giovedì 18 giugno 2026

Il Sud prende parola contro apartheid e neocolonialismo

A Napoli un confronto sul Mezzogiorno, i Sud del mondo e le nuove forme del dominio

 

Napoli torna a farsi luogo di elaborazione politica e culturale, punto di incontro tra la questione meridionale e i conflitti che attraversano il mondo contemporaneo. Sabato 20 giugno, dalle ore 10, all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, il convegno “Con i Sud del mondo, senza apartheid, senza neocolonialismo” si propone come molto più di un appuntamento pubblico. Si annuncia come una presa di parola netta, una chiamata alla responsabilità e alla costruzione di uno sguardo diverso sul Mezzogiorno, sul Mediterraneo e sulle nuove gerarchie del potere globale.

Il cuore dell’iniziativa sta proprio nell’intreccio che propone. Accostare i Sud del mondo, l’apartheid, il neocolonialismo e la questione meridionale significa rifiutare la lettura per compartimenti stagni che per troppo tempo ha separato ciò che invece appartiene a una stessa struttura di dominio. Da una parte i popoli impoveriti, espropriati, ricondotti a spazi subalterni dentro l’economia globale. Dall’altra il Mezzogiorno d’Italia, spesso trattato come una periferia interna da amministrare, correggere o contenere. Contesti diversi, certo, ma una logica comune: la concentrazione di ricchezza, funzioni decisive e capacità di comando in pochi centri, lasciando ai margini dipendenza, precarietà e svuotamento democratico.

Per decenni il Sud è stato raccontato quasi esclusivamente come una mancanza: carenza di infrastrutture, ritardo di sviluppo, debolezza produttiva, emergenza sociale. Una narrazione che ha finito per ridurre il Mezzogiorno a oggetto di osservazione, statistica e intervento, togliendogli il diritto di definirsi da sé. Eppure, il Sud non è soltanto una questione da risolvere. È anche un punto di vista dal quale osservare con particolare nitidezza le contraddizioni del presente. Dal Sud si colgono prima e più chiaramente gli effetti dello sfruttamento dei territori, dell’emigrazione forzata, della precarizzazione del lavoro, della privatizzazione dei diritti e della subordinazione culturale che accompagna quella economica.

In questo senso, il richiamo a un mondo “senza apartheid” assume un significato preciso e attuale. Non si limita a evocare una delle più violente forme di segregazione del Novecento, ma parla a tutti i dispositivi contemporanei che trasformano la disuguaglianza in ordine naturale e la separazione in principio politico. I muri, le cittadinanze selettive, i confini armati, le vite considerate sacrificabili, la divisione tra chi merita protezione e chi viene consegnato al rischio: tutto questo appartiene a una stessa grammatica del potere. Allo stesso modo, parlare di “neocolonialismo” vuol dire riconoscere che il colonialismo non appartiene soltanto al passato. Sopravvive nelle forme nuove del controllo economico, nell’uso politico del debito, nel dominio sulle risorse, nelle catene di dipendenza commerciale, nella pretesa di imporre dall’esterno modelli di sviluppo, priorità e interessi.

Dentro questo quadro, il Mezzogiorno può tornare a rivendicare una centralità politica reale. Non una centralità simbolica, celebrativa, affidata alla retorica dell’identità, ma una centralità conflittuale, consapevole e progettuale. Collocato nel cuore del Mediterraneo, il Sud d’Italia può essere pensato come spazio di connessione tra popoli, esperienze e domande di giustizia, invece che come margine da sorvegliare o come cerniera passiva di interessi altrui. La sua posizione geografica, la sua storia e le sue ferite lo rendono un luogo da cui ripensare le relazioni tra Europa, Africa e Medio Oriente fuori dalle logiche di contenimento, sfruttamento e subalternità.

Che questo confronto si svolga a Napoli è tutt’altro che secondario. Napoli è una città che conosce il peso dell’abbandono e insieme la forza della resistenza. È una città che ha sperimentato sulla propria pelle la sottrazione di risorse e potere, ma che ha anche custodito forme originali di conflitto, autorganizzazione e produzione culturale. La sua natura profondamente mediterranea, aperta e contraddittoria, la rende uno spazio particolarmente adatto a ospitare una riflessione che tiene insieme dimensione locale e scenario globale. La questione meridionale, del resto, non parla soltanto alla storia italiana: parla al presente del mondo.

