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Dieci temi per il rilancio e il riscatto del Sud
Il rilancio e il riscatto del Sud possono partire da un programma strategico integrato che abbina interventi strutturali nel campo dell’imprenditoria, del lavoro, dell’energia, delle infrastrutture, dell’agricoltura, della sanità, della difesa dell’ambiente e della sicurezza, con una riscoperta dell’identità storica e culturale che miri ad aumentare la dignità delle popolazioni del Sud.
Illuminiamo il futuro dei nostri figli
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Di Erasmo Vecchio Vice Coord. Nazionale del Partito del Sud
Cari amici, la lauta cena di ieri sera tra Berlusconi e un manipolo di politici meridionali, soprattutto siciliani, fa capire che il "banchetto" è cominciato. Guarda caso la cena è avvenuta al ristorante romano "capricci siciliani".
Attingere a piene mani sui fondi FAS (fondi per le aree sottosviluppate) e PAR (piani d'azione regionale per la Sicilia) è una opportunità che non può sfuggire di mano. I commensali, tra un piatto di pasta con le sarde ed uno di involtini di pesce spada, hanno ben pensato di attivare una "cabina di regia" che dovrebbe decidere cosa fare delle risorse destinate al Sud.
Chi pensate svolgerà la regia ? Alla faccia del federalismo !
Saranno quindi altri a decidere le sorti del Sud. Come sempre.
Il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, responsabile dell'utilizzo e del monitoraggio dei fondi Fas e dei fondi europei attraverso il Dipartimento Sviluppo e Coesione economica, possiamo scommeterci che prima di dare il benestare avrà incassato anche l'autorizzazione di Bossi e di quei gruppi di potere che decidono le sorti del paese e che avranno avuto rassicurazioni in merito ad una contropartita significativa.
E di cosa hanno discusso privatamente nella mattinata Tremonti e Lombardo ?
Il Sud non può delegare a Raffaele Lombardo la pretesa di rappresentarlo (e difenderlo) in questa disputa, soprattutto perchè questa delega il Sud si è ben guardata dal conferirgliela (vedi elezioni europee).
Staremo a vedere se la Poli Bortone assumerà nel merito una posizione chiara e decisa.
Il Governatore della Sicilia, nelle prossime ore rivendicherà il "sacorasanto" diritto della Regione siciliana a decidere cosa fare delle risorse ad essa concesse, ovviamente con l'obiettivo di gestirli, appunto, in "autonomia", cioè da solo.
Nello specifico non so se temere di più la "cabina di regia" o la "regia" dell'MPA.
Noi non dobbiamo perdere il nostro ruolo perchè se il Partito del Sud (quello vero) non ci fosse andrebbe inventato, qui ed ora.
Il 28 Agosto è improcastinabile uscire con una comune strategia condivisa che andrà alimentata con la continuità dall'azione politica che, oggi più che mai, è indispensabile venga perseguita da tutti coloro a cui le sorti del Sud stanno a cuore.
Di Erasmo Vecchio Vice Coord. Nazionale del Partito del Sud
Cari amici, la lauta cena di ieri sera tra Berlusconi e un manipolo di politici meridionali, soprattutto siciliani, fa capire che il "banchetto" è cominciato. Guarda caso la cena è avvenuta al ristorante romano "capricci siciliani".
Attingere a piene mani sui fondi FAS (fondi per le aree sottosviluppate) e PAR (piani d'azione regionale per la Sicilia) è una opportunità che non può sfuggire di mano. I commensali, tra un piatto di pasta con le sarde ed uno di involtini di pesce spada, hanno ben pensato di attivare una "cabina di regia" che dovrebbe decidere cosa fare delle risorse destinate al Sud.
Chi pensate svolgerà la regia ? Alla faccia del federalismo !
Saranno quindi altri a decidere le sorti del Sud. Come sempre.
Il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, responsabile dell'utilizzo e del monitoraggio dei fondi Fas e dei fondi europei attraverso il Dipartimento Sviluppo e Coesione economica, possiamo scommeterci che prima di dare il benestare avrà incassato anche l'autorizzazione di Bossi e di quei gruppi di potere che decidono le sorti del paese e che avranno avuto rassicurazioni in merito ad una contropartita significativa.
E di cosa hanno discusso privatamente nella mattinata Tremonti e Lombardo ?
Il Sud non può delegare a Raffaele Lombardo la pretesa di rappresentarlo (e difenderlo) in questa disputa, soprattutto perchè questa delega il Sud si è ben guardata dal conferirgliela (vedi elezioni europee).
Staremo a vedere se la Poli Bortone assumerà nel merito una posizione chiara e decisa.
Il Governatore della Sicilia, nelle prossime ore rivendicherà il "sacorasanto" diritto della Regione siciliana a decidere cosa fare delle risorse ad essa concesse, ovviamente con l'obiettivo di gestirli, appunto, in "autonomia", cioè da solo.
Nello specifico non so se temere di più la "cabina di regia" o la "regia" dell'MPA.
Noi non dobbiamo perdere il nostro ruolo perchè se il Partito del Sud (quello vero) non ci fosse andrebbe inventato, qui ed ora.
Il 28 Agosto è improcastinabile uscire con una comune strategia condivisa che andrà alimentata con la continuità dall'azione politica che, oggi più che mai, è indispensabile venga perseguita da tutti coloro a cui le sorti del Sud stanno a cuore.
Guardate la mappa qui sopra: mostra dove sono piazzate le centrali nucleari francesi. Notate che ce ne sono sei una dopo l'altra in un arco che va lungo le Alpi, a ridosso del confine con l'Italia. Perché mai saranno tutte quante proprio li'?
C'è chi ha parlato di questioni di sicurezza, chi dell'acqua del Rodano da usare per il raffreddamento. Può darsi, ma la sicurezza varia poco da un posto a un altro e la Francia è un paese generalmente ricco di acqua. La spiegazione sembrerebbe un'altra; una che ha a che fare con l'uso che si fa delle centrali nucleari, ovvero la produzione di energia elettrica. Usando linee ad alta tensione, l'energia elettrica si può trasportare anche a parecchie centinaia di chilometri di distanza ma, comunque, a costo di una certa perdita. Per questo, conviene che le centrali siano costruite vicino agli utenti. Ora, se i Francesi hanno costruito le loro centrali il più vicino possibile all'Italia è probabile che fin dall'inizio progettassero di vendere l'energia all'Italia, come stanno facendo da almeno vent'anni.
Ora, vorrei provare a fare un'ipotesi complottista. Più di una volta ho detto male di chi vede complotti dappertutto ma è vero anche che i complotti esistono e certe volte è proprio difficile ignorarli. Non vi viene in mente l'idea che il referendum antinucleare del 1987 sia stato un complotto, ovvero il modo per rifilarci un bel "bidone nucleare" da parte dei nostri vicini di casa francesi?
A seconda della parte da cui uno sta, il referendum del 1987 si può vedere come una grande vittoria degli ambientalisti in favore della sicurezza e della sanità pubblica, oppure come un vile colpo alla schiena contro un'industria alla quale l'ideologia degli ecofanatici ha impedito di svilupparsi sfruttando ignobilmente l'onda emotiva del disastro di Chernobyl del 1986. L'una o l'altra di queste versioni degli eventi fanno comodo, rispettivamente, agli ambientalisti, che possono vantarsi di una grande vittoria, e ai nuclearisti, che possono dare la colpa agli ambientalisti per il mancato sviluppo delle centrali nucleari italiane.
Ma siamo proprio sicuri che le cose siano andate veramente così?
Per prima cosa, consideriamo che il movimento ambientalista italiano non è mai riuscito a ottenere una vittoria importante nella sua storia, nemmeno contro la caccia ai fringuelli. E' strano che sia riuscito a impallinare così facilmente un'industria importante come quella nucleare. E' curioso poi che l'Italia sia l'unico paese al mondo che abbia smantellato centrali funzionanti o in corso avanzato di costruzione. Ci sono diversi paesi in Europa che non hanno centrali nucleari (per esempio Grecia e Austria) e altri che si sono impegnati nel non costruirne di nuove oltre a quelle esistenti (come la Germania). Ma nessuno ha smantellato le proprie centrali prima della fine della loro vita operativa. L'Italia è una vera anomalia energetica.
Dall'altra parte, come sapete, la Francia ha puntato tutto o quasi sulla fissione nucleare per la propria energia elettrica. La Francia è il solo paese al mondo che ha fatto una cosa del genere e anche questa è un'anomalia, diametralmente opposta a quella italiana. Non potrebbe darsi che le due confinanti anomalie si spieghino l'una con l'altra?
Mettiamoci dal punto di vista dei francesi negli anni '60 e '70. Avevano deciso di potenziare al massimo la produzione di energia nucleare. Avevano la tecnologia e le risorse, la Francia aveva addirittura delle miniere di uranio sul territorio nazionale. Però avevano un problema: l'energia nucleare si adatta male alla caratteristica di domanda variabile di energia elettrica.
La potenza immessa nella rete elettrica varia continuamente a seconda della domanda. Di giorno c'è un picco di richiesta mentre di notte se ne richiede molta meno. La richiesta varia anche stagionalmente, con dei picchi in inverno e anche in estate per i condizionatori d'aria. In una rete tipica ci sono degli impianti, di solito turbine a gas, che funzionano in modo intermittente per seguire la variazione. La notte, quando la richiesta è bassa, molti impianti a combustibile fossile vengono semplicemente spenti.
Seguire la richiesta variabile della rete è una cosa difficile con le centrali nucleari. Sono di solito impianti molto grandi; con potenze intorno al gigawatt (GW) o di più, che non sono agevoli da accendere o spegnere. Questo non vuol dire che non si potrebbero progettare delle centrali nucleari in grado di seguire la domanda, ma il problema è un altro. Nelle centrali nucleari, il combustibile (uranio) che genera il calore costa abbastanza poco rispetto al costo totale dell'impianto e quindi il costo dell'energia prodotta dipende principalmente dai costi di ammortamento. Per ridurre questi costi al massimo, bisogna che l'impianto funzioni 24 ore su 24 a tutta potenza. E' così che la maggior parte delle centrali nucleari sono progettate. Spegnere la centrale ogni tanto vorrebbe dire ridurre la produzione lasciando invariati i costi; ovvero aumentare i costi del kWh prodotto. Il contrario vale per le centrali a combustibili fossili dove il costo principale è dovuto al combustibile stesso. A centrale spenta, non si consuma combustibile, per cui conviene tenerla spenta, se possibile.
Quindi, i Francesi si trovavano davanti a un problema con la loro idea di usare quasi esclusivamente il nucleare per la loro energia elettrica. Per coprire la richiesta di picco avrebbero dovuto sovradimensionare gli impianti rispetto ai momenti di bassa domanda, ma questo li avrebbe costretti a buttar via un sacco di energia. Oppure potrebbero aver limitato le centrali al numero che avrebbe permesso di tenerle sempre al massimo della potenza; ma allora non avrebbero potuto coprire tutta la richiesta.
Arriviamo ora al complotto: i Francesi devono aver pensato a questo punto "Beh, l'energia che produciamo in eccesso con le nostre centrali la possiamo vendere ai nostri vicini!". Si sono guardati intorno e hanno visto che la Germania e la Svizzera avevano già le loro centrali; la Spagna a quei tempi non assorbiva tanta energia. L'Italia era invece affamata di energia: proprio dirimpetto c'era la pianura Padana, una delle più grandi zone industriali d'Europa, a una distanza sufficientemente breve da poter essere raggiunta con elettrodotti ad alta tensione. Il cliente perfetto del nucleare francese.
Il problema era che a quei tempi l'Italia aveva un programma nucleare assai evoluto e all'avanguardia. Era forse più indietro di quello francese, ma se si fossero costruite le centrali nucleari italiane previste, non ci sarebbe stata più la necessità di importare energia dalla Francia. Da qui in poi, non possiamo fare altro che delle ipotesi. Come sempre, quando si parla di queste cose, non possiamo portare prove di nessun genere. Cerchiamo di evitare il complottismo di bassa lega, ma non possiamo fare a meno di notare che c'era una convergenza di ragioni per le quali era conveniente per qualcuno che l'Italia uscisse dal nucleare. A livello strategico, l'Italia è stata considerata per molti anni un alleato inaffidabile. Fino al crollo dell'Unione Sovietica, c'era ancora la preoccupazione che i comunisti avrebbero potuto prendere il potere e trascinare l'Italia nel patto di Varsavia che, a quel punto, avrebbe avuto accesso fra le altre cose anche alla tecnologia nucleare occidentale. Oppure, si temeva che l'Italia avrebbe potuto fare una politica nucleare indipendente e non tutti sanno che, come ci racconta Paolo Cacace nel suo Libro "L’atomica europea".l'Italia progettava di costruire armi nucleari insieme a Germania e Francia negli anni 1950. Di certo, un'Italia senza energia nucleare era un buon cliente per il nucleare francese e non avrebbe fatto concorrenza a nessuno in quello che si vedeva allora come un mercato in espansione: quello dell'energia nucleare in tutto il mondo.
E' impossibile dire come tutte queste pressioni si siano coalizzate fino a produrre il referendum del 1987; ma sicuramente c'erano delle forze imponenti che non volevano un'Italia nucleare e che hanno colto l'occasione dell'ondata emotiva del disastro di Chernobyl per distruggere l'industria nucleare italiana.
In effetti, la storia dell'industria nucleare italiana somiglia per diversi aspetti a quella dell'industria petrolifera al tempo di Enrico Mattei. In tutti e due casi, il tentativo di fare una politica energetica indipendente da parte dell'Italia fallì per l'opposizione di forze molto più potenti di quelle che l'Italia poteva mettere in campo. Nel 1962, Mattei pagò con la vita il suo tentativo. Andò meglio, in un certo senso, a Felice Ippolito, presidente del CNEN (comitato nazionale per l'energia nucleare) che fu processato nel 1964 per illeciti amministrativi e condannato a 11 anni di carcere. I reati che gli furono contestati erano ridicoli ma, ai fini pratici, anche lui fu messo in condizioni di non poter più agire.
E così Francia e Italia si sono trovate a braccetto per vent'anni. L'Italia cliente del nucleare francese, la Francia cliente della capacità del sistema energetico italiano di assorbire parte dell'energia in eccesso prodotta dalle centrali francesi. La situazione si è evoluta negli anni e il grande black-out del 2003 ha fatto si che la dipendenza italiana dalle centrali Francesi sia stata nettamente ridotta per evitare ripetizioni. Ma rimane il fatto che l'Italia è un cliente dell'energia nucleare francese. In un certo senso, è stato un buon affare per tutti e due i paesi. Si potrebbe arguire, addirittura, che l'affare migliore l'ha fatto l'Italia che non ha avuto la necessità di doversi impegnare negli investimenti necessari per costruire centrali nucleari sul proprio territorio.
Ma, ahimé, come si suol dire "i nodi vengono al pettine". L'iperspecializzazione a lungo andare non paga. Se la Francia si è iperspecializzata nel nucleare, l'Italia si è iperspecializzata nei combustibili fossili. Entrambi si trovano oggi in difficoltà.
Da una parte, la Francia ha esaurito da un pezzo le proprie miniere di uranio ed è costretta a rifornirsi sul mercato internazionale. Ma la situazione delle forniture di uranio è estremamente difficile con la produzione mineraria mondiale che copre solo circa il 60% della domanda e con poche prospettive di grandi espansioni nel futuro. Per ora, i francesi si riforniscono con uranio ricavato da vecchie testate nucleari sovietiche smantellate. Questo potrà durare ancora qualche anno, ma dopo? A che prezzi l'uranio? Ci sarà uranio da comprare, anche a qualsiasi prezzo? In aggiunta, le centrali nucleari francesi hanno funzionato ormai per molti anni e si pone il problema dello smantellamento e della bonifica dei siti. Già questo è destinato a costare cifre immense, ma il problema è un altro: vale la pena di impegnare le enormi risorse necessarie a ricostruire le centrali senza la sicurezza di poterle rifornire di uranio?
Il fallimento della politica nucleare Francese, in effetti, è cominciato molto tempo fa, con il costoso fallimento del reattore a neutroni veloci "Superphénix" che avrebbe dovuto risolvere tutti i problemi di scarsità di uranio fissile producendo combustibile a partire da una forma di uranio non fissile e abbondante. Certamente, la centrale incontrò dei grossi problemi tecnici, ma non tutto è chiaro sulle ragioni della sua chiusura. Superphénix fu sabotata più volte e addirittura attaccata a colpi di bazooka nel 1982. Più tardi, esponenti dell'ambientalismo svizzero si addossarono la responsabilità dell'attacco anche se, va detto, l'arma usata non era tanto comune fra gli eco-pacifisti.
Da parte sua, l'Italia si trova in guai forse peggiori. La crisi del petrolio e dei fossili sta colpendo molto duramente un paese che aveva fatto della raffinazione una delle sue industrie portanti. Tutto il sistema industriale italiano si basa su energia che viene dai fossili: l'aumento dei prezzi di mercato lo sta mettendo in una crisi che potrebbe essere terminale.
Né la Francia né l'Italia hanno investito seriamente nell'energia rinnovabile e ora si trovano terribilmente indietro rispetto ad altri paesi, come la Germania, la Cina, e il Giappone che lo hanno fatto e lo stanno facendo. C'è ancora tempo per rimediare, forse, ma in entrambi i paesi, la virata verso l'unica direzione possibile si sta ancora facendo attendere.
In Francia, si cerca di insistere con il nucleare, sognando di un difficilissimo ritorno ai reattori veloci. Non è impossibile, ma dopo il fallimento del Superphénix bisognerebbe ricominciare da zero e non c'è più tempo con la crisi del petrolio non più alle porte ma ormai arrivata.
Anche in Italia, c'è chi sogna un ritorno al nucleare. Non sarebbe forse impossibile: in fondo l'opposizione internazionale al nucleare Italiano dovrebbe essersi molto ridotta dopo il crollo dell'Unione Sovietica. Ma le difficoltà sono immense. Dopo la distruzione delle competenze e degli investimenti italiani nel nucleare si tratterebbe oggi di ricominciare da zero. E l'Italia si trova di fronte allo stesso problema della Francia: chi può garantire che ci sarà uranio sufficiente per garantire il ritorno degli enormi investimenti per nuove centrali?
In Italia, la virata verso le rinnovabili sarebbe molto più facile che in Francia dato che non c'è un parco di centrali nucleari da smantellare a costi immensi. Per cui, è strana tanta lentezza e tanta resistenza in Italia. Lacci burocratici di ogni sorta, leggi che sembrano fatte apposta per scoraggiare chi vuole installare le rinnovabili; "leggi truffa" con le quali si dice che si vogliono finanziare le rinnovabili e invece si finanzia l'incenerimento. Come ciliegina sulla torta, l'Italia è probabilmente l'unico paese al mondo dove c'è gente che scrive libri interi per dimostrare che le rinnovabili non servono a niente e trova anche chi li compra.
E' possibile che ci sia un complotto contro le rinnovabili, così come potrebbe essercene stato uno ai suoi tempi contro il nucleare? Sembrerebbe di no. A differenza del caso dell'industria nucleare, l'industria delle rinnovabili non ha particolari risvolti strategici. Se l'Italia si lanciasse in quella direzione, nessuno ha particolare interesse a impedircelo. Se ci sta arrivando sulla testa un nuovo bidone, quello di non fare l'energia rinnovabile, è un bidone che ci stiamo tirando addosso da noi stessi per ignoranza e stupidità.
Guardate la mappa qui sopra: mostra dove sono piazzate le centrali nucleari francesi. Notate che ce ne sono sei una dopo l'altra in un arco che va lungo le Alpi, a ridosso del confine con l'Italia. Perché mai saranno tutte quante proprio li'?
C'è chi ha parlato di questioni di sicurezza, chi dell'acqua del Rodano da usare per il raffreddamento. Può darsi, ma la sicurezza varia poco da un posto a un altro e la Francia è un paese generalmente ricco di acqua. La spiegazione sembrerebbe un'altra; una che ha a che fare con l'uso che si fa delle centrali nucleari, ovvero la produzione di energia elettrica. Usando linee ad alta tensione, l'energia elettrica si può trasportare anche a parecchie centinaia di chilometri di distanza ma, comunque, a costo di una certa perdita. Per questo, conviene che le centrali siano costruite vicino agli utenti. Ora, se i Francesi hanno costruito le loro centrali il più vicino possibile all'Italia è probabile che fin dall'inizio progettassero di vendere l'energia all'Italia, come stanno facendo da almeno vent'anni.
Ora, vorrei provare a fare un'ipotesi complottista. Più di una volta ho detto male di chi vede complotti dappertutto ma è vero anche che i complotti esistono e certe volte è proprio difficile ignorarli. Non vi viene in mente l'idea che il referendum antinucleare del 1987 sia stato un complotto, ovvero il modo per rifilarci un bel "bidone nucleare" da parte dei nostri vicini di casa francesi?
