientalista fomentando polemiche sull’eolico. E’ cosi’ che si riesce a rimuovere il ricordo degli incidenti nucleari di Chernobyl, Harrisburg, Tokaimura etc.

Siti previsti per i primi EPR:

Potrebbe essere la Finlandia o Penly, in Normandia (Francia). Quel che conta per la scelta di questi siti é che sul posto la resistenza politica e civile sia minima. Un paese piccolo come la Finlandia puo’ facilmente farsi ingannare dall’arrivo dei soldi, del potere e dell’influenza della lobby dell’atomo.

Una volta aperta la breccia, quest’ultima spera che degli invidiosi si facciano avanti in Europa. "Meglio un cattivo reattore costruito in Germania o in Francia che uno altrettanto pericoloso presso i nostri vicini europei finlandesi", é la parole d’ordine abilmente collegata agli egoismi nazionali... Puo’ anche essere un aspetto della mondializzazione. In tutti i modi, le centrali nucleari francesi arrivate al termine della loro vita dovranno essere sostituite e in Germania l’industria nucleare conta su un cambiamento di governo, con partiti pronucleari che aspettano il loro turno. E’ sorprendente che, in tutto il mondo, siano spesso partiti molto conservatori ad agire contro l’uomo, la natura e l’ambiente.

Il luogo d’installazione dell’EPR potrebbe anche essere Fessenheim, che é la centrale più vecchia di Francia e vi sarebbe fin d’ora sul sito posto per due nuovi reattori. D’altronde, "misure di igiene psicologica" sono state prese nel 2003 per preparare il terreno: la centrale si é autodotata di una certificazione ambientale (ISO 14001) ed ha fondato il nuovo club pronucleare "Sul filo del Reno". Ma i rischi sismici e la robusta opposizione delle popolazioni di entrambe le sponde del Reno sono contro la scelta di questo sito.

Dovunque sia costruito, l’EPR sarà pericoloso.

Produce scorie nucleari che dovranno essere immagazzinate per milioni di anni. Per ogni megawatt di elettricità prodotta in un anno, ogni centrale produce la radioattività a vita breve e a vita lunga di una bomba di Hiroshima. Due EPR da 1600 Mwe ognuno produrrebbero la radioattività di 3200 bombe di Hiroshima.
Ovunque lavorano degli uomini, errori umani sono possibili (leggere: "Embrouilles dans les centrales" (Imbrogli nelle centrali, NdT).
l’EPR é grande, invece di essere sicuro. L’organizzazione internazionale dei medici per la prevenzione di una guerra atomica IPPNW denuncia la capacità di 1600 MW come un abbandono delle norme di sicurezza. E’ per evitare un’esplosione dei prezzi dell’elettricità che Siemens e Areva privilegiano il gigantismo a spese della sicurezza.
I sistemi di sicurezza passivi dell’EPR non sono sufficienti, armature e pompe sono sempre azionate da motrici che possono fermarsi al minimo guasto elettrico. La sola innovazione dell’EPR é il serbatoio, destinato, in caso di incidente grave, a ricevere e raffreddare il cuore in fusione. Per farlo, occorrerebbe da una parte che il bacino fosse assolutamente secco, senza che i rischi di esplosione di vapore siano troppo elevati, e dall’altra bisognerebbe coprire d’acqua il cuore in fusione, il che provocherebbe proprio quelle esplosioni di vapore che bisogna evitare...
E, per l’EPR, delle persone moriranno nelle miniere dove si estrae l’uranio (leggere: "Un scandale nommé COGEMA" (Uno scandalo chiamato COGEMA, NdT), a causa delle radiazioni vicino alle centrali, negli stabilimenti del plutonio (detti di ritrattamento) e dell’arricchimento dell’uranio.
Come ogni altra centrale nucleare convenzionale, l’EPR produrrà rilasci radioattivi durante il suo funzionamento, detto normale".


Destinato all’esportazione, l’EPR aggrava dunque il rischio che nuovi paesi entrino in possesso della bomba atomica. Secondo Jean-Jacques Rettig, del CSFR (Fessenheim), "lo Stato francese non ha imparato nulla dalla vendita di una centrale nucleare all’Irak. Chi ha una centrale nucleare é capace di costruire una bomba. Per dei profitti a breve termine, EDF, EnBW, Siemens e Areva mettono in pericolo la pace mondiale".
Il progetto EPR é cominciato molto prima degli avvenimenti dell’11 settembre 2001. L’EPR non é previsto per far fronte ad un eventuale attacco terroristico. Un attacco terroristico o un incidente nucleare grave renderebbero gran parte dell’Europa inabitabile per sempre. Un paese che possiede centrali nucleari é in balia di tutti i ricatti.
L’EPR non é esente dal rischio di fusione del cuore del reattore. Tutti i dispositivi di sicurezza dell’EPR, dispositivi il cui funzionamento é peraltro molto controverso, possono controllare solo fusioni a bassa pressione. L’EPR non é dunque un nuovo reattore, restano tutti i problemi inerenti al P.W.R.

Che fare?

Bisogna mobilitarsi e resistere alla propaganda mediatica della lobby nucleare. Ci sono ancora milioni di consumatori ambientalisti che comprano prodotti Siemens. Molti comprano la loro elettricità da ditte nucleari come Eon, EnBW, RWE, Vattenfall o a filiali dette ambientali. Questo potrebbe cambiare con il lancio di EPR, perché esistono produttori alternativi, che vendono a buon mercato elettricità prodotta al 100% senza nucleare come l’EWS di Schönau.

Ma resistere pacificamente significa anche far pressione su tutti i siti possibili, resistere a Gorleben, far pressione sui partiti pronucleari tedeschi e sui partiti al potere in letargo.

Le azioni transfrontaliere ed una cooperazione antinucleare internazionale sono più necessarie che mai. Se la lobby nucleare non conosce frontiere, nemmeno i suoi oppositori ne conoscono.

L’industria nucleare é rivolta al passato, mentre una vera preparazione dell’avvenire esige lo sviluppo delle alternative. Una politica energetica degna di questo nome, durevole e rispettosa del clima, deve combinare diversi fattori: economie di energie, rinuncia allo spreco, cogenerazione, fonti di energia rinnovabili. Senza una vera politica economica ecologicamente sostenibile, portiamo il nostro pianeta direttamente alla sua rovina. Con l’EPR, succederà solo un po’ più rapidamente.

Estratto dalla Gazzetta Nucleare N°215/216, settembre 2004

Axel Mayer, BUND di Friburgo, Germania

Dieser Artikel wurde 1220 mal gelesen und am 29.6.2007 zuletzt geändert.

Richtig wichtig! Ihnen gefällt diese Seite? Legen Sie doch einen
Link: 'euroreattore EPR ( European Pressurised water reactor ) - un pericolo per l'uomo e per l'ambiente
http://www.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fvorort.bund.net%2Fsuedlicher-oberrhein%2Feuroreattore.html&h=b8e59b98e8e71ad76f41f576254ffe81

Li chiamarono... briganti! (1999 -Pasquale Squitieri) Undicesima Parte

martedì 28 luglio 2009

Milano: non salga lo straniero!




Di Sherif El Sebaie






Alcuni giorni fa, il Tribunale del lavoro di Milano ha accolto il ricorso del 19enne marocchino Mohamed Hailoua, regolare e diplomato in Italia, che lamentava di non poter essere assunto dall’Atm (Azienda di trasporti milanesi) a causa di un regio decreto del 1931 (e cioè un decreto fascista) che prevede la cittadinanza italiana o europea per lavorare nel trasporto pubblico . Il collegio presieduto dal giudice Chiarina Sala ha dichiarato il “carattere discriminatorio” del comportamento dell’azienda, ordinando ad Atm “la rimozione della richiesta della cittadinanza tra i requisiti di selezione delle offerte di lavoro e delle proposte di assunzione, in moduli cartacei o telematici” in quanto la permanenza del requisito di una determinata cittadinanza, ai fini dell’assunzione, “verrebbe ad assumere i connotati di una disparità di trattamento in senso diseguale e più svantaggioso per il non cittadino”. Un ragionamento cristallino, direi. Ma in Italia - quando si parla dei "diritti" degli immigrati (e solo di quelli) - tutto diventa di colpo molto torbido e, per usare le parole di un politicante milanese, "poco chiaro".


Lo sa bene Hailoua che per avere ragione, ha dovuto presentare un reclamo dopo che era stato respinto un suo primo ricorso. E perché mai? Perché gli avvocati dell'azienda hanno avuto la faccia di tolla necessaria per affermare che: "Il servizio di pubblico trasporto involge delicati aspetti di sicurezza pubblica, ed è particolarmente esposto, ad esempio, a rischi di attentati. È proprio di questi giorni la notizia, apparsa sulle maggiori testate giornalistiche, che cinque terroristi magrebini avrebbero organizzato un attentato nella metropolitana milanese che avrebbe dovuto realizzarsi prima delle elezioni del 2006". E ancora: "Il legame personale del cittadino allo Stato dà maggiori garanzie in relazione alla sicurezza e incolumità pubblica". In altre parole il giovane marocchino sarebbe un potenziale terrorista. E non conta che il posto di lavoro in questione non sia quello del conducente. "Un'analoga delicatezza deve rinvenirsi, altresì, nell'attività di chi opera manutenzione dei mezzi, o di chi svolge, su di essi, comunque attività di tipo tecnico". Potenziale sabotatore, quindi.

Sorge spontanea una domanda: per quale motivo un aspirante terrorista dovrebbe prendersi la briga di farsi assumere dall'Atm per sabotare un pullman, quando - molto più facilmente - può salirci sopra (e senza pagare il biglietto) con uno zainetto imbottito di tritolo? Eppure questo elementare buonsenso viene a mancare, quando - sacrilegio! -ci si trova davanti ad un giovane immigrato che chiede solo di poter essere autorizzato a presentare il proprio curriculum. Trovo molto originale anche la trovata di portare ritagli di giornale a supporto delle proprie tesi in un processo simile. Anche perché i giornali italiani (come la televisione e la radio, del resto), su questi argomenti danno libero sfogo alla fantasia, abbattendo ogni freno inibitore. Sono molto curioso anche di sapere che fine hanno fatto i potenziali attentatori del 2006. Perché è davvero singolare che ogni tot mesi saltino fuori incredibili piani per sabotare la metropolitana di Milano e distruggere la Basilica di San Petronio a Bologna (evidentemente i terroristi islamici del Bel paese hanno poca fantasia: prendono di mira sempre gli stessi obiettivi anche a costo di essere puntualmente beccati), con tanto di arresti ecc e poi non se ne sa più nulla. Sono stati condannati, incarcerati, espulsi oppure - verosimilmente - assolti e rilasciati? Non sarebbe la prima volta, d'altronde, che viene fuori che dei poveracci sono stati incastrati per far fare carriera a qualcuno.

Quello di Hailoua è un esempio che tutti gli immigrati dovrebbero seguire. Cause, ricorsi e anche scioperi e manifestazioni dovrebbero essere strumenti di lotta quotidiana. Bisogna abbattere dall'interno questo sistema che riconosce solo doveri e niente diritti (non saprei definire diversamente un paese che incassa tasse, forza lavoro ecc senza dare in cambio almeno la possibilità di concorrere per un posto che - a detta dell'Atm stessa - non vogliono nemmeno gli italiani). Qualcuno ha avuto la faccia da bronzo necessaria per definire il ricorso di Hailoua "senzazionalistico", "creato ad arte", "studiato a tavolino", "strumentalizzato"ed "ambiguo" solo perché Hailoua ha fatto la causa senza presentare prima il curriculum. Anche qui, evidentemente, è venuto a mancare il buonsenso italiota. Ma, dico io, se leggo su un annuncio o un concorso che non mi posso presentare al tal lavoro perché è necessaria la cittadinanza, perché mai dovrei prima presentare la domanda, aspettare l'esclusione e quindi fare ricorso? Mi sembra molto più logico ed immediato fare causa per rimuovere l'ostacolo che condannerà comunque la domanda all'esclusione. Matteo Salvini, invece, europarlamentare della Lega ha commentato la sentenza dicendo che era addirittura "aberrante". "È arrivata l’ora che questi giudici si trasferiscano in Marocco, dove potranno assaporare le virtù del sistema giudiziario marocchino". Ecco: l'Europdeputato che ha proposto carrozze per i milanesi (e cioè per gli immigrati) non cerca pubblicità. Sta solo incentivando il turismo marocchino. Ogni commento è superfluo. Anche perché sono sicuro che, fra pochi anni, il posto di Salvini sarà saldamente occupato da un marocchino di seconda generazione.

Banche: Con tutti i soldi che guadagnano hanno anche la sfacciataggine di evadere le tasse...



Con tutti i soldi che guadagnano hanno anche la sfacciataggine di evadere le tasse... è un profondo schifo. Chiudete i conti correnti, si vive lo stesso... anzi si vive meglio! Benvenuti nell'evasione fiscale!!! Oltre a tutto questo Tremonti gli ha dato anche i soldi. Oltre a tutto questo esiste la piaga del signoraggio bancario. Oltre a tutto questo sono padroni del sistema e noi siamo i nuovi schiavi.

L’influenza A e i conflitti d’interesse di un governo in ritardo sull’emergenza


Di Alessandro D'Amato


Non tantissimi: soltanto 15 milioni di italiani a partire da gennaio 2010 verranno vaccinati contro la febbre suina, o influenza A che dir si voglia. Lo ha annunciato il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, che ancora mantiene la delega per la sanità in attesa di cederla, al primo rimpasto utile, a quel Ferruccio Fazio che voleva rinviare l’apertura delle scuole per fronteggiare un’emergenza talmente clamorosa da aver avuto finora ben 258 casi in Italia o di italiani ammalati, mentre “in Europa in 30 Paesi finora sono stati diagnosticati 17.189 casi di influenza A/H1N1 con 29 decessi nel Regno Unito e 4 in Spagna. I casi diagnosticati extra-Europa sono stati 149.364 con 810 decessi“. Un’incidenza rispettivamente dello 0,19 e dello 0,54%.


Sacconi, il ministro del Welfare con delega alla Sanità, annuncia quindi l’acquisto di 48 milioni di dosi di vaccino pandemico, e lo fa con la serenità di chi ha la coscienza a posto. Anche perché nello scegliere come spendere quei soldi pubblici potrebbe, volendo, vantare un consulente d’eccezione: la moglie, Enrica Giorgetti, direttore generale della Farmindustria, associazione che rappresenta – legittimamente – gli interessi delle industrie farmaceutiche. All’epoca della formazione del governo, quei noiosoni di Nature - il giornale internazionale delle scienze – avevano sollevato qualche dubbio sull’opportunità della nomina: “In fact, Berlusconi’s government has shown unsettling tendencies to allow industrial interests to gain influence over state agencies“, dicevano quei malpensanti. E dire che quando parlò Fazio di grandi pericoli, dalla maggioranza qualche voce contrariata si levò, come ad esempio quella di Roberto Calderoli: “Un problema di salute non può diventare lo strumento per campagne mediatiche o peggio ancora…”. Poi fu più esplicito Maurizio Gasparri: “Ricordate le avventate campagne allarmiste per l’emergenza aviaria, che sparì dopo l’inutile ma ingente spesa per vaccini. Mi piacerebbe sapere che fine abbiano fatto. Non vorrei che ora si facesse il bis e mi auguro che le autorità internazionali e nazionali diano i giusti avvertimenti senza alimentare psicosi“. Ma si vede che il problema era che lo all’emergenza gridasse il povero Fazio: se lo dice Sacconi non si leva una foglia.


Tutto a posto, quindi. Anche perché l’emergenza tira: “Una delle maggiori banche d’investimento mondiali, J. P. Morgan, ha calcolato che i governi dei vari paesi abbiano già prenotato, presso le 3-4 aziende in grado di produrre il vaccino su larga scala, almeno 600 milioni di dosi, per un valore di circa 4,3 miliardi di dollari. Nei giorni scorsi, si è aggiunta la Francia, con un ordine per 94 milioni di dosi e un assegno da 1 miliardo di euro. J. P. Morgan stima che, alla fine, ai 600 milioni di dosi già prenotate se ne sommeranno altri 350 milioni, per un’ulteriore fattura di oltre 2 miliardi e mezzo di dollari. A spartirsi questo imponente business dell’influenza suina è un ristretto gruppo di giganti dell’industria farmaceutica: GlaxoSmithKline, Sanofi Aventis, Novartis, Astra Zeneca. Accanto ai vaccini antinfluenza ci sono, però, anche le medicine per chi, l’influenza, l’ha già presa. Anche qui, è Big Pharma a dominare il mercato. Il Tamiflu è della Roche, il Relenza ancora di GlaxoSmithKline. Secondo J. P. Morgan, Tamiflu e Relenza porteranno, rispettivamente a Roche e Glaxo vendite per 1,8 miliardi di dollari nei paesi ricchi, più 1,2 miliardi di dollari nei paesi in via di sviluppo. Complessivamente, altri 3 miliardi di dollari. Fra vaccini e medicine, il rischio pandemia vale, per Big Pharma, circa 10 miliardi di dollari“. Tutto a posto, tutto a posto. Rimane solo un piccolo, trascurabile dettaglio: ci vogliono all’incirca da quattro a sei mesi, finora, per produrre il vaccino. A meno che non si utilizzi una procedura più rapida, l’ordine del ministro Sacconi rischia di essere arrivato fuori tempo massimo per rispettare la scadenza di gennaio prossimo, visto che siamo in luglio. Insomma, se anche alla fine tutto questo non fosse un enorme bluff – come pareva adombrare non Beppe Grillo stavolta, ma nientepopodimenoché Maurizio Gasparri – saremmo riusciti ad arrivare in ritardo persino sull’emergenza. Il colmo, per un ministro con la moglie che lavora in Farmindustria.


Fonte:Giornalettismo

Speciale TG1 H2Oro 30/06/2007

1


2

lunedì 27 luglio 2009

Le mosse del Potere a difesa del Truffone

Nella foto :Ecco dove si compra l’oro. All’aereoporto di Francoforte


Di Fabio Gallazzi

Eqqueqqa! Diceva Pappagone. Spaventati dai possibili rifugi della gente comune nel metallo giallo i nostri dittatori si inventano la tassa sull’oro. Vogliono evitare che qualche società siamo spinta a tesaurizzare.

ROMA, 26 giugno (Reuters) - L'articolo 14 del decreto fiscale all'esame del consiglio dei ministri prevede una imposta sostitutiva del 6% sulle plusvalenze su oro e metalli preziosi realizzate da società ed enti. La nuova imposta non si applica alle riserve conferite in adempimento di obblighi derivanti dall'appartenenza alle Comunità europee, dunque la Banca d'Italia. "Le plusvalenze derivanti alle persone giuridiche soggetti passivi dell'imposta sul reddito delle società dalla valorizzazione ai corsi di fine esercizio delle disponibilità in metalli preziosi per uso non industriale sono assoggettate a tassazione separatamente dall'imponibile complessivo mediante applicazione di un'imposta sostitutiva delle imposte sui redditi e relative addizionali nonché dell'imposta regionale sulle attività produttive, con l'aliquota del 6%", dice il testo dell'articolo.

Le ombre sinistre di Mordor avanzano. Probabilmente i Gestori del Truffone sanno che tra poco si riscatena l’inferno bancario per default su derivati. Anzi peggio che default: non capiranno più cosa diavolo hanno combinato, l’assoluto caos di bilancio.


Fonte:Soldionline

Briganti e brigantaggio

L'unità d'Italia sui giornali


Da Note di Angela Pellicciari su FB queste interessanti e condivisibili osservazioni su alcuni articoli apparsi ieri sulla "grande" stampa italiana:



Dal Corriere della sera e dal Sole 24 ore di domenica 26 luglio. Un articolo falso ed uno reticente. Entrambi a proposito dell’unità d’Italia.


Panebianco addebita l’attuale crisi dell’unità italiana non tanto alla Lega, che ne sarebbe un effetto, quanto ad “una (sciagurata) pedagogia negativa sul Risorgimento e l’Unità d’Italia: per rinfrescarsi la memoria converrebbe riprendere in mano qualcuno fra i tanti manuali di storia patria circolanti nella scuola pubblica, soprattutto a partire dagli anni Settanta”.
L’affermazione è priva di riscontro: la scuola italiana ed i suoi manuali hanno ripetuto come una giaculatoria i meriti “progressisti” del Risorgimento, ignorando completamente la realtà dei fatti. Mettendo fra parentesi il dramma risorgimentale che ha costretto all’emigrazione intere generazioni di italiani, ed omettendo di raccontare come l’unità italiana sia stata realizzata a spese della chiesa (cioè di tutta la popolazione che andava rifatta a modello delle convinzioni liberal-massoniche, a partire dall’incisivo motto: l’Italia è fatta, bisogna fare gli italiani) e del meridione.


A spese della chiesa e del meridione: ci avviciniamo al secondo articolo, quello dell’omissione.


“Il debito? Nasce con l’unità d’Italia”: questo il titolo cubitale de Il Sole 24 ore.


Dino Pesole cita il ministro delle finanze Bastogi che nel 1861 decide di “incorporare tutti i debiti dei sette ex Stati confluiti nella nuova entità territoriale”.
Pesole dimentica di specificare come il bilancio del Regno delle Due Sicilie fosse in attivo mentre quello del Regno di Sardegna in profondo rosso.

Tanto rosso che da più parti si paventava la possibilità di finire in bancarotta ove non fosse stato possibile attingere ai bilanci in ordine dei vari stati della penisola.

La storia di RITA ATRIA e di PAOLO BORSELLINO contro i mafiosi di Partanna.



Rita Atria (Partanna, 4 settembre 1974 Roma, 26 luglio 1992) è stata una testimone di giustizia italiana.
Rita nasce in una famiglia mafiosa, raccoglie le più intime confidenze sugli affari e sulle dinamiche mafiose a Partanna. A soli 17 anni, nel novembre 1991, decide di seguire le orme della cognata Piera, cercando, nella magistratura, giustizia per quegli omicidi. Il primo a raccogliere le sue rivelazioni fu Paolo Borsellino al quale ella si legò come ad un padre. Le deposizioni di Rita e di Piera, unitamente ad altre deposizioni hanno permesso di arrestare diversi mafiosi e di avviare un'indagine sul politico Vincenzino Culicchia per trent'anni sindaco di Partanna.
Dopo una settimana dalla bomba di via d'Amelio, si uccise a Roma dove viveva in segretezza.
Fonte: Rai

I "Mille" Garibaldini: o in Sicilia o la Fame


di P. Mazzocchi

Negli anni ’70 ebbe inizio a Bergamo una curiosa polemica tra la sinistra bergamasca e il partito Liberale circa l’entità del "volontariato" dei Garibaldini bergamaschi. Il tutto cominciò dall’affermazione, da parte di un fervente sessantottino, che il conte Camozzi di Ranica, durante l’arruolamento dei volontari per la spedizione in Sicilia (1859) aveva imposto alle famiglie dei suoi mezzadri (inutile dire numerose date le proprietà terriere di questa famiglia) di mandare i figli in età di leva alla spedizione. In caso contrario li avrebbe cacciati dalle sue terre. Immaginiamo con quali drammatiche conseguenze, dato il periodo particolarmente infelice.

La polemica, inevitabile, divampò e infiammò l’animo dei nazionalisti che la alimentarono per lungo tempo con lettere, risposte e controrisposte sulla stampa locale. Emerse soprattutto una cosa: che la sinistra negava nel mondo più assoluto il senso di "stato italiano" e che non soltanto appoggiava le tesi del meridionalismo, ma le estendeva ad altre zone non meridionali ma parimenti "italianizzate" con la forza, e soltanto a favore delle classi nobili o borghesi che avevano fiutato l’affare attaccandosi al carretto dei Savoia. Si parlò in quel periodo anche del numero dei volontari orobici (intorno a trecento e non mille) e soprattutto delle loro origini: oltre ai figli dei mezzadri "spontaneamente" indotti ad arruolarsi vi erano sì degli idealisti, ma pochi in confronto agli avventurieri e ai delinquenti attratti più dal diritto di saccheggio promesso e concesso da Garibaldi, che dagli ideali romantici dell’unità nazionale. A parte l’amico che diede fuoco alle polveri, oggi purtroppo scomparso, mi chiedo dove siano finiti gli altri paladini della "crociata anti-italiana e anti-Savoia" di quel periodo nemmeno troppo lontano. Forse oggi si vergognano o dimenticano di aver portato sulla stampa quanto i discendenti dei mezzadri ancora avevano nel patrimonio storico orale delle loro famiglie e che ancora raccontavano nelle serate d’inverno ricordando ai nipoti quanto fosse dura la vita del mezzadro e quali soprusi era costretto ad accettare per garantire alla famiglia la polenta quotidiana.

Forse oggi la cosa non è più di loro gradimento, visto che un conto è disquisire a livello di salotto culturale, e un altro è fare sul serio: per loro è meglio il mondialismo, guai a parlare di piccole patrie, di genocidio e di sradicamento culturale. Si sono resi conto che per loro è meglio stare sul carretto dell’Italia nazionale, anche a costo di rinnegare quanto nei decenni passati hanno detto o fatto (nel ’68 non era di moda bruciare il tricolore davanti ai commissariati di polizia?). Memoria corta, spocchia marxista, o "capacità di galleggiamento"?

Sic transit...

Fonte:"La Padania" marzo 1999
.

domenica 26 luglio 2009

Il prefetto Frattasi, il senatore Fazzone, Fondi e la Mafia





Senatore Fazzone,
il prefetto di Latina ha svolto un lavoro encomiabile, ha fatto "il Prefetto" di questa repubblica ormai alla frutta.

Frattasi lo abbiamo visto all'opera a Gaeta, è un uomo dello Stato, è un uomo a cui stanno a cuore le istituzioni repubblicane, è un uomo che si è sempre battuto contro le malversazioni criminali. Lo dimostra il suo curriculum vitae, il suo agire.

Fondi, come tutto il sud pontino, è colpito da una piaga, da quello che si può definire il cancro del Sud e non devono essere i prefetti a debellare tali forme di malavita organizzata, ma gli amministratori locali, i quali dovrebbero collaborare con le autorità preposte. Carabinieri,finanza,polizia di stato,prefettura. A Gaeta abbiamo acquisito alle proprietà comunali ben 25 mila metri quadri di terreni ex famiglia Magliulo, abbiamo partecipato ad un bando regionale per il recupero di un manufatto insistente su uno di quei terreni, la Regione Lazio ha assegnato al comune di Gaeta ben 100 mila euro per la riattazione di tale manufatto, a che possa essere usufruito da anziani, da associazioni sociali.

Un consigliere di Forza Italia, Il sig. Riccardo Izzi, si rivolge ai carabinieri e racconta che è sotto pressione mafiosa e che ha preso voti da tale organizzazione. Il dott. Frattasi, visto il pericolo di maggiori infiltrazioni, insedia una commissione di accesso che accerta ciò che Riccardo Izzi sosteneva e cioè, che l'amministrazione comunale di Fondi è collusa con una famiglia mafiosa ritenuta la cassaforte dell'usura del basso Lazio.

