mercoledì 27 maggio 2026

Se il futuro fosse a Sud? Incontro con Natale Cuccurese

 di Stefano Galieni

Natale Cuccurese, nonostante il forte accento emiliano è nato ad Afragola in provincia di Napoli e da anni è presidente del Partito del Sud, una formazione in cui si coniugano, in chiave fortemente meridionalista, le intuizioni gramsciane e il pensiero di una sinistra progressista capace di connettere tali questioni con l’idea stessa di Europa. Non certo quindi la riproposizione di leghe territoriali che segnano linee di demarcazione ma il tentativo di porre in essere una ricerca e uno sguardo analitico ed interdisciplinare in cui trovino lo spazio che meritano le discriminazioni esistenti all’interno dello Stato italiano e, di conseguenza, nel continente. Ed è assurdo che in pieno XXI secolo ci si ritrovi a considerare la c.d. “questione meridionale”, tanto ai margini delle agende politiche, quanto perennemente irrisolta.
Consideriamo che addirittura c’è chi parla di questione settentrionale mentre solo i meridionalisti continuano a chiedere di risolvere, finalmente, la secolare ‘quistione meridionale’.
Qualche anno fa Bankitalia ha proposto un approccio totalmente diverso rispetto a quello proposto da sempre dai governi nazionali, basato su studi e tabelle inoppugnabili che dimostrano quello che appare sempre più evidente a tutti, tranne che ai liberisti al governo, e cioè che per crescere l’Italia deve ridurre il divario tra Nord e Sud e rilanciare gli investimenti pubblici al Sud. Una evidenza alla base del Pnrr, poi sprecato in mille rivoli. La competitività delle imprese è strettamente legata alla disponibilità di una rete adeguata di trasporti e di telecomunicazioni”, rete trasporti in particolare che, come risaputo, al Sud non è adeguata. Il Pil del Nord dipende meno di quanto si creda dalle esportazioni all’estero e più di quanto non si pensi dalla vendita dei prodotti al Sud. La situazione di import-export tra Nord e Sud Italia è resa possibile proprio dai tanto discussi trasferimenti fiscali da Nord a Sud. Detto ancora più semplicemente: se fossero annullati o anche solo ridotti (come all’atto pratico si concretizzerebbe con l’ottenimento dell’autonomia differenziata), il primo a farne le spese sarebbe proprio il Nord, che ne subirebbe le conseguenze peggiori.
Come dimostra un altro studio della Banca d’Italia, i 45 miliardi di euro annui che in media, nel decennio 1995-2005, sono stati trasferiti da Nord a Sud sono tornati indietro con gli interessi grazie ai prodotti che il Nord gli ha nel frattempo venduto: 63 miliardi di euro all’anno. Miliardi che diventano 70,5 l’anno se si aggiungono i soldi che il Nord incassa per i rimborsi della mobilità sanitaria di cui abbiamo parlato sopra. Ci sarebbe come trasferimento fiscale dal Sud al Nord anche la formazione dei giovani laureati che emigrano al Nord per lavorare.
Sempre secondo Bankitalia, l’aumento di 1 solo euro del Pil al Sud produce una crescita di 40 centesimi del Pil al Centro-Nord. Mentre non accade il contrario. L’aumento del Pil di 1 euro al Centro-Nord determina infatti una crescita per l’intero Paese di soli 10 centesimi. Investire sulla crescita del Sud comporterebbe un guadagno per l’intero Paese 4 volte maggiore. Un aumento di spesa dei consumatori del Sud di 100 euro innalza la produzione al Centro-Nord di 51,8 euro (di 20,2 euro al Nord-Ovest, di 14,3 euro al Nord-Est e di 17,3 al Centro).
Secondo molti analisti e studiosi, ‘se l’Italia, dunque, superasse le sue miopi illusioni di poter procedere a pezzi semi-separati, tornando a considerarsi Paese e sviluppando quindi anche il Sud, diverrebbe il Paese più competitivo d’Europa e forse del mondo’. Purtroppo, gli appelli ripetuti non paiono aver suscitato particolare attenzione nel Governo attuale che è sicuramente il più antimeridionalista della storia d’Italia. Il Sud oggi sembra quasi una nazione a parte ed è senza una reale rappresentanza politica a schiena dritta. È un limite che non possiamo più permetterci”.

Ma Sud significa una serie di questioni su cui andrebbe creata un’ampia convergenza, dall’aumento della povertà e della disoccupazione, al dissesto idrogeologico, alla crisi demografica che dura da anni e dovuta all’emigrazione dei giovani. Quello che occorre è incontrare inte.
Come dicevo con questo Governo non è presa in alcun modo in considerazione l’ipotesi di ‘accendere il secondo motore del Paese’. Viene sempre e solo ‘prima il Nord’ in una visione discriminatoria tipica della destra leghista. E così mentre aumentano le preoccupazioni di una guerra che si fa sempre più possibile, con l’Esercito Italiano composto per il 72% da meridionali, il Mezzogiorno risulta nell’ultima legge di bilancio del tutto marginale, ignorato, prima spremuto, poi illuso ed ora gettato via.
Nulla di nuovo sotto il sole. Anzi, parafrasando il titolo del celebre romanzo di Erich Maria Remarque dove il protagonista dopo incredibili peripezie e sofferenze muore in trincea nell’indifferenza generale, potremmo dire ‘niente di nuovo sul fronte meridionale’.
Per tornare alla tua domanda il contesto del Sud, dall’unità ad oggi, non è dissimile ‘a una colonizzazione imperialista’ dove i meridionali non hanno nessuna voce in capitolo. Non è altro che un momento della lotta di classe che si estrinseca attraverso la trasformazione delle masse dei colonizzati in una classe di lavoratori sottopagati. Il fine è quello della costruzione di una massa enorme di forza lavoro a disposizione delle industrie del Nord Italia ed Europa tecnologicamente avanzate e di discarica terzomondista per rifiuti di ogni genere e tipo, a partire dalle scorie nucleari presenti e future, sempre al servizio dei Nord.
In tutto questo quindi per costruire l’alternativa popolare di sinistra alle parole d’ordine: antiliberista, ambientalista, anticapitalista, antifascista, femminista e pacifista, bisogna necessariamente aggiungere meridionalista. Il meridionalismo, infatti, non è una corrente politica, ma un’attività di ricerca e di analisi storica ed economica sulla questione meridionale al fine di risolverla. A mio avviso la sinistra può ripartire solo da Sud. Il Mezzogiorno appare infatti, più che in passato, già all’opposizione, basta solo intercettarne le sensibilità. Bisogna unirsi su più battaglie, con tutti quei progressisti volenterosi di cambiare l’attuale status quo. Non a caso un grande meridionalista come Gaetano Salvemini, nelle Lezioni di Harvard, denunciava le inutili divisioni della sinistra che portarono Mussolini al governo. Oggi però dobbiamo anche tenere presente che gli eredi del fascismo sono già al governo e quindi meglio evitare le divisioni basate spesso su questioni di ‘teologia’ politica che l’elettore non comprende e tantomeno apprezza, ed unirsi, in questo caso sul Mezzogiorno dandogli voce e rappresentanza”.

Mentre scriviamo, i parziali risultati delle elezioni amministrative ci consegnano, soprattutto nel Meridione, un’idea non scalfita di consenso alle destre, contemporaneamente il recente risultato referendario, hanno mostrato, nelle stesse zone una grande capacità di mobilitazione per la Costituzione. Una contraddizione su cui interrogarsi.
In realtà se guardiamo le ultime elezioni politiche nazionali e regionali notiamo che il Mezzogiorno da tempo è all’opposizione di questa destra. Infatti, molti dimenticano che nelle elezioni politiche 2022 solo 19 elettori meridionali su 100 hanno votato per la coalizione politica di destra attualmente al governo (30 su 100 al Centro-Nord). Una percentuale bassissima, che non ha precedenti in passato. Infatti, i cittadini del Mezzogiorno, in larga maggioranza, non sono saliti sul carro del sicuro vincitore, smentendo i preconcetti dominanti sul cosiddetto ‘voto di scambio’. E questo lo si vede bene a posteriori dai provvedimenti, tutti contro il Sud, del governo Meloni.
D’altra parte, come ho illustrato in dettagliati articoli in un recente passato i cittadini del Mezzogiorno sono persino scippati del diritto di voto (cittadini emigrati al Nord che mantengono la residenza al Sud) e rappresentanza (candidati del Nord ‘paracadutati’ in collegi sicuri al Sud), per cui inutile stupirsi. Nel Mezzogiorno in realtà FdI è dietro al Pd e l’opposizione unita supera le destre. Altra cosa sono le elezioni Amministrative dove entrano in gioco fattori locali. Anche i dati dell’alto astensionismo al Sud, fantasiosa creazione dei media di regime per alimentare pregiudizi e razzismo contro i meridionali, se depurati del dato dei fuorisede si allineano a quelli del resto del Paese”.

C’è da pensare che dal referendum potrebbe anche emergere il segnale giusto per fermare autonomia differenziata, modifica della legge elettorale, corsa al premierato, l’impianto su cui insomma si fonda il progetto egemonico a destra.
Il Sud è da tempo partigiano della Costituzione, anche perché questa, nella sua prima parte, parla dei diritti sociali. Purtroppo, è proprio la parte che attende ancora la sua piena applicazione. Il rischio reale ora è che con l’autonomia differenziata salti definitivamente anche il patto di cittadinanza. È questa esclusione preventiva del Mezzogiorno, in una visione asfittica e provinciale, che ha marginalizzato da sempre l’Italia nel suo insieme come uno stereotipato Sud. D’altra parte, tutta Italia è Sud, Sud d’Europa. Non a caso nelle Regioni del Mezzogiorno all’ultimo Referendum sulla giustizia il NO ha vinto con grande vantaggio, con la punta in Sicilia con il NO al 60,98, mentre il Comune di Napoli è addirittura al 75,49%. In altre parole, Meloni e la sua proposta antipopolare e servile è stata messa alla porta e la Costituzione difesa. Una risposta che non deve creare illusioni, ma comunque infonde speranza nella possibile risoluzione della crisi politica, culturale, morale ed economica che ha investito il Paese, ed il Mezzogiorno in particolare e che ne sta rendendo sempre più incerto il suo cammino democratico. La modifica della legge elettorale, vedremo poi cosa verrà proposto di preciso, così come il premierato, vanno nella direzione di smantellare la Costituzione e contengono una componente eversiva tipica della destra, da sempre avversa alla Costituzione nata dalla Resistenza”.

