lunedì 30 agosto 2010

Giorgio Ruffolo: "L'Unità di Italia? Non è ancora in pericolo. Non credo nel federalismo fiscale"


di Paolo Salvatore Orrù
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ieri deposto una corona d’alloro ai piedi della stele di marmo che celebra la partenza dei Mille da Genova Quarto, avviando così le celebrazioni del 150° anniversario dell'Unità d'Italia. Un atto simbolico disturbato dall’eco delle recenti esternazioni di Umberto Bossi (“Non so se ci andrò, ma se Napolitano mi chiama…”). Un’uscita che è stata stigmatizzata dall’opposizione e da alcune frange della minoranza. “Le dichiarazioni di Bossi sono singolari: lui, come tutti gli altri ministri della Repubblica, ha giurato fedeltà alla Costituzione. Quindi le sue manifestazioni di estraneità appaiono perlomeno singolari”, ha commentato Giorgio Ruffolo, economista, esponente di primo piano del riformismo italiano, ministro dell'Ambiente dal 1987 al 1992 e deputato socialista a Montecitorio e al Parlamento europeo, autore del saggio, edito da Einaudi, Un paese troppo lungo. L'unità nazionale in pericolo.
Professore, Bossi ha detto che parteciperà alle manifestazioni per il 150° anniversario dell'Unità solo se invitato dal Presidente della Repubblica. Secondo lei, l’Italia rimarrà unita?
“Bossi non è nuovo a dichiarazioni totalmente incompatibili con il ruolo di ministro della Repubblica. Non so Napolitano lo inviterà: credo che non ci sarà alcun invito. Per quanto riguarda le minacce di secessione o di separazione, non penso che siano imminenti e che possano essere prese sul serio. Credo però che nel medio e nel lungo periodo queste avvisaglie possano manifestarsi in modi più gravi: mai come adesso il Nord e il Sud sono apparsi così distanti e non è detto che si possano separare in un Belgio grasso e un Sud mafioso”.
Sono sempre più forti quelle spinte che, seppur con connotazioni storiche sempre diverse, sperano nella disgregazione dello stato italiano. Gli ultimi baluardi sono la Chiesa- Cardinale Bertone ha difeso l’Unità dello Stato - e Gianfranco Fini?
“La Chiesa 150 anni fa si è battuta contro l’unificazione d’Italia. Ora invece ha assunto una posizione positiva, responsabile, importante rispetto alle pretese leghiste. Quanto a Fini, ho preso molto sul serio quella che io chiamo l’ “eterogenesi” di Fini: mi pare che venga da un processo di intimo, reale e sincero convincimento democratico. Che non interpreto, e non voglio assolutamente interpretarla, come una futura alleanza politica con il centrosinistra. Ritengo che l’ex segretario di Alleanza Nazionale la escluda, e fa bene ad escluderla. Il problema è avere una destra responsabile e seria, una destra normale. Quella di Berlusconi si basa su una specie di populismo privatistico che non ha niente a che fare con il liberalismo. Credo che Fini desideri giungere ad effettiva contrapposizione tra due forze democratiche, una di destra e l’altra di sinistra. Mi auguro che il tentativo di Fini, che giudico sincero e opportuno, abbia successo”.
Nel su libro Un Paese troppo lungo, lei adombra un Sud prigioniero della mafia e un Mezzogiorno impegnato a garantirsi le risorse del Paese attraverso il voto di clientela. Professore, il federalismo è la strada giusta per uscire da questo degrado?
“Non apprezzo il cosiddetto federalismo fiscale: è il contrario del federalismo storico, che prefigura una aggregazione di unità indipendenti in una unità superiore alla quale si devolvono poteri sovrani. Il federalismo dei leghisti è invece un tentativo di sottrarre competenze dallo Stato nazionale per distribuirle alle unità subnazionali sulla base del principio che ognuno tiene per sé le sue risorse: questo è un separatismo che minaccia di diventare secessione. La proposta contenuta nel mio libro, forse utopistica, sicuramente provocatoria, si rifà all’interpretazione che del federalismo hanno dato i grandi meridionalisti del risorgimento e al Nord lo stesso Carlo Cattaneo. Il grande merito di questi studiosi è stato di aver saputo sviluppare una concezione in cui il Sud è parte integrante dell'Italia. E non una specie di intervento assistenziale che si traduce in sovvenzioni corporative e soprattutto e in corruzione e mafia.

Come si può realizzare il suo federalismo?
“Credo che si possa realizzare in un patto fra due macro regioni con una mediazione come avviene negli Stati Uniti. Quindi con un potere nazionale che è rappresentato soprattutto dalla capitale. Una riforma che potrebbe anche dar luogo ad un’altra rivendicazione, che è stata promossa e sostenuta dalla destra, ma che potrebbe essere declinata in altro modo, promuovendo un presidenzialismo garante di questo accordo e mediatore di una Italia che ritrovi le ragioni della propria unità nazionale attraverso questo patto”.