Il prefetto Frattasi ha fatto solo il suo dovere, forse si sente isolato dal Partito di cui fa parte il Sen Fazzone, ma le forze politiche sane gli sono vicine.

Noi diciamo, avanti Sig. Prefetto, la piaga che ha infettato il Mezzogiorni d'Italia da 150 anni, con gente come Lei, sarebbe estirpata in poco tempo. Ma vi sono collusioni politiche.

Dott. Frattasi, i senatori di questa repubblica dovrebbero ringraziarla ed invece, qualcuno di essi, vorrebbe affossare il suo lavoro e quello di un ministro, il ministro degli interni appunto, che ha inviato altri tre prefetti nella città di Fondi che avrebbero accertato cose ancora più gravi.

Noi del Partito del Sud non comprendiamo come un governo, che noi riteniamo nordista, faccia decreti sulla sicurezza, legalizzi le ronde contro la criminalità imperante anzichè rinforzare le forze di polizia, poi non decide sul caso Fondi.

O il governo è colluso con la Mafia, o il governo è inetto di fronte a tali fatti gravi.

Sig. Berlusconi, i governi liberali hanno ridotto il Sud ad una larva, lo hanno massacrato, lo hanno devastato, hanno fatto emigrare 30 milioni di meridionali dal 13 febbraio del 1861, giorno in cui è nata la questione meridionale, hanno massacrato un milione di contadini nella guerra chiamata di "Lotta di repressione del Brigantaggio. Era solo una guerra civile, una guerra a difesa del Sud contro i veri briganti venuti dal Nord a depredare i nostri beni.

Quella guerra civile fu vinta dal Piemonte perchè già da allora colluso con la camorra, con i picciotti in Sicilia a salvaguardare gli interessi dei latifondisti dell'Isola e i vari Tore 'e Criscenzo i, senza l'aiuto del quale, Garibaldi non sarebbe mai entrato in Napoli.

Il Sud è in ebollizione, è stanco di governi forti con i deboli e debole con i forti, è stanco di subire vessazioni, è stanco di emigrare, ogni anno dal sud emigrano 150 mila giovani;è stanco di vedere senatori della repubblica che si scagliano contro i prefetti che fanno il loro dovere, il Sud è stanco. Il sud sta ribellandosi.

Nelle ultime elezioni privinciali destra e sinistra han perso sette milioni di voti, avanzano le liste civiche e dove avete vinto lo avete fatto con l'aiuto di esse. In provincia di Latina ha vinto il popolo delle libertà? Non è vero, alla lista governativa si sono affincate altre sette liste civiche e dove, queste ultime si sono presentate da sole, hanno vinto. Gaeta è stato il laboratotio di tale malessere due anni fa, due liste civiche, tra le quali quella di riferimento al Partito del Sud, oggi governano la città che non ne poteva più di avere per governanti gente che aveva fatto della cosa pubblica, cosa privata di interessi interconnessi con le loro attività di amministratori, prova ne sono le recenti sentenze della magistratura che hanno condannato un ex sindaco, assessori e un dirigente del nostro comune.

Alle provinciali, ad Aprilia, la seconda città della provincia, hanno vinto cinque liste civiche contro destra e sinistra.

Il Sud si sta aprendo, e a niente serviranno i falsi partiti del Sud escogitati dalla mente di Dell'Utri,che ormai parla milanese.

Fazzone è un ex poliziotto, e già per questo, come saputo di quelle infiltrazioni, di quei fatti, appena saputo che un suo consigliere comunale era stato minacciato dalla mafia, avrebbe dovuto intervenire presso il governo con una interrogazione e tutelare la vita di Riccardo Izzi.

Fazzone, da senatore, avrebbe dovuto ringraziare il prefetto Bruno Frattasi per l'opera svolta a favore delle istituzioni. Fazzone pensa che la Mafia a Fondi sia una favola? Fazzone non crede al lavoro svolto dalla commisisone di accesso e dal ministro Maroni? allora facesse dimettere il Sindaco Parisella e si presentasse vergine e casto di fronte agli elettori, non aspetti che il governo affossi le sue insistenze, che di sicuro ci sono state a livello alto. Ne va il nome di una città operosa ed industriosa, i cui abitanti stanno subendo estorsioni, macchine bruciate, aziende bruciate.

Noi siamo con il Prefetto Frattasi e riteniamo la sua azione degna di un uomo del sud. In passato abbiamo assistito all'isolamento di magistrati, di giudici, di carabinieri e poliziotti, di sindacalisti, di intellettuali. Tutti finiti sotto il tiro della mafia. Falcone e Borsellino hanno pagato con la vita, e così poliziotti, sindacalisti, contadini. Perchè lo Stato non li ha tutelati. Sig. Berlusconi, ci tuteli il Prefetto di Latina, sciolga il comune di Fondi. Senatore Fazzone, sta sbagliando tutto, si dimetta.

Antonio Ciano, segretario nazionale del Partito del Sud
-

Rai: altro che nomine, qui quello che si sta attuando è il piano di Licio Gelli...


Di Giuseppe Giulietti



E' inutile far finta di non sapere che anche le ultimissime nomine Rai stavano nelle discussioni di Palazzo Grazioli. Quello che sta accadendo è il prendere forma, in modi sempre più evidenti, di un polo Raiset nel quale l'elemento dominante è costituito dalle proprietà del premier. Non basta più essere ottimi professionisti di destra per entrare nella rosa dei candidati alle direzioni; quello che serve ora è godere della fiducia dei pasdaran della parte più estrema del partito del conflitto di interessi, a tal punto che non pochi esponenti del centro destra, e non di secondo piano, nei corridoi della Camera parlavano e parlano, a mezzabocca, delle nomine Rai come di un completo trionfo del partito Mediaset. A tal punto che donne e uomini dichiaramente di destra, lontanissimi da questa associaizone, e con la quale abbiamo avuto perfino fieri contrasti nelle aule dei tribunali, sono stati letteralmente cancellati perchè ritenuti poco affidabili, non tanto dal punto di vista politico, ma da quello degli interessi dell'azienda concorrente.
Quello che è accaduto va letto contestulamente alla nomina della piattaforma unica con l'obiettivo di attrarre strutturalmente la Rai nell'orbita di Mediaset in una guerra contro Sky divenuto elemento ostile perchè danneggia il patrimonio del Presidente in carica. A noi non stanno simpatici nè Berlusconi nè Murdoch e quelli che si definiscono "liberali" non possono stare a guardare quando si profilano nuove pericolose forme di concentrazione. Vale per Rupert e per Silvio. Vale per la Rai e per Tronchetti Provera.
Per il futuro sarà bene non cadere nella trappola di fermarsi a difendere solo e soltanto le "isole" di Raitre e del Tg3 perchè questi signori useranno il lanciafiamme per azzerare non solo Raitre e il Tg3 ma anche l'esperienza di Rainews24, Rai International e anche le ultime diversità sopravvissute nelle altre reti e testate; ma soprattutto punteranno a mettere le mani in maniera definitiva sui new media, sulla Sipra, sul marketing strategico, sulla fiction e sul cinema, affinchè tutti i centri di comando e di spesa siano unificati in pochissime mani.
Non si illudano le opposizioni. In questo quadro ci potrà essere anche qualcuno che vota centro sinistra ma sempre e solo se sarà un esponente gradito al premier editore.
In ogni caso tutto ciò che sta avvenendo ricorda singolarmente un certo Piano di Rinascita Democratica che si poneva come obiettivo la dissoluzione della Rai e la realizzazione di un'unica centralizzata agenzia dell'informazione. Sarà una casualità ma a quella prospettiva ci siamo sempre più vicini. E proprio perchè Articolo21 rispetta le Autorità istituzionali ci permettiamo di segnalare con grande rispetto e passione civile che nel settore della comunicazione stiamo assistendo ad un progressivo svuotamento dei principi contenuti nell'articolo21 della Costituzione e la conseguente trasformazione della nostra repubblica da quella parlamentare a quella presidenziale a reti unificate. E' questo il vero problema, altro che le nomine. In discussione c'è qualcosa di un pò più delicato che il profilo biografico di qualche direttore o vicedirettore. Per queste ragioni Articolo21 chiederà a tutte forze politiche di mettere in cantiere per il mese di settembre una grande manifestazione unitaria in sede internazionale e nazionale e una grande campagna contro ogni forma di bavagli, bavaglini, grembiulini...

Paolo Barnard: il Fondo Monetario Internazionale....




Da http://www.arcoiris.tv/ : Paolo Barnard, co-fondatore di Report, ora giornalista di Rai Educational, partendo dal suo ultimo libro "Perché ci odiano" (ed. BUR) tenta di mostrarci il fenomeno del terrorismo internazionale valutandolo da diversi punti di vista. Il suo sguardo non vuole fermarsi al "chi terrorizza chi" in quanto tendente alla distorsione e alla mala interpretazione di un fenomeno tanto complesso, ma ci propone una valutazione a ritroso nel tempo facilmente identificabile nella storia presente della politica estera occidentale. Le sue considerazioni, supportate da attenta e scrupolosa indagine storico-politica, ci portano a comprendere quanto il sistema sociale occidentale sia stato capace di indurre odio per via di innumerevoli azioni di violenza perpetrate a popoli inermi in virtù della compulsiva ricerca del potere a tutti i costi. Nessuna giustificazione alla violenza, ma l'induzione alla comprensione del fenomeno quale strumento se non risolutivo, almeno atto ad avviare quel dialogo globale scevro di pregiudizi che unico potrebbe lenire il fenomeno in corso.

Il Governo privatizza l’acqua, un bene indispensabile per l’uomo


Di Dino Brancia


Dal momento che siamo costretti a difenderci da politici corrotti e affaristi senza scrupoli, rimbocchiamoci le maniche e organizziamoci. La privatizzazione dell’acqua che sta avvenendo a livello mondiale provocherà, nei prossimi anni, milioni di morti per sete nei paesi più poveri. L’acqua è sacra in ogni paese, cultura e fede del mondo: l’uomo è fatto per il 65% di acqua, ed è questo che il governo italiano sta mettendo in vendita. L’acqua che sgorga dalla terra non è una merce, è un diritto fondamentale umano e nessuno può appropriarsene per trarne illecito profitto. L’acqua è l’oro azzurro per cui si combatteranno le prossime guerre. Guerre che saranno dirette dalle multinazionali alle quali oggi il governo, sta vendendo il 65% del nostro corpo.

Mentre nel bel paese i politici di centro destra ci distraggono con i gossip del leader, il centro sinistra è alle prese con le primarie per designare il nuovo segretario, escludendo dalla corsa forse l’uomo più rappresentativo, Beppe Grillo, l’Italia dei valori pubblicizza in modo negativo l’Italia all’estero e l’ UDC è frastornata dai corteggiamenti ludinghieri che riceve dal PdL e dal PD.



Il Governo va avanti con la sua finanziaria contraddittoria, mentre da un lato agevola coloro che hanno esportato capitali all’estero, dall’altra prevede arresti per coloro che sbagliano nel compilare i moduli per sanare e mettere in regola una badante, in più stabilisce che la governante o la badante, chi non ha un reddito superiore a 20mila euro l’anno, non se la può permettere . Ma questa è un altra storia.

In tutte queste contraddizioni troviamo anche “l’art.23 bis della legge 133/2008” che recita: tutti i servizi pubblici, devono da parte delle autorità pubbliche responsabili, essere messe a gara con bandi entro la fine del 2010. In parole povere le società private non solo potranno, ma dovranno avere il controllo dei beni pubblici acqua compresa.

Di questa decisione assurda e poco responsabile, i media complici del Governo e dell’opposizione, non hanno fatto menzione. Nascondere una prova così schiacciante delle sviste del Governo all’opinione pubblica, è gravissimo.
Un argomento così delicato che interessa tutti i cittadini “ l’acqua è un bene primario di tutti”, nessuno può speculare sull’oro azzurro.

Per sottolineare la gravità del problema, ricordo i fatti accaduti ad Arezzo, Firenze e Latina in questa Provincia, la Veolia (multinazionale che gestisce l’acqua locale) ha deciso di aumentare le bollette del 300%. Ai consumatori che protestano, Veolia manda le sue squadre di vigilantes armati e carabinieri per staccare i contatori.

Con questa finanziaria, il governo ha sancito che in Italia l’acqua non sarà più un bene pubblico, ma una merce e dunque, sarà gestita dalle multinazionali (le stesse che già possiedono le acque minerali).

Nonostante ci sono tante associazioni che si interessano al problema e dal momento che siamo costretti a difenderci da politici corrotti e affaristi, rimbocchiamoci le maniche e organizziamoci proprio come sta accadendo a Torino, dove giovani, pensionati, liberi professionisti si sono riuniti costituendo un Comitato spontaneo per informare la cittadinanza del problema acqua e per quattro mesi hanno raccolto firme, come prevede il regolamento comunale.
Per presentare la delibera, bastavano 5mila firme, ne hanno raccolte 12mila, la deliberazione è stata presentata a Palazzo Civico per inserire nello statuto della Città il principio che: “ l’acqua è un bene comune e non è una merce” e che per tanto “il servizio idrico non dovrà avere scopo di lucro”. Spiega un componente del comitato Acqua Pubblica Torino, enunciando i punti fondamentali del documento. “La proprietà della rete di acquedotto e distribuzione sarà e resterà pubblica e inalienabile, la gestione dovrà essere attuata esclusivamente mediante enti o aziende interamente pubbliche e ad ogni cittadino sarà assicurato gratuitamente un quantitativo minimo vitale d’acqua al giorno”.

Con la finanziaria, il Governo vuole dare la possibilità agli amici di sempre “le multinazionali” di controllare i rubinetti degli italiani e stabilire quando bere, lavarci o cucinare, e farci pagare l’oro azzurro come il carburante, ci lascia l’arsura in bocca.

Fonte:
Agoravox

Cochabamba - Storia vera sulla privatizzazione dell'acqua - E' una storia che può avvenire anche da noi...anzi...stà già avvenendo!



Nel 2000 la Bechtel Corporation di San Francisco, con l'appoggio della Banca Mondiale che aveva promesso un prestito alla Bolivia, ottenne dal governo boliviano la privatizzazione di tutte le risorse idriche di Cochabamba, la terza città del paese.
E' una storia che può avvenire anche da noi...anzi...stà già avvenendo!

Tratto da The Corporation - Micheal Moore

sabato 25 luglio 2009

11^ SERATA TRADIZIONALISTA BORBONICA - SABATO 1 AGOSTO 2009


FESTA DELL'AMICIZIA DUOSICILIANA


Agriturismo Regno di Marzagaglia-Contrada Marzagaglia


GIOIA DEL COLLE - Starda Prov. Gioia del Colle - Castellaneta


Prenotazioni ed informazioni tel. 0806900491 - 3339074920 ( ore serali 20 -23)


Anche per il 2009 si rinnova il consueto appuntamento con gli amici duosiciliani che, dal lontano 1997 ( quando presenziò l'indimenticabile Roberto Selvaggi), si ripete in agosto e durante il quale dapprima si discutono temi cari alla Storia del Sud e quindi si gustano le prelibatezze della cucina meridionale.


(Nell'agriturismo è possibile il pernottamento prenotando allo 0803499326)


------------------------------------------------------


PROGRAMMA DELLA SERATA


Ore 18,30 - arrivo ed accoglienza dei partecipanti


Ore 19,00 - inaugurazione della serata con L'Inno delle Due Sicilie ed il saluto di Luciano Gentile


Ore 19,15 - conversazione del Prof. Mario Spagnoletti


Ore 21,00 - tradizionale Cena Borbonia
-

Nel Garigliano Bomba H


Di Carmine D'Argenio



Una nuova stagione nucleare è possibile? E i vecchi impianti, e le scorie? Nei piani del Governo entro il 2020 l’Italia dovrebbe essere in grado di produrre energia con centrali nucleari che copriranno almeno il 10% del fabbisogno del Paese. Il referendum del 1987, che decretò la rinuncia al nucleare e la moratoria temporanea alla costruzione di nuove centrali, segnò la fine delle strutture esistenti sul territorio.
Nel 1999 si mise su un’apposita società statale, con tanto di costi pubblici, per gestire la chiusura del ciclo di vita degli impianti nucleari italiani.
Si è parlato di “decommissioning”. Ma al di là dell’abuso delle lingue, cosa vuol dire questa parola?
Decommissioning vuol dire smantellamento e decontaminazione delle strutture dell’impianto nucleare, al fine di restituire aree prive di vincoli radiologici per un futuro utilizzo.
Ma a tutt’oggi si prevede il completamento dello smantellamento degli impianti e la decontaminazione stessa ultimabile entro il 2013. Per un costo complessivo ancora di circa 250 milioni di euro. Con annesse spese di gestione. Non è tutto. Terminato il decommissioning, il tempo necessario per il decadimento radioattivo dei rifiuti posti in sicurezza è di centomila anni.
Nel frattempo i rifiuti, prodotti del passato esercizio delle centrali e quelli che si sprigionano dal decommissioning che fine fanno?
Per il momento è previsto soltanto sulla carta una sorta di deposito nazionale in grado di accogliere con le dovute misure il materiale di risulta radioattivo.
Viceversa se si uscisse dal misto di fatalismo e rassegnazione che ci fa accettare la centrale prima, il suo smantellamento dopo, per poi ritornare nuovamente alla centrale; potremmo affrontare una seria politica energetica, consapevoli che la più ampia messa in sicurezza è alta garanzia anche in termini di resa stessa.
Nel casertano, la centrale nucleare del Garigliano, concepita negli anni ’50 con i lavori terminati nel ’63, vide la sua chiusura dopo numerosi guasti e incidenti nel 1978. Esempio di inefficienza. Stessa inefficienza che ci ha condotti nel volger di questo cinquantennio al valzer del nucleare si nucleare no. Le scorie stoccate al suo interno erano poi esposte al contatto delle acque del vicino fiume, quando questo andava in esondazione.
L’ex centrale colabrodo è ancor oggi un cimitero radioattivo tra i più vecchi e pericolosi della penisola. Ad inibire malintenzionati solo una sbarra. Al danno degli anni scorsi, potrebbe aggiungersi la beffa odierna che vede prospettarsi lo spettro della pattumiera d’Italia di scorie radioattive. Il danno di queste centrali nucleari aperte e chiuse con inquietante disinvoltura, con la messa in sicurezza optional prezioso, è dunque duplice. Da un lato la salute, e dall’altro i conti pubblici. Sono già vent’anni che non produciamo più energia nucleare, eppure non solo non abbiamo saputo attuare un organico sistema di produzione parallelo, per quanto le centrali sono sempre lì ad invecchiare con il loro carico di combustibile irragiato, uranio e plutonio e migliaia di metri cubi di rifiuti stoccati nei bidoni. Malamente conservati.
La centrale nucleare del Garigliano, così come tanti altri mausolei, inutili prodotti dell’uomo mediocre. Laddove sicurezza e impermeabilità non sono contemplate. La condotta politica schizzofrenica nei confronti della lotta al degrado ambiente prodotto del benessere.
La discussa decisione di prevedere per siti di deposito delle scorie nucleari, nuovi impianti civili per produzione di energia, centrali nucleari, rigassificatori, inceneritori, la possibilità di essere ricoperti da segreto di stato può essere interpretata come non obbligo di rendiconto, foss’anche meramente comunicazionale. Se un sindaco informasse i suoi cittadini circa l’esistenza di una discarica di scorie nucleari nel suo comune, paradosso potrebbe anche rischiare la galera. Politicanti che impongono il segreto di stato sui rifiuti tossici, sulla monnezza.
Se la stagione nucleare italiana ha già vissuto il suo tramonto, nel volerla riproporre trascurando una ammodernata visione, non siamo forse legati senza averne i presupposti ad una diversa politica d’oltremare? Ma tant’è. Sembra che il futuro economico, energetico, industriale del Paese sia legato al nucleare.
Quello stesso nucleare che nei modi e nelle forme sperimentate era stato considerato sorpassato.
Ma può essere il potere decisionale che fa capo a questo o quel ministro a ribaltare il volere degli italiani? Non sarebbe giusto ridare voce in capitolo al popolo? La volontà degli italiani dovrebbe fiancheggiare e sostenere quella dei politici di turno.
Se è giusta una nuova stagione nucleare, e secondo quali modalità potrà applicarsi è decisione che deve essere sorretta totalmente dal popolo. Se proprio si avverte la necessità di capovolgere il no al nucleare di venti milioni d’italiani sancito dal referendum del 1987, allora si indica un nuovo referendum popolare.
Al messaggio strisciante per cui la soluzione di tutti i problemi sta nella riduzione per altro fallace del conto in bolletta a chi non fa tante storie alle centrali vicino casa, si contrappone forte il concetto che il costo (anche in termini puramente economici) della salute è più alto.

Fonte:
Reportonline

FEDERAZIONE GIOVANILE PARTITO DEL SUD - " Tamburini Napolitani e Siciliani"


-
Spesso ,attraverso i Mass Media, viene ripetuto più volte che il Meridione Italia è una delle zone più povere d’Europa, che è incapace di costruire un economia propria e che quindi è costretto a gravare sulle spalle del Nord Italia. Effettivamente all’interno della penisola Italica , noi possiamo trovare, la regione d’Europa più povera che è la Calabria, e la regione d’Europa più ricca, la Lombardia.

Ma per quale arcano motivo in un paese così piccolo c’è una contraddizione così forte ? Gli stessi Mass Media che denunciano questo dislivello, non denunciano , però, la motivazione.
Attribuiscono la colpa al popolo Meridionale, dandogli indirettamente dell’incapace, del minorato e dello straccione. La motivazione, però, è molto più complicata di come questi signori la vogliono far sembrare. Per comprendere le cause di tutto questo, è necessario risalire a prima del 1861 quando il Sud godeva di un economia florida e di ingenti ricchezze. Infatti l’apparato industriale del “Regno delle Due Sicilie” era terzo in Europa e primo d’Italia, per livello d’ avanguardia. Dopo l’unione d’Italia, avvenuta per mano di “ Casa Savoia”, tutte queste ricchezze vennero trasferite al Nord , basti pensare che dei 668 milioni che composero il Tesoro Italiano, dopo l’unificazione, ben 443 provenivano dalle casse del ‘ “Ex Regno delle Due Sicilie”. Per essere più chiari: “un Meridionale era quattro volte più ricco di un settentrionale”.
Il Risorgimento Italiano, quindi, non rappresentò affatto la nascita di una “Nuova libera nazione” unita da un sentimento patriottico, ma la conquista del meridione con lo smembramento della sua economia e il disfacimento del suo apparato industriale.
Quello che per anni venne descritto ,dai libri di storia, come “Il referendum che determinò la volontà del popolo meridionale di annettersi al resto della penisola” fu una brutale farsa, alla quale conseguirono dodici anni di guerra civile. Quella stessa guerra civile, che dai Piemontesi venne denominata “ Lotta di repressione contro il brigantaggio” , ma in realtà fu soltanto il grido di battaglia disperato , di contadini e cittadini che lottarono fino all’ultimo sangue per difendere: le loro terre, i loro beni , le loro donne. Da all’ora , il meridione è testimone di una delle più grandi emigrazioni di massa della storia, che va avanti ancora oggi. Quella che prima dell’unità d’Italia era la regione più povera d’Europa , è oggi la regione più ricca: “La Lombardia”. Quello che prima era uno dei regni più ricchi d’Europa , è oggi una delle aree più povere:” Il Sud Italia”.
L’economia nazionale , ora , risiede al Nord. Le compagnie di assicurazione, le grandi insegne della moderna distribuzione, i grandi centri fieristici internazionali, le compagnie telefoniche, sono tutte , situate nel settentrione .
I partiti nazionali di destra e di sinistra, odiernamente, difendono gli interessi di quel’economia , lasciando il Meridione alla sua distruzione. Oggi , sono ancora presenti, leggi inique che lasciano affogare l’economia del Sud. Le banche sono tutte settentrionali e strozzano , in maniera ineguale i meridionali . Gli aiuti economici , che vengono tanto pubblicizzati da questo o quel governo, sono anch’essi iniqui , eppure le tasse sono più salate al Sud rispetto al Nord.

I Tamburini Napolitani , sono un gruppo di Giovani che si sono accorti delle condizioni economiche in cui da anni è costretto a vivere il Sud Italia, si sono accorti che il 70% delle famiglie povere Italiane risiede nel meridione, si sono accorti che così non può più andare avanti.

I Tamburini Napolitani , dicono No alla disoccupazione giovanile che nel meridione ha raggiunto la soglia del 70%, dicono No all’emigrazione di massa che al sud ha toccato livelli apocalittici , dicono No alla politica ingiusta dei partiti che continuano a fare i loro sporchi interessi e quelli dell’economia settentrionale, dicono No al razzismo in ogni sua forma.

I Tamburini Napolitani , sono i giovani del Partito del Sud , quello autentico fondato da Antonio Ciano. Il loro obbiettivo principale è la rinascita economica e culturale del meridione , attraverso iniziative politiche e culturali , volte alla sensibilizzazione della popolazione verso le tematiche meridionaliste.

“ ORA BASTA, SALVIAMO QUESTA TERRA CHE PER TROPPO TEMPO E’ STATA USURPATA. RISCATTIAMO QUESTO POPOLO , SFRUTTATO ED UMILIATO
.”

Vae Victis, "le carceri borboniche" ovvero cornuti e mazziati !



Edoardo Spagnuolo ha fatto luce sul carcere di Montefusco, considerato dalla mitologia risorgimentalista il luogo di reclusione più duro del Reame. Ma in realtà basta leggere le memorie dei "suoi ospiti" per capire che il governo risepttava i diritti dei reclusi.
Nulla la vulgataa ufficiale concede a chi fu imprigionato, spesso senza alcun processo, a Montefusco.. L'archivio irpino svela l'arcano: stipati come sardine, malnutriti, spesso a piedi nudi avvolte completamente nudi, con un rancio poverissimo, donne recluse coi propri bimbi, epidemie....
Ecco "una perla" (una delle tante= che il regime risorgimentalista nel quale vive ci nasconde e nega!

venerdì 24 luglio 2009

IMPORANTE INIZIATIVA DI RETESUD A CASAMASSIMA (BA)


Domani, 25 luglio, alle ore 11,30 in piazza Moro a Casamassima (BA) l'Associazione Rete Sud scoprirà una lapide che ricorda la storia dello scontro tra l'esercito delle Due Sicilie Legittimista Sanfedista ed i giacobini francesi invasori.
Episodio da cui tra origine la Festa in onore della Madonna del Carmelo, protettrice della cittadina.

19 luglio 1992, i punti oscuri della strage di via D'Amelio


Di Pietro Orsatti



Ci sono domande sulle stragi del 1992 che non hanno mai avuto una risposta certa. Non sono bastati i processi, gli arresti, le indagini. Non sono bastate le ricostruzioni e le perizie e il lavoro di centinaia di agenti di polizia, carabinieri, magistrati.


