mercoledì 29 dicembre 2010

LE RESISTENZE SONORE SULLE NOTE DEI KALAFRO.

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Pastori sequestrati dalla polizia, scontri nel porto di Civitavecchia

Sono stati bloccati per tutto il giorno nel porto di Civitavecchia i duecento pastori dell’Mps che, sbarcati dal traghetto alle 6 del mattino, volevano raggiungere Roma per protestare davanti al ministero dell’Agricoltura. Caricati violentemente, i pastori hanno denunciato il comportamento delle forze dell’ordine: «Contro di noi c’è stato un attacco a freddo causato da pregiudizi nei confronti dei sardi», ha accusato il leader dell’Mps Felice Floris. Dure anche le reazioni dell’opposizione a livello regionale e nazionale. Denunciata la violazione del diritto costituzionale di manifestare.

di Umberto Aime
Il muro delle forze dell’ordine davanti ai pastori
Il muro delle forze dell’ordine davanti ai pastori


CIVITAVECCHIA. Niente Roma, niente ministero, niente raccordo anulare da spaccare in quattro, nulla di nulla. Sulla terra ferma i pastori di Felice Floris hanno visto e preso solo botte. Incassate ma anche restituite, a mani nude, dentro una linea di confine che per i sardi di Orune, Olzai, Teulada, Assemini, Villaspeciosa è stata invalicabile: la banchina numero Uno del Porto Nuovo. Qui i trecento pastori del Movimento sono finiti prigionieri, sono stati pestati e hanno pestato. Alle 6.30 di martedì, dieci minuti dopo lo sbarco dal traghetto Nuraghes, dopo otto ore in mare, nel recinto hanno trovato ad aspettarli la loro muraglia umana.



Un cordone di poliziotti e carabinieri, cento in tutto, messo assieme, con ventiquattr'ore d'anticipo, dalla questura di Roma allertata da Cagliari, anche così: con un fax segnaletico, dedica speciale per Felice Floris e altri duecentonovantanove. È stato questo il peggior comitato di accoglienza, pensato e realizzato da chi, lunedì notte, aveva dato un ordine secco: «A Roma i pastori non devono arrivare». Eseguito. Alle 4.30 i 5 bus noleggiati e pagati in anticipo dal Movimento sono stati dirottati dalle forze dell'ordine a cinque chilometri dal porto, molto prima di diventare quello che dovevano essere: le navette per l'ultimo balzo della protesta.

Direzione via XX Settembre, uffici del ministero per le Politiche agricole, dove Felice Floris voleva annunciare, urbi et orbi, la nascita del Coordinamento mediterraneo della pastorizia stroncata e affamata in Italia, Francia, Spagna e Grecia. Oppure diretti da un'altra parte di Roma, stavolta alla «Bufalotta», snodo del Grande raccordo anulare, crocevia-sopravvivenza del traffico mostruoso che entra ed esce ogni giorno dalla Capitale.

Raccordo che forse doveva essere occupato, per far impazzire come non mai il solito folle e lento pachiderma di auto. Ordine eseguito, anche questo, signor questore: i pastori sono stati appiedati, Roma non l'hanno vista. Sono stati respinti, come da regolamento del Viminale. Con cariche e controcariche, manganelli sguainati e sbattuti su schiene, mani, bandiere e striscioni. E ancora: con corpo a corpo, persone trascinate sull'asfalto, altre sbattute contro i cellulari e poi fermate. Contro le donne, tante, che volevano strappare dalle manette i loro uomini sollevati di peso. Con anche un bel po' di contusi sui due fronti, addossati in unico referto di colli strappati, spalle pestate, caviglie gonfie e polsi sglogati.

Le tensioni. Dalle 6.30 alle 7 questo fronte del porto è esploso in uno scenario altrettanto surreale: -2 gradi al livello del mare, nebbia spessa, luce violetta, quella di solito bella ma una schifezza da queste parti. È stato un cortometraggio di violenza pura, girato in presa diretta anche per i troppi errori commessi da un vicario del questore, che arriverà a gridare nel mezzo della baraonda: «Voglio tre arresti. Tre subito, poi con gli altri mi arrangio». Tutto questo non doveva accadere, ma è accaduto. In questa sequenza horror.

Il viaggio. Alle 6 la traversata Olbia-Civitavecchia è finita. Il Nuraghes della Tirrenia, solo cabine di prima classe, imballa come al solito le eliche. Poi si appoggia alla banchina, è la numero uno. È stata una notte tranquilla, imbandita fino a mezzanotte dal formaggio, dal porchetto e dal vino, i soli bagagli a mano dichiarati alla dogana. Il diario di bordo racconta: clima buono, da scampagnata e chiacchiere sul ponte. Che sono servite a tirar tardi fra crocicchi di economia agro-pastorale e accuse a «tutti gli speculatori che si sono fatti la pancia con il prezzo stracciato del latte e del pecorino». Nella notte sono stati questi i primi fuochi della protesta, ma il peggio sta per arrivare. È in agguato.

L'attesa. I trecento sbarcati alle 6 e un quarto fanno gruppo intorno a una guardiola incustodita. Dietro le quinte, ci sono gli altri, c'è il grosso: la polizia e i carabinieri. Più in fondo ancora, la polpa, nove cellulari e quattro gipponi rinforzati. Ma dove sono gli autobus per il Movimento in trasferta? Non ci sono: le forze dell'ordine li hanno intercettati due ore prima e un funzionario, rosso in volto ancor prima di cominciare, dice subito a chi gli si para davanti: «Non arriveranno finchè tu, Floris, non ci dirai cosa volete fare a Roma». Cosa volete fare? Il capopopolo del gruppone lo sa da giorni ma tiene il segreto per sé. E l'altro, di rimando: «Fate i duri? Allora state qui». Sequestrati.

L'attesa. I trecento sbarcati alle 6 e un quarto fanno gruppo intorno a una guardiola incustodita. Dietro le quinte, ci sono gli altri, c'è il grosso: la polizia e i carabinieri. Più in fondo ancora, la polpa, nove cellulari e quattro gipponi rinforzati. Ma dove sono gli autobus per il Movimento in trasferta? Non ci sono: le forze dell'ordine li hanno intercettati due ore prima e un funzionario, rosso in volto ancor prima di cominciare, dice subito a chi gli si para davanti: «Non arriveranno finchè tu, Floris, non ci dirai cosa volete fare a Roma». Cosa volete fare? Il capopopolo del gruppone lo sa da giorni ma tiene il segreto per sé. E l'altro, di rimando: «Fate i duri? Allora state qui». Sequestrati.

I tafferugli. È l'inizio del muro contro muro. C'è freddo, molto freddo, ma non per le anime in campo. Prigionieri in un recinto fatto di uomimi dello Stato e inferriate della Capitaneria, i pastori ondeggiano. Protestano, pretendono i pullman, ma gli altri continuano a fare le stesse domande: cosa volete? dove vorreste andare? Il filo della trattativa è annodato e spezzato in continuazione, con la tensione che sale a picco, con i cancelli sbattuti in faccia a chi vuole aggirare la riserva sardo-indiana e rompere l'accerchiamento: «Non siamo bestie, veniano in pace», dicono gli indiani arivati dalla Sardegna.

E il loro coro di voci si trasforma presto in grida. Niente da fare. Il funzionario col berrettino da baseball e mezzo sigaro fra i denti non si commuove, non molla un metro: «Né autobus, né a piedi. Vi teniamo qui. Anzi, prima vi identifichiamo, poi si vedrà». È l'innesco: le polveri si accendono, la santabarbara esplode. «È una vergogna - urla Felice Floris - è un sequestro preventivo. È la repressione, è un processo barbaro alle nostre intenzioni». È da questo momento che verrà giù il mondo, insieme al blocco degli autotreni e delle auto stretti d'assedio dai manifestanti ora seduti e schierati.

I blocchi. Alle 6.45 un gruppetto di pastori vuole sfondare una cancellata: non ci riesce. I poliziotti fanno scudo per primi. Difendono il presidio poi contrattaccano, quando il lucchetto sta per spaccarsi. Su i caschi, giù le visiere, non hanno gli scudi, ma tirano fuori tanti, troppi, molti manganelli. I carabinieri fanno lo stesso. Ecco, è questo il momento della guerra: non più di posizione, ma sfacciata, piena: sarà travolgente. Alle 7 tutte le divise si buttano sui pastori, tutti i pastori sulle divise: dovunque è un duello dopo l'altro.

Priamo Cottu, un metro e sessanta da Ollolai, è caricato a testa bassa da un carabiniere alto due, ma ci vogliono altri quattro in borghese per immobilizzarlo e impacchettarlo. Felice Floris cerca di difendere i suoi: cinque poliziotti gli vanno addosso quasi avessero sulla giubba non i simboli dello Stato ma l'icona del football americano, il placcaggio. Ma c'è chi riesce a strappare la preda a chi fa in fretta a spalancare le porte di un cellulare per buttarcela dentro: sono sei donne. Vincono loro, la polizia è battuta, Felice Floris dà uno strattone, è di nuovo libero, senza più addosso il giaccone a vento e con la magliettina della salute tirata su fino al collo.