Ma mentre intravediamo una speranza siamo immersi in una economia di guerra che ha portato l’Italia a divenire fanalino di coda in Europa nella crescita economica. A pagarne le spese sono le regioni più povere del Mediterraneo per cui si dovrebbe immaginare un cambio di rotta e prospettare un futuro.
“Quello che intravediamo oggi è fatto di miseria ed emigrazione forzata, tanto per cambiare. Meloni sa benissimo che grazie alla propaganda a getto continuo propalata da Tg servili e grazie ai ‘giornalisti’ proni annidati nelle redazioni dei giornali nazionali e locali può dire qualsiasi enormità, tanto ben in pochi avranno l’ardire di contraddirla. Così la maggioranza delle persone, che non hanno tempo o voglia di approfondire, non solo credono a simili fanfaluche, ma molti addirittura la votano. Peccato che Regioni del Sud come Calabria e Sicilia, guarda caso governate dal centrodestra, sono attualmente ai primi due posti in Europa per cittadini in condizioni di povertà. Non parliamo poi dell’emigrazione, soprattutto giovanile, che sta portando il Mezzogiorno alla progressiva desertificazione. Come afferma Meloni ‘possiamo fare sempre meglio e sempre di più’, ma alla frase si dovrebbe aggiungere ‘per affossare il Sud’, ad esempio con l’autonomia differenziata. Altro che Costituzione, altro che Italia unita, altro che frottole.
La questione meridionale si trascina da 165 anni e l’unica risposta che giunge dal governo è l’apartheid economico e sociale, per legge, verso i cittadini (evidentemente di serie B) del Mezzogiorno, grazie all’autonomia differenziata. Con quasi la metà della popolazione a rischio povertà (48,8%), la Calabria è la regione dell’Unione europea a più alto rischio di povertà o esclusione sociale, oltre il doppio della media europea, ferma al 21%. Fanno peggio solo i territori coloniali francesi d’oltremare, ma nel territorio europeo dell’UE – afferma da tempo Eurostat – non c’è area che faccia peggio del Mezzogiorno d’Italia. Al secondo posto in questa classifica di rischio povertà troviamo la Sicilia, col 40%.
A proposito di povertà non bisogna dimenticare poi che le fantomatiche gabbie salariali, richieste a gran voce e da anni da leghisti e liberisti vari, in realtà, come spiego da tempo, sono già in uso da anni e comportano già oggi, a parità di lavoro svolto, un salario più basso al Sud, come dimostrato da uno studio dalla CGIA di Mestre. Infatti, al Nord a parità di lavoro si guadagna in media il 50% più che al Sud, in media 8.459 € all’anno. In più al Sud si pagano le stesse tasse del Nord, ma i servizi mancano! Ma è poi vero che al Sud ‘la vita costa meno’? No! Soprattutto se consideriamo la scarsità di servizi: sanitari, scolastici, culturali e ricreativi, impiantistica sportiva, mercato (energetici, assicurativi), pubblici essenziali, collegamenti. Inoltre, i mutui al Sud costano fino al 2,5% in più che al Nord. Di conseguenza si impennano i costi da sopportare, anche perché spesso si è obbligati a rivolgersi ai privati, in misura molto maggiore rispetto alle città del Nord. A ciò si aggiunge che la tassazione regionale e comunale che grava sui cittadini del Sud è molto più alta a causa degli scarsi trasferimenti dello Stato. È una vergogna tutta italiana!”.

Una prospettiva potrebbe offrirla il Mediterraneo, che invece di essere area di conflitti, naufragi provocati, frontiere che si innalzano, ha l’opportunità di divenire spazio di rilancio. Lo sguardo europeo dovrebbe poter guardare da quella parte e incrementare politiche di pace, scambio, cooperazione paritaria.
“Credo che questa possibilità sia sicuramente da supportare, temo però che i soliti egoismi nazionali ed europei non lo permetteranno. Porto un solo esempio: con la normativa Ets i porti a essere maggiormente penalizzati sono quelli italiani a partire da quello di Gioia Tauro e del Mezzogiorno in generale. D’altra parte, i governi italiani, da sempre all’inseguimento di teorie bocconiane e ancor più di folli teoremi suprematisti leghisti, continuando a non investire e non collegare i porti del Sud hanno perso l’occasione di far crescere l’intero Paese. Agendo così hanno infatti permesso alla marocchina Tangeri di diventare il primo porto merci del Mediterraneo, non investendo nei porti italiani al centro del Mediterraneo, come Augusta, porto con fondali che non si insabbiano e molto profondi, o Gioia Tauro. Porti che non sono collegati con il resto dell’Europa, e quindi non riescono a crescere, visto che non è stata completata quell’alta velocità, che qualcuno impunemente ha fatto fermare a Salerno per risparmiare i quattrini necessari a collegare ‘quattro cialtroni meridionali’, non capendo che in questo modo castrava il Paese. Ora la UE, con le sue politiche da sempre a favore dei paesi del Nord Europa, sfrutta l’occasione fornita dai miopi politicanti antimeridionali italiani al governo per dare il colpo definitivo a Gioia Tauro e al Sud, affossando così anche l’intera Italia. Non sia mai che si metta in discussione il primato del porto di Rotterdam…”.

Ma ci troviamo ancora in mezzo, fra un centro sinistra spesso fatalista e inadeguato a sfide ambiziose e una destra che, su scala globale, sta imponendo un neoliberismo nazionalista e autoritario. Servirebbe uno scatto di coraggio ed anche la disponibilità ad una forte autocritica.
In questo scenario desolante lasciano ben sperare le parole della Segretaria Pd Schlein che subito dopo le elezioni regionali di qualche mese fa con le vittorie del centrosinistra in Campania e Puglia, evidentemente ben conoscendo i dati e le considerazioni di cui sopra relative alle politiche 2022, ha dichiarato che: ‘Il riscatto parte dal Sud e nel 2027 ci farà vincere contro il governo più antimeridionalista della storia, che vuole spaccare l’Italia con l’autonomia differenziata’. A mio avviso non rimane ora che dar seguito a queste parole con una coalizione ampia e con visione meridionalista, perché, a proposito delle politiche 2027, il Sud, con ogni probabilità, deciderà chi vincerà. Non soltanto nel suo perimetro ma in tutto il Paese. Così come è avvenuto con l’ultimo referendum sulla giustizia”.

Ma per riavere credibilità occorre anche lanciare proposte concrete, che diano idea di un cambiamento reale. La proposta di tassazione dei grandi patrimoni potrebbe essere un tassello, se verrà raccolto.
“Sicuramente è una proposta condivisibile, già presente in quasi tutta Europa. Una scelta indispensabile per garantire risorse alle politiche pubbliche e ridurre l’enorme iniquità delle nostre società. In Francia, pochi mesi fa vi è stato l’appello di 7 premi Nobel per l’introduzione di un’imposta minima sui patrimoni, così come in Inghilterra, con il governo che considera l’introduzione di una patrimoniale che vede il 75% della popolazione a favore. In Italia di tutto questo non vi è traccia sui media. Il problema non si pone, con i ceti più poveri, in gran parte preda di una informazione ‘drogata’, che sono pronti anche alla morte pur di difendere le proprie catene e soprattutto i beni e i privilegi di pochi oligarchi e dei loro sodali politici. Non siete felici di vivere in uno Stato che non spende per i suoi cittadini e anzi gli sottrae soldi a tutto spiano? Così da poterli sperperare ad esempio in armi, così come chiedono Nato, Usa ed Europa? Mentre se sei un miliardario straniero o una multinazionale è tutto esentasse, per non parlare delle aziende italiane che per pagare meno tasse portano la sede legale in un paradiso fiscale. Ma guai a parlare di patrimoniale…”.

Fonte: Transform!Italia 



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 di Stefano Galieni

Natale Cuccurese, nonostante il forte accento emiliano è nato ad Afragola in provincia di Napoli e da anni è presidente del Partito del Sud, una formazione in cui si coniugano, in chiave fortemente meridionalista, le intuizioni gramsciane e il pensiero di una sinistra progressista capace di connettere tali questioni con l’idea stessa di Europa. Non certo quindi la riproposizione di leghe territoriali che segnano linee di demarcazione ma il tentativo di porre in essere una ricerca e uno sguardo analitico ed interdisciplinare in cui trovino lo spazio che meritano le discriminazioni esistenti all’interno dello Stato italiano e, di conseguenza, nel continente. Ed è assurdo che in pieno XXI secolo ci si ritrovi a considerare la c.d. “questione meridionale”, tanto ai margini delle agende politiche, quanto perennemente irrisolta.
Consideriamo che addirittura c’è chi parla di questione settentrionale mentre solo i meridionalisti continuano a chiedere di risolvere, finalmente, la secolare ‘quistione meridionale’.
Qualche anno fa Bankitalia ha proposto un approccio totalmente diverso rispetto a quello proposto da sempre dai governi nazionali, basato su studi e tabelle inoppugnabili che dimostrano quello che appare sempre più evidente a tutti, tranne che ai liberisti al governo, e cioè che per crescere l’Italia deve ridurre il divario tra Nord e Sud e rilanciare gli investimenti pubblici al Sud. Una evidenza alla base del Pnrr, poi sprecato in mille rivoli. La competitività delle imprese è strettamente legata alla disponibilità di una rete adeguata di trasporti e di telecomunicazioni”, rete trasporti in particolare che, come risaputo, al Sud non è adeguata. Il Pil del Nord dipende meno di quanto si creda dalle esportazioni all’estero e più di quanto non si pensi dalla vendita dei prodotti al Sud. La situazione di import-export tra Nord e Sud Italia è resa possibile proprio dai tanto discussi trasferimenti fiscali da Nord a Sud. Detto ancora più semplicemente: se fossero annullati o anche solo ridotti (come all’atto pratico si concretizzerebbe con l’ottenimento dell’autonomia differenziata), il primo a farne le spese sarebbe proprio il Nord, che ne subirebbe le conseguenze peggiori.
Come dimostra un altro studio della Banca d’Italia, i 45 miliardi di euro annui che in media, nel decennio 1995-2005, sono stati trasferiti da Nord a Sud sono tornati indietro con gli interessi grazie ai prodotti che il Nord gli ha nel frattempo venduto: 63 miliardi di euro all’anno. Miliardi che diventano 70,5 l’anno se si aggiungono i soldi che il Nord incassa per i rimborsi della mobilità sanitaria di cui abbiamo parlato sopra. Ci sarebbe come trasferimento fiscale dal Sud al Nord anche la formazione dei giovani laureati che emigrano al Nord per lavorare.
Sempre secondo Bankitalia, l’aumento di 1 solo euro del Pil al Sud produce una crescita di 40 centesimi del Pil al Centro-Nord. Mentre non accade il contrario. L’aumento del Pil di 1 euro al Centro-Nord determina infatti una crescita per l’intero Paese di soli 10 centesimi. Investire sulla crescita del Sud comporterebbe un guadagno per l’intero Paese 4 volte maggiore. Un aumento di spesa dei consumatori del Sud di 100 euro innalza la produzione al Centro-Nord di 51,8 euro (di 20,2 euro al Nord-Ovest, di 14,3 euro al Nord-Est e di 17,3 al Centro).
Secondo molti analisti e studiosi, ‘se l’Italia, dunque, superasse le sue miopi illusioni di poter procedere a pezzi semi-separati, tornando a considerarsi Paese e sviluppando quindi anche il Sud, diverrebbe il Paese più competitivo d’Europa e forse del mondo’. Purtroppo, gli appelli ripetuti non paiono aver suscitato particolare attenzione nel Governo attuale che è sicuramente il più antimeridionalista della storia d’Italia. Il Sud oggi sembra quasi una nazione a parte ed è senza una reale rappresentanza politica a schiena dritta. È un limite che non possiamo più permetterci”.

Ma Sud significa una serie di questioni su cui andrebbe creata un’ampia convergenza, dall’aumento della povertà e della disoccupazione, al dissesto idrogeologico, alla crisi demografica che dura da anni e dovuta all’emigrazione dei giovani. Quello che occorre è incontrare inte.
Come dicevo con questo Governo non è presa in alcun modo in considerazione l’ipotesi di ‘accendere il secondo motore del Paese’. Viene sempre e solo ‘prima il Nord’ in una visione discriminatoria tipica della destra leghista. E così mentre aumentano le preoccupazioni di una guerra che si fa sempre più possibile, con l’Esercito Italiano composto per il 72% da meridionali, il Mezzogiorno risulta nell’ultima legge di bilancio del tutto marginale, ignorato, prima spremuto, poi illuso ed ora gettato via.
Nulla di nuovo sotto il sole. Anzi, parafrasando il titolo del celebre romanzo di Erich Maria Remarque dove il protagonista dopo incredibili peripezie e sofferenze muore in trincea nell’indifferenza generale, potremmo dire ‘niente di nuovo sul fronte meridionale’.
Per tornare alla tua domanda il contesto del Sud, dall’unità ad oggi, non è dissimile ‘a una colonizzazione imperialista’ dove i meridionali non hanno nessuna voce in capitolo. Non è altro che un momento della lotta di classe che si estrinseca attraverso la trasformazione delle masse dei colonizzati in una classe di lavoratori sottopagati. Il fine è quello della costruzione di una massa enorme di forza lavoro a disposizione delle industrie del Nord Italia ed Europa tecnologicamente avanzate e di discarica terzomondista per rifiuti di ogni genere e tipo, a partire dalle scorie nucleari presenti e future, sempre al servizio dei Nord.
In tutto questo quindi per costruire l’alternativa popolare di sinistra alle parole d’ordine: antiliberista, ambientalista, anticapitalista, antifascista, femminista e pacifista, bisogna necessariamente aggiungere meridionalista. Il meridionalismo, infatti, non è una corrente politica, ma un’attività di ricerca e di analisi storica ed economica sulla questione meridionale al fine di risolverla. A mio avviso la sinistra può ripartire solo da Sud. Il Mezzogiorno appare infatti, più che in passato, già all’opposizione, basta solo intercettarne le sensibilità. Bisogna unirsi su più battaglie, con tutti quei progressisti volenterosi di cambiare l’attuale status quo. Non a caso un grande meridionalista come Gaetano Salvemini, nelle Lezioni di Harvard, denunciava le inutili divisioni della sinistra che portarono Mussolini al governo. Oggi però dobbiamo anche tenere presente che gli eredi del fascismo sono già al governo e quindi meglio evitare le divisioni basate spesso su questioni di ‘teologia’ politica che l’elettore non comprende e tantomeno apprezza, ed unirsi, in questo caso sul Mezzogiorno dandogli voce e rappresentanza”.