Non ci sono state risposte neanche quando il capo di Cosa nostra, Totò Riina, venne arrestato l’anno successivo. Anzi, il suo arresto ha aperto altri scenari, posto altri interrogativi. «La strage di Capaci fu una strage di mafia con interessi di Stato, quella di via D'Amelio una strage di Stato con interessi di mafia». Questa definizione è diventata, con il passare del tempo, un'accusa sempre insistente, rafforzata dai tanti misteri, dalle tante ombre infittitesi in questi 17 anni. Delle due stragi si sa molto, di una in particolare. Quella di Capaci, dove persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli uomini della sua scorta, è sicuramente quella di cui si sa di più, si conoscono esecutori materiali e mandanti. Su quella di via D'Amelio, invece, periodicamente emergono dati nuovi, elementi di un puzzle ancora irrisolto. A volte sembra essere arrivati a un punto, poco dopo i fatti sembrano smentirlo. Per cercare di capire cosa avvenne in quell’anno è necessario, e inevitabile, cercare di inserire questi due episodi nel momento storico che stava attraversando il nostro Paese.


«Gli eventi cruciali del 1992 nessuno li dice. Tutti raccontano quello che succede dopo le stragi e nessuno parla di quello che successe prima – racconta Gioacchino Genchi, all’epoca commissario capo a Palermo e in seguito perito per il Tribunale di Caltanissetta sul processo Borsellino -. Nel ’92 si verificano due attacchi concentrici al sistema politico. Uno viene da “tangentopoli”, dalla procura di Milano e dalle altre autorità giudiziarie che seguono, alcune bene e altre meno bene, l’esempio e il metodo investigativo milanese. E l’altro attacco arriva invece da un Presidente della Repubblica che inizia a picconare quel sistema di cui ha fatto parte e lo ha generato. Parliamo di Francesco Cossiga, un Presidente della Repubblica che è arrivato alla fine del suo mandato e decide di “togliersi tutti i sassolini dalle scarpe”. Oggi si direbbe che ha fatto “outing”. Messo addirittura sotto stato di accusa con l´impeachment. Ed è costretto a dimettersi perché c´è un qualcuno che in Italia vuole accelerare, e che magari per prendere le redini dell´Italia avrebbe voluto pure utilizzare i percorsi dell´autorità giudiziaria, strumentalizzare alcune iniziative ed inchieste giudiziarie. Ma è ancora presto per parlare di questo. I dati sono questi: un Presidente della Repubblica viene fatto dimettere e la strage di Capaci avviene mentre si sta votando l´elezione del Capo dello Stato». Poi la strage di via D’Amelio a Palermo del 19 luglio 1992. Genchi è uno dei primi investigatori ad arrivare sul posto. E ricorda ancora, perfettamente, quei momenti. «Il corpo di Borsellino ancora fumava per terra, i pezzi di Emanuela Loi cadevano dalle pareti, dall´intonaco del palazzo, e certamente là era scoppiato un ordigno che non poteva essere stato azionato sul posto. Perché se fosse stato azionato sul posto chiunque… Sarebbe stato un attentato kamikaze e là non sono stati trovati morti se non i poliziotti e Borsellino. È da escludere che gli stessi poliziotti si siano fatti essi stessi un attentato, e non poteva, chi ha innescato la bomba, essere nei palazzi adiacenti perché sarebbe stato travolto dall’onda d’urto».


E quindi Genchi, con l’allora questore La Barbera, individua da subito l’unico punto di osservazione possibile. Castel Utveggio. «Deve essere stato fondamentale l´elemento informativo – prosegue Genchi nel suo racconto -. C’è da tenere conto che non ci si può appostare con il joystick in mano per aspettare per mesi e giorni che arrivasse Borsellino, qualcuno ti deve pur dire quando Borsellino sta arrivando. E poi ci vuole un punto di osservazione: visto che in via D´Amelio venne fatta anche l´intercettazione del telefono dell´abitazione della sorella e della madre per carpire questi elementi informativi e siccome l´intercettazione abusiva poteva essere eseguita solo in un ambito ristretto, per intenderci con la tecnologia di allora non poteva essere eseguita da Londra o da Milano o da Bruxelles, capimmo che doveva necessariamente essere stata posta da una località vicino. È allora che abbiamo ipotizzato come ci fosse un’unica postazione di ascolto clandestino e di avvistamento».

Nel castello aveva sede un ente regionale il C.e.r.i.s.d.i., dietro il quale avrebbe trovato copertura un organo del Sisde. La circostanza era stata negata inizialmente dal Sisde che aveva così esposto ancor più gli uomini del gruppo investigativo costituito per indagare sulla strage. Questo scenario, inquietante, che vede uomini dei servizi sul luogo di quello che è probabilmente il punto di osservazione e di azionamento del telecomando dell’autobomba che uccise Borsellino e i ragazzi della scorta. Non è l’unica “stranezza” quell’ufficio dei servizi nel castel Utveggio posizionato in un punto strategico sulle pendici di monte Pellegrino. Sempre Genchi, nella sua deposizione deposizione alla Corte di Caltanissetta racconta: «Rilevo che il cellulare di Scaduto, un boss di Bagheria condannato all’ergastolo fra l’altro per l’omicidio di Ignazio Salvo che aveva tutta una serie di strani contatti con una serie di utenze del gruppo La Barbera. Cioè, del gruppo degli altofontesi, di cui parlavo anche in relazione a quei contatti con esponenti dei servizi segreti, rilevo che questa utenza aveva pure contatti con il C.e.r.i.s.d.i. Quindi, questo C.e.r.i.s.d.i. mi ritorna un po’ come punto di triangolazione». Genchi prosegue raccontando di una strana telefonata che arriva al castello nei giorni che precedono la strage. «C’è pure una telefonata, se ricordo bene, mi pare… di Scotto al C.e.r.i.s.d.i. Ovviamente, non so, avrà fatto un corso di eccellenza, perché là preparano manager, non so, avrà avuto le sue ragioni per telefonare». E questo Scotto chi è? C’è un certo Pietro Scotto, dipendente della società di servizi telefonici Elte, che ha un fratello, Gaetano, sospetto mafioso appartenente alla famiglia di Cosa nostra del rione Acquasanta di Palermo. Ed è proprio Gaetano a mettersi in contatto con utenze del C.e.r.i.s.d.i. nei mesi precedenti l’attentato. E poi c’è quell’altra telefonata, una manciata di secondi dopo l’attentato, che raggiunge il capo palermitano dei servizi, Contrada, in gita nel golfo di Palermo su una barca.


Un nuovo spiraglio sui possibili moventi della strage lo ha aperto recentemente Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, il sindaco del “sacco” di Palermo. Massimo ha raccontato a i magistrati di Caltanistetta e di Palermo che la trattativa, quella che portò poi al famoso “papello” di Totò Riina con le richieste allo Stato da parte di Cosa nostra, non iniziò mesi dopo la strage di via D’Amelio, ma nei primi di giugno, ovvero nel periodo in cui Borsellino stava scavando sui mandanti ed esecutori dell’omicidio del suo amico e collega Giovanni Falcone. Sempre secondo Ciancimino, protagonisti di questa trattativa sarebbero stati il capo dei Ros dei carabinieri Mario Mori, Vito Ciancimino (e lo stesso Massimo che è colui, per sua stessa ammissione, che ha il primo contatto con l’Arma), Totò Riina dal suo covo da latitante e il medico della mafia, il boss Antonino Cinà. Non solo, Ciancimino racconta che i contatti iniziali con i vertici di Cosa nostra avvenivano attraverso Cinà ma che il “papello”, ovvero le proposte di Riina allo Stato, non fu consegnato a Vito Ciancimino dal medico della mafia, ma da “una persona distinta” il cui nome per ora è coperto da omissis.


Queste dichiarazioni del figlio di Vito, sommate alle altre recenti del probabile futuro pentito Spatuzza, da un lato sembrano confermare nel rifiuto da parte del giudice assassinato di accettare la trattativa fra Stato e Cosa nostra il vero movente della strage, come da tempo sospetta e denuncia il fratello di Borsellino, Salvatore, dall’altro aprono spiragli sui probabili depista menti sulle dinamiche dell’attentato messe in atto da elementi mafiosi e non solo nel corso dei tre processi già celbrati. L’ultimo dichiarante si autoaccusa di essere colui che ha rubato per la mafia la 126 utilizzata poi come autobomba a via d’Amelio. Gaspare Spatuzza, che è uno dei killer di padre Puglisi, con le sue dichiarazioni ha rimesso in discussione quindi alcuni dei fondamenti del processo, aprendo di conseguenza la possibilità di una revisione. Anche nelle sue dichiarazioni emerge un “uomo senza nome” come in quelle di Massimo Cancimino. Consegna, infatti, la 126 ad alcuni mafiosi di sua conoscenza ma alla presenza di un altro uomo, sconosciuto, che lui ritiene “estraneo”. Altri misteri, altri personaggi e gregari che compaiono a quasi vent’anni di distanza. E come spesso accade l’unica certezza in questa vicenda rimane la morte. Che ha dato appuntamento in via D’Amelio alle 16,58 e 20 secondi del 19 luglio 1992.

Fonte:
Antimafiaduemila

Giulio Cavalli in via D'Amelio



19 Luglio 2009, 17 anniversario della morte di Paolo Borsellino e la sua scorta

I BAMBINI MERIDIONALI AL NORD...LI DIFENDE IL PARTITO DEL SUD!


L'ultimo gravissimo episodio di razzismo a Treviso, dove un bambino napoletano e' stato costretto a cambiare scuola dopo gli sfottò e gli insulti razzisti in stile Salvini, evidenzia ancora una volta la falsità della favoletta risorgimentale dei "fratelli d'Italia".

Siamo "fratelli" quando c'e' bisogno di consumare prodotti e servizi del Nord, quando c'e' stato bisogno di manodopera a basso costo per il boom degli anni '60, siamo stati "fratelli" quando siamo stati utilizzati come carne da cannone per le guerre coloniali, per le guerre mondiali etc etc...quando però non c'e' l'interesse economico del Centro-Nord torniamo a diventare "i cafoni", "i terroni", "africani" come ci definirono i balordi generali piemontesi colpevoli del massacro di centinaia di migliaia di meridionali tra il 1860 ed il 1870.

E sempre in Veneto, un'altra "perla" ci arriva dalla provincia di Vicenza che ha votato una mozione per evitare dirigenti scolastici meridionali in quella provincia!


Quando ci dovremo aspettare la stella di David per i bambini meridionali???

E non sono piu' "atti isolati" , non possiamo piu' sospirare e andare avanti perchè la mamma degli idioti e' sempre incinta, e' il vento del razzismo del Nord che e' tornato a spirare forte contro tutti i piu' deboli, siano essi extracomunitari o meridionali, e' un'idea della società che privilegia il rafforzamento delle zone forti del paese anche a discapito delle zone più deboli, che preferisce gestire e alimentare la paura rispetto alla solidarietà, che discrimina il "diverso", un'idea della società che ci disgusta.

Il "vero" Partito del Sud difenderà sempre gli interessi e le aspirazioni del popolo meridionale, ovunque esso oggi sia costretto a vivere x lavorare onestamente, e non tollererà episodi simili in futuro. Questo ci differenzia dai falsi Partiti del Sud di cui tanto si parla in questi giorni, partiti o idee di partiti che per noi sono espressione della solita partitocrazia di destra e sinistra che si ricicla di continuo solo per mantenere la poltrona e tra l'altro sono anche alleati di questo vergognoso governo con questa gentaglia che vuole le ronde e si lascia andare a cori razzisti alle feste padane.

Alla mamma del bambino di Treviso mandiamo un invito di contattare la sezione del Partito del Sud più vicino (
http://www.partitodelsud.it/) e a tutti i meridionali al Nord vittime di episodi di razzismo e di discriminazione invitiamo a fare altrettanto.

Ci organizzeremo con gli altri gruppi e movimenti duosiciliani per difendere sempre e comunque il nostro popolo e la nostra terra, orgogliosi di un grande passato, volutamente oltraggiato e riscritto, e sicuri di poterci risollevare in un prossimo futuro da questo presente coloniale!

Difendi i nostri bambini, difendi il nostro diritto ad un futuro diverso dall'emigrazione e dall'emarginazione, aiuta anche tu il nostro Sud a liberarsi dalla stretta mortale partiti italianrisorgimentali alleati delle varie mafie, aiutaci a crescere come PARTITO DEL SUD!


Partito del Sud
.

Li chiamarono... briganti! (1999 -Pasquale Squitieri) Nona Parte

giovedì 23 luglio 2009

LETTERA APERTA AL PRESIDENTE DI IO SUD Sen. Adriana Poli BORTONE


Rendo pubblico il contenuto della lettera aperta, dopo aver avuto conferma dalla Senatrice dell'avvenuto inoltro di una interrogazione inerente il secondo argomento di questa nota.

Lettera aperta alla Presidente del Movimento Io Sud Senatrice Adriana Poli Bortone

Gentile ed illustre Senatrice,
Le scrivo questa nota non solo in quanto rappresentante parlamentare ma soprattutto perché leader del movimento IO SUD che, dalla sua nascita, ha dichiarato di porsi quale unico obiettivo l’interesse e la difesa delle terre, dell’economia e delle genti meridionali. Obiettivo comune a diversi altri movimenti tra i quali quello che ho contribuito a fondare: il Partito del Sud.
Ho deciso di scrivere solo a Lei ed a nessuno degli altri parlamentari di origine meridionale (o che ultimamente sono stati folgorati sulla via “Appia Antica”) per quella stima motivata di cui Le ho detto personalmente a Bari nell’incontro avuto con altri amici del nostro partito presso Villa Romanazzi Carducci a fine aprile scorso, e che spero ricordi.
Gli argomenti della nota sono due.
Primo Argomento:
Non so se è a conoscenza del grave episodio di intolleranza accaduto in una scuola pubblica di Treviso nella quale un bambino napoletano è stato a lungo oggetto di scherno da parte di altri bambini del posto.
L’episodio che, frettolosamente potrebbe essere archiviato come “una ragazzata”, a mio parere dovrebbe essere invece opportunamente valutato sia per il fatto che in alcune zone d’Italia persiste ed è noto un atteggiamento mentale di chiusura sociale verso NOI meridionali da sempre ritenuti scansafatiche e parassiti (comportamento originato decenni di anni fa e che negli ultimi tempi ha trovato consacrazione anche in atti e dichiarazioni di parlamentari), sia perché nel fattaccio di Treviso andrebbero seriamente ed opportunamente valutate le dichiarazioni rese dagli operatori scolastici del posto e che stampa e televisione hanno riportato.
Infatti, almeno a quanto riferito dai telegiornali, sembra che la colpa dell’atteggiamento razzista messo in atto continuativamente da parte dei “bravi” ed educati ragazzi trevigiani (che giustamente lavavano gli oggetti e le penne adoperate dal bambino napoletano perché così qualche affettuoso genitore aveva detto loro di fare) sarebbe stata attribuita, dagli insegnanti, a non meglio precisate “problematiche” che il ragazzo meridionale dimostrava di avere.
Or bene, riprovazione e solidarietà verbale a parte (scontata), poiché il nostro Partito ma credo anche il Suo movimento, così come tutti gli altri raggruppamenti meridionalisti, hanno a cuore la salute dei figli del Sud ovunque residenti, sarebbe oltremodo opportuno che una Sua interrogazione parlamentare sollecitasse ogni genere di cura per il bambino napoletano così gravemente “ammalato”, e, al contempo, si accertasse che i ragazzi trevigiani godano di “buona salute”. Più di tutto, però, sarebbe importante e necessario accertarsi della “salute” degli insegnanti della scuola e del suo Dirigente Scolastico che certamente hanno avuto modo di tenere contatti ineludibili con lo stesso napoletano “problematico” (tramite le interrogazioni alla cattedra, per prestito di penne e altro materiale didattico nonché per le pericolosissime strette di mano che, probabilmente, devono averli obbligati finanche all’uso di acido muriatico pret-a-porter).
Amara ironia a parte, credo che anche queste operazioni rientrino nell’area di competenza dell’azione dei movimenti meridionalistici i quali, a mio parere, oltre che impegnarsi in interventi squisitamente politici devono dimostrare alla gente del Sud che intendono tutelarla seriamente, ovunque risieda e a qualunque costo. Non per stupido fanatismo o per calcistica insipida faziosità, ma solo per “equivalenza” sociale.

Secondo argomento:
Berlusconi il 20 luglio scorso ha espresso l’intenzione di stabilire a Milano una sede della costituenda Unione per il Mediterraneo che sarebbe una sorta di segretariato economico.
E’ arcievidente che Milano sta al Mediterraneo come Napoli sta alle Dolomiti. Di questo ne sarebbero convinti anche i suoi sostenitori della Lega Nord ed in particolare l’on. Borghezio che in passato, nei suoi eruditi interventi, ha più volte affermato di non essere una merdaccia “mediterranea” (argomentazione quanto mai corretta non avendo egli il dono della bilocazione).
Ritengo che sarebbe cosa buona e giusta che “qualcuno” in parlamento evidenziasse questa stortura e proponesse città a vocazione e nascita mediterranea come Napoli o Palermo (ma anche la stessa Bari, Salerno, Pescara, Lecce, Taranto, Reggio Calabria etc.) per questo incarico da non sottovalutare.

Tanto mi premeva sottoporre alla Sua attenzione.
Con stima “motivata”

Francesco Laricchia – Bari
Coordinatore Organizzativo Nazionale
Partito del Sud – Alleanza Meridionale

Li chiamarono... briganti! (1999 -Pasquale Squitieri) Ottava Parte

Un'altro scippo alla nostra terra . Milano candidata a sede del Segretariato economico per l'Unione per il Mediterraneo.


Un'altro scippo alla nostra terra , nel silenzio assoluto e compiacente dei politici meridionali troppo impegnati in questa torrida estate a trattative e incontri per salvare il proprio traballate potere, davanti al baratro che decenni di gestione supina e clientelare gli hanno ormai aperto davanti.

Come sia possibile che l'Italia candidi Milano come sede del Segretariato Economico per l'Unione per il Mediterraneo (UpM) resta per noi un mistero.


La candidatura arriva dopo la decisione assunta dal Vertice dei Ministri degli Affari Esteri dell'Unione per il Mediterraneo (UpM), svoltosi lo scorso novembre a Marsiglia, di inserire tra i progetti prioritari dell'Unione per il Mediterraneo il tema della creazione di un Segretariato Economico.

"L'Italia è al centro dei rapporti economici e finanziari del Mediterraneo - spiegano in conferenza stampa- e Milano si conferma come l'anello di congiunzione ideale tra l'economia mediterranea e quella europea.
Per questo dobbiamo porci obiettivi sempre più ambiziosi, riprendere lo "Spirito di Barcellona" per dare una spinta alla creazione di un'area di libero scambio mediterranea, perché Milano e l'Italia siano al centro dello sviluppo Euromediterraneo."

In altre parole all'estero le sedi designate per precedenti incontri sono , come è logico, città di mare mentre da noi non si privilegiano certo Napoli,Palermo, Bari o le tante città che si affacciano sul mare con importanti porti in tutta la penisola, ma si sceglie Milano, città i cui abitanti non si sono mai dichiarati mediterranei ma han sempre ben specificato di essere e sentirsi mitteleuropei, città a cui , grazie ad un'intesa bipartisan durante il precedente governo, è già stato assegnato L'EXPO 2015 con i relativi finanziamenti a pioggia.

Putroppo la politica italiana di destra e sinistra è ormai solo e sfacciatamente milanocentrica, grazie soprattutto all'opera che stà svolgendo la Lega Nord in parlamento a vantaggio dei propri territori

E il Sud?

Al Sud e alla sua popolazione, una parte della quale continua comunque a votare per il partito milanese del premier o addirittura per la Lega Nord o per personaggi che hanno permesso la devastazione dei propri territori o per chi, malgrado professi una richiesta d'autonomia strumentale ai propri scopi, fà parte integrante di questo governo e ne ha avallato le scelte tutte a svantaggio del Sud a cominciare dallo scippo dei fondi Fas, al Sud ormai non restano più neanche le briciole.

Una spaccatura della nazione in due che in qualsiasi paese farebbe gridare allo scandalo, ma che qui, alle prese con una popolazione telenarcotizzata, permette di far passare anche le scelte più deliranti, come quest'ultimo pernacchio al Sud sulla scelta della sede italiana del segretariato dell' UpM.

In vana attesa di un impossibile sussulto di dignità da parte degli attuali gattopardi meridionali, sarà bene continuare a percorrere la strada tracciata e cioè continuare il lavoro di penetrazione sui territori e unire le forze autenticamente meridionaliste per riuscire, quanto prima, a scalzare questa classe politica, per poterci così riprendere ciò che ci spetta di diritto.

Partito del Sud

-

Li chiamarono... briganti! (1999 -Pasquale Squitieri) Settima Parte

PARTITO DEL SUD - ADERISCI ANCHE TU

Li chiamarono... briganti! (1999 -Pasquale Squitieri) Sesta Parte

mercoledì 22 luglio 2009

Treviso : Puzzi perchè sei Napoletano

L'Europarlamentare Matteo Salvini fa proseliti anche fra i più giovani, non c'è da stupirsi che accadano queste cose quando chi dovrebbe rappresentare tutti gli italiani in parlamento prima e all'europarlamento poi è il primo a cantare ritornelli da stadio a sfondo razzista.
Siamo sicuri che anche questa volta ci sarà chi giustificherà la cosa o chi ne riderà.
Un paese ormai alla sfascio nell'indifferenza generale.



TREVISO - Lo chiamavano "figlio di camorrista". Dicevano che "puzzava" perché era "meridionale". In classe i compagni gli cantavano il coro che l'eurodeputato Matteo Salvini intonava nelle feste di piazza: "Senti che puzza, scappano anche i cani. Stanno arrivando i napoletani". Il piccolo Antonio è stato bocciato alla prima media di Treviso. Non sopportava che gli altri studenti lo insultassero in quel modo. La mamma non denuncerà la direttrice "ma in quella scuola mio figlio non andrà più". Ha preferito la tv di Treviso Antenna Tre Nordest alla caserma dei carabinieri, ma le sue parole sono una condanna pesante. "Hanno sbeffeggiavano mio figlio per mesi. Dicevano che era un camorrista perchè era nato a Napoli. Lo emarginavano neppure fosse un appestato. Disinfettavano le penne dopo che lui le aveva toccate: dicevano che puzzavano. C'era una situazione per nulla serena e il rendimento di mio figlio ne ha risentito".

A luglio Antonio è stato bocciato, eppure l'anno precedente, in quinta elementare, le maestre erano soddisfatte del suo rendimento scolastico, convinte che avrebbe superato le medie brillantemente. Antonio è un ragazzino timido, più alto dei suoi coetanei; ama leggere e la sua cameretta è piena di peluche. La mamma, separata e d'origini campane anche lei, è arrivata a Treviso due anni fa per lavorare in una scuola della zona. La città le piace, ma dal prossimo anno, ha deciso di far cambiare istituto a suo figlio: "In quell'inferno - ha detto in tv - non ce lo mando più".

Un caso fotocopia a quello reso pubblico l'anno scorso sempre nella provincia di Treviso e sempre ai danni di un bambino napoletano. Erano i mesi dell'emergenza rifiuti in Campania e i bambini della terza elementare di Loria presero di mira un loro compagno di otto anni, d'origine napoletane, chiamandolo con disprezzo "monnezza". Intervenne il dirigente scolastico e il sindaco fu costretto a chiedere scusa a nome della città.

Fonte articolo:La Repubblica

Li chiamarono... briganti! (1999 -Pasquale Squitieri) Quinta Parte

Tracce della Napoli capitale: sulle orme dei gigli - 1860: via i simboli borbonici, imposto lo stemma sabaudo


Di Angelo Forgione


La cancellazione delle tracce borboniche da parte dei Savoia non trova riscontro solo nella toponomastica napoletana piena di nomi e riferimenti sabaudi ma anche nei palazzi del potere.
E’ importante in questo scenario evidenziare come il simbolo per antonomasia della Napoli Capitale abbia subito una cancellazione radicale. Si tratta del “giglio borbonico” la cui rimozione fu una conseguenza del mutamento politico del 1860 in città e nel Regno delle Due Sicilie.
Negli uffici, nei tribunali, nelle università, nei teatri, lo stemma della dinastia napoletana fu asportato e sostituito da quello sabaudo: in questo modo i nuovi regnanti marcarono i confini del territorio di cui si appropriarono.

Il “giglio di Francia”, simbolo dei Re Capetingi, componeva nel numero di tre esemplari (1) lo stemma della dinastia dei Borbone delle Due Sicilie e rappresentava la discendenza dalla Casa francese di Luigi IX e Carlo Magno. Il giglio è una rappresentazione fallica e comunica la mascolinità e la forza del potere.
I “gigli”, visibili anche sulla bandiera delle Due Sicilie (2) così come sulla bandiera di Spagna (3) non a caso introdotta nel paese iberico proprio da Carlo III di Borbone (era l’insegna navale della flotta borbonica), campeggiavano su molti palazzi del potere napoletano. Per farsene un’idea, basta visitare gli appartamenti reali della più importante residenza borbonica, la Reggia di Caserta, ornata di questo simbolo in ogni dove (4 / 5 / 6).

Nell’attuale Municipio di Napoli, il Palazzo San Giacomo, eretto per volontà di Ferdinando I di Borbone affinché ospitasse i Ministeri del Regno, era possibile osservare il giglio poi rimosso nelle cancellate e nei portoni. Di fatto, in capo al portone principale, ai lati della moderna scritta “MUNICIPIO” (7), erano e sono tuttora presenti sei cerchi di foglie di alloro e quercia; fino al 1860 ognuno di essi incorniciava un giglio (8), non a caso tre per lato, mentre oggi quegli spazi circolari risultano vuoti (9).
Le decorazioni metalliche circolari presenti nell’antico cancello a chiusura del portone sulla sinistra della facciata dell’edificio oggi circoscrivono semplicemente le strutture in ferro (10) sulle quali erano prima fissati gli emblemi reali (11). Stessa operazione è stata compiuta sulle ringhiere della scalinata interna principale.

Il giglio borbonico era presente anche in altri luoghi rappresentativi della città. In Piazza del Plebiscito era visibile sulle ringhiere di recinzione delle statue equestri dei sovrani borbonici (12). Oggi, al loro posto, troviamo gli stemmi del Comune di Napoli (13).
La cancellazione dei gigli nella piazza non è però stata portata a compimento se è vero che basta posizionarsi alla base dell’emiciclo in posizione laterale rispetto al colonnato e con le spalle alle statue equestri; alzando lo sguardo è possibile notare dei gigli marmorei (14 / 15) a decorare gli archi di ingresso del colonnato tanto sul versante a ponente che su quello a levante. Il simbolo borbonico è altresì replicato sui capitelli delle colonne del pronao (16) e di quelle dell’emiciclo (17).