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di Paolo Salvatore Orrù
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ieri deposto una corona d’alloro ai piedi della stele di marmo che celebra la partenza dei Mille da Genova Quarto, avviando così le celebrazioni del 150° anniversario dell'Unità d'Italia. Un atto simbolico disturbato dall’eco delle recenti esternazioni di Umberto Bossi (“Non so se ci andrò, ma se Napolitano mi chiama…”). Un’uscita che è stata stigmatizzata dall’opposizione e da alcune frange della minoranza. “Le dichiarazioni di Bossi sono singolari: lui, come tutti gli altri ministri della Repubblica, ha giurato fedeltà alla Costituzione. Quindi le sue manifestazioni di estraneità appaiono perlomeno singolari”, ha commentato Giorgio Ruffolo, economista, esponente di primo piano del riformismo italiano, ministro dell'Ambiente dal 1987 al 1992 e deputato socialista a Montecitorio e al Parlamento europeo, autore del saggio, edito da Einaudi, Un paese troppo lungo. L'unità nazionale in pericolo.
Professore, Bossi ha detto che parteciperà alle manifestazioni per il 150° anniversario dell'Unità solo se invitato dal Presidente della Repubblica. Secondo lei, l’Italia rimarrà unita?
“Bossi non è nuovo a dichiarazioni totalmente incompatibili con il ruolo di ministro della Repubblica. Non so Napolitano lo inviterà: credo che non ci sarà alcun invito. Per quanto riguarda le minacce di secessione o di separazione, non penso che siano imminenti e che possano essere prese sul serio. Credo però che nel medio e nel lungo periodo queste avvisaglie possano manifestarsi in modi più gravi: mai come adesso il Nord e il Sud sono apparsi così distanti e non è detto che si possano separare in un Belgio grasso e un Sud mafioso”.
Sono sempre più forti quelle spinte che, seppur con connotazioni storiche sempre diverse, sperano nella disgregazione dello stato italiano. Gli ultimi baluardi sono la Chiesa- Cardinale Bertone ha difeso l’Unità dello Stato - e Gianfranco Fini?
“La Chiesa 150 anni fa si è battuta contro l’unificazione d’Italia. Ora invece ha assunto una posizione positiva, responsabile, importante rispetto alle pretese leghiste. Quanto a Fini, ho preso molto sul serio quella che io chiamo l’ “eterogenesi” di Fini: mi pare che venga da un processo di intimo, reale e sincero convincimento democratico. Che non interpreto, e non voglio assolutamente interpretarla, come una futura alleanza politica con il centrosinistra. Ritengo che l’ex segretario di Alleanza Nazionale la escluda, e fa bene ad escluderla. Il problema è avere una destra responsabile e seria, una destra normale. Quella di Berlusconi si basa su una specie di populismo privatistico che non ha niente a che fare con il liberalismo. Credo che Fini desideri giungere ad effettiva contrapposizione tra due forze democratiche, una di destra e l’altra di sinistra. Mi auguro che il tentativo di Fini, che giudico sincero e opportuno, abbia successo”.
Nel su libro Un Paese troppo lungo, lei adombra un Sud prigioniero della mafia e un Mezzogiorno impegnato a garantirsi le risorse del Paese attraverso il voto di clientela. Professore, il federalismo è la strada giusta per uscire da questo degrado?
“Non apprezzo il cosiddetto federalismo fiscale: è il contrario del federalismo storico, che prefigura una aggregazione di unità indipendenti in una unità superiore alla quale si devolvono poteri sovrani. Il federalismo dei leghisti è invece un tentativo di sottrarre competenze dallo Stato nazionale per distribuirle alle unità subnazionali sulla base del principio che ognuno tiene per sé le sue risorse: questo è un separatismo che minaccia di diventare secessione. La proposta contenuta nel mio libro, forse utopistica, sicuramente provocatoria, si rifà all’interpretazione che del federalismo hanno dato i grandi meridionalisti del risorgimento e al Nord lo stesso Carlo Cattaneo. Il grande merito di questi studiosi è stato di aver saputo sviluppare una concezione in cui il Sud è parte integrante dell'Italia. E non una specie di intervento assistenziale che si traduce in sovvenzioni corporative e soprattutto e in corruzione e mafia.

Come si può realizzare il suo federalismo?
“Credo che si possa realizzare in un patto fra due macro regioni con una mediazione come avviene negli Stati Uniti. Quindi con un potere nazionale che è rappresentato soprattutto dalla capitale. Una riforma che potrebbe anche dar luogo ad un’altra rivendicazione, che è stata promossa e sostenuta dalla destra, ma che potrebbe essere declinata in altro modo, promuovendo un presidenzialismo garante di questo accordo e mediatore di una Italia che ritrovi le ragioni della propria unità nazionale attraverso questo patto”.

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