Ancora botte. Negli stessi venti metri continuano a darsele: c'è chi rotea addirittura la ricetrasmittente e i pastori gli danno addosso con le stecche delle bandiere, le buste di pane carasu e i valigiotti rigonfi del resto, formaggio e carne cotta. Schizza di tutto, sull'asfalto e nella bolgia. Altra gente cade, e le donne fanno rialzare i caduti. Altri uomini incrociano pugni, braccia e gambe con polizia e carabinieri. La differenza fra i duellanti è solo nella presa: rurale quella degli eredi di sa strumpa, epica lotta libera del Nuorese, marziale, da arti marziali, per gli agenti, con prese strozza-collo da wrestling.

Sono sempre e soltanto botte, fanno male. Chi ha vinto? Chi ha perso? È finita? No, ci sono ancora fiammate: Priamo Cottu è ammenettato, i suoi amici circondano la Volante dove vorrebbero caricarlo. Sono sempre pugni e spintoni fra gente ormai malconcia, nonostante continui a sfidarsi, muso contro muso. È durato tutto quindici minuti, molto meno della lunga guerriglia di fine ottobre, a Cagliari, ma l'effetto è stato lo stesso: non doveva accadere, è accaduto. Purtroppo.

I negoziati. «Siamo venuti in pace», è l'implorazione dell'unico sindaco sulla piazza: Giovanni Orrù, municipio di Busachi. Alle 7.30 è lui a saltare da un ring all'altro: divide, fa da paciere, ottiene il rilascio di Cottu, conta quelli che stanno peggio, almeno cinque dei suoi: una caviglia gonfia (Maria Barca, portavoce del Movimento), una spalla che fa male (Felice Floris), due ginocchia sbucciate fra le donne e un polso slogato tra gli uomini. È Giovannino Orrù l'uomo dell'armistizio, e quello che fa in un attimo ha del miracoloso: porta la pace. Finalmente. Così il sipario sui lottatori di Civitavecchia cala quando il sole è già alto e nello stesso momento in cui sul piazzale arrivano giornalisti, fotografi, cameramen di ogni tipo e colore. La marcia è saltata, ma il botto mediatico che da lì a poco andrà in onda, farà molto più rumore di un sit-in capitolino.

L'alt. Niente Roma, peccato. Ai pastori il commissariato vieterà alle 9 persino di entrare alla stazione: chi ha l'accento sardo e porta addosso i colori blu del Movimento non può fare il biglietto. Appiedato era, appiedato resterà. Chi l'ha ordinato? Sempre lo stesso vicario del signor questore, quello del «voglio almeno tre arresti, tre». Niente ministero, peccato: nonostante il goffo tentativo annunciato da chissà quale sottosegretario («Verrò a parlamentare») finirà anche lui imbottigliato nel traffico e controvoglia, dicono, dovrà rinunciare alla ghiotta passerella post disordini. Niente raccordo anulare, neanche quello, per i pastori. Niente di niente. Solo botte.


Fonte:La Nuova Sardegna del 29 dicembre 2010
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Sono stati bloccati per tutto il giorno nel porto di Civitavecchia i duecento pastori dell’Mps che, sbarcati dal traghetto alle 6 del mattino, volevano raggiungere Roma per protestare davanti al ministero dell’Agricoltura. Caricati violentemente, i pastori hanno denunciato il comportamento delle forze dell’ordine: «Contro di noi c’è stato un attacco a freddo causato da pregiudizi nei confronti dei sardi», ha accusato il leader dell’Mps Felice Floris. Dure anche le reazioni dell’opposizione a livello regionale e nazionale. Denunciata la violazione del diritto costituzionale di manifestare.

di Umberto Aime
Il muro delle forze dell’ordine davanti ai pastori
Il muro delle forze dell’ordine davanti ai pastori


CIVITAVECCHIA. Niente Roma, niente ministero, niente raccordo anulare da spaccare in quattro, nulla di nulla. Sulla terra ferma i pastori di Felice Floris hanno visto e preso solo botte. Incassate ma anche restituite, a mani nude, dentro una linea di confine che per i sardi di Orune, Olzai, Teulada, Assemini, Villaspeciosa è stata invalicabile: la banchina numero Uno del Porto Nuovo. Qui i trecento pastori del Movimento sono finiti prigionieri, sono stati pestati e hanno pestato. Alle 6.30 di martedì, dieci minuti dopo lo sbarco dal traghetto Nuraghes, dopo otto ore in mare, nel recinto hanno trovato ad aspettarli la loro muraglia umana.



Un cordone di poliziotti e carabinieri, cento in tutto, messo assieme, con ventiquattr'ore d'anticipo, dalla questura di Roma allertata da Cagliari, anche così: con un fax segnaletico, dedica speciale per Felice Floris e altri duecentonovantanove. È stato questo il peggior comitato di accoglienza, pensato e realizzato da chi, lunedì notte, aveva dato un ordine secco: «A Roma i pastori non devono arrivare». Eseguito. Alle 4.30 i 5 bus noleggiati e pagati in anticipo dal Movimento sono stati dirottati dalle forze dell'ordine a cinque chilometri dal porto, molto prima di diventare quello che dovevano essere: le navette per l'ultimo balzo della protesta.

Direzione via XX Settembre, uffici del ministero per le Politiche agricole, dove Felice Floris voleva annunciare, urbi et orbi, la nascita del Coordinamento mediterraneo della pastorizia stroncata e affamata in Italia, Francia, Spagna e Grecia. Oppure diretti da un'altra parte di Roma, stavolta alla «Bufalotta», snodo del Grande raccordo anulare, crocevia-sopravvivenza del traffico mostruoso che entra ed esce ogni giorno dalla Capitale.

Raccordo che forse doveva essere occupato, per far impazzire come non mai il solito folle e lento pachiderma di auto. Ordine eseguito, anche questo, signor questore: i pastori sono stati appiedati, Roma non l'hanno vista. Sono stati respinti, come da regolamento del Viminale. Con cariche e controcariche, manganelli sguainati e sbattuti su schiene, mani, bandiere e striscioni. E ancora: con corpo a corpo, persone trascinate sull'asfalto, altre sbattute contro i cellulari e poi fermate. Contro le donne, tante, che volevano strappare dalle manette i loro uomini sollevati di peso. Con anche un bel po' di contusi sui due fronti, addossati in unico referto di colli strappati, spalle pestate, caviglie gonfie e polsi sglogati.

Le tensioni. Dalle 6.30 alle 7 questo fronte del porto è esploso in uno scenario altrettanto surreale: -2 gradi al livello del mare, nebbia spessa, luce violetta, quella di solito bella ma una schifezza da queste parti. È stato un cortometraggio di violenza pura, girato in presa diretta anche per i troppi errori commessi da un vicario del questore, che arriverà a gridare nel mezzo della baraonda: «Voglio tre arresti. Tre subito, poi con gli altri mi arrangio». Tutto questo non doveva accadere, ma è accaduto. In questa sequenza horror.

Il viaggio. Alle 6 la traversata Olbia-Civitavecchia è finita. Il Nuraghes della Tirrenia, solo cabine di prima classe, imballa come al solito le eliche. Poi si appoggia alla banchina, è la numero uno. È stata una notte tranquilla, imbandita fino a mezzanotte dal formaggio, dal porchetto e dal vino, i soli bagagli a mano dichiarati alla dogana. Il diario di bordo racconta: clima buono, da scampagnata e chiacchiere sul ponte. Che sono servite a tirar tardi fra crocicchi di economia agro-pastorale e accuse a «tutti gli speculatori che si sono fatti la pancia con il prezzo stracciato del latte e del pecorino». Nella notte sono stati questi i primi fuochi della protesta, ma il peggio sta per arrivare. È in agguato.

L'attesa. I trecento sbarcati alle 6 e un quarto fanno gruppo intorno a una guardiola incustodita. Dietro le quinte, ci sono gli altri, c'è il grosso: la polizia e i carabinieri. Più in fondo ancora, la polpa, nove cellulari e quattro gipponi rinforzati. Ma dove sono gli autobus per il Movimento in trasferta? Non ci sono: le forze dell'ordine li hanno intercettati due ore prima e un funzionario, rosso in volto ancor prima di cominciare, dice subito a chi gli si para davanti: «Non arriveranno finchè tu, Floris, non ci dirai cosa volete fare a Roma». Cosa volete fare? Il capopopolo del gruppone lo sa da giorni ma tiene il segreto per sé. E l'altro, di rimando: «Fate i duri? Allora state qui». Sequestrati.