A seconda della parte da cui uno sta, il referendum del 1987 si può vedere come una grande vittoria degli ambientalisti in favore della sicurezza e della sanità pubblica, oppure come un vile colpo alla schiena contro un'industria alla quale l'ideologia degli ecofanatici ha impedito di svilupparsi sfruttando ignobilmente l'onda emotiva del disastro di Chernobyl del 1986. L'una o l'altra di queste versioni degli eventi fanno comodo, rispettivamente, agli ambientalisti, che possono vantarsi di una grande vittoria, e ai nuclearisti, che possono dare la colpa agli ambientalisti per il mancato sviluppo delle centrali nucleari italiane.
Ma siamo proprio sicuri che le cose siano andate veramente così?
Per prima cosa, consideriamo che il movimento ambientalista italiano non è mai riuscito a ottenere una vittoria importante nella sua storia, nemmeno contro la caccia ai fringuelli. E' strano che sia riuscito a impallinare così facilmente un'industria importante come quella nucleare. E' curioso poi che l'Italia sia l'unico paese al mondo che abbia smantellato centrali funzionanti o in corso avanzato di costruzione. Ci sono diversi paesi in Europa che non hanno centrali nucleari (per esempio Grecia e Austria) e altri che si sono impegnati nel non costruirne di nuove oltre a quelle esistenti (come la Germania). Ma nessuno ha smantellato le proprie centrali prima della fine della loro vita operativa. L'Italia è una vera anomalia energetica.
Dall'altra parte, come sapete, la Francia ha puntato tutto o quasi sulla fissione nucleare per la propria energia elettrica. La Francia è il solo paese al mondo che ha fatto una cosa del genere e anche questa è un'anomalia, diametralmente opposta a quella italiana. Non potrebbe darsi che le due confinanti anomalie si spieghino l'una con l'altra?
Mettiamoci dal punto di vista dei francesi negli anni '60 e '70. Avevano deciso di potenziare al massimo la produzione di energia nucleare. Avevano la tecnologia e le risorse, la Francia aveva addirittura delle miniere di uranio sul territorio nazionale. Però avevano un problema: l'energia nucleare si adatta male alla caratteristica di domanda variabile di energia elettrica.
La potenza immessa nella rete elettrica varia continuamente a seconda della domanda. Di giorno c'è un picco di richiesta mentre di notte se ne richiede molta meno. La richiesta varia anche stagionalmente, con dei picchi in inverno e anche in estate per i condizionatori d'aria. In una rete tipica ci sono degli impianti, di solito turbine a gas, che funzionano in modo intermittente per seguire la variazione. La notte, quando la richiesta è bassa, molti impianti a combustibile fossile vengono semplicemente spenti.
Seguire la richiesta variabile della rete è una cosa difficile con le centrali nucleari. Sono di solito impianti molto grandi; con potenze intorno al gigawatt (GW) o di più, che non sono agevoli da accendere o spegnere. Questo non vuol dire che non si potrebbero progettare delle centrali nucleari in grado di seguire la domanda, ma il problema è un altro. Nelle centrali nucleari, il combustibile (uranio) che genera il calore costa abbastanza poco rispetto al costo totale dell'impianto e quindi il costo dell'energia prodotta dipende principalmente dai costi di ammortamento. Per ridurre questi costi al massimo, bisogna che l'impianto funzioni 24 ore su 24 a tutta potenza. E' così che la maggior parte delle centrali nucleari sono progettate. Spegnere la centrale ogni tanto vorrebbe dire ridurre la produzione lasciando invariati i costi; ovvero aumentare i costi del kWh prodotto. Il contrario vale per le centrali a combustibili fossili dove il costo principale è dovuto al combustibile stesso. A centrale spenta, non si consuma combustibile, per cui conviene tenerla spenta, se possibile.
Quindi, i Francesi si trovavano davanti a un problema con la loro idea di usare quasi esclusivamente il nucleare per la loro energia elettrica. Per coprire la richiesta di picco avrebbero dovuto sovradimensionare gli impianti rispetto ai momenti di bassa domanda, ma questo li avrebbe costretti a buttar via un sacco di energia. Oppure potrebbero aver limitato le centrali al numero che avrebbe permesso di tenerle sempre al massimo della potenza; ma allora non avrebbero potuto coprire tutta la richiesta.
Arriviamo ora al complotto: i Francesi devono aver pensato a questo punto "Beh, l'energia che produciamo in eccesso con le nostre centrali la possiamo vendere ai nostri vicini!". Si sono guardati intorno e hanno visto che la Germania e la Svizzera avevano già le loro centrali; la Spagna a quei tempi non assorbiva tanta energia. L'Italia era invece affamata di energia: proprio dirimpetto c'era la pianura Padana, una delle più grandi zone industriali d'Europa, a una distanza sufficientemente breve da poter essere raggiunta con elettrodotti ad alta tensione. Il cliente perfetto del nucleare francese.
Il problema era che a quei tempi l'Italia aveva un programma nucleare assai evoluto e all'avanguardia. Era forse più indietro di quello francese, ma se si fossero costruite le centrali nucleari italiane previste, non ci sarebbe stata più la necessità di importare energia dalla Francia. Da qui in poi, non possiamo fare altro che delle ipotesi. Come sempre, quando si parla di queste cose, non possiamo portare prove di nessun genere. Cerchiamo di evitare il complottismo di bassa lega, ma non possiamo fare a meno di notare che c'era una convergenza di ragioni per le quali era conveniente per qualcuno che l'Italia uscisse dal nucleare. A livello strategico, l'Italia è stata considerata per molti anni un alleato inaffidabile. Fino al crollo dell'Unione Sovietica, c'era ancora la preoccupazione che i comunisti avrebbero potuto prendere il potere e trascinare l'Italia nel patto di Varsavia che, a quel punto, avrebbe avuto accesso fra le altre cose anche alla tecnologia nucleare occidentale. Oppure, si temeva che l'Italia avrebbe potuto fare una politica nucleare indipendente e non tutti sanno che, come ci racconta Paolo Cacace nel suo Libro "L’atomica europea".l'Italia progettava di costruire armi nucleari insieme a Germania e Francia negli anni 1950. Di certo, un'Italia senza energia nucleare era un buon cliente per il nucleare francese e non avrebbe fatto concorrenza a nessuno in quello che si vedeva allora come un mercato in espansione: quello dell'energia nucleare in tutto il mondo.
E' impossibile dire come tutte queste pressioni si siano coalizzate fino a produrre il referendum del 1987; ma sicuramente c'erano delle forze imponenti che non volevano un'Italia nucleare e che hanno colto l'occasione dell'ondata emotiva del disastro di Chernobyl per distruggere l'industria nucleare italiana.
In effetti, la storia dell'industria nucleare italiana somiglia per diversi aspetti a quella dell'industria petrolifera al tempo di Enrico Mattei. In tutti e due casi, il tentativo di fare una politica energetica indipendente da parte dell'Italia fallì per l'opposizione di forze molto più potenti di quelle che l'Italia poteva mettere in campo. Nel 1962, Mattei pagò con la vita il suo tentativo. Andò meglio, in un certo senso, a Felice Ippolito, presidente del CNEN (comitato nazionale per l'energia nucleare) che fu processato nel 1964 per illeciti amministrativi e condannato a 11 anni di carcere. I reati che gli furono contestati erano ridicoli ma, ai fini pratici, anche lui fu messo in condizioni di non poter più agire.
E così Francia e Italia si sono trovate a braccetto per vent'anni. L'Italia cliente del nucleare francese, la Francia cliente della capacità del sistema energetico italiano di assorbire parte dell'energia in eccesso prodotta dalle centrali francesi. La situazione si è evoluta negli anni e il grande black-out del 2003 ha fatto si che la dipendenza italiana dalle centrali Francesi sia stata nettamente ridotta per evitare ripetizioni. Ma rimane il fatto che l'Italia è un cliente dell'energia nucleare francese. In un certo senso, è stato un buon affare per tutti e due i paesi. Si potrebbe arguire, addirittura, che l'affare migliore l'ha fatto l'Italia che non ha avuto la necessità di doversi impegnare negli investimenti necessari per costruire centrali nucleari sul proprio territorio.
Ma, ahimé, come si suol dire "i nodi vengono al pettine". L'iperspecializzazione a lungo andare non paga. Se la Francia si è iperspecializzata nel nucleare, l'Italia si è iperspecializzata nei combustibili fossili. Entrambi si trovano oggi in difficoltà.
Da una parte, la Francia ha esaurito da un pezzo le proprie miniere di uranio ed è costretta a rifornirsi sul mercato internazionale. Ma la situazione delle forniture di uranio è estremamente difficile con la produzione mineraria mondiale che copre solo circa il 60% della domanda e con poche prospettive di grandi espansioni nel futuro. Per ora, i francesi si riforniscono con uranio ricavato da vecchie testate nucleari sovietiche smantellate. Questo potrà durare ancora qualche anno, ma dopo? A che prezzi l'uranio? Ci sarà uranio da comprare, anche a qualsiasi prezzo? In aggiunta, le centrali nucleari francesi hanno funzionato ormai per molti anni e si pone il problema dello smantellamento e della bonifica dei siti. Già questo è destinato a costare cifre immense, ma il problema è un altro: vale la pena di impegnare le enormi risorse necessarie a ricostruire le centrali senza la sicurezza di poterle rifornire di uranio?
Il fallimento della politica nucleare Francese, in effetti, è cominciato molto tempo fa, con il costoso fallimento del reattore a neutroni veloci "Superphénix" che avrebbe dovuto risolvere tutti i problemi di scarsità di uranio fissile producendo combustibile a partire da una forma di uranio non fissile e abbondante. Certamente, la centrale incontrò dei grossi problemi tecnici, ma non tutto è chiaro sulle ragioni della sua chiusura. Superphénix fu sabotata più volte e addirittura attaccata a colpi di bazooka nel 1982. Più tardi, esponenti dell'ambientalismo svizzero si addossarono la responsabilità dell'attacco anche se, va detto, l'arma usata non era tanto comune fra gli eco-pacifisti.
Da parte sua, l'Italia si trova in guai forse peggiori. La crisi del petrolio e dei fossili sta colpendo molto duramente un paese che aveva fatto della raffinazione una delle sue industrie portanti. Tutto il sistema industriale italiano si basa su energia che viene dai fossili: l'aumento dei prezzi di mercato lo sta mettendo in una crisi che potrebbe essere terminale.
Né la Francia né l'Italia hanno investito seriamente nell'energia rinnovabile e ora si trovano terribilmente indietro rispetto ad altri paesi, come la Germania, la Cina, e il Giappone che lo hanno fatto e lo stanno facendo. C'è ancora tempo per rimediare, forse, ma in entrambi i paesi, la virata verso l'unica direzione possibile si sta ancora facendo attendere.
In Francia, si cerca di insistere con il nucleare, sognando di un difficilissimo ritorno ai reattori veloci. Non è impossibile, ma dopo il fallimento del Superphénix bisognerebbe ricominciare da zero e non c'è più tempo con la crisi del petrolio non più alle porte ma ormai arrivata.
Anche in Italia, c'è chi sogna un ritorno al nucleare. Non sarebbe forse impossibile: in fondo l'opposizione internazionale al nucleare Italiano dovrebbe essersi molto ridotta dopo il crollo dell'Unione Sovietica. Ma le difficoltà sono immense. Dopo la distruzione delle competenze e degli investimenti italiani nel nucleare si tratterebbe oggi di ricominciare da zero. E l'Italia si trova di fronte allo stesso problema della Francia: chi può garantire che ci sarà uranio sufficiente per garantire il ritorno degli enormi investimenti per nuove centrali?
In Italia, la virata verso le rinnovabili sarebbe molto più facile che in Francia dato che non c'è un parco di centrali nucleari da smantellare a costi immensi. Per cui, è strana tanta lentezza e tanta resistenza in Italia. Lacci burocratici di ogni sorta, leggi che sembrano fatte apposta per scoraggiare chi vuole installare le rinnovabili; "leggi truffa" con le quali si dice che si vogliono finanziare le rinnovabili e invece si finanzia l'incenerimento. Come ciliegina sulla torta, l'Italia è probabilmente l'unico paese al mondo dove c'è gente che scrive libri interi per dimostrare che le rinnovabili non servono a niente e trova anche chi li compra.
E' possibile che ci sia un complotto contro le rinnovabili, così come potrebbe essercene stato uno ai suoi tempi contro il nucleare? Sembrerebbe di no. A differenza del caso dell'industria nucleare, l'industria delle rinnovabili non ha particolari risvolti strategici. Se l'Italia si lanciasse in quella direzione, nessuno ha particolare interesse a impedircelo. Se ci sta arrivando sulla testa un nuovo bidone, quello di non fare l'energia rinnovabile, è un bidone che ci stiamo tirando addosso da noi stessi per ignoranza e stupidità.
Nel 1789, poco lontano da Caserta, re Ferdinando IV di Borbone fece costruire la “colonia - opificium - Leucianorum” per la tessitura, il trattamento e la colorazione delle sete filate., La Manifattura Tessile fu disegnata dall’architetto Francesco Collecini, e avrebbe dovuto essere una vera e propria città industriale, chiamata Ferdinandopoli.
Nel 1789, poco lontano da Caserta, re Ferdinando IV di Borbone fece costruire la “colonia - opificium - Leucianorum” per la tessitura, il trattamento e la colorazione delle sete filate., La Manifattura Tessile fu disegnata dall’architetto Francesco Collecini, e avrebbe dovuto essere una vera e propria città industriale, chiamata Ferdinandopoli. Nei disegni dell’architetto le case degli operai sono allineate in due blocchi continui e simmetrici, aperti verso un elemento scenografico centrale, la statua del sovrano, e tutte le strade che partono radialmente da una grande piazza circolare sono collegate fra loro con altre strade circolari e concentriche. Dalla planimetria generale si notano anche la Cattedrale, il Teatro e un Ospedale per artisti bisognosi. Oltre naturalmente alla Casina Reale.
La prima pietra del villaggio operaio di San Leucio fu posata il 18 settembre del 1798 ma la rivoluzione del 1799 impedì la realizzazione di questo grande e ambizioso progetto urbanistico, riducendo drasticamente l’originale progetto. Comunque la simmetria fu mantenuta. Le cortine degli alloggi per gli operai, ai due lati del monumentale portale di ingresso sormontato da due leoni e dallo stemma borbonico, si affacciano su grande un cortile rettangolare e guardano verso la Casina Reale del Belvedere Reale a cui si accede con una grande scalinata doppia e simmetrica. La chiesa, più piccola del previsto è stata incorporata al fabbricato centrale ed ha il sagrato soprelevata rispetto alla piazza. Nella Casina Reale oltre all’appartamento del Re c’erano gli alloggi del parroco e della maestra di scuola, e i locali per la direzione e per l’amministrazione della manifattura. Le cantine invece servivano per la vinificazione e come depositi di olio, di frutta e di quanto veniva prodotto sul posto .
A poca distanza dal villaggio operaio, nel quartiere della Vaccheria venivano organizzate le attività agricole, mentre nelle filande, a monte della Casina del Belvedere si producevano le sete e i velluti destinati all’arredamento delle reggie e dei ricchi palazzi napoletani; La Reale Colonia era disciplinata da leggi e regolamenti speciali. Qui vigeva un codice giuridico-economico, voluto da Ferdinando, che per la sua grande originalità venne tradotto in latino, in greco, in francese e in tedesco.
Il “Re Lazzarone”, questo era il soprannome del re, con un editto del 1789 volle regolare la vita delle trentun famiglie che abitavano la manifattura tessile di San Leucio. Il re prevedeva l’abolizione di ogni distinzione di classe, l’istruzione obbligatoria dai sei anni di età, il matrimonio per libera scelta e senza dote, l’obbligo di indossare abiti uguali per tutti, l’abolizione dei testamenti con diritto di successione ai figli, ai genitori , ai collaterali di 1° grado e al coniuge superstite (altrimenti i beni sarebbero tornato alla comunità), l’istituzione di un Monte per gli orfani, della Cassa della Carità per gli Invalidi, della cassa per la vecchiaia, dell’assistenza sanitaria e l’elezione dei magistrati e dei giudici da parte dei capifamiglia.
Il villaggio di San Leucio ebbe una gestione diretta che durò fino al 1843. Poi con l’unificazione del Regno lo stabilimento venne chiuso e come tutti gli altri beni dei Borboni passò al demanio e dato in affitto a privati. Naturalmente Ferdinando IV di Borbone fu oggetto di malignità da parte dei suoi avversari contemporanei che interpretarono la colonia come una “riserva di contadinotte per il letto del re”. Anche lo scrittore Alessandro Dumas si espresse in merito e l’umorista paragonò il villaggio ad un harem e Ferdinando IV allo Scià di Persia, perché in un solo mese ci furono fino a ottanta nascite: evidentemente a San Leucio il Re poteva ampiamente godere del suo diritto allo “ius primæ noctis”.
Nel 1789, poco lontano da Caserta, re Ferdinando IV di Borbone fece costruire la “colonia - opificium - Leucianorum” per la tessitura, il trattamento e la colorazione delle sete filate., La Manifattura Tessile fu disegnata dall’architetto Francesco Collecini, e avrebbe dovuto essere una vera e propria città industriale, chiamata Ferdinandopoli.
Nel 1789, poco lontano da Caserta, re Ferdinando IV di Borbone fece costruire la “colonia - opificium - Leucianorum” per la tessitura, il trattamento e la colorazione delle sete filate., La Manifattura Tessile fu disegnata dall’architetto Francesco Collecini, e avrebbe dovuto essere una vera e propria città industriale, chiamata Ferdinandopoli. Nei disegni dell’architetto le case degli operai sono allineate in due blocchi continui e simmetrici, aperti verso un elemento scenografico centrale, la statua del sovrano, e tutte le strade che partono radialmente da una grande piazza circolare sono collegate fra loro con altre strade circolari e concentriche. Dalla planimetria generale si notano anche la Cattedrale, il Teatro e un Ospedale per artisti bisognosi. Oltre naturalmente alla Casina Reale.
La prima pietra del villaggio operaio di San Leucio fu posata il 18 settembre del 1798 ma la rivoluzione del 1799 impedì la realizzazione di questo grande e ambizioso progetto urbanistico, riducendo drasticamente l’originale progetto. Comunque la simmetria fu mantenuta. Le cortine degli alloggi per gli operai, ai due lati del monumentale portale di ingresso sormontato da due leoni e dallo stemma borbonico, si affacciano su grande un cortile rettangolare e guardano verso la Casina Reale del Belvedere Reale a cui si accede con una grande scalinata doppia e simmetrica. La chiesa, più piccola del previsto è stata incorporata al fabbricato centrale ed ha il sagrato soprelevata rispetto alla piazza. Nella Casina Reale oltre all’appartamento del Re c’erano gli alloggi del parroco e della maestra di scuola, e i locali per la direzione e per l’amministrazione della manifattura. Le cantine invece servivano per la vinificazione e come depositi di olio, di frutta e di quanto veniva prodotto sul posto .
A poca distanza dal villaggio operaio, nel quartiere della Vaccheria venivano organizzate le attività agricole, mentre nelle filande, a monte della Casina del Belvedere si producevano le sete e i velluti destinati all’arredamento delle reggie e dei ricchi palazzi napoletani; La Reale Colonia era disciplinata da leggi e regolamenti speciali. Qui vigeva un codice giuridico-economico, voluto da Ferdinando, che per la sua grande originalità venne tradotto in latino, in greco, in francese e in tedesco.
Il “Re Lazzarone”, questo era il soprannome del re, con un editto del 1789 volle regolare la vita delle trentun famiglie che abitavano la manifattura tessile di San Leucio. Il re prevedeva l’abolizione di ogni distinzione di classe, l’istruzione obbligatoria dai sei anni di età, il matrimonio per libera scelta e senza dote, l’obbligo di indossare abiti uguali per tutti, l’abolizione dei testamenti con diritto di successione ai figli, ai genitori , ai collaterali di 1° grado e al coniuge superstite (altrimenti i beni sarebbero tornato alla comunità), l’istituzione di un Monte per gli orfani, della Cassa della Carità per gli Invalidi, della cassa per la vecchiaia, dell’assistenza sanitaria e l’elezione dei magistrati e dei giudici da parte dei capifamiglia.
Il villaggio di San Leucio ebbe una gestione diretta che durò fino al 1843. Poi con l’unificazione del Regno lo stabilimento venne chiuso e come tutti gli altri beni dei Borboni passò al demanio e dato in affitto a privati. Naturalmente Ferdinando IV di Borbone fu oggetto di malignità da parte dei suoi avversari contemporanei che interpretarono la colonia come una “riserva di contadinotte per il letto del re”. Anche lo scrittore Alessandro Dumas si espresse in merito e l’umorista paragonò il villaggio ad un harem e Ferdinando IV allo Scià di Persia, perché in un solo mese ci furono fino a ottanta nascite: evidentemente a San Leucio il Re poteva ampiamente godere del suo diritto allo “ius primæ noctis”.
Cari amici, Vi invito a leggere il severo giudizio del Cardinale Martino. Un giudizio sintetizzato nella frase: “solo adesso si ricordano del Sud ? Vergogna !”, che si riferisce alle gravi responsabilità di molti meridionali presenti nella politica e nelle istituzioni che hanno tradito il proprio popolo, svendendo per i propri tornaconti la dignità di milioni di persone, ignobili figure da relegare nella discarica della storia.