I gigli sono spariti quasi del tutto anche a Palazzo reale. Pur volendo cercare le effigi borboniche visitando gli appartamenti reali, è rarissimo imbattersi in esse; questo perché rimosse dai Savoia. Il Palazzo, fatto erigere nel ‘600 dal viceré spagnolo Conte di Lemos perché fosse residenza dei viceré spagnoli; lo fu poi degli austriaci, quindi dei Borbone. Dopo l'unità d'Italia fu soggiorno permanente dei reali di casa Savoia che ne modificarono l'aspetto esteriore; nelle nicchie della facciata furono collocate delle statue dei Re di Napoli, su decisione di Umberto I che volle dedicarne una al padre da poco defunto Vittorio Emanuele di Savoia (18). Fu così che si creò una discrasia storica che i cittadini difficilmente rilevano: Vittorio Emanuele non é mai stato Re di Napoli. Se è vero che delle otto statue dei sovrani sette sono dedicate ai Sovrani di Napoli, l’ottava raffigura il Re d’Italia e quella presenza tra le statue dei sovrani della città è a tutti gli effetti una vera e propria intrusione.
In testa al portone d'ingresso, e subito sotto il balcone di parata, fu poi inserito un visibilissimo stemma savoiardo (19) ad imprimere un segno chiaro di proprietà e dominio che neanche i Borbone avevano osato apporre per non sovrapporsi allo scudo gentilizio di Filippo III di Asburgo Re di Spagna e agli stemmi vicereali ai lati dello stesso, risalenti al progetto originario di Domenico Fontana, ancora oggi visibili sopra lo stesso balcone di parata. (20) Lo scudo sabaudo fu inserito dai Savoia anche sulle ringhiere del terrazzo (21) e su tutta la cancellata dei giardini prospicienti alla Via San Carlo (22).

Le effigi borboniche furono cancellate anche nel Real Teatro di San Carlo e fa specie che in un luogo che esprime la magnificenza dell’illuminato Carlo III di Borbone campeggi lo stemma sabaudo sul palco reale (23 / 24). Fortunatamente, l’emblema reale borbonico posto sull’arco scenico che era stato nascosto sotto lo scudo piemontese è stato riscoperto e ripristinato dopo centoquaranta anni (25).

I gigli e gli stemmi borbonici oggi spuntano improvvisi alla vista, in vari paesi e comunità di tutto il sud Italia, a testimonianza di un’appartenenza a quello che fu il più grande e prospero stato che la penisola abbia mai conosciuto. E questo proprio non può essere cancellato.




Li chiamarono... briganti! (1999 -Pasquale Squitieri) Quarta Parte

In Aula a Palazzo Madama - Mozione al Senato per stop al solare termodinamico


Zaratti: “Una scelta suicida per l’ambiente e le imprese…Queste decisioni non fanno bene al Paese”

(Rinnovabili.it) – Mentre nel mondo, Spagna e Germania in testa, si sta svegliando l’appetito per la nuova promessa dettata dal solare termodinamico, Italia potrebbe bruscamente invertire la tendenza. E’ di oggi infatti la presentazione in Senato della mozione del Pdl in cui sono indicate tutte le criticità di questa tecnologia dalle (così definite) “incerte potenzialità”.
La mozione firmata da Gasparri, Nania e Dell’Utri recita così: “I primi tentativi di realizzare impianti di solare termodinamico anche di consistenti dimensioni, risalenti a più di 30 anni or sono, non sono stati persuasivi nei risultati e quindi abbandonati e attualmente è inoltre difficile prevedere quali potranno essere i costi di installazione e gestione di tale tecnologia in futuro…pertanto, appare economicamente più vantaggioso puntare sulle tecnologie per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili per le quali i costi connessi alla curva di apprendimento risultano prossimi alla combinazione ottimale di efficacia ed efficienza quali, in particolare, le tecnologie del solare fotovoltaico, del consumo di biomasse e dell’eolico… e destinare ai suddetti obiettivi tutte le possibili risorse, ivi comprese quelle dei fondi non attivati per l’incentivazione di energie non ritenute proficue”.

Uno stop dunque al solare termodinamico che tuttavia per Filiberto Zaratti, Assessore all’Ambiente e Cooperazione tra i Popoli della Regione Lazio, rappresenta “una scelta suicida per l’ambiente e le imprese ed è la conferma degli scenari che il Governo intendeva tenere nascosti circa la gestione dell’energia con l’introduzione del nucleare in Italia”. “Con questa operazione, in realtà, si vogliono spostare risorse dal solare termodinamico al nucleare proprio all’indomani della notizia che il Governo canadese ha sospeso una gara per due reattori atomici per eccesso di costo: 4.600 euro per kW installato, per un totale di 15 miliardi di euro. Il tutto per la sola costruzione”.
“Queste scelte, inoltre, non fanno bene al Paese e alla nostra Regione. – prosegue Zaratti firmatario di un accordo con Confindustria Lazio per la realizzazione di una centrale solare termodinamica della potenza di 35 MW – L’opzione nucleare, che coinvolge anche nostra Regione specialmente per quella che sembra essere la scelta già fatta del sito di Montalto di Castro, infatti, orienterà la maggioranza delle risorse verso tecnologie prodotte all’estero, relegando le imprese italiane e del Lazio a un ruolo marginale di comprimari, mentre oggi possiamo essere leader, come la Spagna dove è già in funzione una centrale solare termodinamica da 50 MW. Il solare termodinamico è una tecnologia emergente sulla quale tutto il Mondo sta investendo, non solo in ricerca, ma anche in progetti concreti, come dimostra il Piano solare francese che punta installare nel Nord Africa ben 20.000 MW”.
“Se l’Italia uscirà da questi progetti innovativi – concludel’Assessore – si ripeterà il caso del fotovoltaico, nel quale solo 15 anni fa eravamo leader in Europa e che abbiamo abbandonato scegliendo modelli di sviluppo energetici obsoleti e che non producono vera ricchezza per il Paese”.


Società Segrete e Disinformazione

Il Governo privatizza l’acqua, un bene indispensabile per l’uomo


Di Dino Brancia


Dal momento che siamo costretti a difenderci da politici corrotti e affaristi senza scrupoli, rimbocchiamoci le maniche e organizziamoci. La privatizzazione dell’acqua che sta avvenendo a livello mondiale provocherà, nei prossimi anni, milioni di morti per sete nei paesi più poveri. L’acqua è sacra in ogni paese, cultura e fede del mondo: l’uomo è fatto per il 65% di acqua, ed è questo che il governo italiano sta mettendo in vendita. L’acqua che sgorga dalla terra non è una merce, è un diritto fondamentale umano e nessuno può appropriarsene per trarne illecito profitto. L’acqua è l’oro azzurro per cui si combatteranno le prossime guerre. Guerre che saranno dirette dalle multinazionali alle quali oggi il governo, sta vendendo il 65% del nostro corpo.

Mentre nel bel paese i politici di centro destra ci distraggono con i gossip del leader, il centro sinistra è alle prese con le primarie per designare il nuovo segretario, escludendo dalla corsa forse l’uomo più rappresentativo, Beppe Grillo, l’Italia dei valori pubblicizza in modo negativo l’Italia all’estero e l’ UDC è frastornata dai corteggiamenti ludinghieri che riceve dal PdL e dal PD.



Il Governo va avanti con la sua finanziaria contraddittoria, mentre da un lato agevola coloro che hanno esportato capitali all’estero, dall’altra prevede arresti per coloro che sbagliano nel compilare i moduli per sanare e mettere in regola una badante, in più stabilisce che la governante o la badante, chi non ha un reddito superiore a 20mila euro l’anno, non se la può permettere . Ma questa è un altra storia.

In tutte queste contraddizioni troviamo anche “l’art.23 bis della legge 133/2008” che recita: tutti i servizi pubblici, devono da parte delle autorità pubbliche responsabili, essere messe a gara con bandi entro la fine del 2010. In parole povere le società private non solo potranno, ma dovranno avere il controllo dei beni pubblici acqua compresa.

Di questa decisione assurda e poco responsabile, i media complici del Governo e dell’opposizione, non hanno fatto menzione. Nascondere una prova così schiacciante delle sviste del Governo all’opinione pubblica, è gravissimo.
Un argomento così delicato che interessa tutti i cittadini “ l’acqua è un bene primario di tutti”, nessuno può speculare sull’oro azzurro.

Per sottolineare la gravità del problema, ricordo i fatti accaduti ad Arezzo, Firenze e Latina in questa Provincia, la Veolia (multinazionale che gestisce l’acqua locale) ha deciso di aumentare le bollette del 300%. Ai consumatori che protestano, Veolia manda le sue squadre di vigilantes armati e carabinieri per staccare i contatori.

Con questa finanziaria, il governo ha sancito che in Italia l’acqua non sarà più un bene pubblico, ma una merce e dunque, sarà gestita dalle multinazionali (le stesse che già possiedono le acque minerali).

Nonostante ci sono tante associazioni che si interessano al problema e dal momento che siamo costretti a difenderci da politici corrotti e affaristi, rimbocchiamoci le maniche e organizziamoci proprio come sta accadendo a Torino, dove giovani, pensionati, liberi professionisti si sono riuniti costituendo un Comitato spontaneo per informare la cittadinanza del problema acqua e per quattro mesi hanno raccolto firme, come prevede il regolamento comunale.
Per presentare la delibera, bastavano 5mila firme, ne hanno raccolte 12mila, la deliberazione è stata presentata a Palazzo Civico per inserire nello statuto della Città il principio che: “ l’acqua è un bene comune e non è una merce” e che per tanto “il servizio idrico non dovrà avere scopo di lucro”. Spiega un componente del comitato Acqua Pubblica Torino, enunciando i punti fondamentali del documento. “La proprietà della rete di acquedotto e distribuzione sarà e resterà pubblica e inalienabile, la gestione dovrà essere attuata esclusivamente mediante enti o aziende interamente pubbliche e ad ogni cittadino sarà assicurato gratuitamente un quantitativo minimo vitale d’acqua al giorno”.

Con la finanziaria, il Governo vuole dare la possibilità agli amici di sempre “le multinazionali” di controllare i rubinetti degli italiani e stabilire quando bere, lavarci o cucinare, e farci pagare l’oro azzurro come il carburante, ci lascia l’arsura in bocca.

Fonte:
Agoravox

martedì 21 luglio 2009

Come ti piazzo una centrale nucleare in Sicilia



Di Agostino Spataro
Mentre in Sicilia nessuno governa e ci s’accapiglia per creare maggioranze anomale e improbabili “partiti del sud”, il governo Berlusconi vuole piazzare nell’Isola una centrale nucleare, forse, dalle parti di Palma Montechiaro, in provincia di Agrigento.
Non è una sorpresa, ma una notizia attesa, da taluni perfino desiderata. Perciò, nessuno può fingere quasi che l’avesse appresa dai giornali.
La cosa è nota da tempo e fors’anche politicamente concordata con le autorità siciliane. Mancava solo la copertura legislativa ed anche questa, nei giorni scorsi, è arrivata dal Senato.

Entro sei mesi si dovranno avviare gli adempimenti conseguenti, compresa la scelta del sito, sulla base di una procedura molto sbrigativa, perfino sostitutiva dei poteri locali, che certo non lascia tempo e possibilità d’intraprendere eventuali azioni di verifica e/o di contrasto.

Sei mesi sono pochi per una questione così complessa e preoccupante. Troppo pochi. E dire che su questa materia la Regione siciliana ha competenza primaria.

La faccenda, perciò, è un anche un banco di prova per lo sbandierato autonomismo di Lombardo e soci. Non è la prima volta che si vuole portare in Sicilia, zona ad alta sismicità, una centrale nucleare. Ricordo per gli smemorati che nel 1979 ci tentò il capo di governo dell’epoca, on Giulio Andreotti, il quale aveva trattato con i canadesi due impianti del tipo “Candu” da realizzare uno in Sicilia e un altro in Sardegna. Con molta fermezza e cordialità, anche a livello parlamentare, l’abbiamo fatto annullare. Non per un astratto principio antinucleare, ma perché allora era in arrivo in Sicilia il metano algerino.

Oggi, purtroppo, non sappiamo che cosa pensano e soprattutto che cosa fanno i ministri, sottosegretari e i parlamentari siciliani. Intorno a queste importanti questioni soltanto silenzio! Un omertoso, intollerabile silenzio.

Ovviamente, si può essere anche d’accordo, ma bisogna venirlo a spiegare alla gente, fra la gente, in un libero confronto con le forze sociali e culturali. Senza reti di protezione.

Abbiamo sognato il paradiso e ci ritroviamo con un gran deposito energetico

Comunque andranno le cose, un dato è certo: con la centrale nucleare, che andrebbe ad aggiungersi ad altri impianti preesistenti o programmati, la Sicilia diverrà una sorta di HUB energetico ossia una piattaforma strategica di approdo, stoccaggio, lavorazione e distribuzione di enormi quantitativi di prodotti energetici. Con un volume molto al di sopra dei suoi consumi attuali o ragionevolmente preventivati.

Insomma, il nostro destino verrebbe segnato per un lungo periodo. Non più “il paradiso” che tante generazioni di siciliani hanno sognato (il turismo diffuso, l’agricoltura di qualità, la pesca e l’economia del mare, l’innovazione tecnologica, i grandi servizi di trasporto e di commercializzazione, ecc.), ma un grande serbatoio d’energia, collocato nel cuore del Mediterraneo, al servizio dell’inarrestabile crescita di un nord già saturo, verso il quale, come ha scritto ieri la Svimez, continuano ad emigrare i giovani siciliani e meridionali. Almeno 700.000 negli ultimi anni.

Perciò, chi, a Roma e a Palermo, è chiamato a decidere su tali materie deve sapere che si assume la tremenda responsabilità d’ipotecare il nostro futuro e quello dei nostri figli, nipoti e pronipoti. La faccenda è terribilmente seria e va ben oltre le misere diatribe politiche, le sordide convenienze (di chi?) e le promesse di qualche centinaio di posti di lavoro.

Manca un serio piano energetico della Regione

Se tutto ciò accade in Sicilia è perché a Roma (e a Milano, se permettete) questo ruolo è stato assegnato all’isola ed è supinamente accettato dal ceti dirigenti siciliani, politici e di governo, che non hanno prodotto un serio piano energetico regionale come punto di misura della compatibilità delle diverse infrastrutture programmate a livello nazionale o europeo.

In mancanza di strumenti propri, tutto quello che arriva da Roma va bene, anzi benissimo, visto che consente di attivare finanziamenti plurimiliardari e quindi nuove spartizioni d’appalti e tangenti. Il problema che abbiamo davanti non è quello di schierarsi per partito preso (pro o contro il nucleare o altro), ma quello di ragionare, di valutare, serenamente, l’utilità, la compatibilità ambientale, la sicurezza dei nuovi impianti in rapporto con le reali esigenze di sviluppo siciliane e tenendo conto delle potenzialità offerte dalle diverse risorse locali o da quelle davvero notevoli che si stanno materializzando nel Mediterraneo e dintorni.

Il gasdotto transahariano Nigeria-Algeria

Alcuni esempi. Mentre si marcia, a tappe forzate, per realizzare due rigassificatori in Sicilia per importare e trattare, prevalentemente, il gas nigeriano, sappiamo che nello scorso marzo, a Parigi, “l’Euro-Arab gas Forum” ha preso accordi per realizzare il progetto del “gasdotto transahariano” (valore circa 13 miliardi di dollari) che da Brass (Nigeria) giungerà a El Kala, sulla costa algerina, con probabile derivazione sulla costa libica.

Un’ipotesi- mi piace ricordare – che, già a partire dagli anni ’80, abbiamo avanzato all’attenzione del governo italiano e dell’Eni che, purtroppo, lasciarono cadere.

Oggi questa grande infrastruttura s’appresta a divenire una realtà plurinazionale, articolata in 4.188 km di tubi che trasporteranno 30 miliardi di metri cubi/anno di metano, in gran parte destinato al mercato europeo, che scorrerà attraverso i metanodotti esistenti, due dei quali approdano in Sicilia. Domanda: se questo progetto dovesse essere realizzato, come pare, perché costruire i rigassificatori? A parte l’aspetto economico/commerciale, c’è da considerare con più attenzione la questione della sicurezza delle popolazioni siciliane. Confesso che, in questi mesi, anch’io mi sono astenuto dal proferir parola sulla questione rigassificatori perché riconoscevo qualcuna delle ragioni (politiche) addotte ed anche per non apparire il solito bastian contrario.

Ma oggi, dopo quanto accaduto a Viareggio, dove un vagone di gas ha provocato un disastro tremendo, una strage inaccettabile di vite umane, più di un dubbio mi assale. E credo la gran parte dei cittadini di buon senso, soprattutto di quelli che vivono nelle adiacenze degli impianti in costruzione.

Provate a immaginare cosa potrebbe accadere nei dintorni di Porto Empedocle se si dovesse spaccare o incendiare una delle tante navi metaniere che vi approderanno. Taluni specialisti prospettano scenari davvero apocalittici che nessuno può sottovalutare o rimuovere con battute sbrigative e irresponsabili.

La vita umana viene prima di ogni cosa. Tanto più alla luce del nuovo metanodotto Nigeria-Algeria che porterà enormi quantità di gas in Sicilia e in Europa.

“Desert Tec”, l’energia solare dal Sahara

Un’altra possibilità concreta è data dal rivoluzionario progetto denominato“Desert Tec” ovvero una rete di grandi impianti di produzione di energia solare distribuiti nel Sahara africano che nella prima fase produrrà l’equivalente del 15% del fabbisogno energetico europeo, oltre che quote importanti per i consumi dei diversi paesi nordafricani. Per avere un’idea: venti gigawatt equivalgono a venti centrali nucleari.

Non si tratta di sogni nel cassetto, ma di un progetto concreto, ritenuto fattibile da un consorzio fra una ventina d’importanti imprese tedesche e di altri paesi europei che garantiranno la spesa prevista (400 miliardi di euro) e le tecnologie più avanzate.

E pensare che il “Desert Tec” si basa sul principio che Archimede sperimento nella guerra coi romani e che anche Carlo Rubbia voleva adattare al suo megaprogetto alle falde dell’Etna. Purtroppo, Rubbia è stato lasciato andare in Spagna e qui continuiamo a importare energia altamente inquinante e costosa.
Ci sarebbe tanto altro da aggiungere, ma credo che questi due esempi bastino per avviare una seria riflessione sul futuro energetico della Sicilia che non può essere deciso dall’alto e per interessi lontani, ma in primo luogo dai cittadini e dagli operatori siciliani.

Fonte:
Girodivite

Li chiamarono... briganti! (1999 - Pasquale Squitieri) Terza Parte

Il Partito del Sud che vorrei nel 2010...un NOSTRO Partito del Sud!


Di Enzo Riccio


In questi giorni molti politici della vecchia nomenclatura parlano confusamente dell'esigenza di un "Partito del Sud", chi crede che questo debba essere un movimento all'interno della PDL, come sembra farci capire Miccichè, chi invece come Lombardo vuol proseguire sulla strada già intrapresa dell'MPA, cioè di un partito autonomo ma alleato del centrodestra e della Lega Nord (sigh!).
C'e' anche chi pensa ad alleanze trasversali...ma il problema principale e' la scarsa credibilità di molti personaggi che potrebbero essere coinvolti, come si fa a pensare di far rinascere il Sud con personaggi come Dell'Utri, Mastella, Bassolino e compagnia, cioè tutta gente che ha contribuito al nostro affossamento, come si fa a voler proporre "un rinnovamento" con questi personaggi?


Un Partito del Sud esiste già, è nato a Gaeta pochi anni fa...e soltanto da un anno partecipa a competizioni elettorali, bisogna soltanto rinforzarlo e unire i vari piccoli movimenti della galassia meridionalista e duosiciliana con un simbolo e nome comune (che sceglieremo insieme senza assurde pretese di predominanza dell'uno o dell'altro gruppetto...) proponendosi come alternativa seria e credibile al "resto" della solita gattopardesca politica italiana, iniziando a ribaltare i termini storici della "questione merdionale" e proponendo un meridionalismo non piu' solo sterile e piagnone sul "quanto eravamo belli prima del 1861", ma che partendo dall'analisi della truffa "risorgimentale" e da una giusta rivendicazione storica, sappia indicare una strada nuova, un progetto nuovo, un sogno ai nostri compatrioti meridionali sempre piu' assopiti e rassegnati.


Soprattutto serve una nuova classe dirigente meridionale, diversa e dignitosa, che non va piu' a Roma o a Milano col cappello in mano, per chiedere finanziamenti solo per sostenere la sua rete di clientele e di "lavori socialmente utili", di infrastrutture faraoniche che rimarranno propoganda e cattedrali nel deserto, di proclami poi subito dimenticati arrivati alla fatidica poltrona locale o nazionale.


Una politica nuova attenta all'ambiente, alle nostre tradizioni e ai prodotti tipici meridionali, alle nuove tecnologie...e soprattutto una cultura della legalità credibile per una lotta senza quartiere all'intreccio malapolitica-criminalità, che unita ad una politica di sviluppo e' l'unica strada seria per combattere le mafie, camorre e 'ndranghete e per spezzare il circolo vizioso criminalità organizzata-sottosviluppo.

L'ultimo rapporto SVIMEZ parla di ca. 700.000 persone che hanno lasciato il Sud dal 1997 al 2008, un fiume bibblico di emigrazione che iniziato dopo l'Unità d'Italia continua, anche se in forme diverse, ai nostri giorni...con la delittuosa complicità del "Sistema Italia" e alla faccia dell'art. 3 della Costituzione che parla della rimozione "gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese".

E' ora di reagire e non rassegnarsi più a sentirsi un "Nord mancato" , per evitare che tra 10 anni vedremo lo stesso rapporto, se non peggiore, sullo stato comatoso del Sud e del suo sviluppo.


Amici e compatrioti del Sud, costruiamo insieme quest'alternativa politica partendo dal basso...amici di Insorgenza, dei CDS, de "L'Altro Sud, "Per il Sud", "Lega Sud"...e anche chi non ha partecipato al primo incontro di Napoli...continuiamo a lavorare insieme per costruire quest'alternativa, evitando divisioni inutili e questioni "di principio", la nostra terra sta morendo e noi siamo chiamati a difenderla!

-

Li chiamarono ... briganti! (1999 -Pasquale Squitieri) Seconda Parte

Nucleare, 1.750 guasti e perdite di plutonio in 7 anni


Nelle stazioni nucleari in Gran Bretagna sono stati rilevati problemi di sicurezza, per la prima volta descritti in un rapporto segreto ottenuto da un osservatore che mostra più di 1.750 perdite, guasti o altri "eventi" nel corso degli ultimi sette anni.
Lo schiacciante documento, scritto da parte del capo ispettore nucleare del governo, Mike Weightman (vedi foto), e rilasciato sotto la "Freedom of Information Act, che solleva seri interrogativi circa i pericoli di espansione del settore con una nuova generazione di impianti atomici.
Il manager ha ammesso che nel più grande impianto, Sellafield, è stato finalmente interrotto la fuga radioattiva, molti credono in corso da 50 anni.
La relazione rivela che tra il 2001-08 ci sono stati 1.767 incidenti sulla sicurezza degli impianti nucleari in Gran Bretagna. Weightman, ispettore capo della Nuclear Installations Inspectorate (NII), afferma: - “Circa la metà sono stati giudicati dagli ispettori abbastanza gravi per aver avuto la possibilità di sfidare un sistema di sicurezza nucleare. Essi erano in tutte le aree degli attuali impianti nucleari, compreso Sellafield (in Cumbria), Aldermaston e Burghfield (nel Berkshire).

In un incidente a Sizewell A, nel Suffolk, nel gennaio 2007, per il raffreddamento d'acqua ci fu una fuoriuscita da un bacino di decantazione altamente radioattivo del combustibile esaurito. L'operatore non è stato perseguito per violazione delle norme di sicurezza in parte perché le risorse sono state"stirate", secondo l’ufficiale inchiesta NII.
Nel maggio 2007 un tombino a Dounreay nel nord della Scozia è risultato essere contaminato con plutonio. Una serie di altri incidenti si sono verificati a Sellafield, compresi disagi per una porta che aveva lo scopo di fornire protezione da rifiuti altamente radioattivi, nel settembre 2008, e la contaminazione di cinque lavoratori in un impianto di plutonio combustibile nel gennaio 2007.
Un portavoce di Sellafield ha confermato la scorsa notte che ha bloccato con successo l'infiltrarsi di liquido da una crepa in uno dei quattro serbatoi di rifiuti per il trattamento degli effluenti, utilizzato prima che fosse stato scaricato nel mare d'Irlanda. Alcuni residenti locali dicono che è iniziato mezzo secolo fa.
Molti ispettori nucleari in Gran Bretagna la pensano come gli ambientalisti, l’ ingegnere nucleare, Giovanni Grande afferma: "Alcuni di questi incidenti sono stati potenzialmente disastrose. Abbiamo già dimostrato che la loro crisi di personale compromettere la loro regolamentazione della sicurezza nucleare. Senza una regolamentazione forte ed efficace, il rischio è di una grande liberazione d’aumento della radioattività".


Fonte Italia: No Tv

DIFFERENZIATA NO, DISCARICHE ED INCENERITORI SI / Puglia, Bari: a Modugno ennesima ''mazzata''


MODUGNO - BARI (UnoNotizie.it)

Il mancato raggiungimento della percentuale di raccolta differenziata del 45% stabilita dall’art. 205 del D.Lgs. 152/06; l’ostinato perseguimento dell’intento d’impiantare nuove discariche per l’indifferenziata non hanno altro fine che prefiggersi d’impiantare inceneritori. Il far figurare l’incenerimento come rimedio unico e necessario per risolvere un problema astutamente creato e volutamente mai affrontato nasconde la realtà che qui, adesso, sarà svelata.

Incenerire l’enormità d’indifferenziata anziché differenziare i rifiuti, riciclarli e trarne rinnovata materia prima, sfruttare una situazione di arretratezza culturale falsamente combattuta: questo si propongono falsi politici e affaristi.
I primi esiti di questa cattiva politica sono le sanzioni amministrative imposte alla Regione dalla Comunità Europea. In luogo della riduzione della tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (la TARSU), vedremo aumentata l’ “Ecotassa”, Tributo speciale per il deposito in discarica dei rifiuti solidi istituito nel 1996 proprio con il fine di favorire la minore produzione di rifiuti e il recupero dagli stessi di materia prima.

Il gestore dell'impresa di stoccaggio definitivo è obbligato al pagamento del Tributo, ma il gestore della discarica si fa pagare dai Comuni che vi riversano i rifiuti e quindi, per legge economica, più rifiuti indifferenziati saranno conferiti, più alta sarà l’Ecotassa che ricadrà sui cittadini sotto la forma ibrida di tassa e sanzione amministrativa.
Ma il gestore potrà conferire i rifiuti agli impianti di incenerimento ed assieme alle società costruttrici di questi, trarre lauti profitti.
Dunque proprio il tributo istituito con il fine di incentivare il riciclaggio creando così posti di lavoro ricadrà come una scure sui cittadini (si ricordi che l'industria del riciclaggio tedesca da lavoro a 250.000 persone ed ha un fatturato di circa 50 miliardi di euro l'anno).

