A Napoli un confronto sul Mezzogiorno, i Sud del mondo e le nuove forme del dominio
Napoli torna a farsi luogo di elaborazione
politica e culturale, punto di incontro tra la questione meridionale e i
conflitti che attraversano il mondo contemporaneo. Sabato 20 giugno, dalle ore 10, all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, il convegno “Con i Sud del mondo, senza apartheid, senza neocolonialismo”
si propone come molto più di un appuntamento pubblico. Si annuncia come
una presa di parola netta, una chiamata alla responsabilità e alla
costruzione di uno sguardo diverso sul Mezzogiorno, sul Mediterraneo e
sulle nuove gerarchie del potere globale.
Il cuore dell’iniziativa sta proprio
nell’intreccio che propone. Accostare i Sud del mondo, l’apartheid, il
neocolonialismo e la questione meridionale significa rifiutare la
lettura per compartimenti stagni che per troppo tempo ha separato ciò
che invece appartiene a una stessa struttura di dominio. Da una parte i
popoli impoveriti, espropriati, ricondotti a spazi subalterni dentro
l’economia globale. Dall’altra il Mezzogiorno d’Italia, spesso trattato
come una periferia interna da amministrare, correggere o contenere.
Contesti diversi, certo, ma una logica comune: la concentrazione di
ricchezza, funzioni decisive e capacità di comando in pochi centri,
lasciando ai margini dipendenza, precarietà e svuotamento democratico.
Per decenni il Sud è stato raccontato
quasi esclusivamente come una mancanza: carenza di infrastrutture,
ritardo di sviluppo, debolezza produttiva, emergenza sociale. Una
narrazione che ha finito per ridurre il Mezzogiorno a oggetto di
osservazione, statistica e intervento, togliendogli il diritto di
definirsi da sé. Eppure, il Sud non è soltanto una questione da
risolvere. È anche un punto di vista dal quale osservare con particolare
nitidezza le contraddizioni del presente. Dal Sud si colgono prima e
più chiaramente gli effetti dello sfruttamento dei territori,
dell’emigrazione forzata, della precarizzazione del lavoro, della
privatizzazione dei diritti e della subordinazione culturale che
accompagna quella economica.
In questo senso, il richiamo a un mondo
“senza apartheid” assume un significato preciso e attuale. Non si limita
a evocare una delle più violente forme di segregazione del Novecento,
ma parla a tutti i dispositivi contemporanei che trasformano la
disuguaglianza in ordine naturale e la separazione in principio
politico. I muri, le cittadinanze selettive, i confini armati, le vite
considerate sacrificabili, la divisione tra chi merita protezione e chi
viene consegnato al rischio: tutto questo appartiene a una stessa
grammatica del potere. Allo stesso modo, parlare di “neocolonialismo”
vuol dire riconoscere che il colonialismo non appartiene soltanto al
passato. Sopravvive nelle forme nuove del controllo economico, nell’uso
politico del debito, nel dominio sulle risorse, nelle catene di
dipendenza commerciale, nella pretesa di imporre dall’esterno modelli di
sviluppo, priorità e interessi.
Dentro questo quadro, il Mezzogiorno può
tornare a rivendicare una centralità politica reale. Non una centralità
simbolica, celebrativa, affidata alla retorica dell’identità, ma una
centralità conflittuale, consapevole e progettuale. Collocato nel cuore
del Mediterraneo, il Sud d’Italia può essere pensato come spazio di
connessione tra popoli, esperienze e domande di giustizia, invece che
come margine da sorvegliare o come cerniera passiva di interessi altrui.
La sua posizione geografica, la sua storia e le sue ferite lo rendono
un luogo da cui ripensare le relazioni tra Europa, Africa e Medio
Oriente fuori dalle logiche di contenimento, sfruttamento e
subalternità.
Che questo confronto si svolga a Napoli è
tutt’altro che secondario. Napoli è una città che conosce il peso
dell’abbandono e insieme la forza della resistenza. È una città che ha
sperimentato sulla propria pelle la sottrazione di risorse e potere, ma
che ha anche custodito forme originali di conflitto, autorganizzazione e
produzione culturale. La sua natura profondamente mediterranea, aperta e
contraddittoria, la rende uno spazio particolarmente adatto a ospitare
una riflessione che tiene insieme dimensione locale e scenario globale.
La questione meridionale, del resto, non parla soltanto alla storia
italiana: parla al presente del mondo.