Mentre scriviamo, i parziali risultati delle elezioni amministrative ci consegnano, soprattutto nel Meridione, un’idea non scalfita di consenso alle destre, contemporaneamente il recente risultato referendario, hanno mostrato, nelle stesse zone una grande capacità di mobilitazione per la Costituzione. Una contraddizione su cui interrogarsi.
In realtà se guardiamo le ultime elezioni politiche nazionali e regionali notiamo che il Mezzogiorno da tempo è all’opposizione di questa destra. Infatti, molti dimenticano che nelle elezioni politiche 2022 solo 19 elettori meridionali su 100 hanno votato per la coalizione politica di destra attualmente al governo (30 su 100 al Centro-Nord). Una percentuale bassissima, che non ha precedenti in passato. Infatti, i cittadini del Mezzogiorno, in larga maggioranza, non sono saliti sul carro del sicuro vincitore, smentendo i preconcetti dominanti sul cosiddetto ‘voto di scambio’. E questo lo si vede bene a posteriori dai provvedimenti, tutti contro il Sud, del governo Meloni.
D’altra parte, come ho illustrato in dettagliati articoli in un recente passato i cittadini del Mezzogiorno sono persino scippati del diritto di voto (cittadini emigrati al Nord che mantengono la residenza al Sud) e rappresentanza (candidati del Nord ‘paracadutati’ in collegi sicuri al Sud), per cui inutile stupirsi. Nel Mezzogiorno in realtà FdI è dietro al Pd e l’opposizione unita supera le destre. Altra cosa sono le elezioni Amministrative dove entrano in gioco fattori locali. Anche i dati dell’alto astensionismo al Sud, fantasiosa creazione dei media di regime per alimentare pregiudizi e razzismo contro i meridionali, se depurati del dato dei fuorisede si allineano a quelli del resto del Paese”.

C’è da pensare che dal referendum potrebbe anche emergere il segnale giusto per fermare autonomia differenziata, modifica della legge elettorale, corsa al premierato, l’impianto su cui insomma si fonda il progetto egemonico a destra.
Il Sud è da tempo partigiano della Costituzione, anche perché questa, nella sua prima parte, parla dei diritti sociali. Purtroppo, è proprio la parte che attende ancora la sua piena applicazione. Il rischio reale ora è che con l’autonomia differenziata salti definitivamente anche il patto di cittadinanza. È questa esclusione preventiva del Mezzogiorno, in una visione asfittica e provinciale, che ha marginalizzato da sempre l’Italia nel suo insieme come uno stereotipato Sud. D’altra parte, tutta Italia è Sud, Sud d’Europa. Non a caso nelle Regioni del Mezzogiorno all’ultimo Referendum sulla giustizia il NO ha vinto con grande vantaggio, con la punta in Sicilia con il NO al 60,98, mentre il Comune di Napoli è addirittura al 75,49%. In altre parole, Meloni e la sua proposta antipopolare e servile è stata messa alla porta e la Costituzione difesa. Una risposta che non deve creare illusioni, ma comunque infonde speranza nella possibile risoluzione della crisi politica, culturale, morale ed economica che ha investito il Paese, ed il Mezzogiorno in particolare e che ne sta rendendo sempre più incerto il suo cammino democratico. La modifica della legge elettorale, vedremo poi cosa verrà proposto di preciso, così come il premierato, vanno nella direzione di smantellare la Costituzione e contengono una componente eversiva tipica della destra, da sempre avversa alla Costituzione nata dalla Resistenza”.

Ma mentre intravediamo una speranza siamo immersi in una economia di guerra che ha portato l’Italia a divenire fanalino di coda in Europa nella crescita economica. A pagarne le spese sono le regioni più povere del Mediterraneo per cui si dovrebbe immaginare un cambio di rotta e prospettare un futuro.
“Quello che intravediamo oggi è fatto di miseria ed emigrazione forzata, tanto per cambiare. Meloni sa benissimo che grazie alla propaganda a getto continuo propalata da Tg servili e grazie ai ‘giornalisti’ proni annidati nelle redazioni dei giornali nazionali e locali può dire qualsiasi enormità, tanto ben in pochi avranno l’ardire di contraddirla. Così la maggioranza delle persone, che non hanno tempo o voglia di approfondire, non solo credono a simili fanfaluche, ma molti addirittura la votano. Peccato che Regioni del Sud come Calabria e Sicilia, guarda caso governate dal centrodestra, sono attualmente ai primi due posti in Europa per cittadini in condizioni di povertà. Non parliamo poi dell’emigrazione, soprattutto giovanile, che sta portando il Mezzogiorno alla progressiva desertificazione. Come afferma Meloni ‘possiamo fare sempre meglio e sempre di più’, ma alla frase si dovrebbe aggiungere ‘per affossare il Sud’, ad esempio con l’autonomia differenziata. Altro che Costituzione, altro che Italia unita, altro che frottole.
La questione meridionale si trascina da 165 anni e l’unica risposta che giunge dal governo è l’apartheid economico e sociale, per legge, verso i cittadini (evidentemente di serie B) del Mezzogiorno, grazie all’autonomia differenziata. Con quasi la metà della popolazione a rischio povertà (48,8%), la Calabria è la regione dell’Unione europea a più alto rischio di povertà o esclusione sociale, oltre il doppio della media europea, ferma al 21%. Fanno peggio solo i territori coloniali francesi d’oltremare, ma nel territorio europeo dell’UE – afferma da tempo Eurostat – non c’è area che faccia peggio del Mezzogiorno d’Italia. Al secondo posto in questa classifica di rischio povertà troviamo la Sicilia, col 40%.
A proposito di povertà non bisogna dimenticare poi che le fantomatiche gabbie salariali, richieste a gran voce e da anni da leghisti e liberisti vari, in realtà, come spiego da tempo, sono già in uso da anni e comportano già oggi, a parità di lavoro svolto, un salario più basso al Sud, come dimostrato da uno studio dalla CGIA di Mestre. Infatti, al Nord a parità di lavoro si guadagna in media il 50% più che al Sud, in media 8.459 € all’anno. In più al Sud si pagano le stesse tasse del Nord, ma i servizi mancano! Ma è poi vero che al Sud ‘la vita costa meno’? No! Soprattutto se consideriamo la scarsità di servizi: sanitari, scolastici, culturali e ricreativi, impiantistica sportiva, mercato (energetici, assicurativi), pubblici essenziali, collegamenti. Inoltre, i mutui al Sud costano fino al 2,5% in più che al Nord. Di conseguenza si impennano i costi da sopportare, anche perché spesso si è obbligati a rivolgersi ai privati, in misura molto maggiore rispetto alle città del Nord. A ciò si aggiunge che la tassazione regionale e comunale che grava sui cittadini del Sud è molto più alta a causa degli scarsi trasferimenti dello Stato. È una vergogna tutta italiana!”.

Una prospettiva potrebbe offrirla il Mediterraneo, che invece di essere area di conflitti, naufragi provocati, frontiere che si innalzano, ha l’opportunità di divenire spazio di rilancio. Lo sguardo europeo dovrebbe poter guardare da quella parte e incrementare politiche di pace, scambio, cooperazione paritaria.
“Credo che questa possibilità sia sicuramente da supportare, temo però che i soliti egoismi nazionali ed europei non lo permetteranno. Porto un solo esempio: con la normativa Ets i porti a essere maggiormente penalizzati sono quelli italiani a partire da quello di Gioia Tauro e del Mezzogiorno in generale. D’altra parte, i governi italiani, da sempre all’inseguimento di teorie bocconiane e ancor più di folli teoremi suprematisti leghisti, continuando a non investire e non collegare i porti del Sud hanno perso l’occasione di far crescere l’intero Paese. Agendo così hanno infatti permesso alla marocchina Tangeri di diventare il primo porto merci del Mediterraneo, non investendo nei porti italiani al centro del Mediterraneo, come Augusta, porto con fondali che non si insabbiano e molto profondi, o Gioia Tauro. Porti che non sono collegati con il resto dell’Europa, e quindi non riescono a crescere, visto che non è stata completata quell’alta velocità, che qualcuno impunemente ha fatto fermare a Salerno per risparmiare i quattrini necessari a collegare ‘quattro cialtroni meridionali’, non capendo che in questo modo castrava il Paese. Ora la UE, con le sue politiche da sempre a favore dei paesi del Nord Europa, sfrutta l’occasione fornita dai miopi politicanti antimeridionali italiani al governo per dare il colpo definitivo a Gioia Tauro e al Sud, affossando così anche l’intera Italia. Non sia mai che si metta in discussione il primato del porto di Rotterdam…”.

Ma ci troviamo ancora in mezzo, fra un centro sinistra spesso fatalista e inadeguato a sfide ambiziose e una destra che, su scala globale, sta imponendo un neoliberismo nazionalista e autoritario. Servirebbe uno scatto di coraggio ed anche la disponibilità ad una forte autocritica.
In questo scenario desolante lasciano ben sperare le parole della Segretaria Pd Schlein che subito dopo le elezioni regionali di qualche mese fa con le vittorie del centrosinistra in Campania e Puglia, evidentemente ben conoscendo i dati e le considerazioni di cui sopra relative alle politiche 2022, ha dichiarato che: ‘Il riscatto parte dal Sud e nel 2027 ci farà vincere contro il governo più antimeridionalista della storia, che vuole spaccare l’Italia con l’autonomia differenziata’. A mio avviso non rimane ora che dar seguito a queste parole con una coalizione ampia e con visione meridionalista, perché, a proposito delle politiche 2027, il Sud, con ogni probabilità, deciderà chi vincerà. Non soltanto nel suo perimetro ma in tutto il Paese. Così come è avvenuto con l’ultimo referendum sulla giustizia”.

Ma per riavere credibilità occorre anche lanciare proposte concrete, che diano idea di un cambiamento reale. La proposta di tassazione dei grandi patrimoni potrebbe essere un tassello, se verrà raccolto.
“Sicuramente è una proposta condivisibile, già presente in quasi tutta Europa. Una scelta indispensabile per garantire risorse alle politiche pubbliche e ridurre l’enorme iniquità delle nostre società. In Francia, pochi mesi fa vi è stato l’appello di 7 premi Nobel per l’introduzione di un’imposta minima sui patrimoni, così come in Inghilterra, con il governo che considera l’introduzione di una patrimoniale che vede il 75% della popolazione a favore. In Italia di tutto questo non vi è traccia sui media. Il problema non si pone, con i ceti più poveri, in gran parte preda di una informazione ‘drogata’, che sono pronti anche alla morte pur di difendere le proprie catene e soprattutto i beni e i privilegi di pochi oligarchi e dei loro sodali politici. Non siete felici di vivere in uno Stato che non spende per i suoi cittadini e anzi gli sottrae soldi a tutto spiano? Così da poterli sperperare ad esempio in armi, così come chiedono Nato, Usa ed Europa? Mentre se sei un miliardario straniero o una multinazionale è tutto esentasse, per non parlare delle aziende italiane che per pagare meno tasse portano la sede legale in un paradiso fiscale. Ma guai a parlare di patrimoniale…”.

Fonte: Transform!Italia 



lunedì 25 maggio 2026

Quaderni Meridionali: un dialogo vivo sul meridionalismo come pratica di pensiero e di lotta. (VIDEO)

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Ascolta la puntata di Rosso Fastidio dedicata ai Quaderni Meridionali: un dialogo vivo sul meridionalismo come pratica di pensiero e di lotta.