Come raggiungere le percentuali di differenziata stabilite dal D.Lgs 152/06: soltanto separando l’umido (scarti organici) si giungerebbe al 35-38% di quota; separando carta, plastica, vetro, alluminio, acciaio, legno, bianchi (elettrodomestici) e raee (apparecchi elettronici), pile e farmaci (gli ultimi tre rientranti tra l’altro nella categoria pericolosi), e poi con accordi presso i CNA (Confederazione Nazionale dell'Artigianato e della Piccola e Media Impresa) e le confcommercio nel ritiro degli oli esausti, copertoni, batterie, vernici e inerti troveremmo pronte le commesse dei consorzi di filiera Conai (Consorzio nazionale imballaggi che garantisce il riciclo e il recupero dei materiali di imballaggio come acciaio, alluminio, carta, legno) con ricchi guadagni per le Amministrazioni, e conseguente risparmio per le tasche dei cittadini.
In Italia esistono esempi di raccolta differenziata al 75-80% ed abbattimento della TARSU.

Ma ove non bastasse quanto detto, si consideri l’abbattimento dei costi dei prodotti ricavati riciclando i rifiuti: produrre un oggetto direttamente dalla materia prima richiede venti volte il costo necessario per produrre lo stesso oggetto fatto riciclando e rinnovando la materia prima.
In ultimo, ma il discorso si esaurisce qui, la produzione di gas da combustione trasforma il rifiuto da solido in aereo; non lo distrugge, lo rende anche più insidioso.
Nessun filtro poi riuscirebbe a bloccare l'enorme quantità di pericolosissime “nano particelle” prodotte.

I politici locali che sbandierano assurdi proclami di vittoria per il raggiungimento di ridicole percentuali di differenziata; quei politici che praticano solo, e male, l’uso della parola come ingannevoli professori di certezze e di sapienza, questi “signori” si accomodino fuori dalle nostre tasche dove troppo hanno già rovistato.
Sul bollettino Ufficiale n. 104 del 09 Luglio è riportata la Determinazione del Dirigente del Servizio Gestione Rifiuti e Bonifica del 13 Maggio 2009 n. 74 in cui il Comune di MODUGNO dovrà versare l’ennesimo TRIBUTO di 15,00 € per Tonnellata per non aver raggiunto la percentuale del 32% previsto dal Piano Regionale dei Rifiuti.

Tutto ciò costituisce l’ennesimo VERGOGNOSO inganno a danno del Cittadino! Sarebbe doveroso che il tributo venga versato da parte dell’Assessore Ambiente e dall’intera Amministrazione Comunale per non aver raggiunto gli obiettivi.
Il Comitato Pro Ambiente annuncia battaglia legale.

COMITATO PRO AMBIENTE MODUGNO


lunedì 20 luglio 2009

Caro Direttore…..è Lei una lagna! (dedicato al pervicace Direttore Giordano de Il Giornale)




Ricevo e posto:


Il Direttore de Il Giornale, Mario Giordano, ci ricasca con un articolo che è la fiera della retorica anti meridionalista, rispolverata senza pudore, a dimostrazione di quanto basso sia il livello raggiunto (o a cui siamo tornati) d’una concezione perdurante sul Sud d’Italia e i suoi abitanti, e sul fenomeno tristemente famoso dell’emigrazione della sua gente.

Il Direttore dalla voce stridula e femminea (mica solo a noi ci toccherà il timbro fastidioso d’una Jervolino?) dimostra che il suo aspetto efebico è strettamente proporzionale all’infantile livello delle sue sorprendenti analisi. E così si lancia in un articolo dove bolla gli emigranti meridionali come piagnoni, lagnosi che si lamentano per la nostalgia della loro terra, del loro cibo e costumi ; e che sarà mai emigrare si chiede l’acuto Direttore dal visus vecchio/bambino indecifrabile?

Orbene caro Direttore, innanzitutto Lei è recidivo, perché mesi orsono Le chiedemmo, con una caterva di e mail, conto d’un offensivo articolo antiSud d’un suo giornalista. Lei si precipitò a risponderci che avrebbe controllato, verificato, ecc…E lo ha fatto così bene da propinarci questo gioiello d’articolo. Come si permette, caro Direttore, di sminuire, quasi ironizzare, su una tragedia d’un popolo che è figlia di quell’impropria unità che una memoria contraffatta, occultata e menzognera s’appresta a festeggiare a giorni prendendo ancora una volta per i fondelli i meridionali? Non sono bastati un secolo e mezzo a creare una nazione realmente unita, a non regalarci la terza emigrazione biblica della nostra storia. Le ricordo che prima di questa finta e mistificatoria unità, l’emigrazione (guarda caso) era un fenomeno a noi sconosciuto, e che poteva essere evitato non avendo noi gente del Sud richiestoVi il disturbo di venirci a liberare, non si sa poi da cosa e da chi.


Gli Archivi Storici, i numeri, i dati, le cifre sono ancora lì. e non raccontano d’un Sud derelitto ed in ambasce economiche; anzi : una fiera di primati d’ogni genere raccontano d’un paese florido e caso mai preda ambita come poi si è verificato. Certo noi abbiamo sette secoli di storia di Stato autonomo per cui il nostro senso d’appartenenza si materializza in peculiarità caratteriali forse non del tutto comprensibili a chi non aveva l’uso dei servizi igienici, della luce, dell’acqua corrente. Bisogna averle le cose per averne memoria. E noi in fatto di storia, beni, clima, paesaggi e cibo, se la cosa non La disturba, ne abbiamo nostalgia in loro assenza. Non abbiamo più fabbriche, lavoro, banche ed un’economia perché siamo stati scippati, defraudati, con la collusione (questo sì) d’una fioritura di politici ascari istruiti ai Vs. sistemi.


Si risparmi quindi un’analisi insulsa, che non è acuta, né veritiera, né originale, né ironica, e non da merito ad una sua presunta conoscenza storica o buon senso che il ruolo che ricopre richiederebbe ancor più.

Lasci stare i meridionali e pensi, o almeno si sforzi di farlo, alla sua gente capace di partorire movimenti politici che dire vergognosi nelle loro proposte, leggi e slogan, è voler essere buoni. Attenzione comunque : “ le iniquità e le sopraffazioni non durano mai in eterno” ebbe a dire il nostro giovane e inesperto, ma saggio e onesto ultimo re.

Al Sud qualcosa di serio si muove, e non pensi ai progetti truffaldini passati come pro Sud da politici figli di questa squallida partitocrazia ufficiale, ma bensì alla volontà d’una emergente e nuova classe politica meridionalista che prima o poi troverà il modo di ritrovarsi in una seria e nuova rappresentatività politica, e di fare a meno di giornali, articoli lagnosi (quelli sì!) e direttori come Lei.

Con immutata disistima,
Andrea Balìa
-

Li chiamarono... briganti! (1999 -Pasquale Squitieri) Prima Parte



Il film, che ha come protagonista il brigante lucano Carmine Crocco, è dichiaratamente "anti-risorgimentale", volto a mostrare quella che è stata l'altra faccia della dominazione sabauda, in special modo nel sud Italia.

Il film, girato ad Artena, è stato realizzato con pochi mezzi e con una regia un po' esasperata, non ha ottenuto un grande riscontro né dalla critica, né al botteghino. È stato immediatamente ritirato dalle sale cinematografiche perché considerato "politicamente scorretto" e non è più reperibile in nessun supporto, che sia VHS o DVD (tuttavia è possibile reperirne copia utilizzando alcuni programmi di file sharing, come eMule). I sostenitori affermano che ciò è dovuto alle verità raccontate, che non farebbero comodo a chi ha sempre affermato che l'annessione è stata "indolore" per il Meridione d'Italia. È stato etichettato come un film "revisionista". Il film, seppur criticato e di difficile reperibilità, riscuote un grande successo nelle università e nei convegni, dove trova estimatori che vanno aldilà del buonismo politico.

IL SUDD DI BASSOLINO E’ IL CIMITERO DEGLI ELEFANTI.IL BELL’EDITORIALE DI PAOLO MACRY


Il partito del peggior sud


Scritto da Paolo Macry da il Corriere del Mezzogiorno, 19-07-2009


Lombardo, Bassolino, Lo­iero come Bossi, Maroni, Calderoli? Il Partito del Sud come la Lega Nord? Basta mettere nero su bianco i pa­ragoni dei quali si parla in questi giorni, per capire quanto siano fuori luogo. La Lega nacque negli an­ni ’80 in un territorio al­l’avanguardia dello svilup­po, fu costruita dal basso, inventò e promosse una sua classe dirigente. E si propose come movimento d’opposizione al sistema politico della Prima Repub­blica e alla costituzione del­lo Stato. Fu, in ogni senso, un fenomeno di forte inno­vazione.
Il Partito del Sud ne è l’esatto contrario. Intende rappresentare i territori me­no sviluppati del paese, si identifica con esperienze amministrative più o meno fallimentari, è costituito da una nomenklatura presen­te da decenni sul campo, ha prodotto pochi o pochis­simi nomi nuovi. Ed è un partito governativo, espri­mendo giunte regionali al potere o facendo parte del­la squadra di Palazzo Chigi. Il che ne segnala un’altra ca­ratteristica: si tratta di un fenomeno tendenzialmen­te bipartisan e, per ciò stes­so, potenzialmente trasfor­mistico. Una sorta di sinda­cato del Mezzogiorno, il quale cerca di mettere as­sieme interessi (economici e politici), che appaiono or­mai marginalizzati dallo storico abuso delle funzio­ni e delle risorse pubbli­che. «Non l’altra faccia del­la Lega», ha scritto Peppi­no Caldarola, «ma la spiega­zione del perché la Lega ha successo».
E qui sta il punto. Qual è il Sud del partito del Sud? È il municipio di Palermo che, dopo aver sperperato montagne di soldi pubbli­ci, riceve da Berlusconi il permesso speciale di au­mentare ulteriormente l’ad­dizionale dell’Irpef. È la Ca­labria di Loiero, vero prima­tista nazionale in materia di fondi europei dissipati, deficit sanitario e inchieste giudiziarie. È la Napoli del­la Iervolino che ingolfa di cantieri infiniti il centro, ab­bandona alle ortiche le peri­ferie, protegge i tassisti manganellatori e, a un an­no dall’emergenza rifiuti, non implementa la diffe­renziata e in compenso au­menta del 60% la Tarsu. È la Regione Campania che, di­lapidato un enorme capita­le di fiducia, coltiva il suo orticello d’intellettuali e im­prenditori amici, registra il tragico inquinamento del li­torale, sposta e licenzia i di­rigenti in base a faide tra partiti, ricicla gli ormai nu­merosi trombati alle elezio­ni, rimpolpa con centinaia di milioni l’arcipelago clien­telare della formazione, af­fida i turisti agli ex detenu­ti. E naturalmente si prepa­ra alle elezioni sminuzzan­do la spesa tra comuni grandi e piccoli.

Diciamo le cose come stanno, questo non è il Sud, è la parte peggiore del Sud. E, come tale, rischia di portare l’intero Mezzogior­no su un binario morto, chiudendolo nei propri confini, che sono storica­mente (e tanto più oggi) asfittici. Ben che vada, il partito territoriale chiederà e otterrà l’ argent de poche della sopravvivenza, impo­nendo, in cambio, la perpe­tuazione di un ceto politico vecchio e, come i vecchi, fi­siologicamente infecondo. Quel progetto risponde a un’idea corporativa del ter­ritorio che, ancora una vol­ta, impedirebbe la crescita di un libero mercato delle merci, delle competenze e della politica. Assomiglia terribilmente al cimitero degli elefanti. Ma il Sud, per fortuna, è anche altro e non è detto che sia in via di estinzione.
-----------------------------------------------------------------------------Ovviamente concordiamo alla virgola con l’editoriale di Paolo Macry.
Da tempo la nostra posizione e’ chiara: e’ mortificante che uomini come Bassolino e company si propongano come rappresentanti di un Sud e di un cambaimento per il Sud dopo essere stati i protagonisti del disastro che esige appunto un cambiamento.
Senza di loro .
---------------------------------------------------------------------------------
Commenti: 7


Andrea Balìa (andrbali@tin.it) ha scritto: domenica 19 luglio 2009 ore 20.28.55

Il Partito del Sud non è e non sarà quello di Lombardo, Bassolino, ecc.. per 3 ragioni innanzitutto :

1) Il Partito del Sud già esiste, l’ha fondato Antonio Ciano a Gaeta dove governa con una lista civica che ha mandato all’opposizione Destra e Sinistra; ha rappresentanza in varie regioni d’Italia ed ha un assessore anche a Catania.

2) Esistono altre formazioni politiche culturali meridionaliste che incarnano il vero spirito positivo del Sud (L’Altro Sud, Comitati Due Sicilie, Insorgenza, ecc...)con una coscienza identitaria e storica e che stanno lavorando per un unità, che se riuscirà superando gli inevitabili individualismi, darà davvero una rappresentatività politica al meridione che purtroppo ora manca, ma che è diventata improcrastinabile.

3) Il Sud, come sottolineato dall’articolo di Macry, non può ipotizzare un suo riscatto che passi attraverso la vecchia partitocrazia, collusa e responsabile dei disastri, sia di Destra che di Sinistra, comunque filogovernativa (di quello di turno) e sponsor di interessi filonordisti grazie agli ascari politici meridionali.

Andrea Balìa (Responsabile all’Identità di L’ALTRO SUD=

Fonte:
Napoli.acapo

Derivati e debiti regioni - Il figlio di Bassolino



Derivati e debiti delle regioni italiane. Il figlio di Bassolino promosso responsabile dei rapporti con gli Enti pubblici italiani dalla UBS

Centrale del Garigliano: il Governo risuscita l’eco-mostro nucleare?


Un'eredità pesante quella della Centrale Nucleare del Garigliano, una delle 4 Centrali costruite all'epoca in Italia a sud della provincia di Latina. Ferma dagli anni settanta, ufficialmente per manutenzione, in realtà spenta a seguito di un guasto, per anni rimasta quasi del tutto dimenticata con il suo carico impressionante di scorie, aspettando uno smantellamento che non è mai avvenuto. Oggi quella Centrale rischia sul serio di ritornare a diventare un incubo, perché il Governo, intenzionato a ritornare al nucleare, starebbe per sceglierla come una delle zone da coinvolgere.

Le volontà del Governo Berlusconi di rilanciare con quarant' anni di ritardo il nucleare nel nostro paese hanno riportato alla ribalta di tutti i media le tematiche del nucleare in Italia e le sue moltitudini di rischi. Per quanto riguarda la Centrale Nucleare del Garigliano, se ne torna a parlare questa volta con un po’ più di preoccupazione, e non solo sui giornali locali.

Prossimamente, con l'avvio della fase operativa del piano sullo sviluppo del Governo prevista entro fine 2009, lo stesso sarà chiamato a pronunciarsi sulla scelta dei siti individuati, e a sorpresa, il nome della Centrale del Garigliano spunta fuori come uno dei probabili siti candidati sui quali "vedere" di ricostruire una centrale, o magari un deposito.

Se sarà scelta come sito, la zona attorno alla Centrale sarà dichiarata con tutta probabilità zona di "interesse strategico nazionale", il che significa "zona militare". Se ciò accadrà, tanto per fare un esempio, la divulgazione di foto e di certe informazioni contenute in questa modesta inchiesta potranno un domani addirittura essere vietate all’opinione pubblica. Ma dei pericoli, oggi, ne vogliamo parlare?

Già recentemente nei mesi scorsi sindaci e amministrazioni locali delle province di Latina e Frosinone hanno fatto sentire la loro voce in più circostanze e manifestazioni, esprimendo forti perplessità e preoccupazioni legate ad eventuali ipotesi di riapertura. Intanto i tempi scorrono, e proprio in questi giorni la notizia di un gruppo di imprenditori napoletani favorevoli all'impresa sul Garigliano, disposti a valutare eventuali finanziamenti con i loro soldi.

Nel più ampio contesto, ci sarà da vedere cosa succederà a livello nazionale con le popolazioni coinvolte una volta che a quest' ultime saranno proclamate decisioni finali, fra le poche certezze, per ora, quella di un enorme mole di incognite. Incognite che pesano. Come l'eredità delle tonnellate di scorie tossiche custodite in questi anni lungo tutto lo stivale.

La centrale del Garigliano appare nella campagna di Caserta come una gigantesca pallina da tennis. E’ spenta dal ‘78. Figlia di quegli incredibili avvenimenti possibili solo nell’Italia degli anni del boom, la Centrale fu costruita negli anni ’60 su quello che ancora oggi risulta terreno agricolo per il Comune di Sessa Aurunca, il comune sul quale sorge per competenza e per il quale quindi la centrale “burocraticamente” neanche esiste.

Dopo lo stop, negli anni ‘80 con il terremoto dell’Irpinia l’intera zona fu classificata zona sismica, e da allora, i rischi per questa Centrale dalla vita molto breve si moltiplicarono spaventosamente. L’edifico infatti all’epoca non fu costruito secondo i moderni criteri antisismici, e a seguito del terremoto, gli Enti di controllo richiesero rivalutazioni di tutto l’impianto.

Da ricordare come durante gli anni di attività dell’impianto nucleare del Garigliano furono note alle cronache decine e decine di episodi di casi di malformazioni su animali, seguiti ad alti tassi registrati di leucemie e linfonodi fra le popolazioni locali, il cui ricordo, è ancora oggi molto vivo negli abitanti delle popolazioni locali, come gli abitanti dei Comuni di Castelforte e SS Cosma e Damiano, fra quelli più colpiti all’epoca dell’esposizione alle radiazioni prodotte dalla Centrale.

Dalle analisi condotte in passato dall’avv. Marcantonio Tibaldi, figura storica antinuclearista del territorio oggi deceduto, sulle cause di morte degli ultimi trent’anni, venne fuori che in provincia di Latina si registrarono i più alti tassi di mortalità per leucemia e cancro. Sempre stando ai dati ufficiali, se nel Lazio le percentuali si aggiravano intorno al 7,7% a Latina arrivavano fino al 21,63% , mentre nella zona del Garigliano addirittura al 44,28%.

Il suolo dove sorge il sito della Centrale nucleare del Garigliano è uno di quei luoghi che oggi sarebbero classificati da qualunque paese come uno dei più a rischio dove realizzare una Centrale nucleare: costruita su zona alluvionale, in seguito dichiarata anche zona sismica, la Centrale sorge letteralmente attaccata al fiume Liri-Garigliano da cui prende il nome, le cui acque servivano un tempo a raffreddarne alcuni sistemi. Questo fiume, che non è affatto un fiume piccolo, è da sempre soggetto a piene invernali a valle della diga che in quel punto lo precede. Ogni 2/3 anni, preciso come un orologio, le acque del fiume Garigliano straripano nei campi circostanti ricoprendo vaste aree, inclusi i terreni attorno alla Centrale.

E nei terreni attorno alla Centrale sta infatti uno dei problemi più enormi: al 70% terreni agricoli e frutteti intensivamente coltivati da cooperative a sud-est verso Caserta, la cui economia riguarda migliaia di famiglie dipendenti esclusivamente da un’agricoltura gia in parte fortemente penalizzata. Nel Golfo di Gaeta, come vedremo più avanti, i residui e l’inquinamento da metalli pesanti sono stati portati in questi anni sui fondali del mare dallo stesso fiume Garigliano, che pochi km più avanti trova la sua foce, andando a mischiarsi con le acque delle zone costiere di Minturno, Cellole, Formia e Gaeta.

Riaprire la centrale sarebbe insomma un disastro, che la popolazione non vorrà essere disposta a pagare. L’irresponsabilità di chi detiene il potere decisionale su temi tanti delicati è un rischio per la vita e la salute stessa dei cittadini, che pure dovrebbero sentirsi tutelati da un ordinamento democratico.

di Sud Pontino Social Forum

Fonte:
linkontro 16 luglio 2009

domenica 19 luglio 2009

DOPO AVERCI COPIATO IL NOME ORA CI COPIANO ANCHE GLI SLOGAN.....E NON SOLO...

Incredibile, dopo averci copiato il nome , o meglio tentato di copiarci il nome, ora i signori riuniti a Sorrento, immaginiamo intorno ad una tavola rotonda, ci copiano pure i nostri slogan....

Ecco infatti la scritta che dominava la sala dell'ultimo incontro di Sorrento, la cui foto campeggiava su quasi tutti i giornali di ieri






Non vi ricorda niente...? Ma si è lo stesso slogan usato da noi (noi del vero Partito del Sud..)
nelle ultime comunali di Virgilo e Suzzara in provincia di Mantova
eccolo qui






uno slogan ideato dal nostro Coord. Nazionale Organizzativo Francesco Laricchia e da noi già usato anche in precedenti consultazioni.

Inoltre leggiamo sul quotidiano La Stampa (di Torino...) che stà seguendo giornalmente l'evolversi della nascita di questo "nuovo" soggetto politico (si vede che ci tiene molto...) nell'edizione del 18/07/2009 a pag. 12 (un'intera pagina..) in un servizio speciale da Sorrento di Francesca Schianchi che, i signori riuniti a Sorrento, avrebbero già pronto oltre al sito web anche un nuovo quotidiano che si chiamerà "New Sud"....

Ma che coincidenza.... guardacaso, come "Il Nuovo Sud" il mensile dell'Associazione Culturale Neoborbonica...ne hanno solo tradotto una parte in inglese...si sa un tocco d'inglese non guasta mai...fa giovane e moderno....





Tutte coincidenze...?

Ci pare francamente improbabile,anche perchè, come dice il detto, tre indizi fanno una prova.

A prima vista l'impressione è proprio quella di trovarsi di fronte a scopiazzature senza pudore.

Insomma sembrerebbe come a scuola dove l'alunno che non conosce la materia e senza idee si aiuta, durante la verifica, copiando a più non posso dal vicino preparato.

Nell'attesa di prossime, casuali, scopiazzature , speriamo che i cittadini capiscano che, anche in politica, è sempre meglio preferire l'originale diffidando dalle imitazioni.


P.S. :anche oggi La Stampa di Torino si occupa , come sempre, del "partito del Sud", questa volta cita in prima pagina anche il VERO Partito del Sud, peccato che l'editorialista prenda una topica clamorosa collocando Gaeta in provincia di Caserta, a dimostrazione che se la conoscenza geografica è così lacunosa figuriamoci la conoscenza delle realtà politiche territoriali....comunque ciò non gli impedisce di continuare a pontificare giudizi sulle realtà politiche meridionali e meridionaliste da Torino...

IL VERO MERIDIONALISMO, UN ORFANO DELLA COMUNICAZIONE




Di Gino Giammarino


Mentre si continua
a predicare
le cose giuste
nel modo sbagliato,
c'è chi confonde
polpette con hamburgers...

Scorrendo le pagine dei quotidiani, non può non balzare agli occhi il fermento che agita la nostra classe politica la quale, fulminata (purtroppo si tratta di un modo di dire) sulla via del meridionalismo, sta gareggiando per accreditarsi quale unico e credibile "Partito del Sud".

Naturalmente, senza possedere né i crismi dell'unicità (chi pratica il meridionalismo sa che ci vorrebbe un miracolo-ndr), né tantomeno quelli della credibilità, da lungo tempo dissipata dalla pratica quotidiana nello sfruttamento personale e svilimento della cosa pubblica.

Per la maggior parte dei casi, si tratta di politicanti estromessi dalle logiche di partito ed in cerca di riscatto attraverso quella che gli appare come un'ideologia, non solo facilmente sfruttabile, ma anche a buon mercato. Per dargli una definizione che sia facilmente comprensibile, li potremmo chiamare "Trombati in cerca d'autore".

Con tutti i difetti e i vizi della casta sopradescritti, però, il meridionalismo vero, quello che si danna l'anima da anni e anni per convincere i meridionali della necessità di avere un partito rappresentativo delle istanze del territorio che si identifica con i confini di quello che fu il "Regno delle Due Sicilie", non può non fare autocritica se qualcuno sta cercando di scippargli la cosìddetta "polpetta dal piatto".
E, per colmo del ridicolo, usando le stesse motivazioni, riferimenti, dati e cifre affannosamente veicolate dagli stessi meridionalisti nel deserto di qualche convegno salottiero o su improvvisati fogli senza alcuna finalità oggettiva oltre il velletarismo. Ciononostante, la gente del Sud, che non è stupida, ha respirato un humus diverso, ha capito che qualcosa deve e può cambiare.

Facile per un addetto ai lavori individuare, oltre la tradizionale incapacità di unirsi verso un obiettivo comune, in una mancata "Organica Strategia di Comunicazione" la pochezza percentuale dei risultati raggiunti.
Per dirla in breve, il meridionalismo continua a dire le cose giuste nel modo sbagliato.

Inoltre, il Sud attraversa un pericoloso momento, rischiando che le sue genti, orfane -perlappunto- di un'efficace comunicazione, non comprendendo le buone intenzioni di chi, generosamente, si propone come "vera ed inattaccabile nuova classe dirigente per il Sud", si consegnino nelle mani di chi è scafato da anni di approfittamento della buona fede dell'elettore.

In vita, come in guerra, tutto è possibile: ma che una banda di cialtroni ci rubi una tradizionale "polpetta al ragù" scambiandola, nell'ignoranza abissale e strafottenza verso la sua terra ed identità, per un rinsecchito "hamburger", mi sembra una cosa che non possiamo e non dobbiamo consentire a nessuno.

Salvatore Borsellino «Via D'Amelio strage di Stato»



MILANO - «Vju viniri na cavalleria chistu è mè patri chi veni pi mia! Signuri patri, chi vinistivu a fari? Signura figghia, vi vegnu a mmazzari. Signuri patri, aspettatimi un pocu, quantu mi chiamu lu me cunfissuri».

A memoria Salvatore Borsellino recita i versi de La baronessa di Carini. La leggenda di Donna Laura Lanza è una storia siciliana i cui luoghi, il sangue, il dolore e il tradimento ricorda le più moderne storie di mafia. Il fratello del giudice Paolo Borsellino promette: «Quando smetterò di lavorare farò il cantastorie».

Intanto racconta la storia del fratello: il giudice Paolo Borsellino, morto il 19 luglio 1992 a Palermo con gli agenti di scorta Agostino Catalano (caposcorta), Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L'unico sopravvissuto è Antonino Vullo

.http://www.corriere.it/cronache/09_luglio_17/borsellino_strage_mafia_1605a66e-729b-11de-a0f6-00144f02aabc.shtml

Nino Luca17 luglio 2009http://www.danieleandaloro.blogspot.com/

19 Luglio Via D' Amelio Strage di Stato.




Programma delle iniziative a Palermo

Domenica 19 luglio

Ore 8:00 - via D´Amelio: presidio fino alle ore 16.40 con interventi di giornalisti, associazioni e cittadini

Ore 16:55 - Minuto di silenzio

Ore 17:00 - Marilena Monti recita GIUDICE PAOLO



Ore 18:30 - Partenza del corteo da via D´Amelio verso il quartiere Kalsa passando per i luoghi dov´è cresciuto Paolo Borsellino con arrivo a P.zza Magione

Ore 21.30 - P.zza Magione: recital di Giulio Cavalli. Esibizioni di Mario Crispi, Marilena Monti, Angela Rizzo e Laura Spacca


Lunedì 20 luglio

Ore 9:00 - Palazzo di Giustizia: presidio di solidarietà ai magistrati

Promossi l'eoilco e il fotovoltaico, bocciato il nucleare!!!