L'attesa. I trecento sbarcati alle 6 e un quarto fanno gruppo intorno a una guardiola incustodita. Dietro le quinte, ci sono gli altri, c'è il grosso: la polizia e i carabinieri. Più in fondo ancora, la polpa, nove cellulari e quattro gipponi rinforzati. Ma dove sono gli autobus per il Movimento in trasferta? Non ci sono: le forze dell'ordine li hanno intercettati due ore prima e un funzionario, rosso in volto ancor prima di cominciare, dice subito a chi gli si para davanti: «Non arriveranno finchè tu, Floris, non ci dirai cosa volete fare a Roma». Cosa volete fare? Il capopopolo del gruppone lo sa da giorni ma tiene il segreto per sé. E l'altro, di rimando: «Fate i duri? Allora state qui». Sequestrati.

I tafferugli. È l'inizio del muro contro muro. C'è freddo, molto freddo, ma non per le anime in campo. Prigionieri in un recinto fatto di uomimi dello Stato e inferriate della Capitaneria, i pastori ondeggiano. Protestano, pretendono i pullman, ma gli altri continuano a fare le stesse domande: cosa volete? dove vorreste andare? Il filo della trattativa è annodato e spezzato in continuazione, con la tensione che sale a picco, con i cancelli sbattuti in faccia a chi vuole aggirare la riserva sardo-indiana e rompere l'accerchiamento: «Non siamo bestie, veniano in pace», dicono gli indiani arivati dalla Sardegna.

E il loro coro di voci si trasforma presto in grida. Niente da fare. Il funzionario col berrettino da baseball e mezzo sigaro fra i denti non si commuove, non molla un metro: «Né autobus, né a piedi. Vi teniamo qui. Anzi, prima vi identifichiamo, poi si vedrà». È l'innesco: le polveri si accendono, la santabarbara esplode. «È una vergogna - urla Felice Floris - è un sequestro preventivo. È la repressione, è un processo barbaro alle nostre intenzioni». È da questo momento che verrà giù il mondo, insieme al blocco degli autotreni e delle auto stretti d'assedio dai manifestanti ora seduti e schierati.

I blocchi. Alle 6.45 un gruppetto di pastori vuole sfondare una cancellata: non ci riesce. I poliziotti fanno scudo per primi. Difendono il presidio poi contrattaccano, quando il lucchetto sta per spaccarsi. Su i caschi, giù le visiere, non hanno gli scudi, ma tirano fuori tanti, troppi, molti manganelli. I carabinieri fanno lo stesso. Ecco, è questo il momento della guerra: non più di posizione, ma sfacciata, piena: sarà travolgente. Alle 7 tutte le divise si buttano sui pastori, tutti i pastori sulle divise: dovunque è un duello dopo l'altro.

Priamo Cottu, un metro e sessanta da Ollolai, è caricato a testa bassa da un carabiniere alto due, ma ci vogliono altri quattro in borghese per immobilizzarlo e impacchettarlo. Felice Floris cerca di difendere i suoi: cinque poliziotti gli vanno addosso quasi avessero sulla giubba non i simboli dello Stato ma l'icona del football americano, il placcaggio. Ma c'è chi riesce a strappare la preda a chi fa in fretta a spalancare le porte di un cellulare per buttarcela dentro: sono sei donne. Vincono loro, la polizia è battuta, Felice Floris dà uno strattone, è di nuovo libero, senza più addosso il giaccone a vento e con la magliettina della salute tirata su fino al collo.

Ancora botte. Negli stessi venti metri continuano a darsele: c'è chi rotea addirittura la ricetrasmittente e i pastori gli danno addosso con le stecche delle bandiere, le buste di pane carasu e i valigiotti rigonfi del resto, formaggio e carne cotta. Schizza di tutto, sull'asfalto e nella bolgia. Altra gente cade, e le donne fanno rialzare i caduti. Altri uomini incrociano pugni, braccia e gambe con polizia e carabinieri. La differenza fra i duellanti è solo nella presa: rurale quella degli eredi di sa strumpa, epica lotta libera del Nuorese, marziale, da arti marziali, per gli agenti, con prese strozza-collo da wrestling.

Sono sempre e soltanto botte, fanno male. Chi ha vinto? Chi ha perso? È finita? No, ci sono ancora fiammate: Priamo Cottu è ammenettato, i suoi amici circondano la Volante dove vorrebbero caricarlo. Sono sempre pugni e spintoni fra gente ormai malconcia, nonostante continui a sfidarsi, muso contro muso. È durato tutto quindici minuti, molto meno della lunga guerriglia di fine ottobre, a Cagliari, ma l'effetto è stato lo stesso: non doveva accadere, è accaduto. Purtroppo.

I negoziati. «Siamo venuti in pace», è l'implorazione dell'unico sindaco sulla piazza: Giovanni Orrù, municipio di Busachi. Alle 7.30 è lui a saltare da un ring all'altro: divide, fa da paciere, ottiene il rilascio di Cottu, conta quelli che stanno peggio, almeno cinque dei suoi: una caviglia gonfia (Maria Barca, portavoce del Movimento), una spalla che fa male (Felice Floris), due ginocchia sbucciate fra le donne e un polso slogato tra gli uomini. È Giovannino Orrù l'uomo dell'armistizio, e quello che fa in un attimo ha del miracoloso: porta la pace. Finalmente. Così il sipario sui lottatori di Civitavecchia cala quando il sole è già alto e nello stesso momento in cui sul piazzale arrivano giornalisti, fotografi, cameramen di ogni tipo e colore. La marcia è saltata, ma il botto mediatico che da lì a poco andrà in onda, farà molto più rumore di un sit-in capitolino.

L'alt. Niente Roma, peccato. Ai pastori il commissariato vieterà alle 9 persino di entrare alla stazione: chi ha l'accento sardo e porta addosso i colori blu del Movimento non può fare il biglietto. Appiedato era, appiedato resterà. Chi l'ha ordinato? Sempre lo stesso vicario del signor questore, quello del «voglio almeno tre arresti, tre». Niente ministero, peccato: nonostante il goffo tentativo annunciato da chissà quale sottosegretario («Verrò a parlamentare») finirà anche lui imbottigliato nel traffico e controvoglia, dicono, dovrà rinunciare alla ghiotta passerella post disordini. Niente raccordo anulare, neanche quello, per i pastori. Niente di niente. Solo botte.


Fonte:La Nuova Sardegna del 29 dicembre 2010
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I pastori sardi esportano la protesta

La polizia di Maroni contro i pastori Sardi. Mentre i lattari lombardi sono stati sostanziati dai Fondi FAS che spettavano al Mezzogiorno, Maroni e il suo governo pestano i nostri.

Diamo la nostra solidarietà al Movimento dei Pastori Sardi .
(Antonio Ciano Presidente Onorario e fondatore del Partito del Sud)


http://www.youtube.com/watch?v=jV-UHY1y5IE


Duecento pastori sardi sbarcano a Civitavecchia per portare la loro protesta a Roma. Bloccati nel porto, scontri con la polizia. Servizio di Sara Segatori

GUARDA TUTTI I SERVIZI DEL TG3 SU http://www.tg3.rai.it

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La polizia di Maroni contro i pastori Sardi. Mentre i lattari lombardi sono stati sostanziati dai Fondi FAS che spettavano al Mezzogiorno, Maroni e il suo governo pestano i nostri.

Diamo la nostra solidarietà al Movimento dei Pastori Sardi .
(Antonio Ciano Presidente Onorario e fondatore del Partito del Sud)


http://www.youtube.com/watch?v=jV-UHY1y5IE


Duecento pastori sardi sbarcano a Civitavecchia per portare la loro protesta a Roma. Bloccati nel porto, scontri con la polizia. Servizio di Sara Segatori

GUARDA TUTTI I SERVIZI DEL TG3 SU http://www.tg3.rai.it

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Milleproroghe 2011. Approvato nel silenzio generale, ecco cosa si porta dietro

tremonti milleproroghe 2011 Milleproroghe 2011. Approvato nel silenzio generale, ecco cosa si porta dietro

da infiltrato


Mentre tutti erano impegnati a spiegare i perchè e i per come della Riforma Gelmini, veniva approvato -
nel silenzio di vari organi di stampa- il decreto “milleproroghe”. Naturalmente, a ridosso del Natale. I peggiori "misfatti politici" vengono perpetrati, chiaramente, a ridosso del Ferragosto, del Natale, del Capodanno o della Pasqua, quando la distrazione è massima e si può "uccidere" senza essere visti.


Il decreto “milleproroghe” è stato approvato. Nel silenzio di vari organi di stampa, il Parlamento, come accade dal 2005, ha dato il suo ok al “calderone” del milleproroghe prima di Natale. Già: come accade solamente dal 2005. Oggi si parla di questo decreto come se fosse normale e scontata la sua approvazione. Ma così non è: venne istituito per la prima volta proprio cinque anni fa (Governo Berlusconi II) per far fronte alle questioni più urgenti con decreti da approvare di fretta e furia entro la fine dell’anno. Col rischio – com’è accaduto – che pochi ne parlino. Da allora, in perfetta logica bipartisan, si è stati soliti ripetere ogni fine anno la procedura. Una procedura che rivela – ancora una volta – il ruolo marginale del Parlamento: il decreto, infatti, è Governativo e dunque non si chiede affatto l’intervento istituzionale e legislativo di Camera e Senato su questioni che, come vedremo, sono centrali e che, dunque, sarebbe stato più logico affrontare durante l’anno con l’iter classico parlamentare.