Ospiti: Valentino Romano, saggista Mario Garafolo, direttore dei Quadermi Meridionali Natale Cuccurese, segretario del Partito del Sud Quaderni Meridionali: contributi e ricerche https://www.amazon.it/Quaderni-Meridionali-contributi-Mario-Garofalo/dp/B0GVDPJ26W/ref=asc_df_B0GVDPJ26W?mcid=81b7e257857d30d19fbc6387d1606db3&tag=googshopit-21&linkCode=df0&hvadid=786140447208&hvpos&hvnetw=g&hvrand=18225412135133500704&hvpone&hvptwo&hvqmt&hvdev=c&hvdvcmdl&hvlocint&hvlocphy=1008463&hvtargid=pla-2476252381666&psc=1&hvocijid=18225412135133500704-B0GVDPJ26W-&hvexpln=0 Quaderni Meridionali: Studi e riflessioni sul Sud Italia https://www.amazon.it/Quaderni-Meridionali-Studi-riflessioni-Italia/dp/B0FB9DWSTN/ref=asc_df_B0FB9DWSTN?mcid=60b2b8a1efad323e828504e7087cedbd&tag=googshopit-21&linkCode=df0&hvadid=733044355431&hvpos&hvnetw=g&hvrand=18225412135133500704&hvpone&hvptwo&hvqmt&hvdev=c&hvdvcmdl&hvlocint&hvlocphy=1008463&hvtargid=pla-2451239459250&psc=1&hvocijid=18225412135133500704-B0FB9DWSTN-&hvexpln=0

https://www.meridionemeridiani.info/









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giovedì 30 aprile 2026

BUONI PASTO (E STIPENDI ADEGUATI) PER DOCENTI E PERSONALE ATA - comunicato stampa

COMUNICATO STAMPA

Il Partito del Sud-Meridionalisti Progressisti denuncia con forza una grave discriminazione che continua a colpire migliaia di lavoratrici e lavoratori della scuola italiana: la mancata introduzione dei buoni pasto per docenti e personale ATA.

Ad oggi, dopo anni di richieste, mobilitazioni e atti parlamentari, questo diritto resta ancora senza riconoscimento. Il personale scolastico rientra tra le poche categorie della Pubblica Amministrazione prive di uno strumento che altrove risulta ormai consolidato.

Allo stesso tempo il Governo continua a rinviare decisioni concrete, da tempo richieste, evitando di inserire la misura tra le priorità politiche. Parliamo di lavoratori che garantiscono ogni giorno il funzionamento della scuola pubblica, spesso oltre l’orario formale di servizio, tra attività didattiche, amministrative e responsabilità crescenti.

A queste donne e uomini viene negato un diritto essenziale: quello a una pausa dignitosa durante la giornata lavorativa. I buoni pasto rappresentano uno strumento di welfare. Sono riconosciuti dalla normativa come servizio sostitutivo della mensa e risultano diffusi in gran parte del pubblico impiego. La loro assenza proprio nel comparto scuola produce una disparità ingiusta e incomprensibile.

Questa situazione determina una evidente violazione del principio di pari dignità tra lavoratori. Esistono diritti uguali per tutti. La scuola si regge ancora sul sacrificio quotidiano del proprio personale.

Noi affermiamo con chiarezza: il lavoro nella scuola è lavoro vero. Come tale merita rispetto, tutela e valorizzazione. Chiediamo al Governo e alle istituzioni competenti un intervento immediato, con l’inserimento del riconoscimento dei buoni pasto nel prossimo contratto collettivo nazionale della scuola. Al tempo stesso richiamiamo un principio sacrosanto per tutti i dipendenti PA e cioè che questi buoni rappresentano comunque un palliativo rispetto ad un aumento dello stipendio legato all’inflazione, sempre maggiore, così da avere “una retribuzione sufficiente a garantire un’esistenza libera e dignitosa” (Cost. Art. 36) visto che i buoni pasto non vengono poi calcolati ai fini pensionistici.

Il tutto rappresenta una umiliazione del ruolo del lavoratore soprattutto di quelle fasce più deboli e precarie.

Si tratta di un atto di giustizia. Restituire dignità al personale scolastico significa rafforzare l’intero sistema educativo del Paese. Senza rispetto e dignità per il ruolo di chi lavora nella scuola, come richiamato più volte da Gaetano Salvemini nelle sue opere, il futuro della Scuola pubblica resta più nebuloso e in costante pericolo di fronte a privatizzazioni sempre più pervasive.


Comitato Direttivo Nazionale Partito del Sud–Meridionalisti Progressisti




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COMUNICATO STAMPA

Il Partito del Sud-Meridionalisti Progressisti denuncia con forza una grave discriminazione che continua a colpire migliaia di lavoratrici e lavoratori della scuola italiana: la mancata introduzione dei buoni pasto per docenti e personale ATA.

Ad oggi, dopo anni di richieste, mobilitazioni e atti parlamentari, questo diritto resta ancora senza riconoscimento. Il personale scolastico rientra tra le poche categorie della Pubblica Amministrazione prive di uno strumento che altrove risulta ormai consolidato.

Allo stesso tempo il Governo continua a rinviare decisioni concrete, da tempo richieste, evitando di inserire la misura tra le priorità politiche. Parliamo di lavoratori che garantiscono ogni giorno il funzionamento della scuola pubblica, spesso oltre l’orario formale di servizio, tra attività didattiche, amministrative e responsabilità crescenti.

A queste donne e uomini viene negato un diritto essenziale: quello a una pausa dignitosa durante la giornata lavorativa. I buoni pasto rappresentano uno strumento di welfare. Sono riconosciuti dalla normativa come servizio sostitutivo della mensa e risultano diffusi in gran parte del pubblico impiego. La loro assenza proprio nel comparto scuola produce una disparità ingiusta e incomprensibile.

Questa situazione determina una evidente violazione del principio di pari dignità tra lavoratori. Esistono diritti uguali per tutti. La scuola si regge ancora sul sacrificio quotidiano del proprio personale.

Noi affermiamo con chiarezza: il lavoro nella scuola è lavoro vero. Come tale merita rispetto, tutela e valorizzazione. Chiediamo al Governo e alle istituzioni competenti un intervento immediato, con l’inserimento del riconoscimento dei buoni pasto nel prossimo contratto collettivo nazionale della scuola. Al tempo stesso richiamiamo un principio sacrosanto per tutti i dipendenti PA e cioè che questi buoni rappresentano comunque un palliativo rispetto ad un aumento dello stipendio legato all’inflazione, sempre maggiore, così da avere “una retribuzione sufficiente a garantire un’esistenza libera e dignitosa” (Cost. Art. 36) visto che i buoni pasto non vengono poi calcolati ai fini pensionistici.

Il tutto rappresenta una umiliazione del ruolo del lavoratore soprattutto di quelle fasce più deboli e precarie.

Si tratta di un atto di giustizia. Restituire dignità al personale scolastico significa rafforzare l’intero sistema educativo del Paese. Senza rispetto e dignità per il ruolo di chi lavora nella scuola, come richiamato più volte da Gaetano Salvemini nelle sue opere, il futuro della Scuola pubblica resta più nebuloso e in costante pericolo di fronte a privatizzazioni sempre più pervasive.


Comitato Direttivo Nazionale Partito del Sud–Meridionalisti Progressisti




martedì 28 aprile 2026

Scuola e lavoro in Lombardia: il Nord che predica efficienza vive di precarietà

 


Comunicato del Circolo del Partito del Sud – Lombardia
(a firma di Mario Garofalo, Coordinatore regionale Lombardia del Partito del Sud – Meridionalisti Progressisti)

È ora di dirlo con chiarezza: la Lombardia, presentata da decenni come modello di efficienza e “buon governo del Nord”, è oggi una delle regioni italiane dove la precarietà nel settore pubblico – a cominciare dalla scuola – ha raggiunto livelli intollerabili.
Migliaia di cattedre scoperte, docenti costretti a trasferirsi di provincia in provincia, contratti a tempo determinato che si rinnovano ogni anno: ecco la realtà nascosta dietro la retorica dei primati lombardi.

Le recenti misure legate al PNRR e le scelte del governo centrale confermano purtroppo una linea fallimentare. Si parla di modernizzazione, si continuano a tagliare risorse e opportunità di stabilizzazione. Si tutelano solo formalmente idonei e sovrannumerari, lasciando irrisolto il vero nodo: la mancanza di un piano strutturale di reclutamento e valorizzazione del personale.

Per il Partito del Sud e per Mario Garofalo, questa è una questione di contratti e stipendi: è il riflesso di uno squilibrio territoriale e di potere.
La Lombardia è il Nord “che produce per mantenere il Sud”, come certa propaganda vuole far credere. È, piuttosto, un territorio che subisce gli stessi meccanismi di disuguaglianza e sfruttamento imposti da un modello neoliberista che usa scuola e lavoro pubblico come serbatoi di precarietà.

Nel mondo dell’istruzione, l’assenza di indennità territoriali per chi lavora lontano da casa e il costo della vita in costante aumento stanno svuotando le scuole anche qui. Si reclutano insegnanti dal Sud senza garantire loro tutele, e poi li si abbandona. È lo stesso meccanismo che spinge i giovani meridionali all’emigrazione: il problema è unico, cambia solo la geografia.

Mentre a Milano si celebrano le “eccellenze” e si investe nei campus privati, nelle periferie e nei comuni più poveri crescono le disuguaglianze educative e sociali.
Questa è la Lombardia reale: un laboratorio di precarietà, di efficienza.

Il Partito del Sud – Circolo Lombardia denuncia con forza questa ipocrisia e chiede:

• Un piano straordinario di assunzioni nella scuola, con stabilizzazione immediata dei precari;
• Indennità per il lavoro fuori sede, commisurate al costo della vita lombardo;
• Risorse vere per formazione e retribuzione del personale educativo;
• Un riequilibrio dei finanziamenti pubblici per garantire piena parità territoriale tra Nord e Sud.

Come ricorda sempre Mario Garofalo, “esiste un Nord che sta bene e un Sud che chiede: esiste un’Italia intera impoverita da decenni di politiche centraliste e neoliberiste, che vanno rovesciate a partire proprio dove il mito del modello settentrionale si è trasformato in precarietà di massa.”

Per una scuola pubblica equa.
Per un Paese unito nella giustizia sociale.
Dal Sud al Nord, cambiamo direzione.





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Comunicato del Circolo del Partito del Sud – Lombardia
(a firma di Mario Garofalo, Coordinatore regionale Lombardia del Partito del Sud – Meridionalisti Progressisti)

È ora di dirlo con chiarezza: la Lombardia, presentata da decenni come modello di efficienza e “buon governo del Nord”, è oggi una delle regioni italiane dove la precarietà nel settore pubblico – a cominciare dalla scuola – ha raggiunto livelli intollerabili.
Migliaia di cattedre scoperte, docenti costretti a trasferirsi di provincia in provincia, contratti a tempo determinato che si rinnovano ogni anno: ecco la realtà nascosta dietro la retorica dei primati lombardi.

Le recenti misure legate al PNRR e le scelte del governo centrale confermano purtroppo una linea fallimentare. Si parla di modernizzazione, si continuano a tagliare risorse e opportunità di stabilizzazione. Si tutelano solo formalmente idonei e sovrannumerari, lasciando irrisolto il vero nodo: la mancanza di un piano strutturale di reclutamento e valorizzazione del personale.

Per il Partito del Sud e per Mario Garofalo, questa è una questione di contratti e stipendi: è il riflesso di uno squilibrio territoriale e di potere.
La Lombardia è il Nord “che produce per mantenere il Sud”, come certa propaganda vuole far credere. È, piuttosto, un territorio che subisce gli stessi meccanismi di disuguaglianza e sfruttamento imposti da un modello neoliberista che usa scuola e lavoro pubblico come serbatoi di precarietà.

Nel mondo dell’istruzione, l’assenza di indennità territoriali per chi lavora lontano da casa e il costo della vita in costante aumento stanno svuotando le scuole anche qui. Si reclutano insegnanti dal Sud senza garantire loro tutele, e poi li si abbandona. È lo stesso meccanismo che spinge i giovani meridionali all’emigrazione: il problema è unico, cambia solo la geografia.