Anche la composizione del parterre conferma l’ambizione dell’iniziativa. La presenza di esponenti politici, giuristi, studiosi e militanti – da Dario Carotenuto a Maria Giovanna Castaldo, da Natale Cuccurese a Luigi de Magistris, da Stefano Galieni a Sergio Marotta, fino a Valeria Spinelli, con la moderazione di Antonio Luongo – suggerisce la volontà di tenere insieme analisi e proposta, denuncia e costruzione politica. Il punto, infatti, non è soltanto nominare le ingiustizie o elencare le disuguaglianze. Il punto è provare a costruire un lessico comune e una piattaforma capace di collegare la giustizia territoriale ai diritti sociali, l’autodeterminazione dei popoli alla democrazia sostanziale, la critica dell’ordine globale alla trasformazione concreta delle condizioni di vita.

C’è poi un altro elemento decisivo, forse il più importante: la riconquista dell’immaginazione politica. Ogni sistema di dominio, prima ancora di occupare istituzioni ed economie, cerca di occupare l’immaginario. Fa apparire inevitabile ciò che è storico, naturale ciò che è prodotto, definitivo ciò che potrebbe essere cambiato. Convince i territori subordinati che il loro posto nel mondo sia già scritto, che le alternative siano ingenue o impraticabili, che la dipendenza rappresenti l’unica forma possibile di sopravvivenza. In questo senso, un appuntamento come quello di Napoli prova a riaprire lo spazio della possibilità. Prova a restituire al Sud la facoltà di immaginarsi come soggetto e non come oggetto, come forza storica e non come residuo amministrativo.

Per questa ragione il convegno parla anche oltre il perimetro degli addetti ai lavori. Interpella chiunque rifiuti l’idea che le disuguaglianze siano un fatto neutro o puramente tecnico. Interpella chi pensa che il Mediterraneo debba tornare a essere uno spazio di incontro, cooperazione e scambio, invece che una linea di morte e selezione. Interpella chi vede nel Mezzogiorno una possibilità politica, una risorsa critica, una forza da liberare.

Sabato 20 giugno, nelle sale dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di via Monte di Dio, il Sud proverà dunque a rimettersi al centro della storia con la propria voce. Senza vittimismo e senza nostalgia, con l’ambizione di costruire conflitto democratico, visione e progetto. In un tempo in cui le periferie del mondo vengono ancora chiamate a obbedire, tacere o adattarsi, l’atto più radicale resta forse questo: nominare il dominio, riconoscere i legami tra le oppressioni e ricominciare a pensare la liberazione come compito politico concreto.

Fonte: Quintapagina 

 


 

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A Napoli un confronto sul Mezzogiorno, i Sud del mondo e le nuove forme del dominio

 

Napoli torna a farsi luogo di elaborazione politica e culturale, punto di incontro tra la questione meridionale e i conflitti che attraversano il mondo contemporaneo. Sabato 20 giugno, dalle ore 10, all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, il convegno “Con i Sud del mondo, senza apartheid, senza neocolonialismo” si propone come molto più di un appuntamento pubblico. Si annuncia come una presa di parola netta, una chiamata alla responsabilità e alla costruzione di uno sguardo diverso sul Mezzogiorno, sul Mediterraneo e sulle nuove gerarchie del potere globale.

Il cuore dell’iniziativa sta proprio nell’intreccio che propone. Accostare i Sud del mondo, l’apartheid, il neocolonialismo e la questione meridionale significa rifiutare la lettura per compartimenti stagni che per troppo tempo ha separato ciò che invece appartiene a una stessa struttura di dominio. Da una parte i popoli impoveriti, espropriati, ricondotti a spazi subalterni dentro l’economia globale. Dall’altra il Mezzogiorno d’Italia, spesso trattato come una periferia interna da amministrare, correggere o contenere. Contesti diversi, certo, ma una logica comune: la concentrazione di ricchezza, funzioni decisive e capacità di comando in pochi centri, lasciando ai margini dipendenza, precarietà e svuotamento democratico.

Per decenni il Sud è stato raccontato quasi esclusivamente come una mancanza: carenza di infrastrutture, ritardo di sviluppo, debolezza produttiva, emergenza sociale. Una narrazione che ha finito per ridurre il Mezzogiorno a oggetto di osservazione, statistica e intervento, togliendogli il diritto di definirsi da sé. Eppure, il Sud non è soltanto una questione da risolvere. È anche un punto di vista dal quale osservare con particolare nitidezza le contraddizioni del presente. Dal Sud si colgono prima e più chiaramente gli effetti dello sfruttamento dei territori, dell’emigrazione forzata, della precarizzazione del lavoro, della privatizzazione dei diritti e della subordinazione culturale che accompagna quella economica.