Un recente studio della Stanford University ha valutato le fonti energetiche alternative ai combustibili fossili mettendo a confronto benefici ed impatti di ognuna.

Lo studio, pubblicato su "Energy & Environmental Science" è stato condotto da Mark Jakobson, ricercatore e ingegnere ambientale che nel suo lavoro ha fatto per la prima volta un’analisi quantitativa delle energie alternative tenendo conto non solo delle emissioni prodotte ma anche del livello di sicurezza energetica, degli impatti sulla salute umana, sull’ecosistema e sulle risorse idriche. Il metodo seguito è stato quello di valutare l’impatto complessivo di ciascuna fonte esaminata come se fosse usata da sola per alimentare l’intero fabbisogno energetico del parco automobilistico degli USA trasformato in veicoli a trazione elettrica o a biocarburanti.


Ne è risultato che le fonti di energia più convenienti sono l’eolico, il solare a concentrazione, il geotermico ed il fotovoltaico . A seguire le maree, il moto ondoso e l’idroelettrico. Decisamente bocciati il nucleare, il cosiddetto “carbone pulito” ed i biocarburanti. E’ stato calcolato che il nucleare, oltre a problemi di sicurezza di non poco conto, ha emissioni 35 volte superiori a quelle dell’eolico e tempi lunghi di realizzazione delle centrali che in quel periodo comportano ulteriori emissioni non evitate.



Anche il carbone pulito non è affatto pulito ed emette una quantità di CO2 superiore di 110 volte a quella dell’eolico. I biocarburanti come l’etanolo ricavati dal mais o dalla cellulosa sono stati valutati negativamente per via dell’inquinamento e degli spazi e risorse sottratte ad altri scopi, con danni alla salute dell’uomo, alla fauna, al clima e alle già scarse risorse idriche del pianeta.

Il suggerimento finale di Jakobson è quello di non disperdere “energie” economiche ed intellettuali in mille rivoli ma di concentrarsi sullo sviluppo tecnologico delle fonti alternative che danno i più alti benefici assicurando così vantaggiose ricadute anche sulla produzione agricola, sui costi della salute e sul clima.

Fonte: Pieno sole

sabato 18 luglio 2009

Ecco chi ha fatto nascere il Partito del Sud




Finalmente qualcuno si sta accorgendo che il Partito del Sud esiste già, è il nostro, nato a Gaeta nel 2002, quando si presentò alle elezioni amministrative di quel comune. Oggi amministra la città con la lista Raimondi, ex presidente del Vis.
I partiti di destra e di sinistra sono all’opposizione.
Fino ad un mese fa Gaeta era l’unica città al di sopra dei ventimila abitanti, amministrata da due liste non convenzionali, nè filorisorgimentali. Oggi l’ha seguita Aprilia, la seconda città della provincia.
Gaeta sta tracciando la via maestra per battere i partiti tradizionali, difensori del Risorgimento, causa di tutti i mali del sud, vero cancro dei meridionali.
Sono stati costretti da costoro a lasciare l’Italia in 30 milioni, una diaspora biblica che nemmeno gli ebrei hanno conosciuto, dopo che i piemontesi, nella lotta chiamata di “repressione del brigantaggio”, avevano massacrato oltre un milione di contadini chiamandoli Briganti.
Negli ultimi anni sono andati via dal sud oltre 700 mila giovani, una vergogna nazionale che voglio nascondere con l’arresto di nuovi immigrati nella nazione da dove si emigra.
I manifesti giganti messi a Palermo sono i nostri.
Dell’Utri, siciliano di nascita, vera anima di Forza Italia, conosce un sondaggio nel quale ha letto la volontà del sud.
Se si presentasse il nostro partito in tutte le regioni del sud, prenderebbe subito il 40% dei voti, perciò è stato inviato in Sicilia da Berlusconi, per rifare ciò che fece il massacratore di Bronte e dei siciliani nel 1860: Giuseppe Garibaldi.
Le gente non ha più fiducia nei partiti di destra e di sinistra, che per noi, sono solo indicazioni stradali.
Stiamo costruendo il Partito sul territorio, a Catania il nostro vicecoordinatore Nazionale ha aperto il primo supermercato COMPRASUD d’Italia.
Un supermecato che vende solo prodotti meridionali, vi hanno aderito già 600 operatori agricoli ed industriali. Per la prima volta stiamo assaltando l’economia del Nord, ogni centesimo guadagnato da quel supermercato è tolto a quelli tosco-padani.
Ci riprenderemo le compagnie di assicurazini, di navigazione, quelle telefoniche, le banche e soprattutto l’etere, per mezzo del quale entreremo nelle case della gente a spiegare come il Nord, in 150 anni, sia riuscito a mortificare i territori più ricchi d’europa.

Antonio Ciano , segretario nazionale del Partito del Sud
Fonte:ReteSud

Lezione sulla mafia tenuta dal giudice Paolo Borsellino nel 1989 a Bassano Del Grappa




L'italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano e crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l'Italia sono i furbi, che non fanno nulla, spendono e se la godono. GIUSEPPE PREZZOLINI

Quando ti trovi d'accordo con la maggioranza, è il momento di fermarti a riflettere. MARK TWAIN

Talvolta, vedendo le furfanterie della povera gente e tutti gli imbrogli degli uomini che occupano cariche importanti, si è tentati di considerare la società come una foresta piena di ladri, fra i quali i più pericolosi sono proprio gli sbirri incaricati di dare la caccia agli altri. NICOLAS DE CHAMFORT

I mulini degli dei macinano tardi, ma macinano molto fine. SESTO EMPIRICO

Tutta la vita della società e dello Stato è fondata sul tacito presupposto che l'uomo non pensi. Una testa che non si offra in qualsiasi situazione come un capace spazio vuoto non avrà vita facile nel mondo. K. KRAUSS

Un politico pensa alle prossime elezioni, un uomo di Stato alle prossime generazioni. J. CLARKE

Esiste un solo bene, la conoscenza, e un solo male, l'ignoranza. SOCRATE

Un uomo intelligente costretto a vivere insieme a degli sciocchi assomiglia a colui che ha un orologio che va bene in una città le cui torri hanno tutte orologi che vanno male. Lui solo sa l'ora giusta: ma a che gli serve? Tutta la gente si regola secondo gli orologi cittadini sbagliati, persino coloro i quali sanno che soltanto il suo orologio indica l'ora vera. ARTHUR SCHOPENHAUER

La democrazia è una forma di religione,
è l'adorazione degli sciacalli, da parte dei somari. (H.L. Menken)

Schiavo è chi aspetta qualcuno che venga a liberarlo. ( Ezra Pound)

Potrete ingannare tutti per un pò. Potrete ingannare qualcuno per sempre. Ma non potrete ingannare tutti per sempre. (Abramo Lincoln)

Una nuova questione meridionale


Di GIUSEPPE BERTA

Fra le immagini stereotipate della società italiana a cui dobbiamo rinunciare vi è quella di un Sud con meno risorse delle altre aree del Paese, ma dotato di una popolazione più giovane e numerosa.

I dati dell’ultimo rapporto elaborato dalla Svimez - un’autentica istituzione della cultura meridionalistica, presieduta da Nino Novacco - ci dicono che non è più questa la realtà demografica del Mezzogiorno d’Italia. Oggi nel nostro Sud vivono 20,8 milioni di abitanti che, se non avverrà un’inversione di tendenza, saranno calati a 19,3 milioni tra vent’anni. Saranno allora le classi d’età più anziane a prevalere: andando avanti di questo passo, una persona su tre avrà più di 65 anni; una su dieci supererà gli 80.

Il Sud, ancora più dell’Italia, non è una terra per i giovani. Questi se ne stanno andando, infatti, in numero elevato. Sono circa 300 mila le persone che ogni anno abbandonano il territorio meridionale «per cercare di realizzare le loro aspettative professionali nel resto del Paese», come scrive il Rapporto Svimez. Per circa 120 mila di essi non si tratta della ricerca di un’opportunità momentanea, ma di una scelta definitiva. Sono giovani che non faranno mai più ritorno ai luoghi in cui sono nati; li contraddistingue un’alta scolarizzazione e un desiderio di miglioramento della loro condizione che li spinge al Nord.

Dunque, il nostro Paese non conosce soltanto i flussi migratori di cui riferiscono quotidianamente le cronache, con i risvolti dei problemi di sicurezza che tengono banco nel dibattito politico. È ripreso anche il movimento della popolazione che più di ogni altro ha segnato la storia del secolo scorso, quello che sposta le persone lungo l’asse Sud-Nord. Soltanto che è molto diverso da quello di cui conserviamo ancora una solida memoria collettiva. Le migrazioni odierne non hanno proprio nulla di simile a quelle codificate nell’immagine pubblica, quando - nei decenni Cinquanta e Sessanta - molti lavoratori meridionali affluivano alle città settentrionali e alle loro fabbriche. Ciò che avviene oggi coinvolge i giovani più istruiti del Sud, quelli che vogliono per se stessi gli studi migliori, che hanno voglia di misurarsi con la realtà più avanzata con cui possono entrare in contatto.

Se è lecito accostare l’osservazione personale alle cifre, devo dire che i numeri della Svimez non stupiscono chi, come me, li ha letti al termine di una giornata d’esami trascorsa in un’università milanese, la Bocconi, che è una delle mete preferite dai ragazzi meridionali. Sono tanti quelli che giungono - proprio come annota la Svimez - dalla Puglia, dalla Campania, dalla Sicilia, attratti dalla capacità di richiamo di una grande area metropolitana e dalle sue istituzioni formative. Sono studenti mossi quasi sempre dalla volontà di utilizzare gli strumenti d’analisi di cui si impadroniscono per comprendere il territorio dal quale provengono. Propongono, spesso in modo appassionato, tesi e lavori di approfondimento sui luoghi in cui sono nati, animati da un interesse molto forte e vivace per i problemi locali. Ma sanno bene che non applicheranno i risultati dei loro studi alle loro terre. Esse non concedono loro spazio per affermarsi, per far valere le loro conoscenze, per promuovere il loro talento. Del resto, come potrebbero rassegnarsi a tornare in posti che lasciano loro ben poche speranze? Nel Sud il Pil pro capite è pari al 59% di quello del Centro-Nord: circa 18 mila euro contro oltre 30 mila. Meglio allora, molto meglio, scommettere su se stessi e tentare altrove la propria sorte.

Nulla più di questa perdita del «capitale umano», rappresentato dall’intelligenza e dalle competenze di migliaia e migliaia di giovani, testimonia del declino del Mezzogiorno, che assiste all’allontanamento progressivo delle sue energie più vitali. La crisi del Sud si riflette, ancor prima che nel peggioramento degli indicatori economici, nel venir meno di una visione dello sviluppo. Sulle prospettive di crescita della società meridionale è calata da anni una cortina di silenzio.

Ciò dipende anche dal fatto che la «questione settentrionale» ha soppiantato da tempo, nell’agenda politica italiana, la «questione meridionale», una volta uno dei cardini del discorso politico del nostro Paese. C’è da chiedersi, tuttavia, quanto a lungo potrà reggere un rapporto così squilibrato con una parte d’Italia che sta scontando la consunzione e lo spreco delle sue fondamentali risorse sociali.

Fonte:
La Stampa del 17/07/2009

SONO IN DISTRIBUZIONE I NUMERI 24 E 25 DE IL CARLINO - PERIODICO MERIDIONALISTA INDIPENDENTE



























Sono in distribuzione i numeri n. 24 e n.25 de IL CARLINO



Nel n. 25 oltre a notizie e approfondimenti di carattere storico le indicazioni per poter partecipare all'11^ Serata Tradizionalista Borbonica del 1 Agosto.

Richiedi in omaggio una copia del Carlino inviando una e-mail di richiesta a :RETESUD@GMAIL.COM (saranno addebitate le sole spese postali)

G8/ Benetazzo ad Affaritaliani.it: "Corriamo il rischio che venga creata una super-banca mondiale in balia delle lobby"


Il vero pericolo di questo G8 è che si arrivi alla costituzione di un governo bancario mondiale attraverso un organismo monetario e finanziario di controllo del pianeta. Ne è convinto Eugenio Benetazzo, ex-bocconiani e ora primo ed unico predicatore finanziario in Italia (come lui stesso si definisce nel suo sito), che ad Affaritaliani.it spiega i rischi di un super-organismo in balia delle lobby. La crisi? E’ solo un primo assaggio di quello che arriverà nel 2012 a livello macroeconomico, energetico e alimentare, spiega il broker indipendente detto il Beppe Grillo della finanza, tra i pochissimi ad aver preannunciato in un saggio del 2006 la tempesta finanziaria.

Secondo Benetazzo la colpa è tutta del Wto che “sta creando uno spostamento di ricchezza da Occidente ad Oriente, mettendo in seria difficoltà l'attività occupazionale dei Paesi occidentali con le delocalizzazioni”. Come uscirne? Col protezionismo e restituendo ai singoli Stati la sovranità monetaria.

L’INTERVISTA

Oggi è iniziato il G8. I grandi della Terra cercano di mettere a punto nuove regole per la finanza mondiale, ma le divisioni al loro interno sono ancora molte. Che cosa succederà?
"La preoccupazione principale non è la regulation finanziaria: non è qui che sta il marcio. Il rischio è che ci sia una volontà occulta di arrivare silenziosamente ad un governo bancario mondiale attraverso un organismo monetario e finanziario di controllo del pianeta. Questo sì che potrebbe essere un grande problema. E a questo proposito non è casuale che la stessa Cina oltre due mesi fa abbia detto che non è più possibile far reggere gli equilibri del sistema finanziario sul dollaro Usa, chiedendo di fatto una nuova moneta internazionale".

Quindi lei vede come un pericolo l'istituzione di un super-organismo internazionale di controllo.
"Sì. E' una vera e propria minaccia".

Perché?
"Perché metterebbe tutte le economie dei singolo Paesi nelle mani della due diligence, del controllo,
della vigilanza e delle politiche monetarie di un unico interlocutore. E basta vedere come già adesso Fed, Bce, Boe e Boj, pur mantenendo una loro cosiddetta indipendenza, abbiano dimostrato politiche monetarie fallimentari. Prenda l'Europa, che è governata da più di 10 anni dalla Banca Centrale Europea: tutti i Paesi che stanno abbracciando la politica Ue sono pesantemente in difficoltà. E uno di questi Paesi è il nostro che non può più contare su strumenti monetari propri come l'emissione di debito pubblico, l'aumento o la diminuzione dei tassi di interesse... "

Quindi lei teme la fusione delle principali banche centrali in un solo organo con super-poteri?
"Si presume che si tratti di una sorta di fusione. Con la coneseguente perdita o rinuncia di sovranità monetaria degli Stati a favore di un organismo esterno che si occuperà di armonizzare i flussi finanziari, la regulation di 4 aree economiche strategiche..."

Quello che di fatto c'è già in Europa con la Bce...
"Esatto. Il problema è che si passerebbe ad una nuova Banca mondiale, ancora più lontana, dove delle lobby occulte avranno ancora più potere..."

Quali lobby?
"Meglio non parlarne".

Se però i Paesi del G8 non sembrano riuscire ad accordarsi sulle nuove regole da dare ai mercati, non è più difficile che riescano di comune accordo a fondare una banca centrale comune?
"Non è necessario che si mettano tutti d'accordo. Anzi: già il fatto che siano tutti in disaccordo, pone le condizioni per creare un soggetto super-partes. Ma ripeto: il marcio non è nelle regulation...".

E dov'è?
"Nel Wto. Che sta creando uno spostamento di ricchezza da Occidente ad Oriente, mettendo in seria
difficoltà l'attività occupazionale dei Paesi occidentali con le delocalizzazioni. I mutui Usa, per esempio, non sono stati pagati proprio a causa della delocalizzazione: i subprime esistono da più di 30 anni ma sono venute meno le condizioni da parte dei soggetti interessati di poter pagare i propri impegni debitori a causa della perdita di milioni di posti di lavoro".

E il Wto che cosa c'entra?
"Spingendo per l'internazionalizzazione degli scambi mercantili e poi anche per l'abbattimento dei dazi doganali per favorire grandi corporation alimentari e industriali, ha portato a questo tipo di trasformazione societaria".

Nel suo libro-dvd in uscita L'economia allo sbando (Macroedizioni) lei parla di 3 crisi in arrivo: macroeconomica, alimentare e energetica.
"C'è una convergenza di fattori a livello macroeconomico, energetico, alimentare che poteranno ad esplodere una grande crisi planetaria dopo il 2012. La crisi che stiamo attraversando è solo una prima sfaccettatura: abbiamo avuto la manifestazione finanziaria, ora ci aspetta quella sociale".

E come si fa a contrastare questa crisi?
"Le strade ci sono. E non è certo internazionalizzandosi che si risolvono i problemi. Bisogna interrompere lo strapotere del Wto. Quindi: iniziare ad embargare l'Europa nei confronti di tutti i prodotti che iniziano a proliferare e invadere i mercati europei, consentendo la protezione dell'artigianato e dell'industria europea con manodopera autoctona. Si tratta semplicemente di difendere i livelli occupazionali: gli stessi che adesso l'Inghilterra rimpiange, a distanza di 20 dalle scelte della Thatcher e del suo processo di de-industrializzazione".

Tornare all'industria, questa la ricetta?
"Poi bisognerebbe ripristinare la sovranità monetaria all'interno del nostro Paese e avere una Banca Centrale che emette moneta per conto proprio".

Quindi dire addio alla Bce e alla Ue?
"Sì. Anche se potremmo mantenere una moneta per le spese infrastrutturali e, localmente, divise locali. Ricordiamoci: l'euro è un marco travestito, serve solo alla Germania che esporta fuori dall'Ue. Per l'Italia, per esempio, si sta prospettando il cosiddetto scenario argentino: moneta troppo forte e economia troppo debole".

MARE INQUINATO LUNGO LA COSTA FLEGREA PER COLPA DEL DEPURATORE DI CUMA.

venerdì 17 luglio 2009

Russia dimenticata


Continuano a morire i giornalisti nella Russia del dittatore Vladimir Putin.
Ieri è stata trovata morta Natalia Estemirova, giornalista sequestrata in Cecenia, collaboratrice dell'ong Memorial, l'unica che tiene il conto dei morti nel Caucaso settentrionale.
Proprio lei, vincitrice del primo "Anna Politkovskaya Award", il premio intitolato alla giornalista russa uccisa il 7 ottobre 2006 (processo, tra l'altro, recentemente riaperto dalla Corte suprema che ha annullato l'assoluzione per le tre persone accusate).
Durante la premiazione disse: "L'Occidente non può e non deve voltare le spalle al popolo ceceno". Ma è da tempo che l'informazione non se ne occupa.
Quella italiana da mesi, se non da anni.
Dimenticando così centinaia di migliaia di morti delle due guerre (300mila morti e 200mila ceceni spariti nel nulla, un quarto dell'intera popolazione cecena, scriveva PeaceReporter nel 2005).


"Il compito di un dottore è guarire i pazienti, il compito di un cantante è cantare. L'unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede." (Anna Politkovskaya)

Fonte:
Il Popolo Sovrano
-

Manifestazione Antimafia "Agenda Rossa" 18/19/20 Luglio 2009

Tre giorni di manifestazioni Antimafia a Palermo organizzati da Salvatore Borsellino, in ricordo delle vittime della strage di via D'Amelio: Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina e tutte le vittime della mafia e di chi con essa ha collaborato.

Salvatore Borsellino non vuole politici, vuole la gente onesta! perchè c'è un Paese da riprendersi!!! Tutte le info e programma: http://www.19luglio1992.com

Le dichiarazioni di Ciancimino, i fogli mancanti del processo e i messaggi mafiosi a Berlusconi…



di Giorgio Bongiovanni e Silvia Cordella

Le dichiarazioni di Ciancimino, i fogli mancanti del processo e i messaggi mafiosi a Berlusconi…


Massimo Ciancimino fa ancora parlare di sé e questa volta l’argomento scottante non è la trattativa tra mafia e Stato intercorsa all’epoca delle stragi del 1992, per il quale presto sarà chiamato a rispondere in udienza pubblica.

Le sue dichiarazioni stanno irrimediabilmente sollevando un polverone attorno alla Palermo degli affari che negli anni Ottanta e Novanta ha basato il suo punto di forza sul patto economico stretto con la mafia di Riina e Provenzano.

Sono i magistrati Nino Di Matteo e Antonio Ingroia i depositari delle nuove rivelazioni del figlio di don Vito Ciancimino, condannato a 5 anni e 8 mesi per riciclaggio, intestazione fittizia di beni e concorso in tentata estorsione, nell’ambito del processo sul tesoro occulto di suo padre.

Rivelazioni che hanno già causato l’avvio di nuove indagini per corruzione aggravata a carico dei senatori Carlo Vizzini e Salvatore Cuffaro e degli onorevoli Romano e Cintola. Tutti indagati a vario titolo per aver ricevuto compensi economici (ufficialmente non dovuti) pagati dalla famiglia Ciancimino per agevolare, nell’assunzione delle gare d’appalto, la Gas Spa (Gasdotti Azienda Siciliana). La società in quota al Gruppo Brancato – Lapis venduta il 13 gennaio 2004 alla multinazionale “Gas Natural” per 120 milioni di euro, di cui una percentuale era finita sul conto svizzero Mignon come pagamento spettante a don Vito, in qualità di socio “riservato”.

Proprio in seguito a questa vendita Massimo Ciancimino era stato accusato di aver incassato e reinvestito la percentuale destinata a suo padre (all’epoca deceduto).

Da qui le manette, i domiciliari e poi il processo in abbreviato, tuttora in corso a Palermo in sede di Appello. Ed è in seguito a questi sviluppi giudiziari che Massimo Ciancimino ha iniziato a parlare: prima alludendo alle responsabilità della famiglia Brancato corresponsabile nella Gas della “gestione Ciancimino”, poi denunciando pubblicamente la sparizione di alcune intercettazioni ambientali che sarebbero dovute essere da tempo depositate agli atti del suo procedimento.

I magistrati hanno così aperto un nuovo filone investigativo che ha coinvolto anche l’erede del socio di Lapis, Monia Brancato, rimasta finora estranea ai fatti, secondo Massimo Ciancimino, a causa di uno “strabismo investigativo” che ha inevitabilmente finito per colpire una sola delle due compagini societarie riferibili all’azienda del Gas. Accuse chiaramente tutte da verificare (per questo è stata avviata un’indagine a Catania).

Ciononostante le sue dichiarazioni lasciano spazio a dubbi e perplessità sulla conduzione delle prime indagini dopo il ritrovamento di un documento che era stato sequestrato dai carabinieri nel 2005, durante la perquisizione avvenuta nella sua casa prima del suo arresto. Probabilmente ritenuto irrilevante dai pm che detenevano l’incartamento originale del primo grado, il foglio strappato nella sua parte iniziale (così verbalizzavano i carabinieri) è stato ritrovato in questi giorni da Ingroia e Di Matteo in mezzo ad altri 18 faldoni che i magistrati hanno trasmesso ai giudici del processo Ciancimino. Una scoperta di notevole importanza perché, come ha dichiarato il Pg del processo Dell’Utri Antonino Gatto, che ne ha chiesto l’acquisizione insieme all’audizione di Massimo Ciancimino (la Corte si è riservata di decidere il prossimo 17 settembre), il documento potrebbe “dimostrare la continuità dei rapporti intercorsi tra lo stesso Dell’Utri e Cosa Nostra siciliana”.

Il testo della missiva vergata a mano non è completo (Ciancimino dice che originariamente era intera), ciò che è possibile leggere è la parte finale di una richiesta minacciosa all’attuale Presidente del Consiglio: “… posizione politica intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi. Sono convinto che questo evento onorevole Berlusconi vorrà mettere a disposizione le sue reti televisive”.

Una frase enigmatica che richiama il rapporto Fininvest - Cosa Nostra di cui si trova traccia nelle sentenze sulle stragi del biennio ’92-’93 e nella sentenza di condanna a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa a carico di Dell’Utri. La cosa più interessante è che la lettera, che era indirizzata proprio a Dell’Utri, è stata data a Massimo Ciancimino nella casa di Pino Lipari a San Vito Lo Capo alla presenza di Provenzano. Una volta nelle sue mani l’erede più piccolo di don Vito l’avrebbe portata a suo padre, all’epoca detenuto, il quale avrebbe poi espresso il proprio parere per farla avere a una terza persona non meglio precisata. In quanto al triste evento Massimo Ciancimino ha ricordato con precisione che si sarebbe trattato dell’omicidio del figlio di Berlusconi.

Un fatto che, come emergerebbe dai verbali d’interrogatorio del 30 giugno e del 1 luglio, lo aveva molto impressionato. I due documenti in ogni caso presentano diverse discrasie. Il testimone inizialmente non intendeva rispondere. Poi alle stringenti domande dei pubblici ministeri che lo hanno interrogato dopo il ritrovamento della lettera, ha risposto visibilmente provato: “Sono cose più grandi di me”. Anche perché le comunicazioni che la mafia avrebbe inoltrato a Berlusconi non si esauriscono qui. La richiesta di una televisione in cambio di un appoggio elettorale sarebbe solo l’ultima di tre lettere scritte tra il 1991 e il 1994. Il secondo messaggio Ciancimino junior ha riferito di averlo ricevuto in una busta chiusa da un giovane che nei primi anni Novanta faceva l’autista di Provenzano. In questo caso Vito Ciancimino avrebbe svolto il ruolo di consulente del capo mafia, mentre in un’altra occasione avrebbe fatto da mediatore consegnando copia della missiva a un tale di nome “Franco”.

Ciò che però qui conta sottolineare è che l’istanza sarebbe alla fine giunta a destinazione, rientrando così nella consueta e vecchia gestione dei contatti tra gli ambienti Fininvest e criminalità organizzata siciliana iniziati già negli anni Settanta. Periodo in cui l’Anonima Sequestri terrorizzava la Milano bene e quindi anche la famiglia del futuro premier. Al quale era corso in aiuto l’amico Marcello Dell’Utri che per proteggerlo si era rivolto, attraverso Tanino Cinà (uomo d’onore posato della famiglia di Malaspina) al capo di Cosa Nostra Stefano Bontade. Sarebbe stato proprio il “Principe di Villagrazia” ad impegnarsi con il promettente imprenditore edile fornendogli una “garanzia” contro il pericolo dei rapimenti. Garanzia che rispondeva al nome di Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore implicato in varie inchieste tra cui la famosa “Pizza connection”, condotta da Giovanni Falcone.

L’incontro tra Berlusconi e Bontade era avvenuto negli uffici della Edilnord, a Milano, alla presenza di Marcello Dell’Utri, Tanino Cinà, Mimmo Teresi (boss di Santa Maria di Gesù) e Francesco Di Carlo (boss di Altofonte).
Ed è proprio Di Carlo - oggi collaboratore di giustizia, ritenuto perfettamente attendibile dai giudici che hanno condannato Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa – a raccontarlo perché testimone oculare.