Non c’è dubbio che la strumentalizzazione della questione meridionale torna utile a molti. Soprattutto a coloro che intendono occultare i propri trascorsi politici sempre orientati a difendere esclusivamente i propri interessi che quelli della comunità. Torna utile anche a coloro che auspicano di accrescere il proprio “peso” all’interno della propria area politica.
Il meridionalismo è un filone politico e culturale vecchio quanto l’Unità d’Italia, sedimentato nei grandi partiti popolari. I suoi epigoni non sono legati al territorio o ad uno schieramento politico ma alla “questione meridionale” come strumento di identità, crescita, sviluppo e modernizzazione del Paese.
Un soggetto politico meridionalista dunque, può diventare, alla stregua di ogni altra invenzione furba, l’anticamera di una nuova era di colonizzazione o, al contrario, il collante culturale e politico per nuove classi dirigenti, forze sociali, intellettuali e giovani che guardano ad una opzione moderna per affrontare i problemi dello sviluppo e della giustizia sociale del Sud.
La comunità meridionale fa bene a diffidare di iniziative confuse che traggono origine da logiche sbagliate.
Il rischio è quello di un fallimento, culturale, prima che politico, riducendo la portata di un dramma che investe metà del paese.
Miccichè, Dell'Utri, Lombardo ecc. sono gli stessi che nella loro lunga militanza politica avevano il potere e le opportunità per interessarsi del Sud.
La loro credibilità è zero !
Le recenti elezioni europee hanno dimostrato che Lombardo, democristiano di lungo corso, è stato bocciato dalla gente a cui chiedeva il consenso.
La "comunità politica" del Mezzogiorno deve diventare protagonista della sua rinascita, solo sviluppando un progetto di ricostruzione dell'identità territoriale che parta dal basso, dalle città, dalle contrade, da quel popolo stanco di subire e che vuole spezzare una mentalità distorta, quella per cui si deve negare il diritto al povero perché questi sia sempre nella sua condizione di povertà e di bisogno e, dunque, debba ringraziare per quel poco che gli si dà in luogo del tanto che gli si sottrae!
E’ questa comunità che deve determinare e gestire lo sviluppo con una consapevolezza più matura delle proprie capacità e delle proprie risorse, del proprio patrimonio culturale, naturale, umano, del quale nessuno mai più dovrà o potrà appropriarsi, a patto che riscopra con fierezza l’orgoglio di essere meridionale.
Continuamo ad essere ciò che siamo ed a dire ciò che pensiamo da uomini liberi non perdendo la fiducia ma ritrovando nel teatrino della politica attuale, nuovi stimoli per alimentare la nostra rabbia. .
Cari amici, Vi invito a leggere il severo giudizio del Cardinale Martino. Un giudizio sintetizzato nella frase: “solo adesso si ricordano del Sud ? Vergogna !”, che si riferisce alle gravi responsabilità di molti meridionali presenti nella politica e nelle istituzioni che hanno tradito il proprio popolo, svendendo per i propri tornaconti la dignità di milioni di persone, ignobili figure da relegare nella discarica della storia.
Non c’è dubbio che la strumentalizzazione della questione meridionale torna utile a molti. Soprattutto a coloro che intendono occultare i propri trascorsi politici sempre orientati a difendere esclusivamente i propri interessi che quelli della comunità. Torna utile anche a coloro che auspicano di accrescere il proprio “peso” all’interno della propria area politica.
Il meridionalismo è un filone politico e culturale vecchio quanto l’Unità d’Italia, sedimentato nei grandi partiti popolari. I suoi epigoni non sono legati al territorio o ad uno schieramento politico ma alla “questione meridionale” come strumento di identità, crescita, sviluppo e modernizzazione del Paese.
Un soggetto politico meridionalista dunque, può diventare, alla stregua di ogni altra invenzione furba, l’anticamera di una nuova era di colonizzazione o, al contrario, il collante culturale e politico per nuove classi dirigenti, forze sociali, intellettuali e giovani che guardano ad una opzione moderna per affrontare i problemi dello sviluppo e della giustizia sociale del Sud.
La comunità meridionale fa bene a diffidare di iniziative confuse che traggono origine da logiche sbagliate.
Il rischio è quello di un fallimento, culturale, prima che politico, riducendo la portata di un dramma che investe metà del paese.
Miccichè, Dell'Utri, Lombardo ecc. sono gli stessi che nella loro lunga militanza politica avevano il potere e le opportunità per interessarsi del Sud.
La loro credibilità è zero !
Le recenti elezioni europee hanno dimostrato che Lombardo, democristiano di lungo corso, è stato bocciato dalla gente a cui chiedeva il consenso.
La "comunità politica" del Mezzogiorno deve diventare protagonista della sua rinascita, solo sviluppando un progetto di ricostruzione dell'identità territoriale che parta dal basso, dalle città, dalle contrade, da quel popolo stanco di subire e che vuole spezzare una mentalità distorta, quella per cui si deve negare il diritto al povero perché questi sia sempre nella sua condizione di povertà e di bisogno e, dunque, debba ringraziare per quel poco che gli si dà in luogo del tanto che gli si sottrae!
E’ questa comunità che deve determinare e gestire lo sviluppo con una consapevolezza più matura delle proprie capacità e delle proprie risorse, del proprio patrimonio culturale, naturale, umano, del quale nessuno mai più dovrà o potrà appropriarsi, a patto che riscopra con fierezza l’orgoglio di essere meridionale.
Continuamo ad essere ciò che siamo ed a dire ciò che pensiamo da uomini liberi non perdendo la fiducia ma ritrovando nel teatrino della politica attuale, nuovi stimoli per alimentare la nostra rabbia. .
ENERGIA La maggioranza approva la mozione presentata da D’Alì - Gasparri che classifica il termodinamico come fonte costosa, poco utile e non «compiutamente ecologica». Così i finanziamenti rischiano la totale cancellazione.
E proprio nel giorno in cui l’Enea presenta un piano per il taglio delle emissioni dei gas serra e della dipendenza energetica basato anche sullo sviluppo delle fonti rinnovabili, il governo fa a se stesso la sorpresa di cancellare o almeno di offuscare il solare termodinamico. In altre parole, la più italiana delle scelte nel campo delle energie alternative: idee, ricerca, addirittura industrie sono di marca nostrana, visto che è stato il Nobel Carlo Rubbia a rimettere in pista una tecnologia basata sull’antica idea degli specchi di Archimede.
Ieri il Senato ha infatti approvato la mozione proposta dal Pdl e firmata tra gli altri da D’Alì, Gasparri, Dell’Utri, Nania e Orsi che condanna senza mezzi termini il solare termodinamico o a concentrazione, bollandolo come tecnologia costosa, poco utile e addirittura non «compiutamente ecologica » e mettendo a rischio i finanziamenti al suo sviluppo. Una bella compagnia dell’ombrello, quella che individua nel sole un nemico da combattere.
Il senatore siciliano D’Alì (Pdl) è stato l’interprete massimo della teoria negazionista in campo climatico, con la mozione che escludeva - di fronte al giudizio del mondo della scienza pressoché compatto e quasi in concomitanza con lo svolgimento del G8 Ambiente a Siracusa - la realtà del cambiamento climatico e del contributo dell’attività umana. Il senatore Orsi è l’autore della proposta di legge che consente la caccia ai minorenni e ne amplia i limiti di tempo e di carniere. La presenza di Maurizio Gasparri e Domenico Quagliariello, presidente e vicepresidente del gruppo Pdl, assicura l’imprimatur del governo a un’iniziativa che al di là delle formule ecologiste taglia le gambe al solare a concentrazione.
Così, scorrendo la mozione votata a maggioranza dall’aula di Palazzo Madama, si scopre che il problema del termodinamico è legato al siting: occorrono 120 ettari per una produzione assimilabile a quella di due reattori nucleari che però occuperebbero - secondo i senatori Pdl - 65-70 ettari. Spazio, si potrebbe dire, sottratto alla costruzione di ville e villette, visto che - come ricorda la mozione - occorrono zone soleggiate e vicine a sorgenti d’acqua, ideali per un villaggio vacanze.
Inoltre, la tecnologia non sarebbe «compiutamente ecologica» perché presupporrebbe la copresenza di un generatore di energia tradizionale, visto che durante le ore di buio la centrale non andrebbe. Ma il solare a concentrazione dovrebbe evitare proprio questo, attraverso il riscaldamento ad altissime temperature del fluido con il sistema degli specchi che appunto “concentrano” la radiazione solare.
In altre parole, non c’è nessun bisogno di affrancare una centrale a combustibile fossile a quella termodinamica: un’informazione che manca ai senatori della maggioranza. E poi, ammoniscono i presentatori della mozione, la tecnologia trent’anni fa non ha funzionato ma anche qui pare che ci siano carenze informative. «Non si tratta della stessa tecnologia », ricorda Vincenzo Ferrara, dell’Enea. «In realtà il solare a concentrazione è uno dei pochi settori in cui abbiamo un vantaggio comparativo, nella ricerca e nella diffusione: a imporla all’attenzione del mondo è stato Rubbia all’epoca in cui era presidente dell’Enea».
L’attuale presidente dell’Enea, Luigi Paganetto ritiene «singolare» che si riducano gli incentivi al termodinamico, su cui «siamo leader nel mondo». E singolare è anche il fatto che nella mozione si ricordi che «nonostante l’incentivazione introdotta dal governo italiano 15 mesi fa (ministro Pecoraro Scanio, ndr) non risulta che a oggi ci siano domande di erogazione dell’incentivo». Forse i senatori non sanno che quei fondi, circa 90 milioni, sono in attesa di determinazioni che dovrebbero provenire dalla direzione Ricerca e sviluppo del ministero dell’Ambiente. Sarebbe meglio informarsi prima di tagliare via il solare.
ENERGIA La maggioranza approva la mozione presentata da D’Alì - Gasparri che classifica il termodinamico come fonte costosa, poco utile e non «compiutamente ecologica». Così i finanziamenti rischiano la totale cancellazione.
E proprio nel giorno in cui l’Enea presenta un piano per il taglio delle emissioni dei gas serra e della dipendenza energetica basato anche sullo sviluppo delle fonti rinnovabili, il governo fa a se stesso la sorpresa di cancellare o almeno di offuscare il solare termodinamico. In altre parole, la più italiana delle scelte nel campo delle energie alternative: idee, ricerca, addirittura industrie sono di marca nostrana, visto che è stato il Nobel Carlo Rubbia a rimettere in pista una tecnologia basata sull’antica idea degli specchi di Archimede.
Ieri il Senato ha infatti approvato la mozione proposta dal Pdl e firmata tra gli altri da D’Alì, Gasparri, Dell’Utri, Nania e Orsi che condanna senza mezzi termini il solare termodinamico o a concentrazione, bollandolo come tecnologia costosa, poco utile e addirittura non «compiutamente ecologica » e mettendo a rischio i finanziamenti al suo sviluppo. Una bella compagnia dell’ombrello, quella che individua nel sole un nemico da combattere.
Il senatore siciliano D’Alì (Pdl) è stato l’interprete massimo della teoria negazionista in campo climatico, con la mozione che escludeva - di fronte al giudizio del mondo della scienza pressoché compatto e quasi in concomitanza con lo svolgimento del G8 Ambiente a Siracusa - la realtà del cambiamento climatico e del contributo dell’attività umana. Il senatore Orsi è l’autore della proposta di legge che consente la caccia ai minorenni e ne amplia i limiti di tempo e di carniere. La presenza di Maurizio Gasparri e Domenico Quagliariello, presidente e vicepresidente del gruppo Pdl, assicura l’imprimatur del governo a un’iniziativa che al di là delle formule ecologiste taglia le gambe al solare a concentrazione.
Così, scorrendo la mozione votata a maggioranza dall’aula di Palazzo Madama, si scopre che il problema del termodinamico è legato al siting: occorrono 120 ettari per una produzione assimilabile a quella di due reattori nucleari che però occuperebbero - secondo i senatori Pdl - 65-70 ettari. Spazio, si potrebbe dire, sottratto alla costruzione di ville e villette, visto che - come ricorda la mozione - occorrono zone soleggiate e vicine a sorgenti d’acqua, ideali per un villaggio vacanze.
Inoltre, la tecnologia non sarebbe «compiutamente ecologica» perché presupporrebbe la copresenza di un generatore di energia tradizionale, visto che durante le ore di buio la centrale non andrebbe. Ma il solare a concentrazione dovrebbe evitare proprio questo, attraverso il riscaldamento ad altissime temperature del fluido con il sistema degli specchi che appunto “concentrano” la radiazione solare.
In altre parole, non c’è nessun bisogno di affrancare una centrale a combustibile fossile a quella termodinamica: un’informazione che manca ai senatori della maggioranza. E poi, ammoniscono i presentatori della mozione, la tecnologia trent’anni fa non ha funzionato ma anche qui pare che ci siano carenze informative. «Non si tratta della stessa tecnologia », ricorda Vincenzo Ferrara, dell’Enea. «In realtà il solare a concentrazione è uno dei pochi settori in cui abbiamo un vantaggio comparativo, nella ricerca e nella diffusione: a imporla all’attenzione del mondo è stato Rubbia all’epoca in cui era presidente dell’Enea».
L’attuale presidente dell’Enea, Luigi Paganetto ritiene «singolare» che si riducano gli incentivi al termodinamico, su cui «siamo leader nel mondo». E singolare è anche il fatto che nella mozione si ricordi che «nonostante l’incentivazione introdotta dal governo italiano 15 mesi fa (ministro Pecoraro Scanio, ndr) non risulta che a oggi ci siano domande di erogazione dell’incentivo». Forse i senatori non sanno che quei fondi, circa 90 milioni, sono in attesa di determinazioni che dovrebbero provenire dalla direzione Ricerca e sviluppo del ministero dell’Ambiente. Sarebbe meglio informarsi prima di tagliare via il solare.
E' nato in Puglia l'impianto fotovoltaico più grande d'Italia. E' quello della Saem installato per conto dell'azienda molitoria Mininni di Altamura. Questa mattina l'inaugurazione.
E' nato in Puglia l'impianto fotovoltaico più grande d'Italia. E' quello della Saem installato per conto dell'azienda molitoria Mininni di Altamura. Questa mattina l'inaugurazione.
...insieme ai gruppi e alle sezioni romane di "Per il Bene Comune", "Rinnovamento Politico Italiano", "Partito Umanista" (e chi vorrà aggiungersi in futuro ovviamente condividendo gli scopi ed il manifesto del progetto...) con l'obiettivo di creare un'alternativa civica per le prossime regionali 2010 nel Lazio.
Ecco il Manifesto appena condiviso e approvato:
MANIFESTO del LABORATORIO POLITICO
1. NOI FIRMATARI DEL PRESENTE MANIFESTO, SINGOLI CITTADINI E RAPPRESENTANTI DI COMITATI, ASSOCIAZIONI E GRUPPI POLITICI DEL LAZIO, CONSAPEVOLI CHE GLI ATTUALI PARTITI SONO RESPONSABILI DELLA GESTIONE FALLIMENTARE DELLA “COSA PUBBLICA”, CI IMPEGNAMO A CREARE UNA FORZA POLITICA UNITARIA CHE CONCORRA ALLE PROSSIME ELEZIONI DELLA REGIONE LAZIO.
2. SIAMO CONSAPEVOLI CHE IN QUESTO PAESE VIGE UN SISTEMA ELETTORALE CONTORTO E DISTORTO, CHE RENDE IMPOSSIBILE UN VERO E PARITARIO CONFRONTO TRA LE FORZE POLITICHE E SOCIALI, MA VOGLIAMO CREARE UN’ALTERNATIVA PER QUEI MILIONI DI ELETTORI CHE SI ASTENGONO DAL VOTO O ANNULLANO LE SCHEDE E PER COLORO CHE, PUR VOTANDO, RIMANGONO SENZA ALCUNA RAPPRESENTANZA.
3. E' VIVA, VIVISSIMA IN NOI LA VOLONTA' DI MIGLIORARE LA QUALITA’ DELLA VITA DI OGNI PERSONA, A COMINCIARE DALL'ARIA CHE RESPIRA, DA COME VIENE CURATO, DA COME E QUANTO LAVORA, DA COME VIENE ISTRUITO, DA COSA MANGIA E COSA BEVE, DA COSA COMPRA E QUANTO SPENDE, NEL RISPETTO DI TUTTI GLI ESSERI VIVENTI E DELL’AMBIENTE.
4. CI IMPEGNAMO A COSTRUIRE UN PROGRAMMA CHE REALIZZI QUESTI PRINCIPI, NEL RISPETTO DEI VALORI DELLA PACE, DELLA GIUSTIZIA E DELLA NONVIOLENZA, ATTRAVERSO L'ATTUAZIONE REALE DELLA COSTITUZIONE, IL RISPETTO DELL’AMBIENTE INTESO COME TUTELA DELL’EQUILIBRIO TRA LA TERRA E LA BIODIVERSITA’, LA CONSERVAZIONE DEL PATRIMONIO CULTURALE LOCALE E LA LOTTA CONTRO LA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA E CONTRO LA CONNIVENZA TRA POLITICA E MAFIE.
5. CONSIDERIAMO L’OSSERVANZA DI LEGGI BASATE SU PRINCIPI DI DEMOCRAZIA E LAICITA’, INTESA COME RISPETTO DEI RUOLI FRA LE RELIGIONI PRESENTI NEL TERRITORIO E GLI ORGANI ISTITUZIONALI, ELEMENTO FONDAMENTALE DI UNA SOCIETA' MODERNA CHE CONIUGHI PARTECIPAZIONE, TRASPARENZA ED EFFICIENZA.
6. SIAMO CONVINTI CHE IL NOSTRO IMPEGNO, UNITO ALLA PARTECIPAZIONE E ALLA FIDUCIA DI OGNI CITTADINO, RENDERA' POSSIBILE, PER LA NOSTRA REGIONE, UN CAMBIAMENTO DEGNO DI ESSERE CHIAMATO TALE.
...insieme ai gruppi e alle sezioni romane di "Per il Bene Comune", "Rinnovamento Politico Italiano", "Partito Umanista" (e chi vorrà aggiungersi in futuro ovviamente condividendo gli scopi ed il manifesto del progetto...) con l'obiettivo di creare un'alternativa civica per le prossime regionali 2010 nel Lazio.
Ecco il Manifesto appena condiviso e approvato:
MANIFESTO del LABORATORIO POLITICO
1. NOI FIRMATARI DEL PRESENTE MANIFESTO, SINGOLI CITTADINI E RAPPRESENTANTI DI COMITATI, ASSOCIAZIONI E GRUPPI POLITICI DEL LAZIO, CONSAPEVOLI CHE GLI ATTUALI PARTITI SONO RESPONSABILI DELLA GESTIONE FALLIMENTARE DELLA “COSA PUBBLICA”, CI IMPEGNAMO A CREARE UNA FORZA POLITICA UNITARIA CHE CONCORRA ALLE PROSSIME ELEZIONI DELLA REGIONE LAZIO.
2. SIAMO CONSAPEVOLI CHE IN QUESTO PAESE VIGE UN SISTEMA ELETTORALE CONTORTO E DISTORTO, CHE RENDE IMPOSSIBILE UN VERO E PARITARIO CONFRONTO TRA LE FORZE POLITICHE E SOCIALI, MA VOGLIAMO CREARE UN’ALTERNATIVA PER QUEI MILIONI DI ELETTORI CHE SI ASTENGONO DAL VOTO O ANNULLANO LE SCHEDE E PER COLORO CHE, PUR VOTANDO, RIMANGONO SENZA ALCUNA RAPPRESENTANZA.
3. E' VIVA, VIVISSIMA IN NOI LA VOLONTA' DI MIGLIORARE LA QUALITA’ DELLA VITA DI OGNI PERSONA, A COMINCIARE DALL'ARIA CHE RESPIRA, DA COME VIENE CURATO, DA COME E QUANTO LAVORA, DA COME VIENE ISTRUITO, DA COSA MANGIA E COSA BEVE, DA COSA COMPRA E QUANTO SPENDE, NEL RISPETTO DI TUTTI GLI ESSERI VIVENTI E DELL’AMBIENTE.
4. CI IMPEGNAMO A COSTRUIRE UN PROGRAMMA CHE REALIZZI QUESTI PRINCIPI, NEL RISPETTO DEI VALORI DELLA PACE, DELLA GIUSTIZIA E DELLA NONVIOLENZA, ATTRAVERSO L'ATTUAZIONE REALE DELLA COSTITUZIONE, IL RISPETTO DELL’AMBIENTE INTESO COME TUTELA DELL’EQUILIBRIO TRA LA TERRA E LA BIODIVERSITA’, LA CONSERVAZIONE DEL PATRIMONIO CULTURALE LOCALE E LA LOTTA CONTRO LA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA E CONTRO LA CONNIVENZA TRA POLITICA E MAFIE.