Mentre a Milano si celebrano le “eccellenze” e si investe nei campus privati, nelle periferie e nei comuni più poveri crescono le disuguaglianze educative e sociali.
Questa è la Lombardia reale: un laboratorio di precarietà, di efficienza.

Il Partito del Sud – Circolo Lombardia denuncia con forza questa ipocrisia e chiede:

• Un piano straordinario di assunzioni nella scuola, con stabilizzazione immediata dei precari;
• Indennità per il lavoro fuori sede, commisurate al costo della vita lombardo;
• Risorse vere per formazione e retribuzione del personale educativo;
• Un riequilibrio dei finanziamenti pubblici per garantire piena parità territoriale tra Nord e Sud.

Come ricorda sempre Mario Garofalo, “esiste un Nord che sta bene e un Sud che chiede: esiste un’Italia intera impoverita da decenni di politiche centraliste e neoliberiste, che vanno rovesciate a partire proprio dove il mito del modello settentrionale si è trasformato in precarietà di massa.”

Per una scuola pubblica equa.
Per un Paese unito nella giustizia sociale.
Dal Sud al Nord, cambiamo direzione.





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lunedì 20 aprile 2026

Quaderni Meridionali presenta il secondo numero della Rivista il 20 aprile a Mantova

Quaderni Meridionali, rivista impegnata nella lettura critica del Mezzogiorno e delle sue trasformazioni sociali, promuove un incontro dedicato a "Terra matta" di Vincenzo Rabito.


Nella cornice di Palazzo Cervetta dalle 17,00 si propone una riflessione su un’opera che restituisce la voce della Sicilia popolare del Novecento e, al contempo, offre una chiave di lettura ancora attuale: lavoro, migrazioni, disuguaglianze, costruzione della dignità attraverso le vite quotidiane.

A partire da questa testimonianza si apre un confronto sul valore delle fonti popolari nella storia contemporanea e sul ruolo della memoria come strumento di comprensione del presente.

Intervengono il direttore della rivista, Mario Garofalo, e il professor Carmelo Rizza, con un contributo di analisi storico-letteraria sulle culture subalterne e sulla formazione della memoria collettiva.

Un appuntamento che mette al centro un’idea semplice: la storia del Paese si comprende davvero solo quando si ascoltano le sue periferie sociali e geografiche.


Il secondo numero della rivista è disponibile online e acquistabile anche tramite Carta del Docente al seguente link:






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Quaderni Meridionali, rivista impegnata nella lettura critica del Mezzogiorno e delle sue trasformazioni sociali, promuove un incontro dedicato a "Terra matta" di Vincenzo Rabito.


Nella cornice di Palazzo Cervetta dalle 17,00 si propone una riflessione su un’opera che restituisce la voce della Sicilia popolare del Novecento e, al contempo, offre una chiave di lettura ancora attuale: lavoro, migrazioni, disuguaglianze, costruzione della dignità attraverso le vite quotidiane.

A partire da questa testimonianza si apre un confronto sul valore delle fonti popolari nella storia contemporanea e sul ruolo della memoria come strumento di comprensione del presente.

Intervengono il direttore della rivista, Mario Garofalo, e il professor Carmelo Rizza, con un contributo di analisi storico-letteraria sulle culture subalterne e sulla formazione della memoria collettiva.

Un appuntamento che mette al centro un’idea semplice: la storia del Paese si comprende davvero solo quando si ascoltano le sue periferie sociali e geografiche.


Il secondo numero della rivista è disponibile online e acquistabile anche tramite Carta del Docente al seguente link:






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lunedì 23 marzo 2026

IL SUD DICE NO!

Di Natale Cuccurese


Il NO al #referendumgiustizia2026 ha vinto di quasi 8 punti, non è stato un testa a testa, ma una solenne bocciatura della proposta del governo Meloni a partire dalla proposta governativa dell’Autonomia differenziata!


Non a caso nelle Regioni del Mezzogiorno il NO ha vinto con grande vantaggio, con la punta in Sicilia con il NO è al 60,98, mentre il Comune di Napoli è addirittura al 75,49%. In altre parole Meloni e la sua proposta antipopolare e servile in politica estera è stata messa alla porta. Il Sud, come ripeto da tempo, dati alla mano, è già da anni all’opposizione di Meloni e del suo governo classista e leghista.

Come scrivevo nei giorni scorsi infatti "...il voto referendario sulla Giustizia è il perno non solo per bloccare tutto il resto, ma anche per far saltare il patto di del governo più antimeridionale della storia.
Se infatti il NO dovesse prevalere la tenuta governativa sarebbe messa a dura prova facendo prevedibilmente saltare il banco anche su tutto il resto a partire dall’Autonomia differenziata. Inizierebbe un gioco di ripicche interne che metterebbe a dura prova la riuscita degli incastri d’interesse dei partiti di governo e quindi del governo stesso. Se cade la riforma cara a Forza Italia questa difficilmente farà passare l’autonomia differenziata, così come la Lega difficilmente darà il suo assenso al premierato…”.
(https://www.meridionemeridiani.info/.../referendum.../)

Una vittoria quindi anche del Mezzogiorno nelle cui Regioni (tutte) il NO ha vinto con largo vantaggio.

Il Partito del Sud ha da subito aderito, ovunque presente, ai Comitati per il NO da Sud a Nord e partecipato con passione alla campagna referendaria. Ringrazio tutti i dirigenti, i militanti, i sostenitori che hanno partecipato a questa festa di democrazia.

Ora avanti per costruire insieme a tutte le forze antifasciste e antirazziste l’alternativa a questo governo, al fine di vedere finalmente applicata la Costituzione che anche oggi abbiamo difeso per far sì che il popolo del Sud veda finalmente ed universalmente riconosciuta la sua dignità e i pari diritti!



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Di Natale Cuccurese


Il NO al #referendumgiustizia2026 ha vinto di quasi 8 punti, non è stato un testa a testa, ma una solenne bocciatura della proposta del governo Meloni a partire dalla proposta governativa dell’Autonomia differenziata!


Non a caso nelle Regioni del Mezzogiorno il NO ha vinto con grande vantaggio, con la punta in Sicilia con il NO è al 60,98, mentre il Comune di Napoli è addirittura al 75,49%. In altre parole Meloni e la sua proposta antipopolare e servile in politica estera è stata messa alla porta. Il Sud, come ripeto da tempo, dati alla mano, è già da anni all’opposizione di Meloni e del suo governo classista e leghista.

Come scrivevo nei giorni scorsi infatti "...il voto referendario sulla Giustizia è il perno non solo per bloccare tutto il resto, ma anche per far saltare il patto di del governo più antimeridionale della storia.
Se infatti il NO dovesse prevalere la tenuta governativa sarebbe messa a dura prova facendo prevedibilmente saltare il banco anche su tutto il resto a partire dall’Autonomia differenziata. Inizierebbe un gioco di ripicche interne che metterebbe a dura prova la riuscita degli incastri d’interesse dei partiti di governo e quindi del governo stesso. Se cade la riforma cara a Forza Italia questa difficilmente farà passare l’autonomia differenziata, così come la Lega difficilmente darà il suo assenso al premierato…”.
(https://www.meridionemeridiani.info/.../referendum.../)

Una vittoria quindi anche del Mezzogiorno nelle cui Regioni (tutte) il NO ha vinto con largo vantaggio.

Il Partito del Sud ha da subito aderito, ovunque presente, ai Comitati per il NO da Sud a Nord e partecipato con passione alla campagna referendaria. Ringrazio tutti i dirigenti, i militanti, i sostenitori che hanno partecipato a questa festa di democrazia.

Ora avanti per costruire insieme a tutte le forze antifasciste e antirazziste l’alternativa a questo governo, al fine di vedere finalmente applicata la Costituzione che anche oggi abbiamo difeso per far sì che il popolo del Sud veda finalmente ed universalmente riconosciuta la sua dignità e i pari diritti!



giovedì 12 marzo 2026

Referendum Giustizia: No ultima “ridotta” per bloccare l’autonomia differenziata

di Natale Cuccurese

Calderoli avanza in Cdm con le “pre-intese”, aggirando il parere della Consulta, e così Veneto, Lombardia, Liguria e Piemonte hanno richiesto la materia non Lep riguardante la “Protezione Civile”, cioè personale, funzioni, materiali, risorse ma anche autonomia nella regolamentazione e negli standard di servizio. Tuttavia, la Protezione Civile può essere funzionale a garantire materie Lep e se la devoluzione interferisce con questo processo si crea potenzialmente un problema molto serio.

Ad esempio, durante la pandemia da Covid-19, la protezione civile ha svolto un ruolo fondamentale nell’organizzazione dei servizi in funzione anti-pandemica, con in cima alla catena di comando lo stesso presidente del Consiglio dei ministri. Sarebbe stato possibile ottenere lo stesso servizio da un insieme di protezioni civili regionali, ciascuna delle quali risponde a un diverso organo politico, quale la Regione?

La regionalizzazione della Protezione Civile potrebbe così influenzare in un prossimo futuro la capacità di offrire in modo uniforme sul territorio nazionale i servizi relativi alla “tutela della salute”, una materia invece chiaramente Lep.

Allo stesso modo, potrebbe influire sulla tutela del territorio, anch’essa una materia Lep. Più in generale, se la struttura organizzativa e di incentivi della Protezione Civile differisce da una regione all’altra, senza che siano introdotti e rispettati standard nazionali, nel caso di una emergenza, alcune regioni potrebbero non essere in grado di garantire l’organizzazione dei soccorsi, con ovvi effetti anche sul piano sanitario o di altre materie coperte dai Lep.

Se le materie non-Lep influenzano il rispetto dei Lep in altri campi, come si può separare l’attribuzione delle prime dalle seconde? Il rischio del pasticcio istituzionale, del rimpallo di responsabilità e della montagna dei ricorsi alla Corte costituzionale è dietro l’angolo.

In sostanza, definire il livello minimo dei diritti dei residenti dovrebbe essere una grande operazione politica di progresso della Repubblica e non servire a far contento un pezzo della Lega.Ovviamente il tema è vasto e comprende anche materie Lep che carsicamente e cripticamente vengono attratte dal magnete separatista.

La Regione Puglia si schiera, ad esempio, contro il tentativo eversivo leghista di limitare il diritto allo studio e alle pari opportunità dei bambini con disabilità. “Abbiamo deciso di impugnare davanti alla Consulta – ha dichiarato il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro – la legge finanziaria dello Stato perché ancora una volta si cerca di attuare quell’autonomia differenziata, già di fatto congelata dalla Corte Costituzionale, che punta a creare disuguaglianze tra le Regioni, e ciò che è peggio tra i cittadini.

Nel caso specifico le risorse attribuite dal Governo sono assolutamente insufficienti per garantire in Puglia il diritto allo studio e all’inclusione dei bambini e degli adolescenti con disabilità che hanno bisogno più di tutti delle Istituzioni e di chi garantisca loro diritti. Il riconoscimento dei LEP nella legge di bilancio avrebbe dovuto invece creare le condizioni affinché questi bambini, indipendentemente da dove sono nati o da dove vanno a scuola, avessero gli stessi diritti e le stesse opportunità di studiare e di sentirsi uguali agli altri”.

Quasi contemporaneamente anche l’ex Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca  si scaglia contro l’accordo segnalando la sperequazione in Sanità:”L’accordosiglato in questi giorni tra il Governo e quattro Regioni del Nord sull’autonomia differenziata è passato quasi sotto silenzio.

Siamo punto e a capo e si è riproposta la questione dell’autonomia differenziata, con tutti gli elementi di pericolosità e di non chiarezza che abbiamo già registrato negli anni scorsi. Se si consente alle regioni che hanno il doppio del reddito pro capite di stabilire salari integrativi, si provocherà la fuga del personale sanitario dal Sud al Nord, con il riproporsi e l’allargarsi del divario.

Voglio segnalarlo questo problema perché ancora una volta il mondo politico italiano è narcotizzato e in modo particolare il Sud è narcotizzato. Dormono tutti in piedi e non hanno capito qual è il pericolo che abbiamo di fronte.