In quell’occasione, ha spiegato il pentito, era stato Dell’Utri a fare le presentazioni delle quali solo Cinà non aveva bisogno perché Berlusconi già lo conosceva.
Nel corso del colloquio con l’imprenditore, Bontade, tra le altre cose, gli chiedeva di “venire a costruire a Palermo, in Sicilia”. Cosa alla quale Berlusconi rispondeva con una battuta e “un sorriso sornione”: “Ma come debbo venire proprio in Sicilia? Con i meridionali e i siciliani ho già problemi qui!”. Bontade, però, lo rassicurava: “Ma lei è il padrone quando viene là, siamo a disposizione per qualsiasi cosa”. Prima di dirgli, in riferimento al problema dei sequestri: “Per qualsiasi cosa si rivolga a Marcello”, promettendogli quella garanzia che sarebbe poi stata rappresentata da Vittorio Mangano.

Dell’Utri, infatti, ricordava ancora Di Carlo era considerato una persona “fidata”. Tanto che in occasione del matrimonio londinese del trafficante di droga Jimmy Fauci, spiegava il pentito, fu Mimmo Teresi a dire allo stesso Di Carlo che Dell’Utri era “un bonu picciottu”. E a dichiarare: “Noi con Stefano abbiamo intenzione di combinarlo”.

La riunione negli uffici della Edilnord segna quindi l’inizio di un rapporto tra Berlusconi e Cosa Nostra siciliana basato su favori ed estorsioni: l’organizzazione criminale minacciava, chiedeva, offriva. Il Cavaliere rispondeva.
E così, dopo l’incontro, Mangano si era insediato nella sua villa di Arcore e dal 1974 l’imprenditore aveva iniziato a versare all’organizzazione il suo “contributo” annuale. Poi quando il boss-stalliere era stato costretto ad allontanarsi (un anno e mezzo più tardi), Berlusconi aveva subito il primo attentato nella sua villa di via Rovani. Era il 26 maggio del 1975, ma solo anni dopo si era scoperto che l’autore di quel gesto intimidatorio era stato proprio Mangano. In quello stesso periodo iniziava per Berlusconi una carriera tutta in salita: prima gettava le fondamenta del suo grande impero, dopo entrava nel business delle emittenti televisive. Ad aiutarlo nella grande impresa 113 miliardi di lire di provenienza sconosciuta che tra il 1975 e il 1983 sarebbero affluiti nelle 22 holding Fininvest, che diventeranno poi 37.

Nel frattempo anche la galassia di Cosa Nostra subiva una grossa trasformazione: i corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano prendevano il sopravvento sulla mafia di Bontade, il quale veniva ucciso nella guerra di mafia degli anni Ottanta insieme a quasi tutti i suoi rappresentanti. Il nuovo vertice ereditava così il rapporto con l’imprenditore milanese che, dopo una serie di vicissitudini, per ordine di Riina sarebbe passato direttamente nelle mani di Tanino Cinà. Sarebbe stato lui a recarsi due volte all’anno a Milano per ritirare i contributi versati dall’imprenditore. Ma il 28 novembre 1986 la sede Fininvest di via Rovani 2 subiva un secondo attentato da parte della mafia catanese. Riina era pronto a cavalcare (nuovamente?...) l’onda.
L’intento dei mafiosi, spiegheranno i collaboratori di giustizia, è quello di “avvicinare” Cinà a Dell’Utri e Berlusconi perché il rapporto con l’imprenditore milanese non sarebbe dovuto essere solo di natura estorsiva, ma aveva anche e soprattutto una connotazione politica.

Berlusconi rappresentava per la nuova Cosa Nostra l’aggancio per arrivare a Craxi, in un momento in cui lo storico rapporto con la Democrazia Cristiana di Andreotti stava tramontando. Per questo motivo, racconteranno i pentiti, (Antonino Galliano, Francesco Paolo Anzelmo) verranno rivolte al Cavaliere nuove minacce tramite lettera e telefono. E così Tanino Cinà, sempre secondo l’Anzelmo, veniva urgentemente convocato a Milano da Dell’Utri.

Ma le intimidazioni non sarebbero cessate. Infatti il 17 febbraio del 1988, nel corso di una conversazione intercettata, Berlusconi si era lamentato con l’amico immobiliarista Raniero della Valle di aver ricevuto una serie di intimidazioni e minacce di morte per il figlio Piersilvio.
Per quanto riguarda l’evoluzione di queste ritorsioni non si mai è riusciti a scoprire molto.

Ciò che pare invece certo è che gli attentati ai magazzini Standa di Catania, iniziati nel gennaio del 1990, sarebbero terminati solo grazie all’intermediazione di Marcello Dell’Utri, che avrebbe instaurato con i mafiosi locali una non meglio specificata trattativa.
Secondo la lettura delle dichiarazioni di alcuni collaboratori, tra cui Angelo Siino, anche quegli attentati sarebbero rientrati nella più ampia strategia di rinnovare le grandi alleanze strategiche e politiche. In un periodo in cui Cosa Nostra era alla disperata ricerca di nuovi referenti. Ricerca che sarebbe terminata con la discesa in campo di Silvio Berlusconi e con la decisione di appoggiare il nascente partito Forza Italia.

Le missive di cui si parla oggi e in particolare il foglio strappato scoperto tra le carte sequestrate a Massimo Ciancimino potrebbero dimostrare dunque che, anche dopo l’elezione a Presidente del Consiglio di Silvio Berlusconi, la mafia siciliana avrebbe proseguito con la tattica di sempre: intimidire per ottenere favori. La domanda allora è semplice: di quali favori si trattava?
Ed è possibile ricollegare tali favori agli incontri tra Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri, risalenti alla fine del 1993 e dei quali parlano altri collaboratori di giustizia?

Questi incontri, si legge nella sentenza che ha condannato il senatore del Pdl, avevano “un connotato marcatamente politico, in quanto Dell’Utri aveva promesso che si sarebbe attivato per presentare proposte molto favorevoli per Cosa Nostra sul fronte della giustizia, in un periodo successivo, a gennaio del 1995 (‘modifica del 41bis, sbarramento per gli arresti relativi al 416bis’)”. E “infatti, vi era stato un primo tentativo a livello parlamentare che, però, non era riuscito a concretizzarsi. Inoltre, Dell’Utri aveva detto a Mangano che sarebbe stato opportuno stare calmi, cioè evitare azioni violente e clamorose, le quali non avrebbero potuto aiutare la riuscita dei progetti politici favorevoli all’organizzazione mafiosa”.
Ancora, dopo le elezioni del 1994, Mangano avrebbe assicurato di aver parlato con il Dell’Utri e che lo stesso avrebbe dato “buone speranze”.

È evidente che siamo di fronte a una questione di estrema rilevanza investigativa nell’ambito dei rapporti tra Dell’Utri e Cosa Nostra e tra il premier e la stessa mafia corleonese di cui Vito Ciancimino era portavoce e consigliere essendo come aveva detto Giuffrè “la mente grigia” di Provenzano. Sul piano della questione morale tutto ciò fa impallidire lo scandalo sui festini del Presidente del Consiglio. Per squallidi e disonorevoli che siano i suoi vizietti, sembra assurdo che le ragioni principali del suo declino elettorale da parte degli italiani possa essere dovuto a queste vicende e non ai suoi rapporti con Cosa Nostra. Questo forse è il più grande scandalo italiano.

Fonte:
Antimafiaduemila

''Alleati per il Sud '' la solita ''ARIA FRITTA''?


Nei comunicati di questa vera e propria fiera delle nullità il risultato finale di questo circo autoreferenziale sarà una misera e scoraggiante miscela di "Aria fritta".
Il "sud"? Ma se c'è un "sud" di qualcosa, cioè d'Italia, non c'è identità distinta di popolo. E cos'è il sud? Sud d'Italia? Repubblica Partenopea? Regno di Napoli o Napolitanìa? Sicilia "al di qua del Faro"? O semplicemente la somma di sei regioni italiane? Non lo sappiamo.

Forse qualcuno non ha ancora capito che la Sicilia non è il Sud e non ha capito che chiamare uno stato o una regione con una coordinata geografica è il modo migliore per negarne l'esistenza: "La Sicilia è la Sicilia", punto e basta.

Continuino i politicanti nostrani a promuovere convenzioni, a creare nuove sigle, vuote di qualsiasi programma, solo spinti dalla sete di potere nella speranza di arraffare qui è la qualcosa per potere sopravvivere in una società contemporanea ormai incancrenita dal potere economico, ma sappiano che finchè esisterà "L'Altra Sicilia" e porterà con successo certo e poco apparente l'afflato autonomistico, tutti questi nuovi Carneade saranno costretti a copiarci per non lasciare a noi quel primato, ad essere percio', a parole, autonomisti, meridionalisti, surrogati di vari partiti, pur di tarparci le ali e rubarci ogni spazio ideale per non farci crescere e accelerare cosi' il centralismo e la soggezione agli interessi del nord, che pure oggi, nonostante noi, appare dominante.

Come fare a salvare le prerogative e l'identità della Sicilia senza restare isolati dagli stessi meridionali, risultando minima parte elettorale?

Noi un suggerimento l'abbiamo, la carta vincente che risolve finalmente il dualismo italiano. Ne facciano gli autonomisti una bandiera! Escano allo scoperto i tanti pavidi ancora nascosti nei partiti nazionali. E sarà la vittoria.

Come? Semplicissimo: unire le 6 regioni meridionali continentali in un'unica "Macroregione" a statuto speciale CON L'IDENTICO STATUTO AUTONOMO DI CUI OGGI GODE LA SICILIA! Unica modifica potrebbe essere quella di unire la nostra e la loro "Alta Corte" in un'unica "Alta Corte delle Due Sicilie", con sede a Roma, a tutela della nostra e della loro autonomia. Se vogliono unirsi a questa lotta di liberazione i Sardi, ben vengano, ovviamente mantenendo come noi siciliani, ma anche più di noi, la loro autonomia e la loro specificità.
In ogni caso mantenendo, come è sempre stata viva aspirazione dei Siciliani, le due regioni-stato distinte, i due Popoli delle Due Sicilie marcerebbero ora loro come un rullo compressore lasciando le briciole a Berlusconi e Veltroni che invece dovrebbero rifugiarsi dai loro tanto amati elettori del centro-nord!

Fratelli Napolitani, raccogliete questo nostro suggerimento!
Studiate il nostro Statuto: sarà la Vostra libertà!

Modifichiamo appena l'art.1 Statuto Speciale della REGIONE NAPOLITANA: "I Comuni della Repubblica Italiana il cui territorio già era ricompreso nella parte continentale del Regno delle Due Sicilie, ivi compresi Pontecorvo e Benevento, sono costituiti in regione autonoma... La città di Napoli è capoluogo della Regione...." e così via, con una sola modifica in seguito per unificare le due "Alte Corti".

Pensateci:
1 - avremo di nuovo Banco di Napoli e Banco di Sicilia rifondati che emetterano moneta pubblica e non soggetta a signoraggio (art.. 40 statuto);

2 - avremo ciascuno un nostro ordinamento tributario sovrano (36);

3 - le imprese che avranno sede fuori dalla regione dovranno versare le imposte in base al reddito prodotto o ai consumi manifestati nella regione (37) e non in base alla sede legale;

4 - con la potestà esclusiva nelle scuole elementari potremmo ricreare l'identità negata dei nostri popoli;

5 - tutte le funzioni statali nel territorio passerebbero alle regioni che diventerebbero così semi-indipendenti e non continuiamo solo per brevità. E così i "padagni" non rompono più.

Chiediamo solo ai cittadini dell'Aquila, di Campobasso, di Bari, di Potenza e di Catanzaro, di mettere da parte i campanilismi che servono solo al malgoverno italiano per mantenere inoffensivi e divisi i "meridionali".

Le attuali province possono bene ereditare le funzioni amministrative delle regioni e trasformarsi in "liberi consorzi di comuni" come in Sicilia.

Potrete proclamare lingua ufficiale, accanto all'Italiano, il Napoletano (parlato e compreso dappertutto, in diverse varianti, tranne in Calabria e in Salento, dove potreste/dovreste riconoscere il Siciliano nelle sue due varianti locali).

L'Italia può forse reprimere 5 milioni di Siciliani, ma non potrà mai reprimerne 5 + 14 di DuoSiciliani.

Se non avrete mire "imperialistiche" sulla Sicilia che come in altri tempi ci porterebbero alla rovina, nessuno potrà fermarci.

Noi non siamo poveri per natura, lo siamo perché depredati di tutto.

Spezziamo insieme le catene del colonialismo italico.

Viva la Sicilia! Viva la Napolitania! Viva le Due Sicilie!

Ufficio stampa
L'ALTRA SICILIA - Antudo

N.B. Nella foto il logo usato dalla nostra organizzazione per le elezioni politiche, circoscrizione europa, del 2006; delle amministrative a palermo nel 2007 e alle politiche, circoscrizione europa, del 2008


Fonte:
L'Altra Sicilia-Antudo

Giovani, belle e spietate: le Brigantesse

giovedì 16 luglio 2009

Sud, in dieci anni 700 mila emigrati - Napolitano: «Superare i divari»


Solo nel 2008 in 122mila si sono spostato al Centro-Nord. Le partenze soprattutto da Campania, Puglia, Sicilia



ROMA - «Deve crescere nelle istituzioni, così come nella società, la coscienza che il divario tra Nord e Sud deve essere corretto». Lo scrive il capo dello Stato Giorgio Napolitano in un messaggio inviato al Presidente dell'Associazione per lo Sviluppo dell'Industria nel Mezzogiorno, Nino Novacco in occasione della presentazione del «Rapporto SVIMEZ 2009 sull'economia del Mezzogiorno. Lo studio fotografa la situazione economica del Sud italiano, rilevando un crollo del Pil a -1,1% il Pil delle regioni meridionali nel 2008, e contiene dati preoccupanti soprattutto in relazione al numero degli emigrati: in dieci anni (1997 -2008) - si legge - circa 700mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno.

«ITALIA SPACCATA IN DUE» - Il Mezzogiorno, secondo il rapporto, è la Cenerentola d'Europa. «Caso unico» nel vecchio Continente, «l'Italia- sottolinea l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno - continua a presentarsi come un Paese spaccato in due sul fronte migratorio: a un Centro-nord che attira e smista flussi al suo interno corrisponde un Sud che espelle giovani e manodopera senza rimpiazzarla con pensionati, stranieri o individui provenienti da altre regioni». I posti di lavoro del Mezzogiorno, in particolare, «sono in numero assai inferiore a quello degli occupati. Ed è la carenza di domanda di figure professionali di livello medio-alto a costituire la principale spinta all’emigrazione». Così nel 2008 il Sud ha perso oltre 122mila residenti a favore del Centro-nord, a fronte di un rientro di circa 60mila persone. Oltre l’87% delle partenze ha origine in tre regioni: Campania, Puglia, Sicilia.

L'APPELLO DI NAPOLITANO - «La crisi economica rafforza il convincimento - scrive Napolitano - che una prospettiva di stabile ripresa del processo di sviluppo debba essere fondata sul superamento degli squilibri territoriali, necessario per utilizzare pienamente tutte le potenzialità del nostro Paese. Il fatto che le politiche di riequilibrio territoriale messe in atto in passato abbiano conseguito risultati insufficienti rende certamente indispensabile un forte impegno di efficienza e di innovazione da parte delle istituzioni meridionali; ma questo impegno non sarebbe sufficiente senza il supporto di una strategia di politica economica nazionale mirata al superamento dei divari in termini di dotazione di infrastrutture, di investimento in capitale umano, di rendimento delle amministrazioni pubbliche e di qualità dei servizi pubblici».

L'EMORRAGI PIU' FORTE IN CAMPANIA - Tornando allo studio, l’emorragia più forte è in Campania (-25mila), seguono Puglia (-12.200) e Sicilia (-11.600). Nel 2008 poi - spiega lo Svimez - sono stati 173mila gli occupati residenti nel Sud ma con un posto di lavoro al Centro-nord o all’estero, 23mila in più del 2007 (+15,3%). Sono i pendolari di lungo raggio, cittadini a termine che rientrano a casa nel weekend o un paio di volte al mese. Sono giovani e con un livello di studio medio-alto: l’80% ha meno di 45 anni e quasi il 50% svolge professioni di livello elevato (il 24% è laureato). Spesso sono maschi, single, dipendenti full-time in una fase transitoria della loro vita, come l’ingresso o l’assestamento nel mercato del lavoro. Le regioni che attraggono maggiormente i pendolari - secondo il rapporto - sono Lombardia, Emilia-Romagna e Lazio. È da segnalare però la crescita dei pendolari meridionali verso altre province del Mezzogiorno, pur lontane dal luogo d’origine: 60mila nel 2008 (erano 24mila nel 2007).

DIMINUITI I LAUREATI NEGLI ATENEI MERIDIONALI - Rispetto ai primi anni 2000, poi, sono aumentati i giovani meridionali trasferiti al Centro-nord dopo il diploma che si sono laureati lì e lavorano lì, mentre sono diminuiti i laureati negli atenei meridionali in partenza dopo la laurea in cerca di lavoro. In vistosa crescita le partenze dei laureati "eccellenti": nel 2004 partiva il 25% dei laureati meridionali con il massimo dei voti; tre anni più tardi la percentuale è balzata a quasi il 38%. La mobilità geografica Sud-Nord - conclude lo Svimez - permette una mobilità sociale. I laureati meridionali che si spostano dopo la laurea al Centro-nord vanno incontro a contratti meno stabili rispetto a chi rimane, ma a uno stipendio più alto. Il 50% dei giovani "immobili al Sud" non arriva a 1.000 euro al mese, mentre il 63% di chi è partito dopo la laurea guadagna tra 1.000 e 1.500 euro e oltre il 16% più di 1.500 euro. Glv


Fonte:Corriere della Sera 16 luglio 2009

Salvatore Borsellino: Paolo morì perché scoprì un patto con lo Stato



(ASCA) - Roma, 15 lug - "Mio fratello era stato sicuramente informato dagli organi istituzionali della trattativa in corso tra mafia e Stato, perché erano in mano sua le indagini sull'assassinio di Falcone e sulla mafia in Sicilia. Non poteva non esserne informato". Così Salvatore Borsellino, fratello del magistrato Paolo Borsellino, ucciso il 19 luglio 1992 in via D'Amelio commenta le nuove rivelazioni sul patto tra Stato e mafia fatte da Massimo Ciancimino.


Borsellino é intervenuto a '24 Mattino' su Radio 24. "Sostengo dal 1997 - ha aggiunto Borsellino - che il motivo dell'accelerazione della eliminazione di Paolo sia stato il fatto che lui si era messo di traverso rispetto a questa trattativa nel momento in cui ne fu informato, e questo avvenne al ministero dell'Interno il primo luglio 1992. A quel punto era necessario, per poter continuare a condurre la trattativa, eliminare l'ostacolo principale, Paolo Borsellino, ed eliminarlo in fretta".


Ciancimino jr. ha detto che una copia del famoso 'papello' era nella cassaforte di casa sua a Mondello ma i Carabinieri durante una perquisizione evitarono di controllare: "C'é da chiedersi il perché non sia stata aperta quella cassaforte - ha detto Borsellino -. Credo che sia lo stesso motivo per cui dopo l'arresto di Riina é stato lasciato incustodito il suo rifugio, finché squadre della criminalità organizzata hanno potuto ripulire la casa e prelevare la cassaforte, nella quale c'erano cose che non dovevano venire fuori. Ciancimino non é un pentito - ha detto Borsellino - ma uno che vuole salvare il salvabile, quel famoso tesoro del padre di cui evidentemente gli hanno sequestrato solo una minima parte. Ora ha scelto di collaborare e sta dando un validissimo contributo, ma per patteggiare la sua impunità".

Partito del Sud esiste dal 2002. Diffidati Miccichè e Lombardo ( Da Osservatorio Sicilia)


Antonio Ciano, Presidente nazionale del Partito del Sud prende carta e penna e con un lettera indirizzata al Commissariato di Polizia di Gaeta, nonché ai due politici “inventori” del Partito del Sud, per informarli che il Partito del Sud che vogliono costituire “ESISTE” sin dal 2002 e quindi li diffida formalmente dal persistere ad usare il nome di un Partito che esiste già ed è politicamente molto attivo.

Ecco la lettera:

Al commissariato di Polizia di Gaeta

All’On. Gianfranco Miccichè, Palazzo Chigi-Roma

All’On. Raffaele Lombardo, presidente della regione Autonoma della Sicilia

Il sottoscritto Antonio Ciano, nato a Gaeta il 26 gennaio del 1947 ed ivi residente in Via piave 15, segretario nazionale del Partito del Sud-Alleanza Meridionale
diffida

l’On.. Miccichè Gianfranco, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, e l’On Lombardo Raffaele, attuale presidente della Regione Sicilia a usare il nome del mio partito.

Il sottoscritto, da un mese a questa parte, legge sulla stampa nazionale e locale di molte testate, della probabile nascita del Partito del Sud.

Il Partito del Sud è nato a Gaeta nel 2002, dove ha la sede nazionale in via Rimini 1-3 e si è presentato alle elezioni comunali di quell’anno.L’8 dicembre del 2007 e si è presentato alle elezioni politiche del 2008, e alle provinciali della provincia di Latina nel 2009, alle comunali 2009 nei comuni di Suzzara e di Virgilio in pr di Mantova.

Il partito del Sud, di cui si può trovare tutto su internet, è intenzionato a presentarsi alle prossime elezioni regionali in quasi tutte le regioni italiane, avendo rappresentanti in Sicilia, in Basilicata, nelle Puglie, nel Lazio, in Campania, nel Molise, in Abruzzo, nelle Marche, in Lombardia, in Emilia Romagna, in Liguria, in Piemonte, nel Veneto, in Calabria, come d’altronde si può trovarne nomi e cognomi dei nostri interlocutori regionali sul sito del Partito www.partitodelsud.it.

I nostri coordinatori stanno lavorando sul territorio per una crescita economica del Sud, visto che il Nord ha colonizzato il Meridione d’Italia in tutti i settori economici.

Stiamo lavorando sul teritorio italiano per ridare al Sud la dignità che merita. Da 150 anni i partiti nazionali,di destra e di sinistra, difendono l’economia tosco-padana.

In 150 anni l’economia meridionale è stata annullata e colonizzata dalle imprese del Nord, dai supermercati del Nord, dalle compagnie assicurative, da quelle industriali, da quelle finanziarie e bancarie. Ormai il Sud è un mercato a completa disposizione degli imprenditori tosco-padani. Al sud, non è rimasto nemmeno una banca, solo bancarelle, persino il Banco di Sicilia e il banco di napoli sono stati intruppati in quelle del Nord.
Una Nazione senza banche è condannata a morte, i commercianti sono indotti a fornirsi di liquidi presso cravattari e camorristi.
La stessa cosa dicasi degli artigiani e dei piccoli imprenditori.

Il nostro vicecoordinatore in Sicilia, dott. Erasmo vecchio, ha messo in pratica una idea del programma del Partito del Sud, un supermercato COMPRASUD( www.supermercaticomprasud.it, che vende solo prodotti meridionali.
Vi hanno aderito ad oggi quasi 600 imprenditori agricoli e industriali, tutti del Sud.

Il 18 luglio, a Pisticci, in pr di Matera, avremo un incontro con una decina di movimenti e partiti meridionalisti. Vogliamo federarci sotto il nome di partito del Sud che metteremo a disposizione di tutti.

Se il Sig Lombardo, e il sig Miccichè vogliono creare qualcosa di diverso, sono liberi di farlo, ma li diffidiamo ad usare il nome del nostro partito.

La nostra Patria è questa sacrosanta Repubblica nata il 2 giugno del 1946 dalla resistenza contro casa Savoia e non intendiamo rinunciare mai agli ideali costituzionali.
Non festeggeremo mai i fasti della monarchia sabauda, non festeggeremo mai i 150 anni di quella falsa unità d’Italia voluta da una banda di assassini che invasero le nostre terre un tempo ricchissime e ridotte a mero mercato dai partiti che hanno governato dal 1861 ad oggi, tutti filo risorgimentali, tutti a difesa delle ruberie che sono state perpretate a danno del Sud.

Il Risorgimento, per noi del Partito del Sud è stato il Cancro che ha devastato secoli di storia e di economia, è stato la causa dei nostri mali.
I savoiardi massacrarono le nostre terre, furono messe a fuoco oltre cento città, i morti ammontarono ad oltre un milione e fummo chiamati Briganti.
In 150 anni questa partitocrazia e la dittatura fascista hanno fatto emigrare 30 milioni di meridionali in tutto il mondo, una diaspora biblica che nemmeno gli ebrei hanno avuto.

Oggi i giovani costretti a lasciare il Sud ammontano a 150 mila all’anno.Nessuno ne parla.

Destra e sinistra oggi sono mere indicazioni stradali. Il Sud sta svegliandosi da un torpore voluto dalla cancellazione degli eventi storici che hanno determinato la nostra condizione di nazione di serie B. Ci riprenderemo i nostri mercati, ci riprenderemo la nostra storia, ci riprenderemo la nostra economia, ci riprenderemo la nostra dignità.

Antonio Ciano
Segretario Nazionale del Partito del Sud-Alleanza Meridionale

Fonte:
Osservatorio Sicilia

-

Nucleare, Regioni in rivolta - Dal governo un piano militare


Di Simone Collini



Il nucleare sarà pure a scopo civile, ma le nuove centrali saranno realizzate in siti militari. E del resto il governo non potrebbe fare altrimenti, visto che praticamente tutte le Regioni italiane hanno già fatto sapere che non intendono ospitare un reattore. Così, quattro giorni dopo che il Senato ha approvato definitivamente la legge che riapre al nucleare, da un lato il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo si affretta a dire che «sono prematuri i tempi per ipotizzare i siti» dove verranno costruite le centrali, e «prematuri» rimarranno fino alle regionali del 2010, per evidenti motivi. Dall’altro, di fronte al "niet" di governatori sia di centrosinistra che di centrodestra, il governo sta lavorando per sottrarre i siti che verranno scelti al controllo non solo delle Autonomie locali, ma anche di Parlamento e magistratura.

IL NO DELLE REGIONI
Solo così il governo può riuscire a imporre la politica del ritorno al nucleare. Il ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola sostiene che oggi molti enti locali sono pronti ad accogliere centrali sul loro territorio, ma chi siano questi fantomatici volontari è un mistero che dura da un bel po’ di tempo. Si sa invece che il governatore dell’Emilia Romagna Vasco Errani, che ricopre anche il ruolo di presidente della Conferenza delle regioni, critica duramente il governo perché «ha imboccato una strada sbagliata e procede in modo unilaterale».