5. CONSIDERIAMO L’OSSERVANZA DI LEGGI BASATE SU PRINCIPI DI DEMOCRAZIA E LAICITA’, INTESA COME RISPETTO DEI RUOLI FRA LE RELIGIONI PRESENTI NEL TERRITORIO E GLI ORGANI ISTITUZIONALI, ELEMENTO FONDAMENTALE DI UNA SOCIETA' MODERNA CHE CONIUGHI PARTECIPAZIONE, TRASPARENZA ED EFFICIENZA.
6. SIAMO CONVINTI CHE IL NOSTRO IMPEGNO, UNITO ALLA PARTECIPAZIONE E ALLA FIDUCIA DI OGNI CITTADINO, RENDERA' POSSIBILE, PER LA NOSTRA REGIONE, UN CAMBIAMENTO DEGNO DI ESSERE CHIAMATO TALE.
Ricostruire una città devastata da un terremoto ai tempi di Berlusconi non è cosa facile
Ricostruire una città devastata da un terremoto ai tempi di Berlusconi non è cosa facile, come non è facile far capire agli italiani cosa stia realmente accadendo in questo territorio terremotato. Il quadro che tutti fuori dall’Aquila si sono fatti di questo evento e della ricostruzione avviata è tanto chiaro quanto sconcertante: “c’è stata tanta solidarietà da parte di tutti, non potete lamentarvi” – si sente dire dai non aquilani - “le tendopoli sono campeggi a cinque stelle”, “il presidente del Consiglio ci tiene a voi, è sempre all’Aquila”, “ho visto i disegni del piano case, sono palazzine bellissime e poi in alcuni paesini si stanno facendo già villette di legno” e il più bello di tutti “siamo in crisi, non ci sono i soldi per rifare tutto come prima, dovete accontentarvi”.
È da questo che devi partire quando vuoi spiegare la vita che ti sei ritrovato a condurre dopo che per 40 secondi eri tu l’unica cosa ferma in un mondo che ti ballava intorno. A volte l’impressione è che gli altri conoscano meglio di te quello che tu stai vivendo. Poi invece parli con chi ha vissuto quel momento guardandolo negli occhi, vedi le case e i monumenti sventrati, senti la terra che ancora trema proprio quando avevi abbassato un attimo la guardia e capisci che fare qualcosa per la tua gente, per la tua terra, è l’unico modo che hai per sentirti ancora vivo e parte di qualcosa. Urlare le ingiustizie che tutti gli aquilani stanno subendo è l’unica via che hai per sperare di avere un futuro in un territorio che rischia di avere per sempre solo un passato.
La battaglia che i comitati cittadini hanno deciso di combattere non è una battaglia politica, tesa a screditare il Governo e magari gettare fango sul suo operato, ma è una lotta per difendere il territorio da una speculazione già iniziata, un tentativo di evitare quell’invivibile sensazione di non sentirti più figlio della tua terra e delle sue montagne; è una battaglia di diritti.
La ricostruzione dell’Aquila infatti è una faccenda puramente aquilana, nel senso che solo chi vive un territorio sa qual è l’investimento migliore che su quello stesso territorio si può realizzare. È un concetto questo che va al di là delle competenze necessarie, anche se la speranza è che vengano riconosciute quelle locali.
Questo è il motivo per cui i comitati cittadini nati dopo il sisma chiedono la partecipazione di tutti i cittadini aquilani per ogni singola decisione che viene presa sulla loro pelle. Gli aquilani invece, si ritrovano davanti a scelte già prese dall’alto: cemento armato dove prima era campagna, tasse da pagare a soli 6 mesi dal terremoto, il dover decidere, per chi aveva più di una casa quale riparare o la seria possibilità di restare senza un tetto per chi prima viveva in affitto. Finora le uniche cose che agli aquilani era concesso fare era dire che “va bene così”, “che non c’era altra via” oppure rientrare nella propria tenda a bestemmiare contro il mondo, a chiedersi perchè questo terremoto abbia colpito proprio loro e non qualcun altro, inteso in altro tempo o in altro luogo.
Quello che i cittadini non aquilani devono fare, è riconoscere il diritto che tutti gli italiani hanno ad una abitazione dignitosa, al lavoro e all’autodeterminazione della propria vita; in altre parole il diritto che tutti hanno a condurre una vita felice. È verso queste considerazioni che bisogna spostare l’attenzione se non si vuole cadere nel gioco politico della propaganda e della contestazione. Solo così viene alla luce che le palazzine che si stanno realizzando secondo il piano C.A.S.E., che sembrano così necessarie quando l’unica alternativa che ci hanno proposto è quella di passare il gelido inverno aquilano nelle tende, è solo un espediente per far ripartire l’industria del cemento armato delle aziende del nord Italia e cercare così di uscire dalla crisi economica. Una scelta che porterà alla creazione di nuove periferie, molto lontane dalla città, senza servizi e senza legame con il territorio, con il serio rischio della perdita di identità per i cittadini, una volta aquilani, deportati chissà dove in una provincia fatta di piccoli mondi chiusi piuttosto che di paesi.
Non si sono spenti i riflettori sulla città dopo il G8, come temevano le istituzioni locali, e non si spegneranno a lungo, anche se la luce che mandano illumina un esempio di efficienza e non la gigantesca speculazione edilizia che sta devastando l’aquilano.
Spesso ho sentito dire “ah se questa casa potesse parlare ne avrebbe di cose da raccontare...”, beh vi dico una cosa, adesso le case dell’Aquila e dei paesi tutt’intorno parlano, ma quello che raccontano non è affatto una bella storia.
Ricostruire una città devastata da un terremoto ai tempi di Berlusconi non è cosa facile
Ricostruire una città devastata da un terremoto ai tempi di Berlusconi non è cosa facile, come non è facile far capire agli italiani cosa stia realmente accadendo in questo territorio terremotato. Il quadro che tutti fuori dall’Aquila si sono fatti di questo evento e della ricostruzione avviata è tanto chiaro quanto sconcertante: “c’è stata tanta solidarietà da parte di tutti, non potete lamentarvi” – si sente dire dai non aquilani - “le tendopoli sono campeggi a cinque stelle”, “il presidente del Consiglio ci tiene a voi, è sempre all’Aquila”, “ho visto i disegni del piano case, sono palazzine bellissime e poi in alcuni paesini si stanno facendo già villette di legno” e il più bello di tutti “siamo in crisi, non ci sono i soldi per rifare tutto come prima, dovete accontentarvi”.
È da questo che devi partire quando vuoi spiegare la vita che ti sei ritrovato a condurre dopo che per 40 secondi eri tu l’unica cosa ferma in un mondo che ti ballava intorno. A volte l’impressione è che gli altri conoscano meglio di te quello che tu stai vivendo. Poi invece parli con chi ha vissuto quel momento guardandolo negli occhi, vedi le case e i monumenti sventrati, senti la terra che ancora trema proprio quando avevi abbassato un attimo la guardia e capisci che fare qualcosa per la tua gente, per la tua terra, è l’unico modo che hai per sentirti ancora vivo e parte di qualcosa. Urlare le ingiustizie che tutti gli aquilani stanno subendo è l’unica via che hai per sperare di avere un futuro in un territorio che rischia di avere per sempre solo un passato.
La battaglia che i comitati cittadini hanno deciso di combattere non è una battaglia politica, tesa a screditare il Governo e magari gettare fango sul suo operato, ma è una lotta per difendere il territorio da una speculazione già iniziata, un tentativo di evitare quell’invivibile sensazione di non sentirti più figlio della tua terra e delle sue montagne; è una battaglia di diritti.
La ricostruzione dell’Aquila infatti è una faccenda puramente aquilana, nel senso che solo chi vive un territorio sa qual è l’investimento migliore che su quello stesso territorio si può realizzare. È un concetto questo che va al di là delle competenze necessarie, anche se la speranza è che vengano riconosciute quelle locali.
Questo è il motivo per cui i comitati cittadini nati dopo il sisma chiedono la partecipazione di tutti i cittadini aquilani per ogni singola decisione che viene presa sulla loro pelle. Gli aquilani invece, si ritrovano davanti a scelte già prese dall’alto: cemento armato dove prima era campagna, tasse da pagare a soli 6 mesi dal terremoto, il dover decidere, per chi aveva più di una casa quale riparare o la seria possibilità di restare senza un tetto per chi prima viveva in affitto. Finora le uniche cose che agli aquilani era concesso fare era dire che “va bene così”, “che non c’era altra via” oppure rientrare nella propria tenda a bestemmiare contro il mondo, a chiedersi perchè questo terremoto abbia colpito proprio loro e non qualcun altro, inteso in altro tempo o in altro luogo.
Quello che i cittadini non aquilani devono fare, è riconoscere il diritto che tutti gli italiani hanno ad una abitazione dignitosa, al lavoro e all’autodeterminazione della propria vita; in altre parole il diritto che tutti hanno a condurre una vita felice. È verso queste considerazioni che bisogna spostare l’attenzione se non si vuole cadere nel gioco politico della propaganda e della contestazione. Solo così viene alla luce che le palazzine che si stanno realizzando secondo il piano C.A.S.E., che sembrano così necessarie quando l’unica alternativa che ci hanno proposto è quella di passare il gelido inverno aquilano nelle tende, è solo un espediente per far ripartire l’industria del cemento armato delle aziende del nord Italia e cercare così di uscire dalla crisi economica. Una scelta che porterà alla creazione di nuove periferie, molto lontane dalla città, senza servizi e senza legame con il territorio, con il serio rischio della perdita di identità per i cittadini, una volta aquilani, deportati chissà dove in una provincia fatta di piccoli mondi chiusi piuttosto che di paesi.
Non si sono spenti i riflettori sulla città dopo il G8, come temevano le istituzioni locali, e non si spegneranno a lungo, anche se la luce che mandano illumina un esempio di efficienza e non la gigantesca speculazione edilizia che sta devastando l’aquilano.
Spesso ho sentito dire “ah se questa casa potesse parlare ne avrebbe di cose da raccontare...”, beh vi dico una cosa, adesso le case dell’Aquila e dei paesi tutt’intorno parlano, ma quello che raccontano non è affatto una bella storia.
Il 21 ottobre 2004 EDF ha deciso di installare il reattore nucleare di terza generazione EPR (European Pressurised water reactor) sul sito di Flamanville, sulla Manica. "L’EPR é dieci volte più sicuro delle centrali nucleari attuali". Questa citazione dell’attuale ministro francese dell’industria, Nicole Fontaine, é almeno bizzarra, come fa notare Axel Mayer del BUND di Friburgo (Germania). Non ci ripetono infatti da decenni che le centrali nucleari attualmente in servizio sono tutte sicure al 100%?EDF, EnBW, Fessenheim, EPR, Euroreaktor, European, pressurized, water, reactor, L'euroreattore, euroreattore, ambiente, pericolo, critiqua, EDF, EnBW, Euroreaktor, EPR, BUND, Regionalverband, Südlicher Oberrhein, Freiburg, Axel Mayer, Naturschutz, Umweltschutz, Kultur, protezion di ambiente, centrali nucleari attualmente, multinazionali dell’energia nucleare,
Mentre il movimento ambientalista tedesco, che si é lasciato addormentare dalle promesse soporifiche di una cosiddetta "uscita dal nucleare", aspetta che la chiusura degli impianti atomici si realizzi da sola, le multinazionali dell’energia nucleare come EnBW, RWE, Eon, Vattenfall, EDF, Siemens e Areva preparano il terreno per far accettare la costruzione di nuove centrali atomiche in Europa.
Il progetto EPR é finanziato da EDF e EnBW con i nostri soldi, dato che ne siamo i clienti. La sua costruzione spetterà a Siemens e Areva. "Se il governo francese si pronuncia all’inizio del 2004 - il progetto é all’ordine del giorno del Consiglio dei Ministri dell’11 e del 18 febbraio - per l’adozione di questo progetto franco-tedesco di Areva, l’EPR potrà entrare in funzione nel 2010", ha dichiarato Nicole Fontaine il 7 novembre 2003. Nuove strategie soft per imporre l’EPR:
Gran parte del parco nucleare europeo deve essere rinnovata a partire dal 2005 e Siemens & Areva sono ben decise a restare sul mercato nucleare mondiale. Con l’EPR non si tratta solo di un nuovo reattore per la Francia, ma di creare una testa di serie, un modello di riferimento da esibire sul mercato mondiale.
La lobby nucleare ha imparato la lezione dopo le sue sconfitte a Wyhl, Wackersdorf, Plogoff etc.. e non ripeterà i suoi errori. Ormai opera diversamente: un’abile campagna pubblicitaria, che costa svariati milioni di euro, é organizzata un po’ dappertutto in Europa per vantare i meriti di questo tipo di reattore "nuovo, sicuro e durevole". Adesso la propaganda pubblicitaria é centrata completamente sull’aspetto "ecologico" e favorevole al clima di questo nuovo investimento. Sono proprio le lobbies alle quali gli ambientalisti sono riusciti dopo anni ed anni ad imporre dispositivi di riduzione dei tassi di nitrato e di zolfo nelle loro vecchie miniere di carbone che utilizzano ora argomenti ambientalisti per rilanciare i loro programmi nucleari! E che per di più si sforzano di dividere il movimento ambientalista fomentando polemiche sull’eolico. E’ cosi’ che si riesce a rimuovere il ricordo degli incidenti nucleari di Chernobyl, Harrisburg, Tokaimura etc.
Siti previsti per i primi EPR:
Potrebbe essere la Finlandia o Penly, in Normandia (Francia). Quel che conta per la scelta di questi siti é che sul posto la resistenza politica e civile sia minima. Un paese piccolo come la Finlandia puo’ facilmente farsi ingannare dall’arrivo dei soldi, del potere e dell’influenza della lobby dell’atomo.
Una volta aperta la breccia, quest’ultima spera che degli invidiosi si facciano avanti in Europa. "Meglio un cattivo reattore costruito in Germania o in Francia che uno altrettanto pericoloso presso i nostri vicini europei finlandesi", é la parole d’ordine abilmente collegata agli egoismi nazionali... Puo’ anche essere un aspetto della mondializzazione. In tutti i modi, le centrali nucleari francesi arrivate al termine della loro vita dovranno essere sostituite e in Germania l’industria nucleare conta su un cambiamento di governo, con partiti pronucleari che aspettano il loro turno. E’ sorprendente che, in tutto il mondo, siano spesso partiti molto conservatori ad agire contro l’uomo, la natura e l’ambiente.
Il luogo d’installazione dell’EPR potrebbe anche essere Fessenheim, che é la centrale più vecchia di Francia e vi sarebbe fin d’ora sul sito posto per due nuovi reattori. D’altronde, "misure di igiene psicologica" sono state prese nel 2003 per preparare il terreno: la centrale si é autodotata di una certificazione ambientale (ISO 14001) ed ha fondato il nuovo club pronucleare "Sul filo del Reno". Ma i rischi sismici e la robusta opposizione delle popolazioni di entrambe le sponde del Reno sono contro la scelta di questo sito.
Dovunque sia costruito, l’EPR sarà pericoloso.
Produce scorie nucleari che dovranno essere immagazzinate per milioni di anni. Per ogni megawatt di elettricità prodotta in un anno, ogni centrale produce la radioattività a vita breve e a vita lunga di una bomba di Hiroshima. Due EPR da 1600 Mwe ognuno produrrebbero la radioattività di 3200 bombe di Hiroshima. Ovunque lavorano degli uomini, errori umani sono possibili (leggere: "Embrouilles dans les centrales" (Imbrogli nelle centrali, NdT). l’EPR é grande, invece di essere sicuro. L’organizzazione internazionale dei medici per la prevenzione di una guerra atomica IPPNW denuncia la capacità di 1600 MW come un abbandono delle norme di sicurezza. E’ per evitare un’esplosione dei prezzi dell’elettricità che Siemens e Areva privilegiano il gigantismo a spese della sicurezza. I sistemi di sicurezza passivi dell’EPR non sono sufficienti, armature e pompe sono sempre azionate da motrici che possono fermarsi al minimo guasto elettrico. La sola innovazione dell’EPR é il serbatoio, destinato, in caso di incidente grave, a ricevere e raffreddare il cuore in fusione. Per farlo, occorrerebbe da una parte che il bacino fosse assolutamente secco, senza che i rischi di esplosione di vapore siano troppo elevati, e dall’altra bisognerebbe coprire d’acqua il cuore in fusione, il che provocherebbe proprio quelle esplosioni di vapore che bisogna evitare... E, per l’EPR, delle persone moriranno nelle miniere dove si estrae l’uranio (leggere: "Un scandale nommé COGEMA" (Uno scandalo chiamato COGEMA, NdT), a causa delle radiazioni vicino alle centrali, negli stabilimenti del plutonio (detti di ritrattamento) e dell’arricchimento dell’uranio. Come ogni altra centrale nucleare convenzionale, l’EPR produrrà rilasci radioattivi durante il suo funzionamento, detto normale".
Destinato all’esportazione, l’EPR aggrava dunque il rischio che nuovi paesi entrino in possesso della bomba atomica. Secondo Jean-Jacques Rettig, del CSFR (Fessenheim), "lo Stato francese non ha imparato nulla dalla vendita di una centrale nucleare all’Irak. Chi ha una centrale nucleare é capace di costruire una bomba. Per dei profitti a breve termine, EDF, EnBW, Siemens e Areva mettono in pericolo la pace mondiale". Il progetto EPR é cominciato molto prima degli avvenimenti dell’11 settembre 2001. L’EPR non é previsto per far fronte ad un eventuale attacco terroristico. Un attacco terroristico o un incidente nucleare grave renderebbero gran parte dell’Europa inabitabile per sempre. Un paese che possiede centrali nucleari é in balia di tutti i ricatti. L’EPR non é esente dal rischio di fusione del cuore del reattore. Tutti i dispositivi di sicurezza dell’EPR, dispositivi il cui funzionamento é peraltro molto controverso, possono controllare solo fusioni a bassa pressione. L’EPR non é dunque un nuovo reattore, restano tutti i problemi inerenti al P.W.R.
Che fare?
Bisogna mobilitarsi e resistere alla propaganda mediatica della lobby nucleare. Ci sono ancora milioni di consumatori ambientalisti che comprano prodotti Siemens. Molti comprano la loro elettricità da ditte nucleari come Eon, EnBW, RWE, Vattenfall o a filiali dette ambientali. Questo potrebbe cambiare con il lancio di EPR, perché esistono produttori alternativi, che vendono a buon mercato elettricità prodotta al 100% senza nucleare come l’EWS di Schönau.
Ma resistere pacificamente significa anche far pressione su tutti i siti possibili, resistere a Gorleben, far pressione sui partiti pronucleari tedeschi e sui partiti al potere in letargo.
Le azioni transfrontaliere ed una cooperazione antinucleare internazionale sono più necessarie che mai. Se la lobby nucleare non conosce frontiere, nemmeno i suoi oppositori ne conoscono.
L’industria nucleare é rivolta al passato, mentre una vera preparazione dell’avvenire esige lo sviluppo delle alternative. Una politica energetica degna di questo nome, durevole e rispettosa del clima, deve combinare diversi fattori: economie di energie, rinuncia allo spreco, cogenerazione, fonti di energia rinnovabili. Senza una vera politica economica ecologicamente sostenibile, portiamo il nostro pianeta direttamente alla sua rovina. Con l’EPR, succederà solo un po’ più rapidamente.
Estratto dalla Gazzetta Nucleare N°215/216, settembre 2004
Axel Mayer, BUND di Friburgo, Germania
Dieser Artikel wurde 1220 mal gelesen und am 29.6.2007 zuletzt geändert.
Il 21 ottobre 2004 EDF ha deciso di installare il reattore nucleare di terza generazione EPR (European Pressurised water reactor) sul sito di Flamanville, sulla Manica. "L’EPR é dieci volte più sicuro delle centrali nucleari attuali". Questa citazione dell’attuale ministro francese dell’industria, Nicole Fontaine, é almeno bizzarra, come fa notare Axel Mayer del BUND di Friburgo (Germania). Non ci ripetono infatti da decenni che le centrali nucleari attualmente in servizio sono tutte sicure al 100%?EDF, EnBW, Fessenheim, EPR, Euroreaktor, European, pressurized, water, reactor, L'euroreattore, euroreattore, ambiente, pericolo, critiqua, EDF, EnBW, Euroreaktor, EPR, BUND, Regionalverband, Südlicher Oberrhein, Freiburg, Axel Mayer, Naturschutz, Umweltschutz, Kultur, protezion di ambiente, centrali nucleari attualmente, multinazionali dell’energia nucleare,
Mentre il movimento ambientalista tedesco, che si é lasciato addormentare dalle promesse soporifiche di una cosiddetta "uscita dal nucleare", aspetta che la chiusura degli impianti atomici si realizzi da sola, le multinazionali dell’energia nucleare come EnBW, RWE, Eon, Vattenfall, EDF, Siemens e Areva preparano il terreno per far accettare la costruzione di nuove centrali atomiche in Europa.