Ma, detto questo, spiegata l‘anormalità politica italiana che spesso passa sottobanco, andiamo a vedere cosa ha deciso il Governo prima di festeggiare il Natale.

Iniziamo dai tagli all’editoria. Nel decreto, infatti, compare un poderoso taglio ai finanziamenti per la stampa: da 100 milioni il contributo sarà ridotto a 50 milioni. Un provvedimento, questo, che lascia attoniti: i 100 milioni iniziali, infatti, erano stati previsti dalle legge di stabilità (per intenderci, la Finanziaria) “per interventi a sostegno dell’editoria”, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale solo il 20 dicembre. Passano due giorni ed ecco la sorpresa: altro che gli annunciati 100 milioni. Tutto ridotto a 50. Col rischio che piccoli giornali locali, stazioni radio, emittenti televisive regionali dovranno essere soppressi. Si continua, dunque, in linea con quanto fatto (e tagliato) sinora: le emittenti radiotelevisive locali si sono visti ridurre, infatti, di 45 milioni i fondi per il 2011, sempre previsti dalla legge di stabilità. Ed ora altro poderoso taglio di 50 milioni.

Ma anche la cultura non inizierà l’anno nel migliore dei modi. Dopo aver procrastinato il voto di fiducia su Sandro Bondi previsto per il 22 dicembre per fare posto al ddl Gelmini (anche qui il dubbio è forte: vuoi vedere che è stato tutto architettato perché, cambiando all’ultimo la data dell’approvazione della Riforma, i ragazzi non hanno potuto manifestare essendo molti già tornati a casa dalle università?), nel calderone milleproroghe due piccoli provvedimenti che lasciano intendere quanto questo Governo tenga alla cultura. Iniziamo da Pompei: l’intervento per la ristrutturazione dell’area in seguito al crollo della “schola armaturarum” di Pompei – crollo che ha palesato l’assoluta noncuranza e indifferenza del Ministro nell’affrontare il suo ruolo istituzionale – annunciato a gran voce dal Consiglio dei Ministri, è stato rimandato a data da destinarsi. È in pratica saltata la misura che prevedeva interventi di sostegno per il sito archeologico: nuova manutenzione straordinaria, aumento del personale e dei poteri della Soprintendenza, oltre all’accesso semplificato agli sponsor.

E Bondi? In una nota il Ministero dei Beni culturali ha fatto sapere che “in sede di approvazione del Consiglio dei ministri si è ritenuto” che il pacchetto di norme per Pompei avesse “contenuti troppo ordinamentali”. Speriamo che qualcuno, prima o poi, ci chiarisca questo concetto. E non finisce nemmeno qui. La cultura, infatti, non solo è vittima di negligenza, ma anche di tagli vistosi: nel decreto milleproroghe, infatti, si parla di un euro aggiuntivo per ogni biglietto di teatro, cinema, concerto che sia. Euro che finirà, chiaramente, nelle casse del Governo. A onor del vero, c’è da dire che il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha smentito questa tassa imposta dal decreto, ma c’è poco, ben poco da fidarsi di un esecutivo che tratta e ritratta in continuazione.

Ed ancora, il terremoto a L’Aquila. Dopo un anno intero di controversie, scontri, promesse non mantenute, con il decreto milleproroghe si svela la verità: dall’anno prossimo i terremotati saranno costretti a restituire gli arretrati. Il sindaco Cialente è riuscito a ottenere una proroga di sei mesi, ma in realtà nulla cambia: gli aquilani dovranno versare tutti gli arretrati. Il 100%. A differenza di quanto, ad esempio, venne fatto per il terremoto del ’96 in Umbria (Governo Prodi): restituzione solo del 40% dopo 12 anni. Alla faccia di quanti hanno creduto nel “miracolo” dell’intervento di Berlusconi, Bertolaso & co. Senza dimenticare che il Progetto C.A.S.E. si sta dimostrando assolutamente inefficiente (molti si lamentano per il precario servizio di riscaldamento) e che entro il 31 dicembre coloro che sono ancora ospitati negli alberghi della costa dovranno abbandonare le loro sistemazioni provvisorie, nell’incertezza più totale dato che nessuna nuova abitazione è stata prospettata.

Nella trafila di provvedimenti anche un decreto, voluto dal Ministro Maroni, riguardo il wi-fi. Già da tempo, in realtà, il Ministro Maroni parla di misure che allevierebbero le restrizioni contenute nell’articolo 7 del decreto Pisanu il quale prevede l’identificazione di tutti coloro che accedono a Internet da postazioni pubbliche (internet cafè, bar, internet point). Senza queste restrizioni, l’Italia potrebbe mettersi sulla stessa linea degli altri Paesi democratici, nei quali (anche ad esempio negli USA dove è sempre altissima l’attenzione per attentati terroristici) così funziona: tutti possono accedere liberamente ad internet, senza doversi registrare, compilare fogli, mostrare un documento d’identità. In realtà, non è certo che questo accada: lo stesso Maroni, tempo fa, parlò della necessità di “contemperare le esigenze della libera navigazione con quelle della sicurezza”.

Cosa vuol dire questo? Che in pratica non si farà mai a meno di una politica di controllo, di supervisione, di illiberalità. Si parla, infatti, di un possibile controllo più “soft”, come, ad esempio, un servizio tramite sms: agli utenti arriverebbe un sms con il codice per accedere a internet. Ma anche in questo caso, sebbene la presunta “leggerezza” del sistema, l’illiberalità e i vincoli rimarrebbero. Come giustamente osservava Alessandro Gilioli tempo fa, “il sistema di identificazione via sms rischia di escludere proprio gli stranieri: infatti, non essendo i loro numeri direttamente riconducibile a un’identità, non possono ricevere la password per navigare”. Insomma, se così sarà, se ancora si vorrà anteporre la “sicurezza” (o meglio, il controllo) alla libera navigazione, continuerà a non cambiare nulla.

Ma il decreto contiene anche misure che sembrerebbero positive, come ad esempio il reintegro del 5 per mille. “Si tratta di 300 milioni di euro – ha detto il ministro – che sommati ai 100 milioni già stanziati nella legge di stabilità, raggiungeranno complessivamente la somma di 400 milioni di euro per il 2011”. Misura accolta positivamente da tutti gli enti di ricerca e no-profit, anche se rimangono dubbi su come il Governo riuscirà a recuperare i soldi, dato che nella legge di stabilità i finanziamenti erano stati ridotti a 100 milioni. In più bisogna ricordare che il grido di vittoria non dev’essere davvero tale: finora l’erogazione dei fondi agli enti accreditati è ferma al 2008. In pratica mancano in toto le somme del 2009 e del 2010.

E per concludere, ultima chicca: tagli all’editoria, alla cultura, tasse richieste ai terremotati, ma nessun taglio per le spese militari. Il decreto milleproroghe, infatti, prevede anche un rifinanziamento di circa 750 milioni di euro per le missioni internazionali di pace nelle quali la nostra nazione è impegnata. Bella cifra per un Paese – il nostro – che spende per la sola Afghanistan 65 milioni di euro al mese.


Fonte: http://doppiocieco.splinder.com/post/23792200/milleproroghe-2011-approvato-nel-silenzio-generale-ecco-cosa-si-porta-dietro

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tremonti milleproroghe 2011 Milleproroghe 2011. Approvato nel silenzio generale, ecco cosa si porta dietro

da infiltrato


Mentre tutti erano impegnati a spiegare i perchè e i per come della Riforma Gelmini, veniva approvato -
nel silenzio di vari organi di stampa- il decreto “milleproroghe”. Naturalmente, a ridosso del Natale. I peggiori "misfatti politici" vengono perpetrati, chiaramente, a ridosso del Ferragosto, del Natale, del Capodanno o della Pasqua, quando la distrazione è massima e si può "uccidere" senza essere visti.


Il decreto “milleproroghe” è stato approvato. Nel silenzio di vari organi di stampa, il Parlamento, come accade dal 2005, ha dato il suo ok al “calderone” del milleproroghe prima di Natale. Già: come accade solamente dal 2005. Oggi si parla di questo decreto come se fosse normale e scontata la sua approvazione. Ma così non è: venne istituito per la prima volta proprio cinque anni fa (Governo Berlusconi II) per far fronte alle questioni più urgenti con decreti da approvare di fretta e furia entro la fine dell’anno. Col rischio – com’è accaduto – che pochi ne parlino. Da allora, in perfetta logica bipartisan, si è stati soliti ripetere ogni fine anno la procedura. Una procedura che rivela – ancora una volta – il ruolo marginale del Parlamento: il decreto, infatti, è Governativo e dunque non si chiede affatto l’intervento istituzionale e legislativo di Camera e Senato su questioni che, come vedremo, sono centrali e che, dunque, sarebbe stato più logico affrontare durante l’anno con l’iter classico parlamentare.