Posizione analoga per Mercedes Bresso, Piemonte: «Si tratta di un errore da ogni punto di vista, strategico, economico, della sicurezza». Due no che pesano doppiamente, visto che tra le ipotesi su cui sta ragionando il governo per risolvere in un colpo solo sia il problema delle autorizzazioni che quello dello smantellamento dei vecchi impianti, c’è quella di installare i nuovi reattori proprio nei siti delle centrali che dopo il referendum dell’87 sono state lasciate a girare a basso regime, a cominciare da Caorso (che si trova nella prima regione) e Trino Vercellese (seconda). Ma pesanti no arrivano anche dalla Toscana («contrarissimo» si dice Claudio Martini), dal Lazio («il futuro è nelle tecnologie pulite», sostiene Piero Marrazzo), dalla Basilicata («scelta inopinosa e avventurata» è per Vito De Filippo quella del governo), dalla Puglia («dovranno venire con i carri armati», promette Nichi Vendola).

Tutte voci di centrosinistra e quindi a rischio passaggio di testimone nel 2010? Il fatto è che anche dal centrodestra stanno arrivando secchi rifiuti. Bisognerà vedere se alle parole seguiranno i fatti, ma intanto il presidente della Sardegna Ugo Cappellacci sostiene che «dovrebbero passare sul mio corpo» per installare un reattore sull’isola e quello dell’Abruzzo Gianni Chiodi fa notare che la sua terra non è «idonea per le sue caratteristiche morfologiche e sismiche a ospitare un sito».

SITI MILITARI
E allora si spiega perché il governo stia preparando una exit strategy ricorrendo all’aiuto dei militari. Ora che è diventato legge il ddl Sviluppo, contenente il ritorno al nucleare, può ripartire un altro disegno di legge che non casualmente finora è stato tenuto fermo in commissione Difesa al Senato. Si tratta di un provvedimento che prevede la creazione di una società di diritto pubblico denominata Difesa Servizi Spa.

Il combinato disposto delle due norme consentirebbe la creazione di centrali in siti militari, visto che ora la Difesa può utilizzarli «con la finalità di installare impianti energetici destinati al miglioramento del quadro di approvvigionamento strategico dell’energia». E per farlo il ministero, una volta approvato il secondo ddl, «può stipulare accordi con imprese a partecipazione pubblica». Proprio come la Difesa Servizi Spa. A quel punto, le centrali nucleari sarebbero fuori dal controllo di altre autorità, protette dietro il cartello «Zona militare».

Fonte:
L'Unità del 14 luglio 2009

Le conseguenze di Chernobyl sono più gravi del previsto



Chernobyl rappresenta ormai qualcosa che va al di là del semplice nome del più grande disastro nucleare della storia e del mondo. Chernobyl è divenuto sinonimo del lato oscuro della vita moderna, di come la tecnologia può fallire e di quanto possono essere terribili le conseguenze. Gli agenti della malattia erano insapori, incolori, inodori ma letali: assassini invisibili creati dall'imperfezione della tecnologia e dall'errore umano. A 20 anni di distanza dal disastro originario, Greenpeace ha pubblicato una relazione sui suoi effetti, che sono ritenuti più vasti di quanto precedentemente stimato.

Poiché gli agenti della malattia sono persistenti, gli effetti di Chernobyl vengono trasmessi di generazione in generazione. La contaminazione di Chernobyl corrisponde a circa 100 volte l'effetto contaminante combinato delle bombe di Hiroshima e Nagasaki. Le ripercussioni di Hiroshima e Nagasaki sono ben documentate, a differenza degli effetti di Chernobyl, che continuano a essere ipotetici.

"Il numero esatto delle vittime potrebbe restare per sempre sconosciuto, tuttavia 3 milioni di bambini sono bisognosi di cure", ha dichiarato il segretario generale dell'ONU Kofi Annan. "Il numero esatto di coloro che rischiano di sviluppare condizioni mediche gravi non sarà noto fino al 2016, se non dopo".

Il disastro non è naturalmente rimasto confinato all'area evacuata al momento della tragedia. Le nubi di materiale radioattivo sono state trasportate dai fenomeni meteorologici su metà del pianeta, ma soprattutto in Europa settentrionale. Il cesio-137 rappresenta l'agente radioattivo principale di Chernobyl, e ha una semivita di oltre 30 anni. "Le conseguenze radiologiche (e quindi sulla salute) di tale incidente nucleare continueranno a farsi sentire per i secoli a venire", si legge nella relazione di Greenpeace.

Il documento prosegue: "Più della metà del cesio-137 emesso in seguito all'esplosione è stato trasportato nell'atmosfera e ha raggiunto altri paesi europei. Almeno altri 14 paesi europei [oltre a Ucraina, Bielorussia e Russia] (Austria, Svezia, Finlandia, Norvegia, Slovenia, Polonia, Romania, Ungheria, Svizzera, Repubblica ceca, Italia, Bulgaria, Repubblica di Moldova e Grecia) sono stati contaminati da livelli di radiazione superiori al limite di 1 Ci/m quadrato utilizzato per definire le aree 'contaminate'".

Quantità più ridotte di radiazioni sono state registrate in tutta Europa, e hanno addirittura raggiunto il Mediterraneo e l'Asia. Per quanto riguarda l'area nelle immediate vicinanze del sito di Chernobyl, la relazione ha rilevato: "Solo in Bielorussia, Russia e Ucraina l'incidente ha provocato un numero stimato di 200.000 decessi aggiuntivi tra il 1990 e il 2004".

Le principali vittime del disastro sono state: i "liquidatori" o addetti alla bonifica, ingaggiati in generale per gestire il disastro, gli evacuati provenienti dalle immediate vicinanze dell'area interessata, nei 30 km circostanti il sito, i residenti delle zone ubicate in prossimità dell'area di evacuazione, e i bambini di tali gruppi.



Nelle aree contaminate circostanti il sito, i tassi di incidenza del cancro sono aumentati del 40 per cento nella Bielorussia nel suo complesso, di percentuali più elevate nelle aree più vicine a Chernobyl, di 2,7 volte nelle aree contaminate della Russia, e di quasi tre volte nelle aree colpite dell'Ucraina. Nel caso del cancro alla tiroide, un tumore che rappresenta una sorta di "marchio di fabbrica" del disastro di Chernobyl, i tassi sono ancora in ascesa. Nel periodo tra il 1988 e il 1998, i tassi relativi al cancro alla tiroide sono raddoppiati, mentre nel 2004 nelle aree contaminate della Russia sono triplicati.

Gli effetti non si esauriscono tuttavia con il cancro alla tiroide. Altre malattie della tiroide hanno dato luogo a una varietà di patologie endocrine. I tassi di incidenza di leucemia, di altre forme di cancro, di malattie respiratorie, digestive, cardiovascolari e immunitarie sono aumentati tutti dalle due alle quattro volte. La compromissione delle risposte immunitarie, il cosiddetto AIDS di Chernobyl, miete molte vittime, e i neonati tendono a contrarre un numero di infezioni di 2,9 volte maggiore rispetto ai bambini "normali".

Gli effetti della contaminazione sui sistemi riproduttivi e urogenitali hanno moltiplicato l'incidenza delle nascite sottopeso e della natimortalità nell'Europa centrale e settentrionale. Per di più, in queste stesse regioni, dal disastro di Chernobyl sono aumentati i casi di sindrome di Down e di altre malformazioni congenite, tra cui anencefalia, spina bifida, malformazioni cardiache, malformazioni del sistema nervoso centrale, palatoschisi e labioschisi.

"è ragionevole concludere che l'incidente di Chernobyl ha causato e continuerà a causare un livello elevato di morbilità e mortalità in tutta Europa, dalla Scandinavia all'Europa occidentale, a sud, dove Europa e Asia si incontrano in Turchia, e oltre", si legge nella relazione.

"Sarà impossibile calcolare retrospettivamente l'esposizione a cui sono state soggette le popolazioni [...]. Andrebbero condotti studi allo scopo di chiarire, per quanto possibile, la portata della morbilità e mortalità derivanti dall'incidente di Chernobyl".

I resti del sito di Chernobyl sono situati a 100 km a nord dell'attuale capitale ucraina, Kiev, lungo il confine tra Ucraina e Bielorussia. La centrale era dotata di quattro reattori raffreddati ad acqua e moderati a grafite. Ciò significa che venivano utilizzate barre di grafite per tenere sotto controllo la reazione fissile dell'uranio-235.

Nella notte tra il 25 e il 26 aprile 1986, la centrale fu sottoposta a un test. La direzione voleva verificare se, nel caso di calo di potenza, le turbine dell'impianto fossero in grado di subentrare nella gestione del funzionamento delle pompe raffreddanti. Ai fini dello svolgimento del test, la potenza del reattore venne ridotta di un quarto della propria capacità operative, e i sistemi di sicurezza vennero deliberatamente disattivati.

Il test non andò secondo i piani. La potenza della centrale diminuì di una percentuale eccessiva (99 per cento), pertanto per garantire il corretto svolgimento del test fu necessario incrementare lentamente la potenza. Mentre la potenza saliva, si verificò un'impennata di potenza inattesa. La chiusura di emergenza non si attivò e il reattore esplose. Le ragioni precise di tale picco di potenza e della successiva esplosione sono ancora ignote, tuttavia l'opinione attuale chiama in causa un difetto di progettazione cruciale: le barre di grafite utilizzate per controllare la reazione.

Il ruolo delle barre di grafite consiste nel moderare e controllare la reazione di fissione - quando vengono calate nel reattore, la velocità della reazione diminuisce. Quando le barre vengono tolte, la velocità di reazione aumenta. Tuttavia, i ricercatori ritengono che se tali barre vengono inserite rapidamente nel reattore, la velocità di reazione potrebbe effettivamente aumentare all'improvviso. Inoltre la grafite, una forma di carbonio, è infiammabile.

Il coperchio ermetico del reattore di 1000 tonnellate venne distrutto dall'esplosione e la grafite si infiammò, provocando un incendio enorme. Il contenuto del reattore si disperse nell'atmosfera. L'incendio proseguì per i dieci giorni successivi continuando a liberare materiale radioattivo nell'atmosfera.

Dal 1986 al 1989 erano già state coinvolte nelle operazioni di risanamento dell'area vicina a Chernobyl oltre 800.000 persone, 300.000 delle quali hanno assorbito dosi di radiazioni pari a 0,5 sievert (Sv) o più. 0,5 Sv è una dose di 500 volte superiore alla dose massima annua raccomandata dall'UE.

I decessi riconducibili al disastro, e in particolare al successivo risanamento, sono difficilissimi da quantificare. L'allora Unione Sovietica non fornì cifre precise e diramò le informazioni sul disastro solamente il 28 aprile, circa tre giorni dopo il fatto, e lo descrisse semplicemente come un "incidente". Quando tale notizia venne diffusa, i ricercatori di Danimarca e Germania riuscirono a ricostruire l'accaduto grazie alle loro ricerche, e conclusero che a Chernobyl aveva avuto luogo il "massimo incidente credibile".

Solo il 23 maggio, quattro settimane dopo l'incidente iniziale, vennero distribuite le compresse di iodio. Le compresse avrebbero potuto impedire allo iodio radioattivo di penetrare nelle ghiandole tiroidee dei cittadini della regione. Quattro settimane dopo, l'effetto delle compresse di iodio sui 130.000 evacuati non poté che essere trascurabile.

La cosa incredibile è che l'impianto a reattori di Chernobyl è stato dismesso solamente nel 2000, e malgrado l'area contaminata nelle immediate vicinanze di Chernobyl non sia aperta al pubblico, molte persone si sono ritrasferite nella zona. Circa 1500 persone si sono ristabilite in un'area a 15 km da Chernobyl, 50 sono tornate a Chernobyl città o nella vicina Pripyat, che attualmente è una città fantasma e che era stata originariamente edificata per ospitare i 45.000 operai di Chernobyl e le loro famiglie.

Fonte:
Molecularlab

Pancevo_mrtav grad, di Antonio Martino



Pancevo, una piccola cittadina a 15km da Belgrado, in Serbia, è sede di uno dei più grandi complessi industriali dellEx Yougoslavia. Durante la guerra dei Balcani la Nato, con il benestare dellEuropa bombarda pesantemente questo complesso industriale causando volutamente una enorme catastrofe ambientale distruggendo quasi completamente le già mal funzionanti industrie Yugoslavia.
Enormi quantità di sostanze tossiche come lammoniaca, il cloruro monomero, il mercurio si riversano in grandi quantità nella natura. Come se non bastasse la Nato non ha mai risarcito i danni provocati alle tecnologie di queste industrie, che sono state riparate dagli operai stessi senza alcun tipo di controllo e quindi oggi si verificano sistematicamente dagli impianti fughe di benzene e altre sostanze tossiche nellaria.
A distanze di nove anni dalla guerra dei Balcani, oggi a Pancevo, la città più inquinata dEuropa, muore in media un uomo al giorno

-

mercoledì 15 luglio 2009

I Liberal massoni all’assalto del Partito del Sud



Al commissariato di Polizia di Gaeta

All’On. Gianfranco Miccichè, Palazzo Chigi-Roma

All’On. Raffaele Lombardo, presidente della regione Autonoma della Sicilia

Il sottoscritto Antonio Ciano, nato a Gaeta il 26 gennaio del 1947 ed ivi residente in Via piave 15, segretario nazionale del Partito del Sud-Alleanza Meridionale
diffida

l’On.. Miccichè Gianfranco, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, e l’On Lombardo Raffaele, attuale presidente della Regione Sicilia a usare il nome del mio partito.

Il sottoscritto, da un mese a questa parte, legge sulla stampa nazionale e locale di molte testate, della probabile nascita del Partito del Sud.

Il Partito del Sud è nato a Gaeta nel 2002, dove ha la sede nazionale in via Rimini 1-3 e si è presentato alle elezioni comunali di quell’anno.L’8 dicembre del 2007 e si è presentato alle elezioni politiche del 2008, e alle provinciali della provincia di Latina nel 2009, alle comunali 2009 nei comuni di Suzzara e di Virgilio in pr di Mantova.

Il partito del Sud, di cui si può trovare tutto su internet, è intenzionato a presentarsi alle prossime elezioni regionali in quasi tutte le regioni italiane, avendo rappresentanti in Sicilia, in Basilicata, nelle Puglie, nel Lazio, in Campania, nel Molise, in Abruzzo, nelle Marche, in Lombardia, in Emilia Romagna, in Liguria, in Piemonte, nel Veneto, in Calabria, come d’altronde si può trovarne nomi e cognomi dei nostri interlocutori regionali sul sito del Partito www.partitodelsud.it.

I nostri coordinatori stanno lavorando sul territorio per una crescita economica del Sud, visto che il Nord ha colonizzato il Meridione d’Italia in tutti i settori economici.

Stiamo lavorando sul teritorio italiano per ridare al Sud la dignità che merita. Da 150 anni i partiti nazionali,di destra e di sinistra, difendono l’economia tosco-padana.

In 150 anni l’economia meridionale è stata annullata e colonizzata dalle imprese del Nord, dai supermercati del Nord, dalle compagnie assicurative, da quelle industriali, da quelle finanziarie e bancarie. Ormai il Sud è un mercato a completa disposizione degli imprenditori tosco-padani. Al sud, non è rimasto nemmeno una banca, solo bancarelle, persino il Banco di Sicilia e il banco di napoli sono stati intruppati in quelle del Nord.
Una Nazione senza banche è condannata a morte, i commercianti sono indotti a fornirsi di liquidi presso cravattari e camorristi.
La stessa cosa dicasi degli artigiani e dei piccoli imprenditori.

Il nostro vicecoordinatore in Sicilia, dott. Erasmo vecchio, ha messo in pratica una idea del programma del Partito del Sud, un supermercato COMPRASUD( www.supermercaticomprasud.it, che vende solo prodotti meridionali.
Vi hanno aderito ad oggi quasi 600 imprenditori agricoli e industriali, tutti del Sud.

Il 18 luglio, a Pisticci, in pr di Matera, avremo un incontro con una decina di movimenti e partiti meridionalisti. Vogliamo federarci sotto il nome di partito del Sud che metteremo a disposizione di tutti.

Se il Sig Lombardo, e il sig Miccichè vogliono creare qualcosa di diverso, sono liberi di farlo, ma li diffidiamo ad usare il nome del nostro partito.

La nostra Patria è questa sacrosanta Repubblica nata il 2 giugno del 1946 dalla resistenza contro casa Savoia e non intendiamo rinunciare mai agli ideali costituzionali.
Non festeggeremo mai i fasti della monarchia sabauda, non festeggeremo mai i 150 anni di quella falsa unità d’Italia voluta da una banda di assassini che invasero le nostre terre un tempo ricchissime e ridotte a mero mercato dai partiti che hanno governato dal 1861 ad oggi, tutti filo risorgimentali, tutti a difesa delle ruberie che sono state perpretate a danno del Sud.

Il Risorgimento, per noi del Partito del Sud è stato il Cancro che ha devastato secoli di storia e di economia, è stato la causa dei nostri mali.
I savoiardi massacrarono le nostre terre, furono messe a fuoco oltre cento città, i morti ammontarono ad oltre un milione e fummo chiamati Briganti.
In 150 anni questa partitocrazia e la dittatura fascista hanno fatto emigrare 30 milioni di meridionali in tutto il mondo, una diaspora biblica che nemmeno gli ebrei hanno avuto.

Oggi i giovani costretti a lasciare il Sud ammontano a 150 mila all’anno.Nessuno ne parla.

Destra e sinistra oggi sono mere indicazioni stradali. Il Sud sta svegliandosi da un torpore voluto dalla cancellazione degli eventi storici che hanno determinato la nostra condizione di nazione di serie B. Ci riprenderemo i nostri mercati, ci riprenderemo la nostra storia, ci riprenderemo la nostra economia, ci riprenderemo la nostra dignità.

Antonio Ciano
Segretario Nazionale del Partito del Sud-Alleanza Meridionale
Sez. Cosmo Ciaramaglia, Via Rimini 1-3 Gaeta (Latina)


Fonte:Partito dl Sud - Gaeta

Daniele Fichera presenta i bandi della Regione Lazio per i beni confiscati alla malavita



Sono stati presentati, nel corso di una conferenza stampa dall'Assessore alla Sicurezza della Regione Lazio, Daniele Fichera, gli interventi regionali per il recupero e il riutilizzo dei beni confiscati alla malavita. Si tratta di due bandi destinati ai Comuni e alle Associazioni che hanno ricevuto un bene in gestione e un Protocollo dIntesa con il Commissario Straordinario di Governo per semplificare e snellire le procedure di assegnazione dei beni,
Nel triennio 2009-2011, come ha ricordato Daniele Fichera, la cifra annua messa a disposizione dalla Regione Lazio per gli interventi di ristrutturazione e di riqualificazione a fini sociali di beni confiscati è salita da 1.300.000 € del 2008 a 2.000.000 €, cui si aggiungono 300.000 euro annui, destinati a iniziative per la legalità collegate alla gestione di queste strutture.
Ciò significa che la Regione stanzierà, in 3 anni, ben 7 milioni di euro per restituire alla collettività beni e attività ricavati da azioni illecite.

L'attacco all'Iran e la variabile sunnita.


Di Simone Santini

L'indiscrezione è passata per lo più inosservata ma potrebbe avere ripercussioni devastanti. Una fonte diplomatica israeliana ha rivelato al quotidiano britannico Sunday Times (gruppo Murdoch) che i servizi segreti di Tel Aviv hanno raggiunto un accordo informale con l'Arabia Saudita per il sorvolo della propria aviazione in quello spazio aereo. Dopo mesi di trattative segrete il capo del Mossad, Meir Degan, avrebbe ottenuto lo straordinario risultato. Ora Israele ha un corridoio aperto e sicuro, per i propri caccia-bombardieri, che può arrivare attraverso la penisola arabica fino al cuore dell'Iran.

E non basta. Il quotidiano israeliano Yediot Ahronot scrive che per la prima volta un sottomarino nucleare da combattimento con la stella di David, classe Dolphin, ha avuto il permesso di attraversare il Canale di Suez, in pieno giorno e scortato da unità della marina egiziana. In caso di emergenza gli U-boat dello stato ebraico, dotati di testate atomiche, possono così raggiungere in 24 ore il Golfo Persico attraverso il canale contro la settimana necessaria se dovessero circumnavigare l'Africa.

L'intesa tra nemici storici, Israele e paesi arabi come Arabia Saudita ed Egitto, è ormai una realtà consolidata, confermata da molteplici segnali che si sono susseguiti negli ultimi mesi al punto da potersi ormai apertamente parlare di asse sunnito-sionista in funzione anti-sciita e anti-iraniana.
Sotto l'egida della precedente amministrazione statunitense, il dialogo arabo-israeliano era già venuto allo scoperto nel 2008. Verso la fine dell'anno Condoleeza Rice, in sede Onu, aveva presieduto un vertice senza precedenti tra potenze occidentali fortemente esposte nel contrasto al nucleare iraniano (gli stessi Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia) e un gruppo di paesi arabi tra cui appunto Arabia Saudita, Egitto, ed altre aristocrazie sunnite del Golfo Persico. Convitato di pietra Israele.

Intanto nel mese di novembre il vice-presidente Dick Cheney si era recato in visita ufficiale a Ryad stringendo per conto degli israeliani un patto con la monarchia wahabita. Il New York Times riportava che Re Abdullah si mostrò estremamente preoccupato dalla politica egemonica di Teheran e per l'espansionismo sciita nella regione. Col ritiro annunciato delle truppe americane dall'Iraq si paventava che gli scontri etnici tra sunniti e sciiti potessero divampare e coinvolgere l'Arabia Saudita dove pure risiede una inquieta minoranza sciita. In cambio della promessa americana di spingere Tel Aviv al dialogo sulla Palestina, re Abdullah acconsentiva a formare un blocco unico contro il nemico comune: l'Iran.

Per Israele, dal canto suo, deve essere forte la tentazione di innescare un conflitto inter-islamico tra componenti sunnite e sciite per portare avanti una guerra per procura contro l'Iran. Allo stato due sono gli epicentri possibili. Sicuramente il Libano dove la coalizione filo-occidentale e soprattutto filo-saudita guidata da Saad Hariri ha ottenuto il governo dopo le recenti elezioni. Se in questo primo scorcio è prevalsa l'unità nazionale, sarebbe sufficiente spingere Hariri a chiedere il disarmo di Hezbollah, il partito sciita filo-iraniano che governa de facto il sud, per sprofondare il Paese dei Cedri nella guerra civile.

Anche in Iraq la situazione è critica. Il disimpegno americano potrebbe portare le componenti sunnite del centro in collisione con gli sciiti del sud. Attentati terroristici terrificanti si sono susseguiti in tutti questi anni tra le due parti. I sauditi hanno già fatto sapere che in caso di conflitto inter-etnico si considererebbero trascinati in guerra a fianco dei fratelli sunniti.

Un terzo scenario è da prendere in seria considerazione. Teheran ha più volte ammonito che in caso di aggressione occidentale o israeliana attuerebbe una risposta su larga scala. Se Tel Aviv portasse un first strike attraverso i cieli sauditi, gli iraniani potrebbero considerare la posizione di Ryad come un atto ostile, se non un vero e proprio atto di guerra. E se la distanza metterebbe relativamente al riparo gli israeliani dalla risposta di Ahmadinejad, il paese degli ayatollah e l'Arabia Saudita hanno centinaia di chilometri di coste che si fronteggiano divise solo da uno stretto braccio di mare. E per determinare una situazione esplosiva potrebbe essere sufficiente anche un inopportuno incidente tra le due forze armate nel Golfo persico, forse il mare più trafficato del pianeta da petroliere e unità militari sotto ogni bandiera.

Tra gli stati europei la Francia è sembrata la più pronta a non considerare questi scenari possibili come fanta-politica e predisponendo le opportune mosse sulla scacchiera a difesa dei suoi interessi nella regione. A maggio Parigi ha inaugurato una sua base integrata (navale, aerea, terrestre) nell'emirato di Abu Dhabi, da cui è possibile il controllo dello Stretto di Hormuz. Era da cinquanta anni, dalla perdita delle colonie africane, che la Francia non dislocava le sue forze armate in maniera permanente all'estero. Nel dare l'annuncio della creazione della base in territorio arabo il presidente Sarkozy dichiarava: "E' il segno che il nostro paese sa adattarsi alle nuove sfide, che è pronto a prendersi le sue responsabilità e a giocare per intero il suo ruolo negli affari del mondo [...] E' qui che si gioca gran parte della nostra sicurezza e di quella del pianeta". Fuori dal linguaggio celebrativo il messaggio era chiaro: se l'Iran attacca gli Emirati arabi è come se attaccasse la Francia.

La forza dissuasiva francese non si limita alla presenza militare. In base ad un accordo segreto con gli stessi Emirati, rivelato dal quotidiano Le Figaro, Parigi mette a disposizione l'opzione atomica in caso di aggressione, sia con i suoi sottomarini nucleari che con i bombardieri dislocati sulla portaerei Charles De Gaulle.

Che ci si trovi di fronte ad una accelerazione, dopo i drammatici fatti post-elettorali in Iran, è dimostrato anche dalle dichiarazioni del vice-presidente americano Joe Biden che in visita alle truppe in Iraq, rispondendo ad un esterrefatto cronista della emittente ABC, diceva: "Gli Stati Uniti non possono imporre a un altro Stato sovrano cosa può o non può fare [...] Israele può decidere da sola cosa è nel suo interesse e cosa fare nei confronti dell'Iran o in qualsiasi altra situazione [...] In ogni caso Israele ha il diritto di fare ciò che crede opportuno. Se il governo Netanyahu deciderà di scegliere una linea di azione diversa da quella attuale, la loro sovranità gli concede questo diritto [... specie se la sua...] sopravvivenza è minacciata da un altro Paese".

Il presidente Obama si è affrettato a smentire che le dichiarazioni del vice-presidente rappresentassero un "semaforo verde" di Washington per un attacco all'Iran. Gioco delle parti, gaffe diplomatica di Biden, o annuncio auto-avverantesi come nello stile del personaggio? Già durante la campagna elettorale presidenziale Biden aveva pronosticato imminente una crisi internazionale che avrebbe subito impegnato il neo-presidente per verificare di che "pasta fosse fatto". Nel gennaio successivo, quando l'insediamento di Obama non era ancora nemmeno ufficiale, Israele diede il via all'operazione "piombo fuso" a Gaza che provocò oltre mille morti, soprattutto civili.

Fonte: Clarissa.it

Chiude Zopa.it. Addio al microcredito italiano sul web

Milano. Il 10 luglio 2009 è stato notificato a Zopa il decreto del Ministero dell'Economia e delle Finanze che, su indicazione di Banca d'Italia, ha cancellato Zopa dall'elenco degli intermediari finanziari. Come conseguenza immediata Zopa ha sospeso la trattazione di nuovi prestiti e l'ingresso di nuovi Prestatori. Garantendo comunque la gestione di tutti i flussi di pagamento e le attività di recupero credito. A Zopa, la Banca d’Italia ha contestato di aver fatto raccolta del risparmio (e non semplice intermediazione di pagamenti) a causa della giacenza sul Conto Prestatori Zopa del denaro in attesa di uscire in prestito. Mau