Mi auguro che ci sia gente che abbia voglia di combattere ancora per difendere l’unità nazionale, per difendere le nostre famiglie, per difendere i nostri giovani, i nostri professionisti, i nostri laureati e diplomati, per difendere le condizioni di vita civile delle comunità del Sud.

Perché in questo quadro, il divario dal Nord è destinato a crescere drammaticamente.” In attesa che anche le altre Regioni italiane, a partire da quelle del Mezzogiorno, si destino dalla narcolessia che le ha precipitate in un silenzio complice, la domanda che ci si pone è: cosa si può fare nella pratica per fermare questa deriva?

La risposta ci arriva dal Referendum del prossimo 22-23 marzo, visto che, come con un castello di carte, vi è la possibilità d’agire concretamente per mandare all’aria i desiderata leghisti.
Infatti “tutto si tiene” come in un gioco ad incastro se pensiamo che il Referendum sulla Giustizia è uno dei tre cardini che uniscono gli interessi di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega. Ed è il solo dei tre sul quale potremo votare, già a marzo. Infatti il premierato, che interessa a FdI, dovrebbe seguire la strada di una legge elettorale, per via parlamentare, approvata a colpi di maggioranza, sulla quale non ci sarà possibilità di un referendum prima delle politiche del 2027. Quanto all’autonomia differenziata dopo la bocciatura, come visto, del Referendum è ormai sufficiente l’assenso del Parlamento.
Ecco perché il voto referendario sulla Giustizia è il perno non solo per bloccare tutto il resto, ma anche per far saltare il patto di del governo più antimeridionale della storia. Se infatti il NO dovesse prevalere la tenuta governativa sarebbe messa a dura prova facendo prevedibilmente saltare il banco anche su tutto il resto a partire dall’Autonomia differenziata. Inizierebbe un gioco di ripicche interne che metterebbe a dura prova la riuscita degli incastri d’interesse dei partiti di governo e quindi del governo stesso. Se cade la riforma cara a Forza Italia questa difficilmente farà passare l’autonomia differenziata, così come la Lega difficilmente darà il suo assenso al premierato.
Pertanto il prossimo Referendum di marzo sulla separazione delle carriere dei magistrati, a prescindere dagli aspetti tecnici del Referendum stesso, con la relativa vittoria del NO è l’ultima “ridotta” disponibile per i meridionalisti per bloccare l’Autonomia differenziata”.

Fonte: Meridione/Meridiani



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di Natale Cuccurese

Calderoli avanza in Cdm con le “pre-intese”, aggirando il parere della Consulta, e così Veneto, Lombardia, Liguria e Piemonte hanno richiesto la materia non Lep riguardante la “Protezione Civile”, cioè personale, funzioni, materiali, risorse ma anche autonomia nella regolamentazione e negli standard di servizio. Tuttavia, la Protezione Civile può essere funzionale a garantire materie Lep e se la devoluzione interferisce con questo processo si crea potenzialmente un problema molto serio.

Ad esempio, durante la pandemia da Covid-19, la protezione civile ha svolto un ruolo fondamentale nell’organizzazione dei servizi in funzione anti-pandemica, con in cima alla catena di comando lo stesso presidente del Consiglio dei ministri. Sarebbe stato possibile ottenere lo stesso servizio da un insieme di protezioni civili regionali, ciascuna delle quali risponde a un diverso organo politico, quale la Regione?

La regionalizzazione della Protezione Civile potrebbe così influenzare in un prossimo futuro la capacità di offrire in modo uniforme sul territorio nazionale i servizi relativi alla “tutela della salute”, una materia invece chiaramente Lep.

Allo stesso modo, potrebbe influire sulla tutela del territorio, anch’essa una materia Lep. Più in generale, se la struttura organizzativa e di incentivi della Protezione Civile differisce da una regione all’altra, senza che siano introdotti e rispettati standard nazionali, nel caso di una emergenza, alcune regioni potrebbero non essere in grado di garantire l’organizzazione dei soccorsi, con ovvi effetti anche sul piano sanitario o di altre materie coperte dai Lep.

Se le materie non-Lep influenzano il rispetto dei Lep in altri campi, come si può separare l’attribuzione delle prime dalle seconde? Il rischio del pasticcio istituzionale, del rimpallo di responsabilità e della montagna dei ricorsi alla Corte costituzionale è dietro l’angolo.

In sostanza, definire il livello minimo dei diritti dei residenti dovrebbe essere una grande operazione politica di progresso della Repubblica e non servire a far contento un pezzo della Lega.Ovviamente il tema è vasto e comprende anche materie Lep che carsicamente e cripticamente vengono attratte dal magnete separatista.

La Regione Puglia si schiera, ad esempio, contro il tentativo eversivo leghista di limitare il diritto allo studio e alle pari opportunità dei bambini con disabilità. “Abbiamo deciso di impugnare davanti alla Consulta – ha dichiarato il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro – la legge finanziaria dello Stato perché ancora una volta si cerca di attuare quell’autonomia differenziata, già di fatto congelata dalla Corte Costituzionale, che punta a creare disuguaglianze tra le Regioni, e ciò che è peggio tra i cittadini.

Nel caso specifico le risorse attribuite dal Governo sono assolutamente insufficienti per garantire in Puglia il diritto allo studio e all’inclusione dei bambini e degli adolescenti con disabilità che hanno bisogno più di tutti delle Istituzioni e di chi garantisca loro diritti. Il riconoscimento dei LEP nella legge di bilancio avrebbe dovuto invece creare le condizioni affinché questi bambini, indipendentemente da dove sono nati o da dove vanno a scuola, avessero gli stessi diritti e le stesse opportunità di studiare e di sentirsi uguali agli altri”.

Quasi contemporaneamente anche l’ex Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca  si scaglia contro l’accordo segnalando la sperequazione in Sanità:”L’accordosiglato in questi giorni tra il Governo e quattro Regioni del Nord sull’autonomia differenziata è passato quasi sotto silenzio.

Siamo punto e a capo e si è riproposta la questione dell’autonomia differenziata, con tutti gli elementi di pericolosità e di non chiarezza che abbiamo già registrato negli anni scorsi. Se si consente alle regioni che hanno il doppio del reddito pro capite di stabilire salari integrativi, si provocherà la fuga del personale sanitario dal Sud al Nord, con il riproporsi e l’allargarsi del divario.

Voglio segnalarlo questo problema perché ancora una volta il mondo politico italiano è narcotizzato e in modo particolare il Sud è narcotizzato. Dormono tutti in piedi e non hanno capito qual è il pericolo che abbiamo di fronte.

Mi auguro che ci sia gente che abbia voglia di combattere ancora per difendere l’unità nazionale, per difendere le nostre famiglie, per difendere i nostri giovani, i nostri professionisti, i nostri laureati e diplomati, per difendere le condizioni di vita civile delle comunità del Sud.

Perché in questo quadro, il divario dal Nord è destinato a crescere drammaticamente.” In attesa che anche le altre Regioni italiane, a partire da quelle del Mezzogiorno, si destino dalla narcolessia che le ha precipitate in un silenzio complice, la domanda che ci si pone è: cosa si può fare nella pratica per fermare questa deriva?

La risposta ci arriva dal Referendum del prossimo 22-23 marzo, visto che, come con un castello di carte, vi è la possibilità d’agire concretamente per mandare all’aria i desiderata leghisti.
Infatti “tutto si tiene” come in un gioco ad incastro se pensiamo che il Referendum sulla Giustizia è uno dei tre cardini che uniscono gli interessi di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega. Ed è il solo dei tre sul quale potremo votare, già a marzo. Infatti il premierato, che interessa a FdI, dovrebbe seguire la strada di una legge elettorale, per via parlamentare, approvata a colpi di maggioranza, sulla quale non ci sarà possibilità di un referendum prima delle politiche del 2027. Quanto all’autonomia differenziata dopo la bocciatura, come visto, del Referendum è ormai sufficiente l’assenso del Parlamento.
Ecco perché il voto referendario sulla Giustizia è il perno non solo per bloccare tutto il resto, ma anche per far saltare il patto di del governo più antimeridionale della storia. Se infatti il NO dovesse prevalere la tenuta governativa sarebbe messa a dura prova facendo prevedibilmente saltare il banco anche su tutto il resto a partire dall’Autonomia differenziata. Inizierebbe un gioco di ripicche interne che metterebbe a dura prova la riuscita degli incastri d’interesse dei partiti di governo e quindi del governo stesso. Se cade la riforma cara a Forza Italia questa difficilmente farà passare l’autonomia differenziata, così come la Lega difficilmente darà il suo assenso al premierato.
Pertanto il prossimo Referendum di marzo sulla separazione delle carriere dei magistrati, a prescindere dagli aspetti tecnici del Referendum stesso, con la relativa vittoria del NO è l’ultima “ridotta” disponibile per i meridionalisti per bloccare l’Autonomia differenziata”.

Fonte: Meridione/Meridiani



giovedì 19 febbraio 2026

Fuga di massa, insieme ai giovani ora partono anche gli anziani

 Di Natale Cuccurese

Ormai si può parlare di "esodo strutturale": numeri alla mano, in Italia, tra il 2011 e il 2024 sono emigrati 630mila giovani (18-34enni), il 49% dalle regioni del Nord e il 35% dal Mezzogiorno. Il saldo al netto degli immigrati è pari a -441mila. Complessivamente, i giovani andati all'estero nel 2011-24 corrispondono al 7% dei giovani residenti in Italia nel 2024. La fuga dal Mezzogiorno addirittura non aspetta più la laurea. Comincia prima, già al momento dell’immatricolazione. Nell’anno accademico 2024/2025 quasi 70 mila studenti meridionali – su circa 521 mila complessivi – risultano iscritti in un ateneo del Centro-Nord: oltre il 13% del totale. La quota sale fino al 21% tra chi sceglie corsi Stem.


Sono i numeri del rapporto “Un Paese, due emigrazioni” di Svimez, presentato in collaborazione con Save the Children, che fotografa un’Italia spaccata lungo la linea della formazione e del lavoro qualificato.

La mobilità “anticipata” risponde a una logica precisa: avvicinarsi ai mercati del lavoro più dinamici. Tra i laureati che conseguono il titolo in un ateneo del Centro-Nord, l’88,5% risulta occupato nella stessa macro-area a tre anni dalla laurea. Per chi si laurea nel Mezzogiorno, invece, meno del 70% trova lavoro nei territori di origine.

Ad andarsene, però, non sono più solo i giovani (dal 2002 al 2024 quasi 350mila laureati under 35 hanno lasciato il Sud in direzione del Centro-Nord), ma anche gli anziani. Che conservano la residenza al Sud ma raggiungono figli e nipoti emigrati nelle regioni settentrionali. Negli ultimi ventidue anni, i numeri dei cosiddetti “nonni con la valigia” sono quasi raddoppiati, passando da 96 mila a oltre 184mila unità.

Oltretutto già oggi l’Italia è ufficialmente il Paese più anziano d’Europa. Con un’età media di 48,7 anni, siamo in testa alla classifica UE e il dato fotografa un problema strutturale che va ben oltre il dibattito, spesso superficiale, sulla natalità.

E se l’emigrazione giovanile continuerà a questi livelli la situazione non potrà che peggiorare. Perdite che però non scalfiscono le regioni settentrionali, che compensano ampiamente le proprie partenze proprio grazie ai flussi dal Mezzogiorno. È il Sud, insomma, ad avere la peggio.

Mentre il governo nulla fa, il Mezzogiorno sta finendo: andate (se possibile) in pace.

Fonte: Il Blog di Antonio Bianco




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 Di Natale Cuccurese

Ormai si può parlare di "esodo strutturale": numeri alla mano, in Italia, tra il 2011 e il 2024 sono emigrati 630mila giovani (18-34enni), il 49% dalle regioni del Nord e il 35% dal Mezzogiorno. Il saldo al netto degli immigrati è pari a -441mila. Complessivamente, i giovani andati all'estero nel 2011-24 corrispondono al 7% dei giovani residenti in Italia nel 2024. La fuga dal Mezzogiorno addirittura non aspetta più la laurea. Comincia prima, già al momento dell’immatricolazione. Nell’anno accademico 2024/2025 quasi 70 mila studenti meridionali – su circa 521 mila complessivi – risultano iscritti in un ateneo del Centro-Nord: oltre il 13% del totale. La quota sale fino al 21% tra chi sceglie corsi Stem.