Ma, detto questo, spiegata l‘anormalità politica italiana che spesso passa sottobanco, andiamo a vedere cosa ha deciso il Governo prima di festeggiare il Natale.

Iniziamo dai tagli all’editoria. Nel decreto, infatti, compare un poderoso taglio ai finanziamenti per la stampa: da 100 milioni il contributo sarà ridotto a 50 milioni. Un provvedimento, questo, che lascia attoniti: i 100 milioni iniziali, infatti, erano stati previsti dalle legge di stabilità (per intenderci, la Finanziaria) “per interventi a sostegno dell’editoria”, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale solo il 20 dicembre. Passano due giorni ed ecco la sorpresa: altro che gli annunciati 100 milioni. Tutto ridotto a 50. Col rischio che piccoli giornali locali, stazioni radio, emittenti televisive regionali dovranno essere soppressi. Si continua, dunque, in linea con quanto fatto (e tagliato) sinora: le emittenti radiotelevisive locali si sono visti ridurre, infatti, di 45 milioni i fondi per il 2011, sempre previsti dalla legge di stabilità. Ed ora altro poderoso taglio di 50 milioni.

Ma anche la cultura non inizierà l’anno nel migliore dei modi. Dopo aver procrastinato il voto di fiducia su Sandro Bondi previsto per il 22 dicembre per fare posto al ddl Gelmini (anche qui il dubbio è forte: vuoi vedere che è stato tutto architettato perché, cambiando all’ultimo la data dell’approvazione della Riforma, i ragazzi non hanno potuto manifestare essendo molti già tornati a casa dalle università?), nel calderone milleproroghe due piccoli provvedimenti che lasciano intendere quanto questo Governo tenga alla cultura. Iniziamo da Pompei: l’intervento per la ristrutturazione dell’area in seguito al crollo della “schola armaturarum” di Pompei – crollo che ha palesato l’assoluta noncuranza e indifferenza del Ministro nell’affrontare il suo ruolo istituzionale – annunciato a gran voce dal Consiglio dei Ministri, è stato rimandato a data da destinarsi. È in pratica saltata la misura che prevedeva interventi di sostegno per il sito archeologico: nuova manutenzione straordinaria, aumento del personale e dei poteri della Soprintendenza, oltre all’accesso semplificato agli sponsor.

E Bondi? In una nota il Ministero dei Beni culturali ha fatto sapere che “in sede di approvazione del Consiglio dei ministri si è ritenuto” che il pacchetto di norme per Pompei avesse “contenuti troppo ordinamentali”. Speriamo che qualcuno, prima o poi, ci chiarisca questo concetto. E non finisce nemmeno qui. La cultura, infatti, non solo è vittima di negligenza, ma anche di tagli vistosi: nel decreto milleproroghe, infatti, si parla di un euro aggiuntivo per ogni biglietto di teatro, cinema, concerto che sia. Euro che finirà, chiaramente, nelle casse del Governo. A onor del vero, c’è da dire che il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha smentito questa tassa imposta dal decreto, ma c’è poco, ben poco da fidarsi di un esecutivo che tratta e ritratta in continuazione.

Ed ancora, il terremoto a L’Aquila. Dopo un anno intero di controversie, scontri, promesse non mantenute, con il decreto milleproroghe si svela la verità: dall’anno prossimo i terremotati saranno costretti a restituire gli arretrati. Il sindaco Cialente è riuscito a ottenere una proroga di sei mesi, ma in realtà nulla cambia: gli aquilani dovranno versare tutti gli arretrati. Il 100%. A differenza di quanto, ad esempio, venne fatto per il terremoto del ’96 in Umbria (Governo Prodi): restituzione solo del 40% dopo 12 anni. Alla faccia di quanti hanno creduto nel “miracolo” dell’intervento di Berlusconi, Bertolaso & co. Senza dimenticare che il Progetto C.A.S.E. si sta dimostrando assolutamente inefficiente (molti si lamentano per il precario servizio di riscaldamento) e che entro il 31 dicembre coloro che sono ancora ospitati negli alberghi della costa dovranno abbandonare le loro sistemazioni provvisorie, nell’incertezza più totale dato che nessuna nuova abitazione è stata prospettata.

Nella trafila di provvedimenti anche un decreto, voluto dal Ministro Maroni, riguardo il wi-fi. Già da tempo, in realtà, il Ministro Maroni parla di misure che allevierebbero le restrizioni contenute nell’articolo 7 del decreto Pisanu il quale prevede l’identificazione di tutti coloro che accedono a Internet da postazioni pubbliche (internet cafè, bar, internet point). Senza queste restrizioni, l’Italia potrebbe mettersi sulla stessa linea degli altri Paesi democratici, nei quali (anche ad esempio negli USA dove è sempre altissima l’attenzione per attentati terroristici) così funziona: tutti possono accedere liberamente ad internet, senza doversi registrare, compilare fogli, mostrare un documento d’identità. In realtà, non è certo che questo accada: lo stesso Maroni, tempo fa, parlò della necessità di “contemperare le esigenze della libera navigazione con quelle della sicurezza”.

Cosa vuol dire questo? Che in pratica non si farà mai a meno di una politica di controllo, di supervisione, di illiberalità. Si parla, infatti, di un possibile controllo più “soft”, come, ad esempio, un servizio tramite sms: agli utenti arriverebbe un sms con il codice per accedere a internet. Ma anche in questo caso, sebbene la presunta “leggerezza” del sistema, l’illiberalità e i vincoli rimarrebbero. Come giustamente osservava Alessandro Gilioli tempo fa, “il sistema di identificazione via sms rischia di escludere proprio gli stranieri: infatti, non essendo i loro numeri direttamente riconducibile a un’identità, non possono ricevere la password per navigare”. Insomma, se così sarà, se ancora si vorrà anteporre la “sicurezza” (o meglio, il controllo) alla libera navigazione, continuerà a non cambiare nulla.

Ma il decreto contiene anche misure che sembrerebbero positive, come ad esempio il reintegro del 5 per mille. “Si tratta di 300 milioni di euro – ha detto il ministro – che sommati ai 100 milioni già stanziati nella legge di stabilità, raggiungeranno complessivamente la somma di 400 milioni di euro per il 2011”. Misura accolta positivamente da tutti gli enti di ricerca e no-profit, anche se rimangono dubbi su come il Governo riuscirà a recuperare i soldi, dato che nella legge di stabilità i finanziamenti erano stati ridotti a 100 milioni. In più bisogna ricordare che il grido di vittoria non dev’essere davvero tale: finora l’erogazione dei fondi agli enti accreditati è ferma al 2008. In pratica mancano in toto le somme del 2009 e del 2010.

E per concludere, ultima chicca: tagli all’editoria, alla cultura, tasse richieste ai terremotati, ma nessun taglio per le spese militari. Il decreto milleproroghe, infatti, prevede anche un rifinanziamento di circa 750 milioni di euro per le missioni internazionali di pace nelle quali la nostra nazione è impegnata. Bella cifra per un Paese – il nostro – che spende per la sola Afghanistan 65 milioni di euro al mese.


Fonte: http://doppiocieco.splinder.com/post/23792200/milleproroghe-2011-approvato-nel-silenzio-generale-ecco-cosa-si-porta-dietro

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martedì 28 dicembre 2010

"IO NON SAPEVO " monologo finale dello spettacolo "TERRA NOSTRA


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IL MEZZOGIORNO S'È DESTA : NASCE IL MARCHIO NB NATO BRIGANTE.




Di DOTT.SSA MARIA LOMBARDO

Lodevole iniziativa delle menti "illuminate del Sud " tipiche napoletane , partoriscono con efficenza e lode un nuovo marchio dal sapore Duosiciliano è NATO BRIGANTE , associazione no profit nata in Campania ma probabilmente destinata a spandersi a macchia d'olio in tutto il nostro Sud ,promuovendo uno slogan che spinge le popolazioni del Sud ad acquistare solo prodotti fabbricati in loco . "Un atto d'acquisto è un atto di scelta " recita una frase del sito www.NATOBRIGANTE .com in vetta su Google in questi giorni, premiando un gesto molto importante per la nostra economia. L'acquisto dei prodotti del Sud serve prevalentemente a promuovere il territorio favorendo lo sviluppo del nostro Mezzogiorno. Ponendo uno sviluppo completo del nostro territorio il marchio Nato Brigante pone un'accento fondamentale alla possibile riduzione dell'emigrazione e della disoccupazione al Sud sviluppando lavoro in loco e portando in auge la cultura millenaria del nostro Mezzogiorno favorendo la conoscenza di tradizioni tipiche e sapori d'altri tempi in cui il nostro Sud eccelle. NB indice un'acquisto consapevole strizzando l'occhio al futuro della nostra terra utilizzando solo le nostre maestranze che creano vanto alla nostra terra. Il presupposto di distinguersi come marchio del Sud aderendo a Nato Brigante certifica la lunga banda di comunicazione che il nostro Mezzogiorno non è mai stato geneticamente arretrato come ci hanno fatto credere ma solio con iniziative del genere possiamo sperare in un futuro migliore dove le nostre risorse economiche rimarranno nelle nostre terre .