Anche la composizione del parterre
conferma l’ambizione dell’iniziativa. La presenza di esponenti politici,
giuristi, studiosi e militanti – da Dario Carotenuto a Maria Giovanna
Castaldo, da Natale Cuccurese a Luigi de Magistris, da Stefano Galieni a
Sergio Marotta, fino a Valeria Spinelli, con la moderazione di Antonio
Luongo – suggerisce la volontà di tenere insieme analisi e proposta,
denuncia e costruzione politica. Il punto, infatti, non è soltanto
nominare le ingiustizie o elencare le disuguaglianze. Il punto è provare
a costruire un lessico comune e una piattaforma capace di collegare la
giustizia territoriale ai diritti sociali, l’autodeterminazione dei
popoli alla democrazia sostanziale, la critica dell’ordine globale alla
trasformazione concreta delle condizioni di vita.
C’è poi un altro elemento decisivo, forse
il più importante: la riconquista dell’immaginazione politica. Ogni
sistema di dominio, prima ancora di occupare istituzioni ed economie,
cerca di occupare l’immaginario. Fa apparire inevitabile ciò che è
storico, naturale ciò che è prodotto, definitivo ciò che potrebbe essere
cambiato. Convince i territori subordinati che il loro posto nel mondo
sia già scritto, che le alternative siano ingenue o impraticabili, che
la dipendenza rappresenti l’unica forma possibile di sopravvivenza. In
questo senso, un appuntamento come quello di Napoli prova a riaprire lo
spazio della possibilità. Prova a restituire al Sud la facoltà di
immaginarsi come soggetto e non come oggetto, come forza storica e non
come residuo amministrativo.
Per questa ragione il convegno parla anche
oltre il perimetro degli addetti ai lavori. Interpella chiunque rifiuti
l’idea che le disuguaglianze siano un fatto neutro o puramente tecnico.
Interpella chi pensa che il Mediterraneo debba tornare a essere uno
spazio di incontro, cooperazione e scambio, invece che una linea di
morte e selezione. Interpella chi vede nel Mezzogiorno una possibilità
politica, una risorsa critica, una forza da liberare.
Sabato 20 giugno, nelle sale dell’Istituto
Italiano per gli Studi Filosofici di via Monte di Dio, il Sud proverà
dunque a rimettersi al centro della storia con la propria voce. Senza
vittimismo e senza nostalgia, con l’ambizione di costruire conflitto
democratico, visione e progetto. In un tempo in cui le periferie del
mondo vengono ancora chiamate a obbedire, tacere o adattarsi, l’atto più
radicale resta forse questo: nominare il dominio, riconoscere i legami
tra le oppressioni e ricominciare a pensare la liberazione come compito
politico concreto.
Fonte: Quintapagina
A Napoli un confronto sul Mezzogiorno, i Sud del mondo e le nuove forme del dominio
Napoli torna a farsi luogo di elaborazione
politica e culturale, punto di incontro tra la questione meridionale e i
conflitti che attraversano il mondo contemporaneo. Sabato 20 giugno, dalle ore 10, all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, il convegno “Con i Sud del mondo, senza apartheid, senza neocolonialismo”
si propone come molto più di un appuntamento pubblico. Si annuncia come
una presa di parola netta, una chiamata alla responsabilità e alla
costruzione di uno sguardo diverso sul Mezzogiorno, sul Mediterraneo e
sulle nuove gerarchie del potere globale.
Il cuore dell’iniziativa sta proprio
nell’intreccio che propone. Accostare i Sud del mondo, l’apartheid, il
neocolonialismo e la questione meridionale significa rifiutare la
lettura per compartimenti stagni che per troppo tempo ha separato ciò
che invece appartiene a una stessa struttura di dominio. Da una parte i
popoli impoveriti, espropriati, ricondotti a spazi subalterni dentro
l’economia globale. Dall’altra il Mezzogiorno d’Italia, spesso trattato
come una periferia interna da amministrare, correggere o contenere.
Contesti diversi, certo, ma una logica comune: la concentrazione di
ricchezza, funzioni decisive e capacità di comando in pochi centri,
lasciando ai margini dipendenza, precarietà e svuotamento democratico.
Per decenni il Sud è stato raccontato
quasi esclusivamente come una mancanza: carenza di infrastrutture,
ritardo di sviluppo, debolezza produttiva, emergenza sociale. Una
narrazione che ha finito per ridurre il Mezzogiorno a oggetto di
osservazione, statistica e intervento, togliendogli il diritto di
definirsi da sé. Eppure, il Sud non è soltanto una questione da
risolvere. È anche un punto di vista dal quale osservare con particolare
nitidezza le contraddizioni del presente. Dal Sud si colgono prima e
più chiaramente gli effetti dello sfruttamento dei territori,
dell’emigrazione forzata, della precarizzazione del lavoro, della
privatizzazione dei diritti e della subordinazione culturale che
accompagna quella economica.