In questo senso, il richiamo a un mondo “senza apartheid” assume un significato preciso e attuale. Non si limita a evocare una delle più violente forme di segregazione del Novecento, ma parla a tutti i dispositivi contemporanei che trasformano la disuguaglianza in ordine naturale e la separazione in principio politico. I muri, le cittadinanze selettive, i confini armati, le vite considerate sacrificabili, la divisione tra chi merita protezione e chi viene consegnato al rischio: tutto questo appartiene a una stessa grammatica del potere. Allo stesso modo, parlare di “neocolonialismo” vuol dire riconoscere che il colonialismo non appartiene soltanto al passato. Sopravvive nelle forme nuove del controllo economico, nell’uso politico del debito, nel dominio sulle risorse, nelle catene di dipendenza commerciale, nella pretesa di imporre dall’esterno modelli di sviluppo, priorità e interessi.

Dentro questo quadro, il Mezzogiorno può tornare a rivendicare una centralità politica reale. Non una centralità simbolica, celebrativa, affidata alla retorica dell’identità, ma una centralità conflittuale, consapevole e progettuale. Collocato nel cuore del Mediterraneo, il Sud d’Italia può essere pensato come spazio di connessione tra popoli, esperienze e domande di giustizia, invece che come margine da sorvegliare o come cerniera passiva di interessi altrui. La sua posizione geografica, la sua storia e le sue ferite lo rendono un luogo da cui ripensare le relazioni tra Europa, Africa e Medio Oriente fuori dalle logiche di contenimento, sfruttamento e subalternità.

Che questo confronto si svolga a Napoli è tutt’altro che secondario. Napoli è una città che conosce il peso dell’abbandono e insieme la forza della resistenza. È una città che ha sperimentato sulla propria pelle la sottrazione di risorse e potere, ma che ha anche custodito forme originali di conflitto, autorganizzazione e produzione culturale. La sua natura profondamente mediterranea, aperta e contraddittoria, la rende uno spazio particolarmente adatto a ospitare una riflessione che tiene insieme dimensione locale e scenario globale. La questione meridionale, del resto, non parla soltanto alla storia italiana: parla al presente del mondo.

Anche la composizione del parterre conferma l’ambizione dell’iniziativa. La presenza di esponenti politici, giuristi, studiosi e militanti – da Dario Carotenuto a Maria Giovanna Castaldo, da Natale Cuccurese a Luigi de Magistris, da Stefano Galieni a Sergio Marotta, fino a Valeria Spinelli, con la moderazione di Antonio Luongo – suggerisce la volontà di tenere insieme analisi e proposta, denuncia e costruzione politica. Il punto, infatti, non è soltanto nominare le ingiustizie o elencare le disuguaglianze. Il punto è provare a costruire un lessico comune e una piattaforma capace di collegare la giustizia territoriale ai diritti sociali, l’autodeterminazione dei popoli alla democrazia sostanziale, la critica dell’ordine globale alla trasformazione concreta delle condizioni di vita.

C’è poi un altro elemento decisivo, forse il più importante: la riconquista dell’immaginazione politica. Ogni sistema di dominio, prima ancora di occupare istituzioni ed economie, cerca di occupare l’immaginario. Fa apparire inevitabile ciò che è storico, naturale ciò che è prodotto, definitivo ciò che potrebbe essere cambiato. Convince i territori subordinati che il loro posto nel mondo sia già scritto, che le alternative siano ingenue o impraticabili, che la dipendenza rappresenti l’unica forma possibile di sopravvivenza. In questo senso, un appuntamento come quello di Napoli prova a riaprire lo spazio della possibilità. Prova a restituire al Sud la facoltà di immaginarsi come soggetto e non come oggetto, come forza storica e non come residuo amministrativo.

Per questa ragione il convegno parla anche oltre il perimetro degli addetti ai lavori. Interpella chiunque rifiuti l’idea che le disuguaglianze siano un fatto neutro o puramente tecnico. Interpella chi pensa che il Mediterraneo debba tornare a essere uno spazio di incontro, cooperazione e scambio, invece che una linea di morte e selezione. Interpella chi vede nel Mezzogiorno una possibilità politica, una risorsa critica, una forza da liberare.

Sabato 20 giugno, nelle sale dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di via Monte di Dio, il Sud proverà dunque a rimettersi al centro della storia con la propria voce. Senza vittimismo e senza nostalgia, con l’ambizione di costruire conflitto democratico, visione e progetto. In un tempo in cui le periferie del mondo vengono ancora chiamate a obbedire, tacere o adattarsi, l’atto più radicale resta forse questo: nominare il dominio, riconoscere i legami tra le oppressioni e ricominciare a pensare la liberazione come compito politico concreto.

Fonte: Quintapagina 

 


 

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