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Di DOTT.SSA MARIA LOMBARDO

Lodevole iniziativa delle menti "illuminate del Sud " tipiche napoletane , partoriscono con efficenza e lode un nuovo marchio dal sapore Duosiciliano è NATO BRIGANTE , associazione no profit nata in Campania ma probabilmente destinata a spandersi a macchia d'olio in tutto il nostro Sud ,promuovendo uno slogan che spinge le popolazioni del Sud ad acquistare solo prodotti fabbricati in loco . "Un atto d'acquisto è un atto di scelta " recita una frase del sito www.NATOBRIGANTE .com in vetta su Google in questi giorni, premiando un gesto molto importante per la nostra economia. L'acquisto dei prodotti del Sud serve prevalentemente a promuovere il territorio favorendo lo sviluppo del nostro Mezzogiorno. Ponendo uno sviluppo completo del nostro territorio il marchio Nato Brigante pone un'accento fondamentale alla possibile riduzione dell'emigrazione e della disoccupazione al Sud sviluppando lavoro in loco e portando in auge la cultura millenaria del nostro Mezzogiorno favorendo la conoscenza di tradizioni tipiche e sapori d'altri tempi in cui il nostro Sud eccelle. NB indice un'acquisto consapevole strizzando l'occhio al futuro della nostra terra utilizzando solo le nostre maestranze che creano vanto alla nostra terra. Il presupposto di distinguersi come marchio del Sud aderendo a Nato Brigante certifica la lunga banda di comunicazione che il nostro Mezzogiorno non è mai stato geneticamente arretrato come ci hanno fatto credere ma solio con iniziative del genere possiamo sperare in un futuro migliore dove le nostre risorse economiche rimarranno nelle nostre terre .

Mondex scenario futuro


http://www.youtube.com/watch?v=3P0yKqZpwOo&feature=related


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Ciò che hanno fatto a noi e alla nostra terra non potrà mai essere perdonato ... Stato, Politica, Industria e Camorra

Leggete con calma e pazienza queste due pagine intere a firma di due grandi giornaliste campane: Rosaria Capacchione e Daniela De Crescenzo.
Se non ne conoscete già abbastanza dell’argomento, inizierete a capirete che cosa hanno combinato a noi e alla nostra terra queste bestie di camorristi, politici e uomini corrotti che ci hanno amministrato negli anni e molti dei quali sono ancora alla ribalta.
Noi, insieme alla nostra terra, siamo stati stuprati, uccisi, martoriati oltre ogni limite possibile e immaginabile. Da gente senza scrupoli che continua tutt’oggi a lucrare sulle nostre vite con la nostra pelle.
Lo Staff di “La Terra dei Fuochi” insieme ai suoi 21.500 lettori vi augurano,
Possiate essere maledetti in eterno!



Il giallo, Analisi truccate all’Hyppo Kampos per evitare i sigilli
Il Mattino pag.40 del 24/12/2010, di Rosaria Capacchione

È una storia di beffe e di inganni, di ripetute frodi alla salute pubblica, di probabili compromissioni tra imprenditori privati (legati alla camorra) e strutture pubbliche di controllo. La caccia ai rifiuti tossici nei laghetti del litorale domiziano è formalmente iniziata a gennaio del 1991, con i controlli effettuati nelle cave di sabbia riconducibili a uno dei due soci della Tanagro Trasporti, impresa per la quale lavorava l’autista intossicato da scorie radioattive. Controlli che si sono sempre rivelati inutili, con l’eccezione del ritrovamento - dieci anni dopo - nella cava Bonaurio di Sant’Angelo in Formis di centinaia di fusti contenenti sostanze tossiche. Erano stati scoperti, dopo l’affioramento casuale in seguito a un nubifragio di alcuni bidoni, grazie al satellite Telespazio messo a disposizione dell’Agenzia nazionale per la conservazione ambientale. Molte volte si è scavato sott’acqua, nei laghetti di Mezzagni. L’ultima volta prima del pentimento di Gaetano Vassallo, nell’autunno del 2007. Era stato il Comune di Castelvolturno a commissionare le analisi delle acque, anticipando anche alla stampa la buona notizia: i rifiuti tossici smaltiti illegalmente dalle ecomafie erano da cercare altrove, l’acqua era purissima. Soprattutto quella degli invasi sui quali era stato costruito il nuovo Hyppo Kampos. Ventisette i laghetti di artificiali oggetto delle analisi chimiche e batteriologiche, effettuate con il coordinamento di Sviluppo Italia; solo uno era risultato inquinato. Due anni dopo, a ottobre del 2009, le analisi effettuate a maggio avevano confermato il quadro: l’acqua di Hyppo Kampos era addirittura potabile. Ma allora, perché tre mesi prima il Comune si preparava al suo sequestro, già preoccupandosi delle ricadute occupazionali e sul turismo?


I rifiuti, lo scempio
Il Mattino pag.40 del 24/12/2010, di Rosaria Capacchione

L’incredibile si materializza nella veste fotografica di vecchi scatti in bianco e nero, oppure nei rilievi dall’alto fatti durante l’ispezione della commissione antimafia e quella dei parlamentari che indagano sulle ecomafie. L’obiettivo inquadra le draghe ancora in azione, i camion che trasportano i materiali inerti destinati alla colmata del laghetto artificiale, qualche operaio. Il resort è in costruzione, il cantiere è ben visibile anche dall’alto. La qualità degli inerti invece no, ma l’oggetto dei due sopralluoghi - datati 1997 e 1998 - è proprio la verifica dell’attività di smaltimento illegale di rifiuti negli invasi artificiali che si sono formati con il riaffioramento della falda, dopo gli scavi intensivi della sabbia. Castelvolturno, località Mezzagni. Oggi, in quell’area c’è il resort Hyppo Kampos, sequestrato alcuni mesi fa a Sergio Pagnozzi. La Dda di Napoli ha ipotizzato, grazie alle indicazioni degli investigatori e di alcuni collaboratori di giustizia, primo tra tutti Raffaele Piccolo, che in realtà la grande struttura turistica costruita tra via dei Diavoli e via Fiumicelle appartenga, a Nicola Schiavone, il figlio del boss casalese conosciuto come Sandokan. Il Riesame ha confermato il decreto del pm Antonello Ardituro. La perizia tecnica del geologo toscano Giovanni Balestri, commissionata dai pm Alessandro Milita e Giuseppe Narducci nell’ambito del procedimento a carico di Cipriano Chianese, titolare della Resit, ha invece dimostrato quanto era già parzialmente visibile attraverso le vecchie immagini fotografiche; quanto era stato ipotizzato nel lontano 1991, dopo l’intossicazione da rifiuti radioattivi dell’autotrasportatore Mario Tamburrino; quanto aveva detto nel 1993 il pentito Carmine Schiavone e cercato, cinque anni dopo, i sommozzatori dei carabinieri con l’ausilio del robot sommergibile Pluto. Cioè, che l’invaso era stato parzialmente riempito dai rifiuti smaltiti illegalmente. Lo ha ripetuto nel 2008 colui il quale aveva personalmente trasportato le scorie tossiche fino ai laghetti di Mezzagni, Gaetano Vassallo, l’imprenditore che ad aprile del 2008 ha iniziato a collaborare con la giustizia facendo anche riaprire le indagini a carico del coordinatore regionale del Pdl, Nicola Cosentino. Vassallo, nel verbale del 30 luglio 2008, ha specificato: «...si trova a Castelvolturno ed è nel luogo ove è stata realizzata successivamente una discoteca piuttosto nota, l’Hyppo Kampos (...) gli altri due invasi poco distanti sono stati interamente riempiti dai rifiuti. Su uno di questi è stata realizzata la discoteca proprio insistente sulla discarica poi colmata». L’area indicata coincide con quella destinata a sala meeting, quella limitrofa è il lago destinato ad attività agonistiche come lo sci d’acqua. Lo stesso scherzetto, ha raccontato Vassallo, è stato fatto nel laghetto poi trasformato in pista di kart, probabilmente la pista regalata dal boss Francesco Bidognetti al figlio Gianluca, in carcere per il tentato omicidio della zia e della cugina, fatto commesso all’epoca delle stragi setoliane. La scoperta della discarica sommersa risale, dunque, a due anni fa. Ma, in realtà, era tutto già noto ed esplorato, pur in totale assenza di risultati utili. Singolarmente, anche le indagini chimiche sulla qualità dell’acqua avevano mascherato la situazione. L’ultima volta un anno fa, nel 2009, nonostante i boatos che arrivavano da ambienti comunali e che alcuni mesi prima, agli inizi dell’estate, avevano anticipato la chiusura dell’Hyppo Kampos per grave inquinamento dell’invaso. Analisi ripetute da Balestri e che hanno evidenziato, invece, l’inquinamento chimico delle acque dei laghi artificiali. L’ipotesi, che in questo periodo stanno esplorando gli investigatori, è che i risultati delle analisi siano stati truccati per evitare danni alla struttura sportiva e ricreativa e, soprattutto, alle casse del clan dei Casalesi.