Sono i numeri del rapporto “Un Paese, due emigrazioni” di Svimez, presentato in collaborazione con Save the Children, che fotografa un’Italia spaccata lungo la linea della formazione e del lavoro qualificato.

La mobilità “anticipata” risponde a una logica precisa: avvicinarsi ai mercati del lavoro più dinamici. Tra i laureati che conseguono il titolo in un ateneo del Centro-Nord, l’88,5% risulta occupato nella stessa macro-area a tre anni dalla laurea. Per chi si laurea nel Mezzogiorno, invece, meno del 70% trova lavoro nei territori di origine.

Ad andarsene, però, non sono più solo i giovani (dal 2002 al 2024 quasi 350mila laureati under 35 hanno lasciato il Sud in direzione del Centro-Nord), ma anche gli anziani. Che conservano la residenza al Sud ma raggiungono figli e nipoti emigrati nelle regioni settentrionali. Negli ultimi ventidue anni, i numeri dei cosiddetti “nonni con la valigia” sono quasi raddoppiati, passando da 96 mila a oltre 184mila unità.

Oltretutto già oggi l’Italia è ufficialmente il Paese più anziano d’Europa. Con un’età media di 48,7 anni, siamo in testa alla classifica UE e il dato fotografa un problema strutturale che va ben oltre il dibattito, spesso superficiale, sulla natalità.

E se l’emigrazione giovanile continuerà a questi livelli la situazione non potrà che peggiorare. Perdite che però non scalfiscono le regioni settentrionali, che compensano ampiamente le proprie partenze proprio grazie ai flussi dal Mezzogiorno. È il Sud, insomma, ad avere la peggio.

Mentre il governo nulla fa, il Mezzogiorno sta finendo: andate (se possibile) in pace.

Fonte: Il Blog di Antonio Bianco




sabato 14 febbraio 2026

NOI VOTIAMO NO AL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA DEL 22 e 23 MARZO 2026!

Nessun intervento strutturale sulla giustizia!

I quesiti non incidono sulle cause reali dell’inefficienza della giustizia: carenza di organici, insufficiente digitalizzazione, organizzazione degli uffici, durata dei gradi di giudizio. Intervenire su singole norme non equivale a una riforma.

Indebolimento dell’autonomia della magistratura!

Alcune proposte riducono le garanzie di indipendenza del giudice, esponendo la funzione giurisdizionale a logiche corporative-politiche o a pressioni esterne, in contrasto con l’equilibrio costituzionale dei poteri.

Rischio di una giustizia meno efficace contro reati gravi!

La limitazione degli strumenti cautelari e disciplinari non tutela i diritti dei cittadini, ma può favorire l’impunità nei confronti di reati complessi, economici e contro la pubblica amministrazione.

Una visione punitiva e ideologica della magistratura!

Il referendum nasce da una narrazione politica che individua nella magistratura il problema, anziché nel mancato investimento pubblico nella giustizia come servizio essenziale dello Stato.


Per motivi POLITICI:

“Tutto si tiene” come in un gioco ad incastro se pensiamo che il Referendum sulla Giustizia è uno dei tre cardini che uniscono gli interessi di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega. Ed è il solo dei tre sul quale potremo votare, già a marzo.

Infatti il premierato, che interessa a FdI, dovrebbe seguire la strada di una legge elettorale, per via parlamentare, approvata a colpi di maggioranza, sulla quale non ci sarà possibilità di un referendum prima delle politiche del 2027. Quanto all’autonomia differenziata dopo la bocciatura del Referendum è ormai sufficiente l’assenso del Parlamento.

Ecco perché il voto referendario sulla Giustizia è il perno non solo per bloccare tutto il resto, ma anche per far saltare il patto di del governo più antimeridionale della storia.

Se infatti il NO dovesse prevalere la tenuta governativa sarebbe messa a dura prova facendo prevedibilmente saltare il banco anche su tutto il resto a partire dall’Autonomia differenziata.

Se cade la riforma cara a Forza Italia questa difficilmente farà passare l’autonomia differenziata, così come la Lega difficilmente darà il suo assenso al premierato.

Pertanto il prossimo Referendum di marzo sulla separazione delle carriere dei magistrati, a prescindere dagli aspetti tecnici del Referendum stesso, con la relativa vittoria del NO è l’ultima “ridotta” disponibile per i meridionalisti per bloccare l’Autonomia differenziata”.

IO VOTO NO!



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Nessun intervento strutturale sulla giustizia!

I quesiti non incidono sulle cause reali dell’inefficienza della giustizia: carenza di organici, insufficiente digitalizzazione, organizzazione degli uffici, durata dei gradi di giudizio. Intervenire su singole norme non equivale a una riforma.

Indebolimento dell’autonomia della magistratura!

Alcune proposte riducono le garanzie di indipendenza del giudice, esponendo la funzione giurisdizionale a logiche corporative-politiche o a pressioni esterne, in contrasto con l’equilibrio costituzionale dei poteri.

Rischio di una giustizia meno efficace contro reati gravi!

La limitazione degli strumenti cautelari e disciplinari non tutela i diritti dei cittadini, ma può favorire l’impunità nei confronti di reati complessi, economici e contro la pubblica amministrazione.

Una visione punitiva e ideologica della magistratura!

Il referendum nasce da una narrazione politica che individua nella magistratura il problema, anziché nel mancato investimento pubblico nella giustizia come servizio essenziale dello Stato.


Per motivi POLITICI:

“Tutto si tiene” come in un gioco ad incastro se pensiamo che il Referendum sulla Giustizia è uno dei tre cardini che uniscono gli interessi di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega. Ed è il solo dei tre sul quale potremo votare, già a marzo.

Infatti il premierato, che interessa a FdI, dovrebbe seguire la strada di una legge elettorale, per via parlamentare, approvata a colpi di maggioranza, sulla quale non ci sarà possibilità di un referendum prima delle politiche del 2027. Quanto all’autonomia differenziata dopo la bocciatura del Referendum è ormai sufficiente l’assenso del Parlamento.

Ecco perché il voto referendario sulla Giustizia è il perno non solo per bloccare tutto il resto, ma anche per far saltare il patto di del governo più antimeridionale della storia.

Se infatti il NO dovesse prevalere la tenuta governativa sarebbe messa a dura prova facendo prevedibilmente saltare il banco anche su tutto il resto a partire dall’Autonomia differenziata.

Se cade la riforma cara a Forza Italia questa difficilmente farà passare l’autonomia differenziata, così come la Lega difficilmente darà il suo assenso al premierato.

Pertanto il prossimo Referendum di marzo sulla separazione delle carriere dei magistrati, a prescindere dagli aspetti tecnici del Referendum stesso, con la relativa vittoria del NO è l’ultima “ridotta” disponibile per i meridionalisti per bloccare l’Autonomia differenziata”.

IO VOTO NO!



martedì 10 febbraio 2026

STOP AUTONOMIA DIFFERENZIATA: ULTIMA CHIAMATA!

Di Natale Cuccurese

Eravamo stati facili profeti un anno fa sui dubbi in merito alla decisione (che oggi appare sempre più inconsulta) della Consulta sulla bocciatura del Referendum sull’Autonomia differenziata perché rappresentava un grave nocumento per la tenuta democratica ed unitaria del Paese.

Spiegando le ragioni della bocciatura del Referendum, veniva fatto riferimento che «la decisione della Corte sulla non ammissibilità del referendum si riferiva alla non chiarezza del quesito, perché l’oggetto del quesito (la legge Calderoli) è oramai ridimensionato» per via della sentenza dello scorso anno che ne ha sancita la parziale, benché amplissima, incostituzionalità, sicché «ciò che residuava era difficilmente comprensibile dall’elettore».
Peccato che la decisione circa la idoneità della legge Calderoli a rimanere sottoposta a referendum dopo il suo parziale annullamento da parte della Corte costituzionale spettava, però, alla sola Corte di Cassazione, la cui valutazione a favore della idoneità non è suscettibile di revisione da parte della Corte costituzionale.
Altrettanto sorprendente è stato leggere che, con il referendum, «i cittadini sarebbero stati chiamati a votare sull’articolo 116 comma terzo della Costituzione, e cioè sul principio dell’autonomia differenziata, ma questo è contro la Costituzione». La Costituzione però attribuisce alle Regioni la possibilità di chiedere l’autonomia differenziata, ma la decisione se accogliere la richiesta o meno è rimessa allo Stato.
L’autonomia differenziata infatti non è un diritto, ma è una facoltà che lo Stato può decidere di attivare o di non attivare. Dunque, decidere di eliminare la “legge Calderoli”, in quanto volta ad agevolare l’esercizio di quella facoltà, non significa affatto pronunciarsi sulla Costituzione, bensì assumere una decisione di principio sull’attivazione o meno della facoltà in questione (il che, peraltro, non impedisce la possibilità di utilizzare direttamente l’articolo 116, comma 3 della Costituzione, come mostra l’esperienza dei Governi Gentiloni e Conte I).
Così un anno fa venendo a mancare la mobilitazione del Mezzogiorno (che infatti ha reagito se non con una astensione per protesta sicuramente con una partecipazione e mobilitazione meno sentita) è stato definitivamente impossibile raggiungere il già difficile quorum per i 5 Referendum su scurezza sul lavoro, contratti, ma anche cittadinanza.
Diciamo che così il governo si ritrovò con minor preoccupazioni di tenuta. Tenuta che sarebbe stata quasi impossibile da mantenere in caso di sconfitta referendaria.
Inoltre così stando le cose ai leghisti è stato successivamente possibile andare avanti per strappi, “fregandosene” nel breve della sentenza e procedendo a tutto gas a normare materie in merito a piacimento, o quasi, col criterio del “fatto compiuto” (o del silenzio assenso).
Ora la “Legge Truffa” che non punta a garantire diritti ai cittadini, ma ad aggirare Consulta e Parlamento sulla via del regionalismo differenziato, giace in Commissione al Senato da settembre, sotto forma di Ddl delega al governo per la definizione dei LEP, i Livelli essenziali delle prestazioni riguardo ai diritti civili e sociali che lo Stato dovrebbe garantire a tutti i cittadini secondo l’articolo 117 della Costituzione.
Calderoli s’è infatti portato avanti firmando pre-intese con Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria su alcune “materie non LEP” e infilando nella legge di Bilancio approvata a fine anno alcuni articoli che definiscono una serie di “Livelli essenziali delle prestazioni” da circa un mese oggetto di un ciclo di audizioni informali che hanno messo in rilievo il tipo di “truffa” che si vuole consumare.
Il Ddl in questione serve alla “completa attuazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione”, che non è quello che assegna alla Stato il compito di definire e garantire i LEP, ma quello che prevede “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”. Il costituzionalista Francesco Pallante così si è espresso: “imprime fin dall’origine alla definizione dei Lep una torsione destinata a distoglierli dalle finalità costituzionali cui dovrebbero essere preposti”. Mentre per lo Svimez: “i Lep non rappresentano uno strumento funzionale al regionalismo differenziato, ma un presidio ordinario dell’eguaglianza sostanziale dei diritti di cittadinanza”.
Ma la vicenda diventa clamorosa se pensiamo, ad esempio, che Veneto, Lombardia, Liguria e Piemonte hanno richiesto la materia non Lep riguardante la “Protezione Civile”, cioè personale, funzioni, materiali, risorse ma anche autonomia nella regolamentazione e negli standard di servizio. Tuttavia, la Protezione Civile può essere funzionale a garantire materie Lep e se la devoluzione interferisce con questo processo si crea potenzialmente un problema molto serio.
Ad esempio, durante la pandemia da Covid-19, la protezione civile ha svolto un ruolo fondamentale nell’organizzazione dei servizi in funzione anti-pandemica, con in cima alla catena di comando lo stesso presidente del Consiglio dei ministri. Sarebbe stato possibile ottenere lo stesso servizio da un insieme di protezioni civili regionali, ciascuna delle quali risponde a un diverso organo politico, quale la Regione?
La regionalizzazione della Protezione Civile potrebbe così influenzare in un prossimo futuro la capacità di offrire in modo uniforme sul territorio nazionale i servizi relativi alla “tutela della salute”, una materia invece chiaramente Lep.
Allo stesso modo, potrebbe influire sulla tutela del territorio, anch’essa una materia Lep. Più in generale, se la struttura organizzativa e di incentivi della Protezione Civile differisce da una regione all’altra, senza che siano introdotti e rispettati standard nazionali, nel caso di una emergenza, alcune regioni potrebbero non essere in grado di garantire l’organizzazione dei soccorsi, con ovvi effetti anche sul piano sanitario o di altre materie coperte dai Lep.
Se le materie non-Lep influenzano il rispetto dei Lep in altri campi, come si può separare l’attribuzione delle prime dalle seconde?
Il rischio del pasticcio istituzionale, del rimpallo di responsabilità e della montagna dei ricorsi alla Corte costituzionale è dietro l’angolo.
In sostanza, definire il livello minimo dei diritti dei residenti dovrebbe essere una grande operazione politica di progresso della Repubblica e non servire a far contento un pezzo della Lega
Si può pertanto affermare che l’Autonomia differenziata è un progetto liberista che mette in pericolo l’unità stessa del Paese. Chi si è accodato a queste richieste, spesso definendosi patriota (non si sa di quale patria, evidentemente quella Padana) si assume interamente e a futura memoria la responsabilità della possibile, e certo non auspicabile, “balcanizzazione” del Paese. Il tutto mentre i dati Istat degli ultimi anni, pongono in evidenza come i divari territoriali e sociali da anni si stanno sempre più approfondendo, così come la desertificazione demografica del Mezzogiorno.
Questa vicenda però ci deve far capire che, come con un castello di carte, vi è la possibilità d’agire concretamente per mandare all’aria i desiderata leghisti.
Infatti “tutto si tiene” come in un gioco ad incastro se pensiamo che il Referendum sulla Giustizia è uno dei tre cardini che uniscono gli interessi di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega. Ed è il solo dei tre sul quale potremo votare, già a marzo.
Infatti il premierato, che interessa a FdI, dovrebbe seguire la strada di una legge elettorale, per via parlamentare, approvata a colpi di maggioranza, sulla quale non ci sarà possibilità di un referendum prima delle politiche del 2027. Quanto all’autonomia differenziata dopo la bocciatura, come visto, del Referendum è ormai sufficiente l’assenso del Parlamento.
Ecco perché il voto referendario sulla Giustizia è il perno non solo per bloccare tutto il resto, ma anche per far saltare il patto di del governo più antimeridionale della storia. Se infatti il NO dovesse prevalere la tenuta governativa sarebbe messa a dura prova facendo prevedibilmente saltare il banco anche su tutto il resto a partire dall’Autonomia differenziata. Inizierebbe un gioco di ripicche interne che metterebbe a dura prova la riuscita degli incastri d’interesse dei partiti di governo e quindi del governo stesso. Se cade la riforma cara a Forza Italia questa difficilmente farà passare l’autonomia differenziata, così come la Lega difficilmente darà il suo assenso al premierato.
Pertanto il prossimo Referendum di marzo sulla separazione delle carriere dei magistrati, a prescindere dagli aspetti tecnici del Referendum stesso, con la relativa vittoria del NO è l’ultima “ridotta” disponibile per i meridionalisti per bloccare l’Autonomia differenziata”.