Il progetto EPR é finanziato da EDF e EnBW con i nostri soldi, dato che ne siamo i clienti. La sua costruzione spetterà a Siemens e Areva. "Se il governo francese si pronuncia all’inizio del 2004 - il progetto é all’ordine del giorno del Consiglio dei Ministri dell’11 e del 18 febbraio - per l’adozione di questo progetto franco-tedesco di Areva, l’EPR potrà entrare in funzione nel 2010", ha dichiarato Nicole Fontaine il 7 novembre 2003. Nuove strategie soft per imporre l’EPR:
Gran parte del parco nucleare europeo deve essere rinnovata a partire dal 2005 e Siemens & Areva sono ben decise a restare sul mercato nucleare mondiale. Con l’EPR non si tratta solo di un nuovo reattore per la Francia, ma di creare una testa di serie, un modello di riferimento da esibire sul mercato mondiale.
La lobby nucleare ha imparato la lezione dopo le sue sconfitte a Wyhl, Wackersdorf, Plogoff etc.. e non ripeterà i suoi errori. Ormai opera diversamente: un’abile campagna pubblicitaria, che costa svariati milioni di euro, é organizzata un po’ dappertutto in Europa per vantare i meriti di questo tipo di reattore "nuovo, sicuro e durevole". Adesso la propaganda pubblicitaria é centrata completamente sull’aspetto "ecologico" e favorevole al clima di questo nuovo investimento. Sono proprio le lobbies alle quali gli ambientalisti sono riusciti dopo anni ed anni ad imporre dispositivi di riduzione dei tassi di nitrato e di zolfo nelle loro vecchie miniere di carbone che utilizzano ora argomenti ambientalisti per rilanciare i loro programmi nucleari! E che per di più si sforzano di dividere il movimento ambientalista fomentando polemiche sull’eolico. E’ cosi’ che si riesce a rimuovere il ricordo degli incidenti nucleari di Chernobyl, Harrisburg, Tokaimura etc.
Siti previsti per i primi EPR:
Potrebbe essere la Finlandia o Penly, in Normandia (Francia). Quel che conta per la scelta di questi siti é che sul posto la resistenza politica e civile sia minima. Un paese piccolo come la Finlandia puo’ facilmente farsi ingannare dall’arrivo dei soldi, del potere e dell’influenza della lobby dell’atomo.
Una volta aperta la breccia, quest’ultima spera che degli invidiosi si facciano avanti in Europa. "Meglio un cattivo reattore costruito in Germania o in Francia che uno altrettanto pericoloso presso i nostri vicini europei finlandesi", é la parole d’ordine abilmente collegata agli egoismi nazionali... Puo’ anche essere un aspetto della mondializzazione. In tutti i modi, le centrali nucleari francesi arrivate al termine della loro vita dovranno essere sostituite e in Germania l’industria nucleare conta su un cambiamento di governo, con partiti pronucleari che aspettano il loro turno. E’ sorprendente che, in tutto il mondo, siano spesso partiti molto conservatori ad agire contro l’uomo, la natura e l’ambiente.
Il luogo d’installazione dell’EPR potrebbe anche essere Fessenheim, che é la centrale più vecchia di Francia e vi sarebbe fin d’ora sul sito posto per due nuovi reattori. D’altronde, "misure di igiene psicologica" sono state prese nel 2003 per preparare il terreno: la centrale si é autodotata di una certificazione ambientale (ISO 14001) ed ha fondato il nuovo club pronucleare "Sul filo del Reno". Ma i rischi sismici e la robusta opposizione delle popolazioni di entrambe le sponde del Reno sono contro la scelta di questo sito.
Dovunque sia costruito, l’EPR sarà pericoloso.
Produce scorie nucleari che dovranno essere immagazzinate per milioni di anni. Per ogni megawatt di elettricità prodotta in un anno, ogni centrale produce la radioattività a vita breve e a vita lunga di una bomba di Hiroshima. Due EPR da 1600 Mwe ognuno produrrebbero la radioattività di 3200 bombe di Hiroshima. Ovunque lavorano degli uomini, errori umani sono possibili (leggere: "Embrouilles dans les centrales" (Imbrogli nelle centrali, NdT). l’EPR é grande, invece di essere sicuro. L’organizzazione internazionale dei medici per la prevenzione di una guerra atomica IPPNW denuncia la capacità di 1600 MW come un abbandono delle norme di sicurezza. E’ per evitare un’esplosione dei prezzi dell’elettricità che Siemens e Areva privilegiano il gigantismo a spese della sicurezza. I sistemi di sicurezza passivi dell’EPR non sono sufficienti, armature e pompe sono sempre azionate da motrici che possono fermarsi al minimo guasto elettrico. La sola innovazione dell’EPR é il serbatoio, destinato, in caso di incidente grave, a ricevere e raffreddare il cuore in fusione. Per farlo, occorrerebbe da una parte che il bacino fosse assolutamente secco, senza che i rischi di esplosione di vapore siano troppo elevati, e dall’altra bisognerebbe coprire d’acqua il cuore in fusione, il che provocherebbe proprio quelle esplosioni di vapore che bisogna evitare... E, per l’EPR, delle persone moriranno nelle miniere dove si estrae l’uranio (leggere: "Un scandale nommé COGEMA" (Uno scandalo chiamato COGEMA, NdT), a causa delle radiazioni vicino alle centrali, negli stabilimenti del plutonio (detti di ritrattamento) e dell’arricchimento dell’uranio. Come ogni altra centrale nucleare convenzionale, l’EPR produrrà rilasci radioattivi durante il suo funzionamento, detto normale".
Destinato all’esportazione, l’EPR aggrava dunque il rischio che nuovi paesi entrino in possesso della bomba atomica. Secondo Jean-Jacques Rettig, del CSFR (Fessenheim), "lo Stato francese non ha imparato nulla dalla vendita di una centrale nucleare all’Irak. Chi ha una centrale nucleare é capace di costruire una bomba. Per dei profitti a breve termine, EDF, EnBW, Siemens e Areva mettono in pericolo la pace mondiale". Il progetto EPR é cominciato molto prima degli avvenimenti dell’11 settembre 2001. L’EPR non é previsto per far fronte ad un eventuale attacco terroristico. Un attacco terroristico o un incidente nucleare grave renderebbero gran parte dell’Europa inabitabile per sempre. Un paese che possiede centrali nucleari é in balia di tutti i ricatti. L’EPR non é esente dal rischio di fusione del cuore del reattore. Tutti i dispositivi di sicurezza dell’EPR, dispositivi il cui funzionamento é peraltro molto controverso, possono controllare solo fusioni a bassa pressione. L’EPR non é dunque un nuovo reattore, restano tutti i problemi inerenti al P.W.R.
Che fare?
Bisogna mobilitarsi e resistere alla propaganda mediatica della lobby nucleare. Ci sono ancora milioni di consumatori ambientalisti che comprano prodotti Siemens. Molti comprano la loro elettricità da ditte nucleari come Eon, EnBW, RWE, Vattenfall o a filiali dette ambientali. Questo potrebbe cambiare con il lancio di EPR, perché esistono produttori alternativi, che vendono a buon mercato elettricità prodotta al 100% senza nucleare come l’EWS di Schönau.
Ma resistere pacificamente significa anche far pressione su tutti i siti possibili, resistere a Gorleben, far pressione sui partiti pronucleari tedeschi e sui partiti al potere in letargo.
Le azioni transfrontaliere ed una cooperazione antinucleare internazionale sono più necessarie che mai. Se la lobby nucleare non conosce frontiere, nemmeno i suoi oppositori ne conoscono.
L’industria nucleare é rivolta al passato, mentre una vera preparazione dell’avvenire esige lo sviluppo delle alternative. Una politica energetica degna di questo nome, durevole e rispettosa del clima, deve combinare diversi fattori: economie di energie, rinuncia allo spreco, cogenerazione, fonti di energia rinnovabili. Senza una vera politica economica ecologicamente sostenibile, portiamo il nostro pianeta direttamente alla sua rovina. Con l’EPR, succederà solo un po’ più rapidamente.
Estratto dalla Gazzetta Nucleare N°215/216, settembre 2004
Axel Mayer, BUND di Friburgo, Germania
Dieser Artikel wurde 1220 mal gelesen und am 29.6.2007 zuletzt geändert.
Alcuni giorni fa, il Tribunale del lavoro di Milano ha accolto il ricorso del 19enne marocchino Mohamed Hailoua, regolare e diplomato in Italia, che lamentava di non poter essere assunto dall’Atm (Azienda di trasporti milanesi) a causa di un regio decreto del 1931 (e cioè un decreto fascista) che prevede la cittadinanza italiana o europea per lavorare nel trasporto pubblico . Il collegio presieduto dal giudice Chiarina Sala ha dichiarato il “carattere discriminatorio” del comportamento dell’azienda, ordinando ad Atm “la rimozione della richiesta della cittadinanza tra i requisiti di selezione delle offerte di lavoro e delle proposte di assunzione, in moduli cartacei o telematici” in quanto la permanenza del requisito di una determinata cittadinanza, ai fini dell’assunzione, “verrebbe ad assumere i connotati di una disparità di trattamento in senso diseguale e più svantaggioso per il non cittadino”. Un ragionamento cristallino, direi. Ma in Italia - quando si parla dei "diritti" degli immigrati (e solo di quelli) - tutto diventa di colpo molto torbido e, per usare le parole di un politicante milanese, "poco chiaro".
Lo sa bene Hailoua che per avere ragione, ha dovuto presentare un reclamo dopo che era stato respinto un suo primo ricorso. E perché mai? Perché gli avvocati dell'azienda hanno avuto la faccia di tolla necessaria per affermare che: "Il servizio di pubblico trasporto involge delicati aspetti di sicurezza pubblica, ed è particolarmente esposto, ad esempio, a rischi di attentati. È proprio di questi giorni la notizia, apparsa sulle maggiori testate giornalistiche, che cinque terroristi magrebini avrebbero organizzato un attentato nella metropolitana milanese che avrebbe dovuto realizzarsi prima delle elezioni del 2006". E ancora: "Il legame personale del cittadino allo Stato dà maggiori garanzie in relazione alla sicurezza e incolumità pubblica". In altre parole il giovane marocchino sarebbe un potenziale terrorista. E non conta che il posto di lavoro in questione non sia quello del conducente. "Un'analoga delicatezza deve rinvenirsi, altresì, nell'attività di chi opera manutenzione dei mezzi, o di chi svolge, su di essi, comunque attività di tipo tecnico". Potenziale sabotatore, quindi.
Sorge spontanea una domanda: per quale motivo un aspirante terrorista dovrebbe prendersi la briga di farsi assumere dall'Atm per sabotare un pullman, quando - molto più facilmente - può salirci sopra (e senza pagare il biglietto) con uno zainetto imbottito di tritolo? Eppure questo elementare buonsenso viene a mancare, quando - sacrilegio! -ci si trova davanti ad un giovane immigrato che chiede solo di poter essere autorizzato a presentare il proprio curriculum. Trovo molto originale anche la trovata di portare ritagli di giornale a supporto delle proprie tesi in un processo simile. Anche perché i giornali italiani (come la televisione e la radio, del resto), su questi argomenti danno libero sfogo alla fantasia, abbattendo ogni freno inibitore. Sono molto curioso anche di sapere che fine hanno fatto i potenziali attentatori del 2006. Perché è davvero singolare che ogni tot mesi saltino fuori incredibili piani per sabotare la metropolitana di Milano e distruggere la Basilica di San Petronio a Bologna (evidentemente i terroristi islamici del Bel paese hanno poca fantasia: prendono di mira sempre gli stessi obiettivi anche a costo di essere puntualmente beccati), con tanto di arresti ecc e poi non se ne sa più nulla. Sono stati condannati, incarcerati, espulsi oppure - verosimilmente - assolti e rilasciati? Non sarebbe la prima volta, d'altronde, che viene fuori che dei poveracci sono stati incastrati per far fare carriera a qualcuno.
Quello di Hailoua è un esempio che tutti gli immigrati dovrebbero seguire. Cause, ricorsi e anche scioperi e manifestazioni dovrebbero essere strumenti di lotta quotidiana. Bisogna abbattere dall'interno questo sistema che riconosce solo doveri e niente diritti (non saprei definire diversamente un paese che incassa tasse, forza lavoro ecc senza dare in cambio almeno la possibilità di concorrere per un posto che - a detta dell'Atm stessa - non vogliono nemmeno gli italiani). Qualcuno ha avuto la faccia da bronzo necessaria per definire il ricorso di Hailoua "senzazionalistico", "creato ad arte", "studiato a tavolino", "strumentalizzato"ed "ambiguo" solo perché Hailoua ha fatto la causa senza presentare prima il curriculum. Anche qui, evidentemente, è venuto a mancare il buonsenso italiota. Ma, dico io, se leggo su un annuncio o un concorso che non mi posso presentare al tal lavoro perché è necessaria la cittadinanza, perché mai dovrei prima presentare la domanda, aspettare l'esclusione e quindi fare ricorso? Mi sembra molto più logico ed immediato fare causa per rimuovere l'ostacolo che condannerà comunque la domanda all'esclusione. Matteo Salvini, invece, europarlamentare della Lega ha commentato la sentenza dicendo che era addirittura "aberrante". "È arrivata l’ora che questi giudici si trasferiscano in Marocco, dove potranno assaporare le virtù del sistema giudiziario marocchino". Ecco: l'Europdeputato che ha proposto carrozze per i milanesi (e cioè per gli immigrati) non cerca pubblicità. Sta solo incentivando il turismo marocchino. Ogni commento è superfluo. Anche perché sono sicuro che, fra pochi anni, il posto di Salvini sarà saldamente occupato da un marocchino di seconda generazione.
Alcuni giorni fa, il Tribunale del lavoro di Milano ha accolto il ricorso del 19enne marocchino Mohamed Hailoua, regolare e diplomato in Italia, che lamentava di non poter essere assunto dall’Atm (Azienda di trasporti milanesi) a causa di un regio decreto del 1931 (e cioè un decreto fascista) che prevede la cittadinanza italiana o europea per lavorare nel trasporto pubblico . Il collegio presieduto dal giudice Chiarina Sala ha dichiarato il “carattere discriminatorio” del comportamento dell’azienda, ordinando ad Atm “la rimozione della richiesta della cittadinanza tra i requisiti di selezione delle offerte di lavoro e delle proposte di assunzione, in moduli cartacei o telematici” in quanto la permanenza del requisito di una determinata cittadinanza, ai fini dell’assunzione, “verrebbe ad assumere i connotati di una disparità di trattamento in senso diseguale e più svantaggioso per il non cittadino”. Un ragionamento cristallino, direi. Ma in Italia - quando si parla dei "diritti" degli immigrati (e solo di quelli) - tutto diventa di colpo molto torbido e, per usare le parole di un politicante milanese, "poco chiaro".
Lo sa bene Hailoua che per avere ragione, ha dovuto presentare un reclamo dopo che era stato respinto un suo primo ricorso. E perché mai? Perché gli avvocati dell'azienda hanno avuto la faccia di tolla necessaria per affermare che: "Il servizio di pubblico trasporto involge delicati aspetti di sicurezza pubblica, ed è particolarmente esposto, ad esempio, a rischi di attentati. È proprio di questi giorni la notizia, apparsa sulle maggiori testate giornalistiche, che cinque terroristi magrebini avrebbero organizzato un attentato nella metropolitana milanese che avrebbe dovuto realizzarsi prima delle elezioni del 2006". E ancora: "Il legame personale del cittadino allo Stato dà maggiori garanzie in relazione alla sicurezza e incolumità pubblica". In altre parole il giovane marocchino sarebbe un potenziale terrorista. E non conta che il posto di lavoro in questione non sia quello del conducente. "Un'analoga delicatezza deve rinvenirsi, altresì, nell'attività di chi opera manutenzione dei mezzi, o di chi svolge, su di essi, comunque attività di tipo tecnico". Potenziale sabotatore, quindi.
Sorge spontanea una domanda: per quale motivo un aspirante terrorista dovrebbe prendersi la briga di farsi assumere dall'Atm per sabotare un pullman, quando - molto più facilmente - può salirci sopra (e senza pagare il biglietto) con uno zainetto imbottito di tritolo? Eppure questo elementare buonsenso viene a mancare, quando - sacrilegio! -ci si trova davanti ad un giovane immigrato che chiede solo di poter essere autorizzato a presentare il proprio curriculum. Trovo molto originale anche la trovata di portare ritagli di giornale a supporto delle proprie tesi in un processo simile. Anche perché i giornali italiani (come la televisione e la radio, del resto), su questi argomenti danno libero sfogo alla fantasia, abbattendo ogni freno inibitore. Sono molto curioso anche di sapere che fine hanno fatto i potenziali attentatori del 2006. Perché è davvero singolare che ogni tot mesi saltino fuori incredibili piani per sabotare la metropolitana di Milano e distruggere la Basilica di San Petronio a Bologna (evidentemente i terroristi islamici del Bel paese hanno poca fantasia: prendono di mira sempre gli stessi obiettivi anche a costo di essere puntualmente beccati), con tanto di arresti ecc e poi non se ne sa più nulla. Sono stati condannati, incarcerati, espulsi oppure - verosimilmente - assolti e rilasciati? Non sarebbe la prima volta, d'altronde, che viene fuori che dei poveracci sono stati incastrati per far fare carriera a qualcuno.
Quello di Hailoua è un esempio che tutti gli immigrati dovrebbero seguire. Cause, ricorsi e anche scioperi e manifestazioni dovrebbero essere strumenti di lotta quotidiana. Bisogna abbattere dall'interno questo sistema che riconosce solo doveri e niente diritti (non saprei definire diversamente un paese che incassa tasse, forza lavoro ecc senza dare in cambio almeno la possibilità di concorrere per un posto che - a detta dell'Atm stessa - non vogliono nemmeno gli italiani). Qualcuno ha avuto la faccia da bronzo necessaria per definire il ricorso di Hailoua "senzazionalistico", "creato ad arte", "studiato a tavolino", "strumentalizzato"ed "ambiguo" solo perché Hailoua ha fatto la causa senza presentare prima il curriculum. Anche qui, evidentemente, è venuto a mancare il buonsenso italiota. Ma, dico io, se leggo su un annuncio o un concorso che non mi posso presentare al tal lavoro perché è necessaria la cittadinanza, perché mai dovrei prima presentare la domanda, aspettare l'esclusione e quindi fare ricorso? Mi sembra molto più logico ed immediato fare causa per rimuovere l'ostacolo che condannerà comunque la domanda all'esclusione. Matteo Salvini, invece, europarlamentare della Lega ha commentato la sentenza dicendo che era addirittura "aberrante". "È arrivata l’ora che questi giudici si trasferiscano in Marocco, dove potranno assaporare le virtù del sistema giudiziario marocchino". Ecco: l'Europdeputato che ha proposto carrozze per i milanesi (e cioè per gli immigrati) non cerca pubblicità. Sta solo incentivando il turismo marocchino. Ogni commento è superfluo. Anche perché sono sicuro che, fra pochi anni, il posto di Salvini sarà saldamente occupato da un marocchino di seconda generazione.
Con tutti i soldi che guadagnano hanno anche la sfacciataggine di evadere le tasse... è un profondo schifo. Chiudete i conti correnti, si vive lo stesso... anzi si vive meglio! Benvenuti nell'evasione fiscale!!! Oltre a tutto questo Tremonti gli ha dato anche i soldi. Oltre a tutto questo esiste la piaga del signoraggio bancario. Oltre a tutto questo sono padroni del sistema e noi siamo i nuovi schiavi.
Con tutti i soldi che guadagnano hanno anche la sfacciataggine di evadere le tasse... è un profondo schifo. Chiudete i conti correnti, si vive lo stesso... anzi si vive meglio! Benvenuti nell'evasione fiscale!!! Oltre a tutto questo Tremonti gli ha dato anche i soldi. Oltre a tutto questo esiste la piaga del signoraggio bancario. Oltre a tutto questo sono padroni del sistema e noi siamo i nuovi schiavi.
Non tantissimi: soltanto 15 milioni di italiani a partire da gennaio 2010 verranno vaccinati contro la febbre suina, o influenza A che dir si voglia. Lo ha annunciato il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, che ancora mantiene la delega per la sanità in attesa di cederla, al primo rimpasto utile, a quel Ferruccio Fazio che voleva rinviare l’apertura delle scuole per fronteggiare un’emergenza talmente clamorosa da aver avuto finora ben 258 casi in Italia o di italiani ammalati, mentre “in Europa in 30 Paesi finora sono stati diagnosticati 17.189 casi di influenza A/H1N1 con 29 decessi nel Regno Unito e 4 in Spagna. I casi diagnosticati extra-Europa sono stati 149.364 con 810 decessi“. Un’incidenza rispettivamente dello 0,19 e dello 0,54%.