La ricerca, Google Earth fa scoprire il disastro
Il Mattino pag.40 - 24/12/2010

Miracoli di Google Earth, delle proiezioni satellitari, dell’intuizione umana supportata dalla tecnologia. Era sotto gli occhi di tutti, Mario De Biase, commissario regionale alle bonifiche, l’ha scoperto sovrapponendo le vecchie mappe catastali dell’area-sud di Castelvolturno a quella attuali, rilevabili dal web. La modificazione morfologica del territorio era evidente anche a un occhio profano e così, prima di iniziare a pianificare la bonifica dei laghetti, ha scritto alla Procura di Napoli chiedendo approfondimenti. I pm Milita e Narducci, agli inizi di giugno, hanno quindi delegato l’accertamento a Giovanni Balestri, autore della corposissima e allarmante perizia sullo stato delle falde nell’area di Giugliano-Castelvolturno-Parete depositata nel marzo scorso.


«Pozzi cancerogeni, sversati i fanghi dell’Acna»
Il Mattino pag.41 del 24/12/2010, di Daniela De Crescenzo

Sopravvivere tra Giugliano e Villa Literno è un’impresa ad alto rischio. Sostanze cancerogene o comunque pericolose per la salute umana, a cominciare da quelle dell’Acna di Cengio, furono sversate in tutte le discariche della terra dei fuochi, non risparmiando nemmeno Pianura e Ischitella. Lo aveva raccontato il pentito Gaetano Vassallo, lo conferma la perizia del geologo Giovanni Balestri, incaricato dalla Dda di Napoli di verificate le dichiarazioni del collaboratore di giustizia. Campionamenti, riscontri, analisi di laboratorio. Dopo mesi e mesi di lavoro l’esperto conferma la prima relazione svolta (quella sull’area Resit) e conclude che il disastro ambientale ha compromesso mortalmente le falde: l’acqua dei pozzi tra Giugliano e Castelvolturno può uccidere l’uomo che la usa per dissetarsi. Il geologo scrive: «L’inquinamento dell’acqua di falda intermedia comporta...in presenza di sovrasfruttamenti ... se ingerita, il rischio di effetti cancerogeni». Sostanze killer si ritrovano nei pozzi dell’intera piana giuglianese e quelle acque utilizzate costantemente per irrigare la frutta costituiscono comunque un grave pericolo per la salute umana. Una situazione senza ritorno. Soprattutto per le aree dell’ex Resit di Cipriano Chianese e della Novambiente dei fratelli Vassallo che sarà molto difficile bonificare. Tanto che il tecnico consiglia «fermamente» il «completo isolamento (del tipo a barriera fisica) di questi due invasi». Insomma, per limitare il contagio, bisognerebbe recintare e murare le fosse riempite per quasi trenta anni da veleni di ogni tipo. In particolare andrebbero isolate le sostanze sversate dall’Acna di Cengio, l’industria produttrice di coloranti chiusa dopo la protesta degli operai proprio perché pericolosa. Una protesta che sbarcò perfino al giro d’Italia e al Festival di Sanremo. Ma mentre i lavoratori liguri scendevano in piazza l’azienda inviava in Campania i fanghi pericolosi. Ora Balestri ipotizza che l’impresa abbia violato il divieto di miscelare i fanghi. E infatti scrive: «Riteniamo che tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90, con la necessità di smaltire centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti provenienti dallo stabilimento Acna di Cengio, in fase di chiusura per vicende legate alla sicurezza degli impianti, siano arrivate gran quantità di rifiuti nelle discariche campane, molto sensibili a risolvere certi problemi di “smaltimenti veloci a prezzi bassi”». Non sono stati, però, solo gli imprenditori malavitosi ad avvelenare la Campania. Lungo l’elenco delle possibili violazioni commesse secondo il geologo da Fibe, la società che ha gestito alcuni siti e che ha realizzato gli impianti di Cdr e il termovalorizzatore di Acerra. L’azienda del gruppo Impregilo non solo avrebbe gestito male le discariche, ma non avrebbe nemmeno provveduto bonificarle e a comunicare le situazioni di pericolo. Situazione rimasta invariata anche quando gli invasi della camorra finirono nelle mani dello Stato: sia il commissariato di governo che i vertici dei consorzi di bacino 1 e 3 di tutto si sarebbero preoccupati tranne che della nostra salute.


La bonifica. Decine di diffide per i proprietari dei fondi agricoli
Il Mattino pag.41 del 24/12/2010

Decine e decine di diffide: le hanno firmate il commissario alle bonifiche Mario De Biase e il direttore generale del ministero dell’ambiente Marco Lupo che hanno ordinato ai proprietari dei fondi agricoli dove sono state realizzate le discariche di metterli immediatamente in sicurezza. È solo il primo passo per avviare gli interventi che saranno probabilmente poi svolti in danno. Contemporaneamente sono state avviate in collaborazione con l’Arpac le analisi dei pozzi per verificare la situazione della falda acquifera. Un terreno sul quale si è impegnato in prima persona anche l’assessore regionale Giovanni Romano. Tra i proprietari diffidati c’è ovviamente il pentito Gaetano Vassallo con tutti i suoi familiari, i parenti di Cipriano Chianese, il manager dei rifiuti più volte finito sotto inchiesta anche per i suoi rapporti con i casalesi. Ma nell’elenco c’è di tutto: dalla Fibe alla Real casa Santa dell’Annunziata, al Comune di Giugliano. La bonifica, però non sarà un’operazione semplice: la scarsità dei fondi, la complessità degli interventi e l’estensione dell’area avvelenata (si va da Giugliano fino a Villa Literno e al Lago Patria) fanno prevedere anni di lavoro. Intanto la Procura continua a indagare e a cercare conferme alle dichiarazioni di Vassallo.


«Code interminabili di camion per smaltire i materiali pericolosi»
Le rivelazioni del pentito Vassallo: per accogliere migliaia di quintali fossi sempre più profondi. Il Mattino pag.41 del 24/12/2010, di Daniela De Crescenzo