Fonte: Lavoro & Salute di febbraio



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Di Natale Cuccurese

Eravamo stati facili profeti un anno fa sui dubbi in merito alla decisione (che oggi appare sempre più inconsulta) della Consulta sulla bocciatura del Referendum sull’Autonomia differenziata perché rappresentava un grave nocumento per la tenuta democratica ed unitaria del Paese.

Spiegando le ragioni della bocciatura del Referendum, veniva fatto riferimento che «la decisione della Corte sulla non ammissibilità del referendum si riferiva alla non chiarezza del quesito, perché l’oggetto del quesito (la legge Calderoli) è oramai ridimensionato» per via della sentenza dello scorso anno che ne ha sancita la parziale, benché amplissima, incostituzionalità, sicché «ciò che residuava era difficilmente comprensibile dall’elettore».
Peccato che la decisione circa la idoneità della legge Calderoli a rimanere sottoposta a referendum dopo il suo parziale annullamento da parte della Corte costituzionale spettava, però, alla sola Corte di Cassazione, la cui valutazione a favore della idoneità non è suscettibile di revisione da parte della Corte costituzionale.
Altrettanto sorprendente è stato leggere che, con il referendum, «i cittadini sarebbero stati chiamati a votare sull’articolo 116 comma terzo della Costituzione, e cioè sul principio dell’autonomia differenziata, ma questo è contro la Costituzione». La Costituzione però attribuisce alle Regioni la possibilità di chiedere l’autonomia differenziata, ma la decisione se accogliere la richiesta o meno è rimessa allo Stato.
L’autonomia differenziata infatti non è un diritto, ma è una facoltà che lo Stato può decidere di attivare o di non attivare. Dunque, decidere di eliminare la “legge Calderoli”, in quanto volta ad agevolare l’esercizio di quella facoltà, non significa affatto pronunciarsi sulla Costituzione, bensì assumere una decisione di principio sull’attivazione o meno della facoltà in questione (il che, peraltro, non impedisce la possibilità di utilizzare direttamente l’articolo 116, comma 3 della Costituzione, come mostra l’esperienza dei Governi Gentiloni e Conte I).
Così un anno fa venendo a mancare la mobilitazione del Mezzogiorno (che infatti ha reagito se non con una astensione per protesta sicuramente con una partecipazione e mobilitazione meno sentita) è stato definitivamente impossibile raggiungere il già difficile quorum per i 5 Referendum su scurezza sul lavoro, contratti, ma anche cittadinanza.
Diciamo che così il governo si ritrovò con minor preoccupazioni di tenuta. Tenuta che sarebbe stata quasi impossibile da mantenere in caso di sconfitta referendaria.
Inoltre così stando le cose ai leghisti è stato successivamente possibile andare avanti per strappi, “fregandosene” nel breve della sentenza e procedendo a tutto gas a normare materie in merito a piacimento, o quasi, col criterio del “fatto compiuto” (o del silenzio assenso).
Ora la “Legge Truffa” che non punta a garantire diritti ai cittadini, ma ad aggirare Consulta e Parlamento sulla via del regionalismo differenziato, giace in Commissione al Senato da settembre, sotto forma di Ddl delega al governo per la definizione dei LEP, i Livelli essenziali delle prestazioni riguardo ai diritti civili e sociali che lo Stato dovrebbe garantire a tutti i cittadini secondo l’articolo 117 della Costituzione.
Calderoli s’è infatti portato avanti firmando pre-intese con Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria su alcune “materie non LEP” e infilando nella legge di Bilancio approvata a fine anno alcuni articoli che definiscono una serie di “Livelli essenziali delle prestazioni” da circa un mese oggetto di un ciclo di audizioni informali che hanno messo in rilievo il tipo di “truffa” che si vuole consumare.
Il Ddl in questione serve alla “completa attuazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione”, che non è quello che assegna alla Stato il compito di definire e garantire i LEP, ma quello che prevede “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”. Il costituzionalista Francesco Pallante così si è espresso: “imprime fin dall’origine alla definizione dei Lep una torsione destinata a distoglierli dalle finalità costituzionali cui dovrebbero essere preposti”. Mentre per lo Svimez: “i Lep non rappresentano uno strumento funzionale al regionalismo differenziato, ma un presidio ordinario dell’eguaglianza sostanziale dei diritti di cittadinanza”.
Ma la vicenda diventa clamorosa se pensiamo, ad esempio, che Veneto, Lombardia, Liguria e Piemonte hanno richiesto la materia non Lep riguardante la “Protezione Civile”, cioè personale, funzioni, materiali, risorse ma anche autonomia nella regolamentazione e negli standard di servizio. Tuttavia, la Protezione Civile può essere funzionale a garantire materie Lep e se la devoluzione interferisce con questo processo si crea potenzialmente un problema molto serio.
Ad esempio, durante la pandemia da Covid-19, la protezione civile ha svolto un ruolo fondamentale nell’organizzazione dei servizi in funzione anti-pandemica, con in cima alla catena di comando lo stesso presidente del Consiglio dei ministri. Sarebbe stato possibile ottenere lo stesso servizio da un insieme di protezioni civili regionali, ciascuna delle quali risponde a un diverso organo politico, quale la Regione?
La regionalizzazione della Protezione Civile potrebbe così influenzare in un prossimo futuro la capacità di offrire in modo uniforme sul territorio nazionale i servizi relativi alla “tutela della salute”, una materia invece chiaramente Lep.
Allo stesso modo, potrebbe influire sulla tutela del territorio, anch’essa una materia Lep. Più in generale, se la struttura organizzativa e di incentivi della Protezione Civile differisce da una regione all’altra, senza che siano introdotti e rispettati standard nazionali, nel caso di una emergenza, alcune regioni potrebbero non essere in grado di garantire l’organizzazione dei soccorsi, con ovvi effetti anche sul piano sanitario o di altre materie coperte dai Lep.
Se le materie non-Lep influenzano il rispetto dei Lep in altri campi, come si può separare l’attribuzione delle prime dalle seconde?
Il rischio del pasticcio istituzionale, del rimpallo di responsabilità e della montagna dei ricorsi alla Corte costituzionale è dietro l’angolo.
In sostanza, definire il livello minimo dei diritti dei residenti dovrebbe essere una grande operazione politica di progresso della Repubblica e non servire a far contento un pezzo della Lega
Si può pertanto affermare che l’Autonomia differenziata è un progetto liberista che mette in pericolo l’unità stessa del Paese. Chi si è accodato a queste richieste, spesso definendosi patriota (non si sa di quale patria, evidentemente quella Padana) si assume interamente e a futura memoria la responsabilità della possibile, e certo non auspicabile, “balcanizzazione” del Paese. Il tutto mentre i dati Istat degli ultimi anni, pongono in evidenza come i divari territoriali e sociali da anni si stanno sempre più approfondendo, così come la desertificazione demografica del Mezzogiorno.
Questa vicenda però ci deve far capire che, come con un castello di carte, vi è la possibilità d’agire concretamente per mandare all’aria i desiderata leghisti.
Infatti “tutto si tiene” come in un gioco ad incastro se pensiamo che il Referendum sulla Giustizia è uno dei tre cardini che uniscono gli interessi di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega. Ed è il solo dei tre sul quale potremo votare, già a marzo.
Infatti il premierato, che interessa a FdI, dovrebbe seguire la strada di una legge elettorale, per via parlamentare, approvata a colpi di maggioranza, sulla quale non ci sarà possibilità di un referendum prima delle politiche del 2027. Quanto all’autonomia differenziata dopo la bocciatura, come visto, del Referendum è ormai sufficiente l’assenso del Parlamento.
Ecco perché il voto referendario sulla Giustizia è il perno non solo per bloccare tutto il resto, ma anche per far saltare il patto di del governo più antimeridionale della storia. Se infatti il NO dovesse prevalere la tenuta governativa sarebbe messa a dura prova facendo prevedibilmente saltare il banco anche su tutto il resto a partire dall’Autonomia differenziata. Inizierebbe un gioco di ripicche interne che metterebbe a dura prova la riuscita degli incastri d’interesse dei partiti di governo e quindi del governo stesso. Se cade la riforma cara a Forza Italia questa difficilmente farà passare l’autonomia differenziata, così come la Lega difficilmente darà il suo assenso al premierato.
Pertanto il prossimo Referendum di marzo sulla separazione delle carriere dei magistrati, a prescindere dagli aspetti tecnici del Referendum stesso, con la relativa vittoria del NO è l’ultima “ridotta” disponibile per i meridionalisti per bloccare l’Autonomia differenziata”.

Fonte: Lavoro & Salute di febbraio



 
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