Sacconi, il ministro del Welfare con delega alla Sanità, annuncia quindi l’acquisto di 48 milioni di dosi di vaccino pandemico, e lo fa con la serenità di chi ha la coscienza a posto. Anche perché nello scegliere come spendere quei soldi pubblici potrebbe, volendo, vantare un consulente d’eccezione: la moglie, Enrica Giorgetti, direttore generale della Farmindustria, associazione che rappresenta – legittimamente – gli interessi delle industrie farmaceutiche. All’epoca della formazione del governo, quei noiosoni di Nature - il giornale internazionale delle scienze – avevano sollevato qualche dubbio sull’opportunità della nomina: “In fact, Berlusconi’s government has shown unsettling tendencies to allow industrial interests to gain influence over state agencies“, dicevano quei malpensanti. E dire che quando parlò Fazio di grandi pericoli, dalla maggioranza qualche voce contrariata si levò, come ad esempio quella di Roberto Calderoli: “Un problema di salute non può diventare lo strumento per campagne mediatiche o peggio ancora…”. Poi fu più esplicito Maurizio Gasparri: “Ricordate le avventate campagne allarmiste per l’emergenza aviaria, che sparì dopo l’inutile ma ingente spesa per vaccini. Mi piacerebbe sapere che fine abbiano fatto. Non vorrei che ora si facesse il bis e mi auguro che le autorità internazionali e nazionali diano i giusti avvertimenti senza alimentare psicosi“. Ma si vede che il problema era che lo all’emergenza gridasse il povero Fazio: se lo dice Sacconi non si leva una foglia.
Tutto a posto, quindi. Anche perché l’emergenza tira: “Una delle maggiori banche d’investimento mondiali, J. P. Morgan, ha calcolato che i governi dei vari paesi abbiano già prenotato, presso le 3-4 aziende in grado di produrre il vaccino su larga scala, almeno 600 milioni di dosi, per un valore di circa 4,3 miliardi di dollari. Nei giorni scorsi, si è aggiunta la Francia, con un ordine per 94 milioni di dosi e un assegno da 1 miliardo di euro. J. P. Morgan stima che, alla fine, ai 600 milioni di dosi già prenotate se ne sommeranno altri 350 milioni, per un’ulteriore fattura di oltre 2 miliardi e mezzo di dollari. A spartirsi questo imponente business dell’influenza suina è un ristretto gruppo di giganti dell’industria farmaceutica: GlaxoSmithKline, Sanofi Aventis, Novartis, Astra Zeneca. Accanto ai vaccini antinfluenza ci sono, però, anche le medicine per chi, l’influenza, l’ha già presa. Anche qui, è Big Pharma a dominare il mercato. Il Tamiflu è della Roche, il Relenza ancora di GlaxoSmithKline. Secondo J. P. Morgan, Tamiflu e Relenza porteranno, rispettivamente a Roche e Glaxo vendite per 1,8 miliardi di dollari nei paesi ricchi, più 1,2 miliardi di dollari nei paesi in via di sviluppo. Complessivamente, altri 3 miliardi di dollari. Fra vaccini e medicine, il rischio pandemia vale, per Big Pharma, circa 10 miliardi di dollari“. Tutto a posto, tutto a posto. Rimane solo un piccolo, trascurabile dettaglio: ci vogliono all’incirca da quattro a sei mesi, finora, per produrre il vaccino. A meno che non si utilizzi una procedura più rapida, l’ordine del ministro Sacconi rischia di essere arrivato fuori tempo massimo per rispettare la scadenza di gennaio prossimo, visto che siamo in luglio. Insomma, se anche alla fine tutto questo non fosse un enorme bluff – come pareva adombrare non Beppe Grillo stavolta, ma nientepopodimenoché Maurizio Gasparri – saremmo riusciti ad arrivare in ritardo persino sull’emergenza. Il colmo, per un ministro con la moglie che lavora in Farmindustria.
Non tantissimi: soltanto 15 milioni di italiani a partire da gennaio 2010 verranno vaccinati contro la febbre suina, o influenza A che dir si voglia. Lo ha annunciato il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, che ancora mantiene la delega per la sanità in attesa di cederla, al primo rimpasto utile, a quel Ferruccio Fazio che voleva rinviare l’apertura delle scuole per fronteggiare un’emergenza talmente clamorosa da aver avuto finora ben 258 casi in Italia o di italiani ammalati, mentre “in Europa in 30 Paesi finora sono stati diagnosticati 17.189 casi di influenza A/H1N1 con 29 decessi nel Regno Unito e 4 in Spagna. I casi diagnosticati extra-Europa sono stati 149.364 con 810 decessi“. Un’incidenza rispettivamente dello 0,19 e dello 0,54%.
Sacconi, il ministro del Welfare con delega alla Sanità, annuncia quindi l’acquisto di 48 milioni di dosi di vaccino pandemico, e lo fa con la serenità di chi ha la coscienza a posto. Anche perché nello scegliere come spendere quei soldi pubblici potrebbe, volendo, vantare un consulente d’eccezione: la moglie, Enrica Giorgetti, direttore generale della Farmindustria, associazione che rappresenta – legittimamente – gli interessi delle industrie farmaceutiche. All’epoca della formazione del governo, quei noiosoni di Nature - il giornale internazionale delle scienze – avevano sollevato qualche dubbio sull’opportunità della nomina: “In fact, Berlusconi’s government has shown unsettling tendencies to allow industrial interests to gain influence over state agencies“, dicevano quei malpensanti. E dire che quando parlò Fazio di grandi pericoli, dalla maggioranza qualche voce contrariata si levò, come ad esempio quella di Roberto Calderoli: “Un problema di salute non può diventare lo strumento per campagne mediatiche o peggio ancora…”. Poi fu più esplicito Maurizio Gasparri: “Ricordate le avventate campagne allarmiste per l’emergenza aviaria, che sparì dopo l’inutile ma ingente spesa per vaccini. Mi piacerebbe sapere che fine abbiano fatto. Non vorrei che ora si facesse il bis e mi auguro che le autorità internazionali e nazionali diano i giusti avvertimenti senza alimentare psicosi“. Ma si vede che il problema era che lo all’emergenza gridasse il povero Fazio: se lo dice Sacconi non si leva una foglia.
Tutto a posto, quindi. Anche perché l’emergenza tira: “Una delle maggiori banche d’investimento mondiali, J. P. Morgan, ha calcolato che i governi dei vari paesi abbiano già prenotato, presso le 3-4 aziende in grado di produrre il vaccino su larga scala, almeno 600 milioni di dosi, per un valore di circa 4,3 miliardi di dollari. Nei giorni scorsi, si è aggiunta la Francia, con un ordine per 94 milioni di dosi e un assegno da 1 miliardo di euro. J. P. Morgan stima che, alla fine, ai 600 milioni di dosi già prenotate se ne sommeranno altri 350 milioni, per un’ulteriore fattura di oltre 2 miliardi e mezzo di dollari. A spartirsi questo imponente business dell’influenza suina è un ristretto gruppo di giganti dell’industria farmaceutica: GlaxoSmithKline, Sanofi Aventis, Novartis, Astra Zeneca. Accanto ai vaccini antinfluenza ci sono, però, anche le medicine per chi, l’influenza, l’ha già presa. Anche qui, è Big Pharma a dominare il mercato. Il Tamiflu è della Roche, il Relenza ancora di GlaxoSmithKline. Secondo J. P. Morgan, Tamiflu e Relenza porteranno, rispettivamente a Roche e Glaxo vendite per 1,8 miliardi di dollari nei paesi ricchi, più 1,2 miliardi di dollari nei paesi in via di sviluppo. Complessivamente, altri 3 miliardi di dollari. Fra vaccini e medicine, il rischio pandemia vale, per Big Pharma, circa 10 miliardi di dollari“. Tutto a posto, tutto a posto. Rimane solo un piccolo, trascurabile dettaglio: ci vogliono all’incirca da quattro a sei mesi, finora, per produrre il vaccino. A meno che non si utilizzi una procedura più rapida, l’ordine del ministro Sacconi rischia di essere arrivato fuori tempo massimo per rispettare la scadenza di gennaio prossimo, visto che siamo in luglio. Insomma, se anche alla fine tutto questo non fosse un enorme bluff – come pareva adombrare non Beppe Grillo stavolta, ma nientepopodimenoché Maurizio Gasparri – saremmo riusciti ad arrivare in ritardo persino sull’emergenza. Il colmo, per un ministro con la moglie che lavora in Farmindustria.
Nella foto :Ecco dove si compra l’oro. All’aereoporto di Francoforte
Di Fabio Gallazzi
Eqqueqqa! Diceva Pappagone. Spaventati dai possibili rifugi della gente comune nel metallo giallo i nostri dittatori si inventano la tassa sull’oro. Vogliono evitare che qualche società siamo spinta a tesaurizzare.
ROMA, 26 giugno (Reuters) - L'articolo 14 del decreto fiscale all'esame del consiglio dei ministri prevede una imposta sostitutiva del 6% sulle plusvalenze su oro e metalli preziosi realizzate da società ed enti. La nuova imposta non si applica alle riserve conferite in adempimento di obblighi derivanti dall'appartenenza alle Comunità europee, dunque la Banca d'Italia. "Le plusvalenze derivanti alle persone giuridiche soggetti passivi dell'imposta sul reddito delle società dalla valorizzazione ai corsi di fine esercizio delle disponibilità in metalli preziosi per uso non industriale sono assoggettate a tassazione separatamente dall'imponibile complessivo mediante applicazione di un'imposta sostitutiva delle imposte sui redditi e relative addizionali nonché dell'imposta regionale sulle attività produttive, con l'aliquota del 6%", dice il testo dell'articolo.
Le ombre sinistre di Mordor avanzano. Probabilmente i Gestori del Truffone sanno che tra poco si riscatena l’inferno bancario per default su derivati. Anzi peggio che default: non capiranno più cosa diavolo hanno combinato, l’assoluto caos di bilancio.
Nella foto :Ecco dove si compra l’oro. All’aereoporto di Francoforte
Di Fabio Gallazzi
Eqqueqqa! Diceva Pappagone. Spaventati dai possibili rifugi della gente comune nel metallo giallo i nostri dittatori si inventano la tassa sull’oro. Vogliono evitare che qualche società siamo spinta a tesaurizzare.
ROMA, 26 giugno (Reuters) - L'articolo 14 del decreto fiscale all'esame del consiglio dei ministri prevede una imposta sostitutiva del 6% sulle plusvalenze su oro e metalli preziosi realizzate da società ed enti. La nuova imposta non si applica alle riserve conferite in adempimento di obblighi derivanti dall'appartenenza alle Comunità europee, dunque la Banca d'Italia. "Le plusvalenze derivanti alle persone giuridiche soggetti passivi dell'imposta sul reddito delle società dalla valorizzazione ai corsi di fine esercizio delle disponibilità in metalli preziosi per uso non industriale sono assoggettate a tassazione separatamente dall'imponibile complessivo mediante applicazione di un'imposta sostitutiva delle imposte sui redditi e relative addizionali nonché dell'imposta regionale sulle attività produttive, con l'aliquota del 6%", dice il testo dell'articolo.
Le ombre sinistre di Mordor avanzano. Probabilmente i Gestori del Truffone sanno che tra poco si riscatena l’inferno bancario per default su derivati. Anzi peggio che default: non capiranno più cosa diavolo hanno combinato, l’assoluto caos di bilancio.
Panebianco addebita l’attuale crisi dell’unità italiana non tanto alla Lega, che ne sarebbe un effetto, quanto ad “una (sciagurata) pedagogia negativa sul Risorgimento e l’Unità d’Italia: per rinfrescarsi la memoria converrebbe riprendere in mano qualcuno fra i tanti manuali di storia patria circolanti nella scuola pubblica, soprattutto a partire dagli anni Settanta”. L’affermazione è priva di riscontro: la scuola italiana ed i suoi manuali hanno ripetuto come una giaculatoria i meriti “progressisti” del Risorgimento, ignorando completamente la realtà dei fatti. Mettendo fra parentesi il dramma risorgimentale che ha costretto all’emigrazione intere generazioni di italiani, ed omettendo di raccontare come l’unità italiana sia stata realizzata a spese della chiesa (cioè di tutta la popolazione che andava rifatta a modello delle convinzioni liberal-massoniche, a partire dall’incisivo motto: l’Italia è fatta, bisogna fare gli italiani) e del meridione.
A spese della chiesa e del meridione: ci avviciniamo al secondo articolo, quello dell’omissione.
“Il debito? Nasce con l’unità d’Italia”: questo il titolo cubitale de Il Sole 24 ore.
Dino Pesole cita il ministro delle finanze Bastogi che nel 1861 decide di “incorporare tutti i debiti dei sette ex Stati confluiti nella nuova entità territoriale”. Pesole dimentica di specificare come il bilancio del Regno delle Due Sicilie fosse in attivo mentre quello del Regno di Sardegna in profondo rosso.
Tanto rosso che da più parti si paventava la possibilità di finire in bancarotta ove non fosse stato possibile attingere ai bilanci in ordine dei vari stati della penisola.
Panebianco addebita l’attuale crisi dell’unità italiana non tanto alla Lega, che ne sarebbe un effetto, quanto ad “una (sciagurata) pedagogia negativa sul Risorgimento e l’Unità d’Italia: per rinfrescarsi la memoria converrebbe riprendere in mano qualcuno fra i tanti manuali di storia patria circolanti nella scuola pubblica, soprattutto a partire dagli anni Settanta”. L’affermazione è priva di riscontro: la scuola italiana ed i suoi manuali hanno ripetuto come una giaculatoria i meriti “progressisti” del Risorgimento, ignorando completamente la realtà dei fatti. Mettendo fra parentesi il dramma risorgimentale che ha costretto all’emigrazione intere generazioni di italiani, ed omettendo di raccontare come l’unità italiana sia stata realizzata a spese della chiesa (cioè di tutta la popolazione che andava rifatta a modello delle convinzioni liberal-massoniche, a partire dall’incisivo motto: l’Italia è fatta, bisogna fare gli italiani) e del meridione.
A spese della chiesa e del meridione: ci avviciniamo al secondo articolo, quello dell’omissione.
“Il debito? Nasce con l’unità d’Italia”: questo il titolo cubitale de Il Sole 24 ore.
Dino Pesole cita il ministro delle finanze Bastogi che nel 1861 decide di “incorporare tutti i debiti dei sette ex Stati confluiti nella nuova entità territoriale”. Pesole dimentica di specificare come il bilancio del Regno delle Due Sicilie fosse in attivo mentre quello del Regno di Sardegna in profondo rosso.
Tanto rosso che da più parti si paventava la possibilità di finire in bancarotta ove non fosse stato possibile attingere ai bilanci in ordine dei vari stati della penisola.
Rita Atria (Partanna, 4 settembre 1974 Roma, 26 luglio 1992) è stata una testimone di giustizia italiana. Rita nasce in una famiglia mafiosa, raccoglie le più intime confidenze sugli affari e sulle dinamiche mafiose a Partanna. A soli 17 anni, nel novembre 1991, decide di seguire le orme della cognata Piera, cercando, nella magistratura, giustizia per quegli omicidi. Il primo a raccogliere le sue rivelazioni fu Paolo Borsellino al quale ella si legò come ad un padre. Le deposizioni di Rita e di Piera, unitamente ad altre deposizioni hanno permesso di arrestare diversi mafiosi e di avviare un'indagine sul politico Vincenzino Culicchia per trent'anni sindaco di Partanna. Dopo una settimana dalla bomba di via d'Amelio, si uccise a Roma dove viveva in segretezza. Fonte: Rai
Rita Atria (Partanna, 4 settembre 1974 Roma, 26 luglio 1992) è stata una testimone di giustizia italiana. Rita nasce in una famiglia mafiosa, raccoglie le più intime confidenze sugli affari e sulle dinamiche mafiose a Partanna. A soli 17 anni, nel novembre 1991, decide di seguire le orme della cognata Piera, cercando, nella magistratura, giustizia per quegli omicidi. Il primo a raccogliere le sue rivelazioni fu Paolo Borsellino al quale ella si legò come ad un padre. Le deposizioni di Rita e di Piera, unitamente ad altre deposizioni hanno permesso di arrestare diversi mafiosi e di avviare un'indagine sul politico Vincenzino Culicchia per trent'anni sindaco di Partanna. Dopo una settimana dalla bomba di via d'Amelio, si uccise a Roma dove viveva in segretezza. Fonte: Rai
Negli anni ’70 ebbe inizio a Bergamo una curiosa polemica tra la sinistra bergamasca e il partito Liberale circa l’entità del "volontariato" dei Garibaldini bergamaschi. Il tutto cominciò dall’affermazione, da parte di un fervente sessantottino, che il conte Camozzi di Ranica, durante l’arruolamento dei volontari per la spedizione in Sicilia (1859) aveva imposto alle famiglie dei suoi mezzadri (inutile dire numerose date le proprietà terriere di questa famiglia) di mandare i figli in età di leva alla spedizione. In caso contrario li avrebbe cacciati dalle sue terre. Immaginiamo con quali drammatiche conseguenze, dato il periodo particolarmente infelice.
La polemica, inevitabile, divampò e infiammò l’animo dei nazionalisti che la alimentarono per lungo tempo con lettere, risposte e controrisposte sulla stampa locale. Emerse soprattutto una cosa: che la sinistra negava nel mondo più assoluto il senso di "stato italiano" e che non soltanto appoggiava le tesi del meridionalismo, ma le estendeva ad altre zone non meridionali ma parimenti "italianizzate" con la forza, e soltanto a favore delle classi nobili o borghesi che avevano fiutato l’affare attaccandosi al carretto dei Savoia. Si parlò in quel periodo anche del numero dei volontari orobici (intorno a trecento e non mille) e soprattutto delle loro origini: oltre ai figli dei mezzadri "spontaneamente" indotti ad arruolarsi vi erano sì degli idealisti, ma pochi in confronto agli avventurieri e ai delinquenti attratti più dal diritto di saccheggio promesso e concesso da Garibaldi, che dagli ideali romantici dell’unità nazionale. A parte l’amico che diede fuoco alle polveri, oggi purtroppo scomparso, mi chiedo dove siano finiti gli altri paladini della "crociata anti-italiana e anti-Savoia" di quel periodo nemmeno troppo lontano. Forse oggi si vergognano o dimenticano di aver portato sulla stampa quanto i discendenti dei mezzadri ancora avevano nel patrimonio storico orale delle loro famiglie e che ancora raccontavano nelle serate d’inverno ricordando ai nipoti quanto fosse dura la vita del mezzadro e quali soprusi era costretto ad accettare per garantire alla famiglia la polenta quotidiana.
Forse oggi la cosa non è più di loro gradimento, visto che un conto è disquisire a livello di salotto culturale, e un altro è fare sul serio: per loro è meglio il mondialismo, guai a parlare di piccole patrie, di genocidio e di sradicamento culturale. Si sono resi conto che per loro è meglio stare sul carretto dell’Italia nazionale, anche a costo di rinnegare quanto nei decenni passati hanno detto o fatto (nel ’68 non era di moda bruciare il tricolore davanti ai commissariati di polizia?). Memoria corta, spocchia marxista, o "capacità di galleggiamento"?
Negli anni ’70 ebbe inizio a Bergamo una curiosa polemica tra la sinistra bergamasca e il partito Liberale circa l’entità del "volontariato" dei Garibaldini bergamaschi. Il tutto cominciò dall’affermazione, da parte di un fervente sessantottino, che il conte Camozzi di Ranica, durante l’arruolamento dei volontari per la spedizione in Sicilia (1859) aveva imposto alle famiglie dei suoi mezzadri (inutile dire numerose date le proprietà terriere di questa famiglia) di mandare i figli in età di leva alla spedizione. In caso contrario li avrebbe cacciati dalle sue terre. Immaginiamo con quali drammatiche conseguenze, dato il periodo particolarmente infelice.
La polemica, inevitabile, divampò e infiammò l’animo dei nazionalisti che la alimentarono per lungo tempo con lettere, risposte e controrisposte sulla stampa locale. Emerse soprattutto una cosa: che la sinistra negava nel mondo più assoluto il senso di "stato italiano" e che non soltanto appoggiava le tesi del meridionalismo, ma le estendeva ad altre zone non meridionali ma parimenti "italianizzate" con la forza, e soltanto a favore delle classi nobili o borghesi che avevano fiutato l’affare attaccandosi al carretto dei Savoia. Si parlò in quel periodo anche del numero dei volontari orobici (intorno a trecento e non mille) e soprattutto delle loro origini: oltre ai figli dei mezzadri "spontaneamente" indotti ad arruolarsi vi erano sì degli idealisti, ma pochi in confronto agli avventurieri e ai delinquenti attratti più dal diritto di saccheggio promesso e concesso da Garibaldi, che dagli ideali romantici dell’unità nazionale. A parte l’amico che diede fuoco alle polveri, oggi purtroppo scomparso, mi chiedo dove siano finiti gli altri paladini della "crociata anti-italiana e anti-Savoia" di quel periodo nemmeno troppo lontano. Forse oggi si vergognano o dimenticano di aver portato sulla stampa quanto i discendenti dei mezzadri ancora avevano nel patrimonio storico orale delle loro famiglie e che ancora raccontavano nelle serate d’inverno ricordando ai nipoti quanto fosse dura la vita del mezzadro e quali soprusi era costretto ad accettare per garantire alla famiglia la polenta quotidiana.