In questo senso, il richiamo a un mondo
“senza apartheid” assume un significato preciso e attuale. Non si limita
a evocare una delle più violente forme di segregazione del Novecento,
ma parla a tutti i dispositivi contemporanei che trasformano la
disuguaglianza in ordine naturale e la separazione in principio
politico. I muri, le cittadinanze selettive, i confini armati, le vite
considerate sacrificabili, la divisione tra chi merita protezione e chi
viene consegnato al rischio: tutto questo appartiene a una stessa
grammatica del potere. Allo stesso modo, parlare di “neocolonialismo”
vuol dire riconoscere che il colonialismo non appartiene soltanto al
passato. Sopravvive nelle forme nuove del controllo economico, nell’uso
politico del debito, nel dominio sulle risorse, nelle catene di
dipendenza commerciale, nella pretesa di imporre dall’esterno modelli di
sviluppo, priorità e interessi.
Dentro questo quadro, il Mezzogiorno può
tornare a rivendicare una centralità politica reale. Non una centralità
simbolica, celebrativa, affidata alla retorica dell’identità, ma una
centralità conflittuale, consapevole e progettuale. Collocato nel cuore
del Mediterraneo, il Sud d’Italia può essere pensato come spazio di
connessione tra popoli, esperienze e domande di giustizia, invece che
come margine da sorvegliare o come cerniera passiva di interessi altrui.
La sua posizione geografica, la sua storia e le sue ferite lo rendono
un luogo da cui ripensare le relazioni tra Europa, Africa e Medio
Oriente fuori dalle logiche di contenimento, sfruttamento e
subalternità.
Che questo confronto si svolga a Napoli è
tutt’altro che secondario. Napoli è una città che conosce il peso
dell’abbandono e insieme la forza della resistenza. È una città che ha
sperimentato sulla propria pelle la sottrazione di risorse e potere, ma
che ha anche custodito forme originali di conflitto, autorganizzazione e
produzione culturale. La sua natura profondamente mediterranea, aperta e
contraddittoria, la rende uno spazio particolarmente adatto a ospitare
una riflessione che tiene insieme dimensione locale e scenario globale.
La questione meridionale, del resto, non parla soltanto alla storia
italiana: parla al presente del mondo.
Anche la composizione del parterre
conferma l’ambizione dell’iniziativa. La presenza di esponenti politici,
giuristi, studiosi e militanti – da Dario Carotenuto a Maria Giovanna
Castaldo, da Natale Cuccurese a Luigi de Magistris, da Stefano Galieni a
Sergio Marotta, fino a Valeria Spinelli, con la moderazione di Antonio
Luongo – suggerisce la volontà di tenere insieme analisi e proposta,
denuncia e costruzione politica. Il punto, infatti, non è soltanto
nominare le ingiustizie o elencare le disuguaglianze. Il punto è provare
a costruire un lessico comune e una piattaforma capace di collegare la
giustizia territoriale ai diritti sociali, l’autodeterminazione dei
popoli alla democrazia sostanziale, la critica dell’ordine globale alla
trasformazione concreta delle condizioni di vita.
C’è poi un altro elemento decisivo, forse
il più importante: la riconquista dell’immaginazione politica. Ogni
sistema di dominio, prima ancora di occupare istituzioni ed economie,
cerca di occupare l’immaginario. Fa apparire inevitabile ciò che è
storico, naturale ciò che è prodotto, definitivo ciò che potrebbe essere
cambiato. Convince i territori subordinati che il loro posto nel mondo
sia già scritto, che le alternative siano ingenue o impraticabili, che
la dipendenza rappresenti l’unica forma possibile di sopravvivenza. In
questo senso, un appuntamento come quello di Napoli prova a riaprire lo
spazio della possibilità. Prova a restituire al Sud la facoltà di
immaginarsi come soggetto e non come oggetto, come forza storica e non
come residuo amministrativo.
Per questa ragione il convegno parla anche
oltre il perimetro degli addetti ai lavori. Interpella chiunque rifiuti
l’idea che le disuguaglianze siano un fatto neutro o puramente tecnico.
Interpella chi pensa che il Mediterraneo debba tornare a essere uno
spazio di incontro, cooperazione e scambio, invece che una linea di
morte e selezione. Interpella chi vede nel Mezzogiorno una possibilità
politica, una risorsa critica, una forza da liberare.
Sabato 20 giugno, nelle sale dell’Istituto
Italiano per gli Studi Filosofici di via Monte di Dio, il Sud proverà
dunque a rimettersi al centro della storia con la propria voce. Senza
vittimismo e senza nostalgia, con l’ambizione di costruire conflitto
democratico, visione e progetto. In un tempo in cui le periferie del
mondo vengono ancora chiamate a obbedire, tacere o adattarsi, l’atto più
radicale resta forse questo: nominare il dominio, riconoscere i legami
tra le oppressioni e ricominciare a pensare la liberazione come compito
politico concreto.
Fonte: Quintapagina