Forse oggi la cosa non è più di loro gradimento, visto che un conto è disquisire a livello di salotto culturale, e un altro è fare sul serio: per loro è meglio il mondialismo, guai a parlare di piccole patrie, di genocidio e di sradicamento culturale. Si sono resi conto che per loro è meglio stare sul carretto dell’Italia nazionale, anche a costo di rinnegare quanto nei decenni passati hanno detto o fatto (nel ’68 non era di moda bruciare il tricolore davanti ai commissariati di polizia?). Memoria corta, spocchia marxista, o "capacità di galleggiamento"?
Senatore Fazzone, il prefetto di Latina ha svolto un lavoro encomiabile, ha fatto "il Prefetto" di questa repubblica ormai alla frutta.
Frattasi lo abbiamo visto all'opera a Gaeta, è un uomo dello Stato, è un uomo a cui stanno a cuore le istituzioni repubblicane, è un uomo che si è sempre battuto contro le malversazioni criminali. Lo dimostra il suo curriculum vitae, il suo agire.
Fondi, come tutto il sud pontino, è colpito da una piaga, da quello che si può definire il cancro del Sud e non devono essere i prefetti a debellare tali forme di malavita organizzata, ma gli amministratori locali, i quali dovrebbero collaborare con le autorità preposte. Carabinieri,finanza,polizia di stato,prefettura. A Gaeta abbiamo acquisito alle proprietà comunali ben 25 mila metri quadri di terreni ex famiglia Magliulo, abbiamo partecipato ad un bando regionale per il recupero di un manufatto insistente su uno di quei terreni, la Regione Lazio ha assegnato al comune di Gaeta ben 100 mila euro per la riattazione di tale manufatto, a che possa essere usufruito da anziani, da associazioni sociali.
Un consigliere di Forza Italia, Il sig. Riccardo Izzi, si rivolge ai carabinieri e racconta che è sotto pressione mafiosa e che ha preso voti da tale organizzazione. Il dott. Frattasi, visto il pericolo di maggiori infiltrazioni, insedia una commissione di accesso che accerta ciò che Riccardo Izzi sosteneva e cioè, che l'amministrazione comunale di Fondi è collusa con una famiglia mafiosa ritenuta la cassaforte dell'usura del basso Lazio.
Il prefetto Frattasi ha fatto solo il suo dovere, forse si sente isolato dal Partito di cui fa parte il Sen Fazzone, ma le forze politiche sane gli sono vicine.
Noi diciamo, avanti Sig. Prefetto, la piaga che ha infettato il Mezzogiorni d'Italia da 150 anni, con gente come Lei, sarebbe estirpata in poco tempo. Ma vi sono collusioni politiche.
Dott. Frattasi, i senatori di questa repubblica dovrebbero ringraziarla ed invece, qualcuno di essi, vorrebbe affossare il suo lavoro e quello di un ministro, il ministro degli interni appunto, che ha inviato altri tre prefetti nella città di Fondi che avrebbero accertato cose ancora più gravi.
Noi del Partito del Sud non comprendiamo come un governo, che noi riteniamo nordista, faccia decreti sulla sicurezza, legalizzi le ronde contro la criminalità imperante anzichè rinforzare le forze di polizia, poi non decide sul caso Fondi.
O il governo è colluso con la Mafia, o il governo è inetto di fronte a tali fatti gravi.
Sig. Berlusconi, i governi liberali hanno ridotto il Sud ad una larva, lo hanno massacrato, lo hanno devastato, hanno fatto emigrare 30 milioni di meridionali dal 13 febbraio del 1861, giorno in cui è nata la questione meridionale, hanno massacrato un milione di contadini nella guerra chiamata di "Lotta di repressione del Brigantaggio. Era solo una guerra civile, una guerra a difesa del Sud contro i veri briganti venuti dal Nord a depredare i nostri beni.
Quella guerra civile fu vinta dal Piemonte perchè già da allora colluso con la camorra, con i picciotti in Sicilia a salvaguardare gli interessi dei latifondisti dell'Isola e i vari Tore 'e Criscenzo i, senza l'aiuto del quale, Garibaldi non sarebbe mai entrato in Napoli.
Il Sud è in ebollizione, è stanco di governi forti con i deboli e debole con i forti, è stanco di subire vessazioni, è stanco di emigrare, ogni anno dal sud emigrano 150 mila giovani;è stanco di vedere senatori della repubblica che si scagliano contro i prefetti che fanno il loro dovere, il Sud è stanco. Il sud sta ribellandosi.
Nelle ultime elezioni privinciali destra e sinistra han perso sette milioni di voti, avanzano le liste civiche e dove avete vinto lo avete fatto con l'aiuto di esse. In provincia di Latina ha vinto il popolo delle libertà? Non è vero, alla lista governativa si sono affincate altre sette liste civiche e dove, queste ultime si sono presentate da sole, hanno vinto. Gaeta è stato il laboratotio di tale malessere due anni fa, due liste civiche, tra le quali quella di riferimento al Partito del Sud, oggi governano la città che non ne poteva più di avere per governanti gente che aveva fatto della cosa pubblica, cosa privata di interessi interconnessi con le loro attività di amministratori, prova ne sono le recenti sentenze della magistratura che hanno condannato un ex sindaco, assessori e un dirigente del nostro comune.
Alle provinciali, ad Aprilia, la seconda città della provincia, hanno vinto cinque liste civiche contro destra e sinistra.
Il Sud si sta aprendo, e a niente serviranno i falsi partiti del Sud escogitati dalla mente di Dell'Utri,che ormai parla milanese.
Fazzone è un ex poliziotto, e già per questo, come saputo di quelle infiltrazioni, di quei fatti, appena saputo che un suo consigliere comunale era stato minacciato dalla mafia, avrebbe dovuto intervenire presso il governo con una interrogazione e tutelare la vita di Riccardo Izzi.
Fazzone, da senatore, avrebbe dovuto ringraziare il prefetto Bruno Frattasi per l'opera svolta a favore delle istituzioni. Fazzone pensa che la Mafia a Fondi sia una favola? Fazzone non crede al lavoro svolto dalla commisisone di accesso e dal ministro Maroni? allora facesse dimettere il Sindaco Parisella e si presentasse vergine e casto di fronte agli elettori, non aspetti che il governo affossi le sue insistenze, che di sicuro ci sono state a livello alto. Ne va il nome di una città operosa ed industriosa, i cui abitanti stanno subendo estorsioni, macchine bruciate, aziende bruciate.
Noi siamo con il Prefetto Frattasi e riteniamo la sua azione degna di un uomo del sud. In passato abbiamo assistito all'isolamento di magistrati, di giudici, di carabinieri e poliziotti, di sindacalisti, di intellettuali. Tutti finiti sotto il tiro della mafia. Falcone e Borsellino hanno pagato con la vita, e così poliziotti, sindacalisti, contadini. Perchè lo Stato non li ha tutelati. Sig. Berlusconi, ci tuteli il Prefetto di Latina, sciolga il comune di Fondi. Senatore Fazzone, sta sbagliando tutto, si dimetta.
Antonio Ciano, segretario nazionale del Partito del Sud -
Senatore Fazzone, il prefetto di Latina ha svolto un lavoro encomiabile, ha fatto "il Prefetto" di questa repubblica ormai alla frutta.
Frattasi lo abbiamo visto all'opera a Gaeta, è un uomo dello Stato, è un uomo a cui stanno a cuore le istituzioni repubblicane, è un uomo che si è sempre battuto contro le malversazioni criminali. Lo dimostra il suo curriculum vitae, il suo agire.
Fondi, come tutto il sud pontino, è colpito da una piaga, da quello che si può definire il cancro del Sud e non devono essere i prefetti a debellare tali forme di malavita organizzata, ma gli amministratori locali, i quali dovrebbero collaborare con le autorità preposte. Carabinieri,finanza,polizia di stato,prefettura. A Gaeta abbiamo acquisito alle proprietà comunali ben 25 mila metri quadri di terreni ex famiglia Magliulo, abbiamo partecipato ad un bando regionale per il recupero di un manufatto insistente su uno di quei terreni, la Regione Lazio ha assegnato al comune di Gaeta ben 100 mila euro per la riattazione di tale manufatto, a che possa essere usufruito da anziani, da associazioni sociali.
Un consigliere di Forza Italia, Il sig. Riccardo Izzi, si rivolge ai carabinieri e racconta che è sotto pressione mafiosa e che ha preso voti da tale organizzazione. Il dott. Frattasi, visto il pericolo di maggiori infiltrazioni, insedia una commissione di accesso che accerta ciò che Riccardo Izzi sosteneva e cioè, che l'amministrazione comunale di Fondi è collusa con una famiglia mafiosa ritenuta la cassaforte dell'usura del basso Lazio.
Il prefetto Frattasi ha fatto solo il suo dovere, forse si sente isolato dal Partito di cui fa parte il Sen Fazzone, ma le forze politiche sane gli sono vicine.
Noi diciamo, avanti Sig. Prefetto, la piaga che ha infettato il Mezzogiorni d'Italia da 150 anni, con gente come Lei, sarebbe estirpata in poco tempo. Ma vi sono collusioni politiche.
Dott. Frattasi, i senatori di questa repubblica dovrebbero ringraziarla ed invece, qualcuno di essi, vorrebbe affossare il suo lavoro e quello di un ministro, il ministro degli interni appunto, che ha inviato altri tre prefetti nella città di Fondi che avrebbero accertato cose ancora più gravi.
Noi del Partito del Sud non comprendiamo come un governo, che noi riteniamo nordista, faccia decreti sulla sicurezza, legalizzi le ronde contro la criminalità imperante anzichè rinforzare le forze di polizia, poi non decide sul caso Fondi.
O il governo è colluso con la Mafia, o il governo è inetto di fronte a tali fatti gravi.
Sig. Berlusconi, i governi liberali hanno ridotto il Sud ad una larva, lo hanno massacrato, lo hanno devastato, hanno fatto emigrare 30 milioni di meridionali dal 13 febbraio del 1861, giorno in cui è nata la questione meridionale, hanno massacrato un milione di contadini nella guerra chiamata di "Lotta di repressione del Brigantaggio. Era solo una guerra civile, una guerra a difesa del Sud contro i veri briganti venuti dal Nord a depredare i nostri beni.
Quella guerra civile fu vinta dal Piemonte perchè già da allora colluso con la camorra, con i picciotti in Sicilia a salvaguardare gli interessi dei latifondisti dell'Isola e i vari Tore 'e Criscenzo i, senza l'aiuto del quale, Garibaldi non sarebbe mai entrato in Napoli.
Il Sud è in ebollizione, è stanco di governi forti con i deboli e debole con i forti, è stanco di subire vessazioni, è stanco di emigrare, ogni anno dal sud emigrano 150 mila giovani;è stanco di vedere senatori della repubblica che si scagliano contro i prefetti che fanno il loro dovere, il Sud è stanco. Il sud sta ribellandosi.
Nelle ultime elezioni privinciali destra e sinistra han perso sette milioni di voti, avanzano le liste civiche e dove avete vinto lo avete fatto con l'aiuto di esse. In provincia di Latina ha vinto il popolo delle libertà? Non è vero, alla lista governativa si sono affincate altre sette liste civiche e dove, queste ultime si sono presentate da sole, hanno vinto. Gaeta è stato il laboratotio di tale malessere due anni fa, due liste civiche, tra le quali quella di riferimento al Partito del Sud, oggi governano la città che non ne poteva più di avere per governanti gente che aveva fatto della cosa pubblica, cosa privata di interessi interconnessi con le loro attività di amministratori, prova ne sono le recenti sentenze della magistratura che hanno condannato un ex sindaco, assessori e un dirigente del nostro comune.
Alle provinciali, ad Aprilia, la seconda città della provincia, hanno vinto cinque liste civiche contro destra e sinistra.
Il Sud si sta aprendo, e a niente serviranno i falsi partiti del Sud escogitati dalla mente di Dell'Utri,che ormai parla milanese.
Fazzone è un ex poliziotto, e già per questo, come saputo di quelle infiltrazioni, di quei fatti, appena saputo che un suo consigliere comunale era stato minacciato dalla mafia, avrebbe dovuto intervenire presso il governo con una interrogazione e tutelare la vita di Riccardo Izzi.
Fazzone, da senatore, avrebbe dovuto ringraziare il prefetto Bruno Frattasi per l'opera svolta a favore delle istituzioni. Fazzone pensa che la Mafia a Fondi sia una favola? Fazzone non crede al lavoro svolto dalla commisisone di accesso e dal ministro Maroni? allora facesse dimettere il Sindaco Parisella e si presentasse vergine e casto di fronte agli elettori, non aspetti che il governo affossi le sue insistenze, che di sicuro ci sono state a livello alto. Ne va il nome di una città operosa ed industriosa, i cui abitanti stanno subendo estorsioni, macchine bruciate, aziende bruciate.
Noi siamo con il Prefetto Frattasi e riteniamo la sua azione degna di un uomo del sud. In passato abbiamo assistito all'isolamento di magistrati, di giudici, di carabinieri e poliziotti, di sindacalisti, di intellettuali. Tutti finiti sotto il tiro della mafia. Falcone e Borsellino hanno pagato con la vita, e così poliziotti, sindacalisti, contadini. Perchè lo Stato non li ha tutelati. Sig. Berlusconi, ci tuteli il Prefetto di Latina, sciolga il comune di Fondi. Senatore Fazzone, sta sbagliando tutto, si dimetta.
Antonio Ciano, segretario nazionale del Partito del Sud -
E' inutile far finta di non sapere che anche le ultimissime nomine Rai stavano nelle discussioni di Palazzo Grazioli. Quello che sta accadendo è il prendere forma, in modi sempre più evidenti, di un polo Raiset nel quale l'elemento dominante è costituito dalle proprietà del premier. Non basta più essere ottimi professionisti di destra per entrare nella rosa dei candidati alle direzioni; quello che serve ora è godere della fiducia dei pasdaran della parte più estrema del partito del conflitto di interessi, a tal punto che non pochi esponenti del centro destra, e non di secondo piano, nei corridoi della Camera parlavano e parlano, a mezzabocca, delle nomine Rai come di un completo trionfo del partito Mediaset. A tal punto che donne e uomini dichiaramente di destra, lontanissimi da questa associaizone, e con la quale abbiamo avuto perfino fieri contrasti nelle aule dei tribunali, sono stati letteralmente cancellati perchè ritenuti poco affidabili, non tanto dal punto di vista politico, ma da quello degli interessi dell'azienda concorrente. Quello che è accaduto va letto contestulamente alla nomina della piattaforma unica con l'obiettivo di attrarre strutturalmente la Rai nell'orbita di Mediaset in una guerra contro Sky divenuto elemento ostile perchè danneggia il patrimonio del Presidente in carica. A noi non stanno simpatici nè Berlusconi nè Murdoch e quelli che si definiscono "liberali" non possono stare a guardare quando si profilano nuove pericolose forme di concentrazione. Vale per Rupert e per Silvio. Vale per la Rai e per Tronchetti Provera. Per il futuro sarà bene non cadere nella trappola di fermarsi a difendere solo e soltanto le "isole" di Raitre e del Tg3 perchè questi signori useranno il lanciafiamme per azzerare non solo Raitre e il Tg3 ma anche l'esperienza di Rainews24, Rai International e anche le ultime diversità sopravvissute nelle altre reti e testate; ma soprattutto punteranno a mettere le mani in maniera definitiva sui new media, sulla Sipra, sul marketing strategico, sulla fiction e sul cinema, affinchè tutti i centri di comando e di spesa siano unificati in pochissime mani. Non si illudano le opposizioni. In questo quadro ci potrà essere anche qualcuno che vota centro sinistra ma sempre e solo se sarà un esponente gradito al premier editore. In ogni caso tutto ciò che sta avvenendo ricorda singolarmente un certo Piano di Rinascita Democratica che si poneva come obiettivo la dissoluzione della Rai e la realizzazione di un'unica centralizzata agenzia dell'informazione. Sarà una casualità ma a quella prospettiva ci siamo sempre più vicini. E proprio perchè Articolo21 rispetta le Autorità istituzionali ci permettiamo di segnalare con grande rispetto e passione civile che nel settore della comunicazione stiamo assistendo ad un progressivo svuotamento dei principi contenuti nell'articolo21 della Costituzione e la conseguente trasformazione della nostra repubblica da quella parlamentare a quella presidenziale a reti unificate. E' questo il vero problema, altro che le nomine. In discussione c'è qualcosa di un pò più delicato che il profilo biografico di qualche direttore o vicedirettore. Per queste ragioni Articolo21 chiederà a tutte forze politiche di mettere in cantiere per il mese di settembre una grande manifestazione unitaria in sede internazionale e nazionale e una grande campagna contro ogni forma di bavagli, bavaglini, grembiulini...
E' inutile far finta di non sapere che anche le ultimissime nomine Rai stavano nelle discussioni di Palazzo Grazioli. Quello che sta accadendo è il prendere forma, in modi sempre più evidenti, di un polo Raiset nel quale l'elemento dominante è costituito dalle proprietà del premier. Non basta più essere ottimi professionisti di destra per entrare nella rosa dei candidati alle direzioni; quello che serve ora è godere della fiducia dei pasdaran della parte più estrema del partito del conflitto di interessi, a tal punto che non pochi esponenti del centro destra, e non di secondo piano, nei corridoi della Camera parlavano e parlano, a mezzabocca, delle nomine Rai come di un completo trionfo del partito Mediaset. A tal punto che donne e uomini dichiaramente di destra, lontanissimi da questa associaizone, e con la quale abbiamo avuto perfino fieri contrasti nelle aule dei tribunali, sono stati letteralmente cancellati perchè ritenuti poco affidabili, non tanto dal punto di vista politico, ma da quello degli interessi dell'azienda concorrente. Quello che è accaduto va letto contestulamente alla nomina della piattaforma unica con l'obiettivo di attrarre strutturalmente la Rai nell'orbita di Mediaset in una guerra contro Sky divenuto elemento ostile perchè danneggia il patrimonio del Presidente in carica. A noi non stanno simpatici nè Berlusconi nè Murdoch e quelli che si definiscono "liberali" non possono stare a guardare quando si profilano nuove pericolose forme di concentrazione. Vale per Rupert e per Silvio. Vale per la Rai e per Tronchetti Provera. Per il futuro sarà bene non cadere nella trappola di fermarsi a difendere solo e soltanto le "isole" di Raitre e del Tg3 perchè questi signori useranno il lanciafiamme per azzerare non solo Raitre e il Tg3 ma anche l'esperienza di Rainews24, Rai International e anche le ultime diversità sopravvissute nelle altre reti e testate; ma soprattutto punteranno a mettere le mani in maniera definitiva sui new media, sulla Sipra, sul marketing strategico, sulla fiction e sul cinema, affinchè tutti i centri di comando e di spesa siano unificati in pochissime mani. Non si illudano le opposizioni. In questo quadro ci potrà essere anche qualcuno che vota centro sinistra ma sempre e solo se sarà un esponente gradito al premier editore. In ogni caso tutto ciò che sta avvenendo ricorda singolarmente un certo Piano di Rinascita Democratica che si poneva come obiettivo la dissoluzione della Rai e la realizzazione di un'unica centralizzata agenzia dell'informazione. Sarà una casualità ma a quella prospettiva ci siamo sempre più vicini. E proprio perchè Articolo21 rispetta le Autorità istituzionali ci permettiamo di segnalare con grande rispetto e passione civile che nel settore della comunicazione stiamo assistendo ad un progressivo svuotamento dei principi contenuti nell'articolo21 della Costituzione e la conseguente trasformazione della nostra repubblica da quella parlamentare a quella presidenziale a reti unificate. E' questo il vero problema, altro che le nomine. In discussione c'è qualcosa di un pò più delicato che il profilo biografico di qualche direttore o vicedirettore. Per queste ragioni Articolo21 chiederà a tutte forze politiche di mettere in cantiere per il mese di settembre una grande manifestazione unitaria in sede internazionale e nazionale e una grande campagna contro ogni forma di bavagli, bavaglini, grembiulini...
Da http://www.arcoiris.tv/ : Paolo Barnard, co-fondatore di Report, ora giornalista di Rai Educational, partendo dal suo ultimo libro "Perché ci odiano" (ed. BUR) tenta di mostrarci il fenomeno del terrorismo internazionale valutandolo da diversi punti di vista. Il suo sguardo non vuole fermarsi al "chi terrorizza chi" in quanto tendente alla distorsione e alla mala interpretazione di un fenomeno tanto complesso, ma ci propone una valutazione a ritroso nel tempo facilmente identificabile nella storia presente della politica estera occidentale. Le sue considerazioni, supportate da attenta e scrupolosa indagine storico-politica, ci portano a comprendere quanto il sistema sociale occidentale sia stato capace di indurre odio per via di innumerevoli azioni di violenza perpetrate a popoli inermi in virtù della compulsiva ricerca del potere a tutti i costi. Nessuna giustificazione alla violenza, ma l'induzione alla comprensione del fenomeno quale strumento se non risolutivo, almeno atto ad avviare quel dialogo globale scevro di pregiudizi che unico potrebbe lenire il fenomeno in corso.
Da http://www.arcoiris.tv/ : Paolo Barnard, co-fondatore di Report, ora giornalista di Rai Educational, partendo dal suo ultimo libro "Perché ci odiano" (ed. BUR) tenta di mostrarci il fenomeno del terrorismo internazionale valutandolo da diversi punti di vista. Il suo sguardo non vuole fermarsi al "chi terrorizza chi" in quanto tendente alla distorsione e alla mala interpretazione di un fenomeno tanto complesso, ma ci propone una valutazione a ritroso nel tempo facilmente identificabile nella storia presente della politica estera occidentale. Le sue considerazioni, supportate da attenta e scrupolosa indagine storico-politica, ci portano a comprendere quanto il sistema sociale occidentale sia stato capace di indurre odio per via di innumerevoli azioni di violenza perpetrate a popoli inermi in virtù della compulsiva ricerca del potere a tutti i costi. Nessuna giustificazione alla violenza, ma l'induzione alla comprensione del fenomeno quale strumento se non risolutivo, almeno atto ad avviare quel dialogo globale scevro di pregiudizi che unico potrebbe lenire il fenomeno in corso.
Dal momento che siamo costretti a difenderci da politici corrotti e affaristi senza scrupoli, rimbocchiamoci le maniche e organizziamoci. La privatizzazione dell’acqua che sta avvenendo a livello mondiale provocherà, nei prossimi anni, milioni di morti per sete nei paesi più poveri. L’acqua è sacra in ogni paese, cultura e fede del mondo: l’uomo è fatto per il 65% di acqua, ed è questo che il governo italiano sta mettendo in vendita. L’acqua che sgorga dalla terra non è una merce, è un diritto fondamentale umano e nessuno può appropriarsene per trarne illecito profitto. L’acqua è l’oro azzurro per cui si combatteranno le prossime guerre. Guerre che saranno dirette dalle multinazionali alle quali oggi il governo, sta vendendo il 65% del nostro corpo.
Mentre nel bel paese i politici di centro destra ci distraggono con i gossip del leader, il centro sinistra è alle prese con le primarie per designare il nuovo segretario, escludendo dalla corsa forse l’uomo più rappresentativo, Beppe Grillo, l’Italia dei valori pubblicizza in modo negativo l’Italia all’estero e l’ UDC è frastornata dai corteggiamenti ludinghieri che riceve dal PdL e dal PD.
Il Governo va avanti con la sua finanziaria contraddittoria, mentre da un lato agevola coloro che hanno esportato capitali all’estero, dall’altra prevede arresti per coloro che sbagliano nel compilare i moduli per sanare e mettere in regola una badante, in più stabilisce che la governante o la badante, chi non ha un reddito superiore a 20mila euro l’anno, non se la può permettere . Ma questa è un altra storia.
In tutte queste contraddizioni troviamo anche “l’art.23 bis della legge 133/2008” che recita: tutti i servizi pubblici, devono da parte delle autorità pubbliche responsabili, essere messe a gara con bandi entro la fine del 2010. In parole povere le società private non solo potranno, ma dovranno avere il controllo dei beni pubblici acqua compresa.
Di questa decisione assurda e poco responsabile, i media complici del Governo e dell’opposizione, non hanno fatto menzione. Nascondere una prova così schiacciante delle sviste del Governo all’opinione pubblica, è gravissimo. Un argomento così delicato che interessa tutti i cittadini “ l’acqua è un bene primario di tutti”, nessuno può speculare sull’oro azzurro.
Per sottolineare la gravità del problema, ricordo i fatti accaduti ad Arezzo, Firenze e Latina in questa Provincia, la Veolia (multinazionale che gestisce l’acqua locale) ha deciso di aumentare le bollette del 300%. Ai consumatori che protestano, Veolia manda le sue squadre di vigilantes armati e carabinieri per staccare i contatori.
Con questa finanziaria, il governo ha sancito che in Italia l’acqua non sarà più un bene pubblico, ma una merce e dunque, sarà gestita dalle multinazionali (le stesse che già possiedono le acque minerali).
Nonostante ci sono tante associazioni che si interessano al problema e dal momento che siamo costretti a difenderci da politici corrotti e affaristi, rimbocchiamoci le maniche e organizziamoci proprio come sta accadendo a Torino, dove giovani, pensionati, liberi professionisti si sono riuniti costituendo un Comitato spontaneo per informare la cittadinanza del problema acqua e per quattro mesi hanno raccolto firme, come prevede il regolamento comunale.
Per presentare la delibera, bastavano 5mila firme, ne hanno raccolte 12mila, la deliberazione è stata presentata a Palazzo Civico per inserire nello statuto della Città il principio che: “ l’acqua è un bene comune e non è una merce” e che per tanto “il servizio idrico non dovrà avere scopo di lucro”. Spiega un componente del comitato Acqua Pubblica Torino, enunciando i punti fondamentali del documento. “La proprietà della rete di acquedotto e distribuzione sarà e resterà pubblica e inalienabile, la gestione dovrà essere attuata esclusivamente mediante enti o aziende interamente pubbliche e ad ogni cittadino sarà assicurato gratuitamente un quantitativo minimo vitale d’acqua al giorno”.
Con la finanziaria, il Governo vuole dare la possibilità agli amici di sempre “le multinazionali” di controllare i rubinetti degli italiani e stabilire quando bere, lavarci o cucinare, e farci pagare l’oro azzurro come il carburante, ci lascia l’arsura in bocca.
Dal momento che siamo costretti a difenderci da politici corrotti e affaristi senza scrupoli, rimbocchiamoci le maniche e organizziamoci. La privatizzazione dell’acqua che sta avvenendo a livello mondiale provocherà, nei prossimi anni, milioni di morti per sete nei paesi più poveri. L’acqua è sacra in ogni paese, cultura e fede del mondo: l’uomo è fatto per il 65% di acqua, ed è questo che il governo italiano sta mettendo in vendita. L’acqua che sgorga dalla terra non è una merce, è un diritto fondamentale umano e nessuno può appropriarsene per trarne illecito profitto. L’acqua è l’oro azzurro per cui si combatteranno le prossime guerre. Guerre che saranno dirette dalle multinazionali alle quali oggi il governo, sta vendendo il 65% del nostro corpo.
Mentre nel bel paese i politici di centro destra ci distraggono con i gossip del leader, il centro sinistra è alle prese con le primarie per designare il nuovo segretario, escludendo dalla corsa forse l’uomo più rappresentativo, Beppe Grillo, l’Italia dei valori pubblicizza in modo negativo l’Italia all’estero e l’ UDC è frastornata dai corteggiamenti ludinghieri che riceve dal PdL e dal PD.
Il Governo va avanti con la sua finanziaria contraddittoria, mentre da un lato agevola coloro che hanno esportato capitali all’estero, dall’altra prevede arresti per coloro che sbagliano nel compilare i moduli per sanare e mettere in regola una badante, in più stabilisce che la governante o la badante, chi non ha un reddito superiore a 20mila euro l’anno, non se la può permettere . Ma questa è un altra storia.
In tutte queste contraddizioni troviamo anche “l’art.23 bis della legge 133/2008” che recita: tutti i servizi pubblici, devono da parte delle autorità pubbliche responsabili, essere messe a gara con bandi entro la fine del 2010. In parole povere le società private non solo potranno, ma dovranno avere il controllo dei beni pubblici acqua compresa.
Di questa decisione assurda e poco responsabile, i media complici del Governo e dell’opposizione, non hanno fatto menzione. Nascondere una prova così schiacciante delle sviste del Governo all’opinione pubblica, è gravissimo. Un argomento così delicato che interessa tutti i cittadini “ l’acqua è un bene primario di tutti”, nessuno può speculare sull’oro azzurro.
Per sottolineare la gravità del problema, ricordo i fatti accaduti ad Arezzo, Firenze e Latina in questa Provincia, la Veolia (multinazionale che gestisce l’acqua locale) ha deciso di aumentare le bollette del 300%. Ai consumatori che protestano, Veolia manda le sue squadre di vigilantes armati e carabinieri per staccare i contatori.
Con questa finanziaria, il governo ha sancito che in Italia l’acqua non sarà più un bene pubblico, ma una merce e dunque, sarà gestita dalle multinazionali (le stesse che già possiedono le acque minerali).
Nonostante ci sono tante associazioni che si interessano al problema e dal momento che siamo costretti a difenderci da politici corrotti e affaristi, rimbocchiamoci le maniche e organizziamoci proprio come sta accadendo a Torino, dove giovani, pensionati, liberi professionisti si sono riuniti costituendo un Comitato spontaneo per informare la cittadinanza del problema acqua e per quattro mesi hanno raccolto firme, come prevede il regolamento comunale.
Per presentare la delibera, bastavano 5mila firme, ne hanno raccolte 12mila, la deliberazione è stata presentata a Palazzo Civico per inserire nello statuto della Città il principio che: “ l’acqua è un bene comune e non è una merce” e che per tanto “il servizio idrico non dovrà avere scopo di lucro”. Spiega un componente del comitato Acqua Pubblica Torino, enunciando i punti fondamentali del documento. “La proprietà della rete di acquedotto e distribuzione sarà e resterà pubblica e inalienabile, la gestione dovrà essere attuata esclusivamente mediante enti o aziende interamente pubbliche e ad ogni cittadino sarà assicurato gratuitamente un quantitativo minimo vitale d’acqua al giorno”.
Con la finanziaria, il Governo vuole dare la possibilità agli amici di sempre “le multinazionali” di controllare i rubinetti degli italiani e stabilire quando bere, lavarci o cucinare, e farci pagare l’oro azzurro come il carburante, ci lascia l’arsura in bocca.
Nel 2000 la Bechtel Corporation di San Francisco, con l'appoggio della Banca Mondiale che aveva promesso un prestito alla Bolivia, ottenne dal governo boliviano la privatizzazione di tutte le risorse idriche di Cochabamba, la terza città del paese. E' una storia che può avvenire anche da noi...anzi...stà già avvenendo! Tratto da The Corporation - Micheal Moore
Nel 2000 la Bechtel Corporation di San Francisco, con l'appoggio della Banca Mondiale che aveva promesso un prestito alla Bolivia, ottenne dal governo boliviano la privatizzazione di tutte le risorse idriche di Cochabamba, la terza città del paese. E' una storia che può avvenire anche da noi...anzi...stà già avvenendo! Tratto da The Corporation - Micheal Moore
Anche per il 2009 si rinnova il consueto appuntamento con gli amici duosiciliani che, dal lontano 1997 ( quando presenziò l'indimenticabile Roberto Selvaggi), si ripete in agosto e durante il quale dapprima si discutono temi cari alla Storia del Sud e quindi si gustano le prelibatezze della cucina meridionale.
(Nell'agriturismo è possibile il pernottamento prenotando allo 0803499326)
Anche per il 2009 si rinnova il consueto appuntamento con gli amici duosiciliani che, dal lontano 1997 ( quando presenziò l'indimenticabile Roberto Selvaggi), si ripete in agosto e durante il quale dapprima si discutono temi cari alla Storia del Sud e quindi si gustano le prelibatezze della cucina meridionale.
(Nell'agriturismo è possibile il pernottamento prenotando allo 0803499326)
Una nuova stagione nucleare è possibile? E i vecchi impianti, e le scorie? Nei piani del Governo entro il 2020 l’Italia dovrebbe essere in grado di produrre energia con centrali nucleari che copriranno almeno il 10% del fabbisogno del Paese. Il referendum del 1987, che decretò la rinuncia al nucleare e la moratoria temporanea alla costruzione di nuove centrali, segnò la fine delle strutture esistenti sul territorio. Nel 1999 si mise su un’apposita società statale, con tanto di costi pubblici, per gestire la chiusura del ciclo di vita degli impianti nucleari italiani. Si è parlato di “decommissioning”. Ma al di là dell’abuso delle lingue, cosa vuol dire questa parola? Decommissioning vuol dire smantellamento e decontaminazione delle strutture dell’impianto nucleare, al fine di restituire aree prive di vincoli radiologici per un futuro utilizzo. Ma a tutt’oggi si prevede il completamento dello smantellamento degli impianti e la decontaminazione stessa ultimabile entro il 2013. Per un costo complessivo ancora di circa 250 milioni di euro. Con annesse spese di gestione. Non è tutto. Terminato il decommissioning, il tempo necessario per il decadimento radioattivo dei rifiuti posti in sicurezza è di centomila anni. Nel frattempo i rifiuti, prodotti del passato esercizio delle centrali e quelli che si sprigionano dal decommissioning che fine fanno? Per il momento è previsto soltanto sulla carta una sorta di deposito nazionale in grado di accogliere con le dovute misure il materiale di risulta radioattivo. Viceversa se si uscisse dal misto di fatalismo e rassegnazione che ci fa accettare la centrale prima, il suo smantellamento dopo, per poi ritornare nuovamente alla centrale; potremmo affrontare una seria politica energetica, consapevoli che la più ampia messa in sicurezza è alta garanzia anche in termini di resa stessa. Nel casertano, la centrale nucleare del Garigliano, concepita negli anni ’50 con i lavori terminati nel ’63, vide la sua chiusura dopo numerosi guasti e incidenti nel 1978. Esempio di inefficienza. Stessa inefficienza che ci ha condotti nel volger di questo cinquantennio al valzer del nucleare si nucleare no. Le scorie stoccate al suo interno erano poi esposte al contatto delle acque del vicino fiume, quando questo andava in esondazione. L’ex centrale colabrodo è ancor oggi un cimitero radioattivo tra i più vecchi e pericolosi della penisola. Ad inibire malintenzionati solo una sbarra. Al danno degli anni scorsi, potrebbe aggiungersi la beffa odierna che vede prospettarsi lo spettro della pattumiera d’Italia di scorie radioattive. Il danno di queste centrali nucleari aperte e chiuse con inquietante disinvoltura, con la messa in sicurezza optional prezioso, è dunque duplice. Da un lato la salute, e dall’altro i conti pubblici. Sono già vent’anni che non produciamo più energia nucleare, eppure non solo non abbiamo saputo attuare un organico sistema di produzione parallelo, per quanto le centrali sono sempre lì ad invecchiare con il loro carico di combustibile irragiato, uranio e plutonio e migliaia di metri cubi di rifiuti stoccati nei bidoni. Malamente conservati. La centrale nucleare del Garigliano, così come tanti altri mausolei, inutili prodotti dell’uomo mediocre. Laddove sicurezza e impermeabilità non sono contemplate. La condotta politica schizzofrenica nei confronti della lotta al degrado ambiente prodotto del benessere. La discussa decisione di prevedere per siti di deposito delle scorie nucleari, nuovi impianti civili per produzione di energia, centrali nucleari, rigassificatori, inceneritori, la possibilità di essere ricoperti da segreto di stato può essere interpretata come non obbligo di rendiconto, foss’anche meramente comunicazionale. Se un sindaco informasse i suoi cittadini circa l’esistenza di una discarica di scorie nucleari nel suo comune, paradosso potrebbe anche rischiare la galera. Politicanti che impongono il segreto di stato sui rifiuti tossici, sulla monnezza. Se la stagione nucleare italiana ha già vissuto il suo tramonto, nel volerla riproporre trascurando una ammodernata visione, non siamo forse legati senza averne i presupposti ad una diversa politica d’oltremare? Ma tant’è. Sembra che il futuro economico, energetico, industriale del Paese sia legato al nucleare. Quello stesso nucleare che nei modi e nelle forme sperimentate era stato considerato sorpassato. Ma può essere il potere decisionale che fa capo a questo o quel ministro a ribaltare il volere degli italiani? Non sarebbe giusto ridare voce in capitolo al popolo? La volontà degli italiani dovrebbe fiancheggiare e sostenere quella dei politici di turno. Se è giusta una nuova stagione nucleare, e secondo quali modalità potrà applicarsi è decisione che deve essere sorretta totalmente dal popolo. Se proprio si avverte la necessità di capovolgere il no al nucleare di venti milioni d’italiani sancito dal referendum del 1987, allora si indica un nuovo referendum popolare. Al messaggio strisciante per cui la soluzione di tutti i problemi sta nella riduzione per altro fallace del conto in bolletta a chi non fa tante storie alle centrali vicino casa, si contrappone forte il concetto che il costo (anche in termini puramente economici) della salute è più alto.
Una nuova stagione nucleare è possibile? E i vecchi impianti, e le scorie? Nei piani del Governo entro il 2020 l’Italia dovrebbe essere in grado di produrre energia con centrali nucleari che copriranno almeno il 10% del fabbisogno del Paese. Il referendum del 1987, che decretò la rinuncia al nucleare e la moratoria temporanea alla costruzione di nuove centrali, segnò la fine delle strutture esistenti sul territorio. Nel 1999 si mise su un’apposita società statale, con tanto di costi pubblici, per gestire la chiusura del ciclo di vita degli impianti nucleari italiani. Si è parlato di “decommissioning”. Ma al di là dell’abuso delle lingue, cosa vuol dire questa parola? Decommissioning vuol dire smantellamento e decontaminazione delle strutture dell’impianto nucleare, al fine di restituire aree prive di vincoli radiologici per un futuro utilizzo. Ma a tutt’oggi si prevede il completamento dello smantellamento degli impianti e la decontaminazione stessa ultimabile entro il 2013. Per un costo complessivo ancora di circa 250 milioni di euro. Con annesse spese di gestione. Non è tutto. Terminato il decommissioning, il tempo necessario per il decadimento radioattivo dei rifiuti posti in sicurezza è di centomila anni. Nel frattempo i rifiuti, prodotti del passato esercizio delle centrali e quelli che si sprigionano dal decommissioning che fine fanno? Per il momento è previsto soltanto sulla carta una sorta di deposito nazionale in grado di accogliere con le dovute misure il materiale di risulta radioattivo. Viceversa se si uscisse dal misto di fatalismo e rassegnazione che ci fa accettare la centrale prima, il suo smantellamento dopo, per poi ritornare nuovamente alla centrale; potremmo affrontare una seria politica energetica, consapevoli che la più ampia messa in sicurezza è alta garanzia anche in termini di resa stessa. Nel casertano, la centrale nucleare del Garigliano, concepita negli anni ’50 con i lavori terminati nel ’63, vide la sua chiusura dopo numerosi guasti e incidenti nel 1978. Esempio di inefficienza. Stessa inefficienza che ci ha condotti nel volger di questo cinquantennio al valzer del nucleare si nucleare no. Le scorie stoccate al suo interno erano poi esposte al contatto delle acque del vicino fiume, quando questo andava in esondazione. L’ex centrale colabrodo è ancor oggi un cimitero radioattivo tra i più vecchi e pericolosi della penisola. Ad inibire malintenzionati solo una sbarra. Al danno degli anni scorsi, potrebbe aggiungersi la beffa odierna che vede prospettarsi lo spettro della pattumiera d’Italia di scorie radioattive. Il danno di queste centrali nucleari aperte e chiuse con inquietante disinvoltura, con la messa in sicurezza optional prezioso, è dunque duplice. Da un lato la salute, e dall’altro i conti pubblici. Sono già vent’anni che non produciamo più energia nucleare, eppure non solo non abbiamo saputo attuare un organico sistema di produzione parallelo, per quanto le centrali sono sempre lì ad invecchiare con il loro carico di combustibile irragiato, uranio e plutonio e migliaia di metri cubi di rifiuti stoccati nei bidoni. Malamente conservati. La centrale nucleare del Garigliano, così come tanti altri mausolei, inutili prodotti dell’uomo mediocre. Laddove sicurezza e impermeabilità non sono contemplate. La condotta politica schizzofrenica nei confronti della lotta al degrado ambiente prodotto del benessere. La discussa decisione di prevedere per siti di deposito delle scorie nucleari, nuovi impianti civili per produzione di energia, centrali nucleari, rigassificatori, inceneritori, la possibilità di essere ricoperti da segreto di stato può essere interpretata come non obbligo di rendiconto, foss’anche meramente comunicazionale. Se un sindaco informasse i suoi cittadini circa l’esistenza di una discarica di scorie nucleari nel suo comune, paradosso potrebbe anche rischiare la galera. Politicanti che impongono il segreto di stato sui rifiuti tossici, sulla monnezza. Se la stagione nucleare italiana ha già vissuto il suo tramonto, nel volerla riproporre trascurando una ammodernata visione, non siamo forse legati senza averne i presupposti ad una diversa politica d’oltremare? Ma tant’è. Sembra che il futuro economico, energetico, industriale del Paese sia legato al nucleare. Quello stesso nucleare che nei modi e nelle forme sperimentate era stato considerato sorpassato. Ma può essere il potere decisionale che fa capo a questo o quel ministro a ribaltare il volere degli italiani? Non sarebbe giusto ridare voce in capitolo al popolo? La volontà degli italiani dovrebbe fiancheggiare e sostenere quella dei politici di turno. Se è giusta una nuova stagione nucleare, e secondo quali modalità potrà applicarsi è decisione che deve essere sorretta totalmente dal popolo. Se proprio si avverte la necessità di capovolgere il no al nucleare di venti milioni d’italiani sancito dal referendum del 1987, allora si indica un nuovo referendum popolare. Al messaggio strisciante per cui la soluzione di tutti i problemi sta nella riduzione per altro fallace del conto in bolletta a chi non fa tante storie alle centrali vicino casa, si contrappone forte il concetto che il costo (anche in termini puramente economici) della salute è più alto.