«Sono e mi chiamo Vassallo Gaetano e intendo riferire su questi argomenti: smaltimento illegale di rifiuti speciali, tossici e nocivi, a partire dal 1987-88 fino all’anno 2005. Faccio presente che si tratta di smaltimenti realizzati in forma organizzata unitamente ad esponenti del clan dei casalesi»: il primo aprile del 2008 Gaetano Vassallo si consegna alle forze dell’ordine per sfuggire al killer Giuseppe Setola, si pente e comincia a raccontare decenni di sversamenti illegali portati a termine dagli imprenditori malavitosi grazie alla copertura dei politici. Vassallo accusa tra gli altri Nicola Ferraro e Nicola Cosentino. E intanto racconta come è stata avvelenata la Campania. «Ricordo che furono smaltiti nella mia discarica i fanghi dell’Acna di Cengio - dice - Arrivò il corrispondente di venti bilici, per circa seimila quintali; tali rifiuti sono stati interrati nel primo periodo, trattai questo carico in modo “separato” rispetto agli accordi con i clan». Ma il peggio deve ancora venire: «La mia discarica non era perfettamente attrezzata per smaltire questo tipo di fanghi e io non feci nulla per adeguarli», dice il manager. La maggior parte dei veleni finì, però, nel sito di Chianese che allargò la propria cava. «Cipriano scavò ancora per raggiungere profondità maggiori ed estese il fosso nella parte anteriore. Negli anni successivi ci sversò i rifiuti del comune di Giugliano che si trovano proprio sopra i fanghi». I ricordi del pentito sono da film dell’orrore: «Ricordo la fila interminabile di mezzi ben riconoscibili dalle sigle di pericolosità dei rifiuti, che si prolungava per un paio di chilometri. I trasportatori restavano in attesa per ore prima di entrare in discarica per smaltire». Molto finiva anche nella Difrabi dei La Marca. Il traffico era cominciato molti anni prima quando imprenditori e casalesi avevano messo in piedi la «Ecologia 89» una società che serviva da camera di compensazione degli interessi dei politici, dei clan e degli imprenditori. La vicenda finì nel mirino dei giudici e partì l’inchiesta Adelphi che coinvolse anche il venerabile maestro Licio Gelli che riuscì però, come lo stesso Vassallo a uscirne pulito. Vassallo nel 2008 ammette: «Io ero colpevole». Intanto tra Giugliano, Villaricca e Castelvolturno veniva seppellito di tutto. La ditta Caccavale, racconta il pentito, scaricava i rifiuti tossici della Cyba-Geigy contrabbandati per concime. Ma i liquidi erano talmente inquinanti che «quando venivano sversati producevano la morte immediata di tutti i ratti». Caccavale portava anche i rifiuti liquidi della Meridional Bulloni: «Quando arrivavano con cisterne speciali in acciaio inox anticorrosive, gli stessi friggevano e scioglievano la plastica». Nella terra dei fuochi sono finiti i veleni del Nord e del Sud. Da Lucca scaricano la Pool Ecologia e la Delca. Da Montecatini la Scm e Oliviero Zavagli. In fila davanti alla discarica ci sono ormai ditte provenienti da tutt’Italia: la Di Puorto di Torre di Lago, la Ecologia srl di Sant’Arsenio, la Nocera di Nettuno, la Vanni di Viareggio, la Del.Ca di Capannoli, la Ideco di Pisa, la Tra.Sfe.Mar di La Spezia, la Recuperi Carnevale di Velletri, la Ecolmaci di Cisterna di Latina. E poi ci sono le ditte campane. La Ecologia dei fratelli Bruscino, che qualche anno dopo provocheranno guai alla società partecipata del Comune di Pomigliano, la Pomigliano Ambiente, che avrebbe portato in Campania fanghi tossici e ceneri provenienti dalle centrali Enel. La Crystal, invece, trasportava percolato e fanghi liquidi, prodotti caseari: nel 2007 è stata fulminata dalla prefettura con una interdittiva antimafia. In coda a Giugliano c’erano i camion della Perna con le ceneri spente dell’Enel di Brindisi, quelli della Tortora che «trasportava e scaricava rifiuti liquidi speciali». Nel triangolo della morte finivano perfino gli scarti del mercatino dei vestiti di Resina. Scaricavano, è la versione del pentito, anche la Siser, di Generoso Roma, la Rfg di Elio Roma, la Minale, la Colucci Appalti, la Bortoni, la Csmi. Una strada, quella cosiddetta degli americani, affonda le sue fondamenta nella spazzatura. Proprio come la discoteca che secondo i magistrati sarebbe servita per riciclare i soldi dei casalesi. Ricorda Vassallo che una delle cave riempita dai rifiuti killer diventò un’isola «dove è stata costruita una discoteca piuttosto nota, l’Hyppo Kampos» un’altra fu trasformata in un laghetto per lo sci nautico.

Fonte: La Terra dei Fuochi - www.laterradeifuochi.it/


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Leggete con calma e pazienza queste due pagine intere a firma di due grandi giornaliste campane: Rosaria Capacchione e Daniela De Crescenzo.
Se non ne conoscete già abbastanza dell’argomento, inizierete a capirete che cosa hanno combinato a noi e alla nostra terra queste bestie di camorristi, politici e uomini corrotti che ci hanno amministrato negli anni e molti dei quali sono ancora alla ribalta.
Noi, insieme alla nostra terra, siamo stati stuprati, uccisi, martoriati oltre ogni limite possibile e immaginabile. Da gente senza scrupoli che continua tutt’oggi a lucrare sulle nostre vite con la nostra pelle.
Lo Staff di “La Terra dei Fuochi” insieme ai suoi 21.500 lettori vi augurano,
Possiate essere maledetti in eterno!



Il giallo, Analisi truccate all’Hyppo Kampos per evitare i sigilli
Il Mattino pag.40 del 24/12/2010, di Rosaria Capacchione

È una storia di beffe e di inganni, di ripetute frodi alla salute pubblica, di probabili compromissioni tra imprenditori privati (legati alla camorra) e strutture pubbliche di controllo. La caccia ai rifiuti tossici nei laghetti del litorale domiziano è formalmente iniziata a gennaio del 1991, con i controlli effettuati nelle cave di sabbia riconducibili a uno dei due soci della Tanagro Trasporti, impresa per la quale lavorava l’autista intossicato da scorie radioattive. Controlli che si sono sempre rivelati inutili, con l’eccezione del ritrovamento - dieci anni dopo - nella cava Bonaurio di Sant’Angelo in Formis di centinaia di fusti contenenti sostanze tossiche. Erano stati scoperti, dopo l’affioramento casuale in seguito a un nubifragio di alcuni bidoni, grazie al satellite Telespazio messo a disposizione dell’Agenzia nazionale per la conservazione ambientale. Molte volte si è scavato sott’acqua, nei laghetti di Mezzagni. L’ultima volta prima del pentimento di Gaetano Vassallo, nell’autunno del 2007. Era stato il Comune di Castelvolturno a commissionare le analisi delle acque, anticipando anche alla stampa la buona notizia: i rifiuti tossici smaltiti illegalmente dalle ecomafie erano da cercare altrove, l’acqua era purissima. Soprattutto quella degli invasi sui quali era stato costruito il nuovo Hyppo Kampos. Ventisette i laghetti di artificiali oggetto delle analisi chimiche e batteriologiche, effettuate con il coordinamento di Sviluppo Italia; solo uno era risultato inquinato. Due anni dopo, a ottobre del 2009, le analisi effettuate a maggio avevano confermato il quadro: l’acqua di Hyppo Kampos era addirittura potabile. Ma allora, perché tre mesi prima il Comune si preparava al suo sequestro, già preoccupandosi delle ricadute occupazionali e sul turismo?


I rifiuti, lo scempio
Il Mattino pag.40 del 24/12/2010, di Rosaria Capacchione

L’incredibile si materializza nella veste fotografica di vecchi scatti in bianco e nero, oppure nei rilievi dall’alto fatti durante l’ispezione della commissione antimafia e quella dei parlamentari che indagano sulle ecomafie. L’obiettivo inquadra le draghe ancora in azione, i camion che trasportano i materiali inerti destinati alla colmata del laghetto artificiale, qualche operaio. Il resort è in costruzione, il cantiere è ben visibile anche dall’alto. La qualità degli inerti invece no, ma l’oggetto dei due sopralluoghi - datati 1997 e 1998 - è proprio la verifica dell’attività di smaltimento illegale di rifiuti negli invasi artificiali che si sono formati con il riaffioramento della falda, dopo gli scavi intensivi della sabbia. Castelvolturno, località Mezzagni. Oggi, in quell’area c’è il resort Hyppo Kampos, sequestrato alcuni mesi fa a Sergio Pagnozzi. La Dda di Napoli ha ipotizzato, grazie alle indicazioni degli investigatori e di alcuni collaboratori di giustizia, primo tra tutti Raffaele Piccolo, che in realtà la grande struttura turistica costruita tra via dei Diavoli e via Fiumicelle appartenga, a Nicola Schiavone, il figlio del boss casalese conosciuto come Sandokan. Il Riesame ha confermato il decreto del pm Antonello Ardituro. La perizia tecnica del geologo toscano Giovanni Balestri, commissionata dai pm Alessandro Milita e Giuseppe Narducci nell’ambito del procedimento a carico di Cipriano Chianese, titolare della Resit, ha invece dimostrato quanto era già parzialmente visibile attraverso le vecchie immagini fotografiche; quanto era stato ipotizzato nel lontano 1991, dopo l’intossicazione da rifiuti radioattivi dell’autotrasportatore Mario Tamburrino; quanto aveva detto nel 1993 il pentito Carmine Schiavone e cercato, cinque anni dopo, i sommozzatori dei carabinieri con l’ausilio del robot sommergibile Pluto. Cioè, che l’invaso era stato parzialmente riempito dai rifiuti smaltiti illegalmente. Lo ha ripetuto nel 2008 colui il quale aveva personalmente trasportato le scorie tossiche fino ai laghetti di Mezzagni, Gaetano Vassallo, l’imprenditore che ad aprile del 2008 ha iniziato a collaborare con la giustizia facendo anche riaprire le indagini a carico del coordinatore regionale del Pdl, Nicola Cosentino. Vassallo, nel verbale del 30 luglio 2008, ha specificato: «...si trova a Castelvolturno ed è nel luogo ove è stata realizzata successivamente una discoteca piuttosto nota, l’Hyppo Kampos (...) gli altri due invasi poco distanti sono stati interamente riempiti dai rifiuti. Su uno di questi è stata realizzata la discoteca proprio insistente sulla discarica poi colmata». L’area indicata coincide con quella destinata a sala meeting, quella limitrofa è il lago destinato ad attività agonistiche come lo sci d’acqua. Lo stesso scherzetto, ha raccontato Vassallo, è stato fatto nel laghetto poi trasformato in pista di kart, probabilmente la pista regalata dal boss Francesco Bidognetti al figlio Gianluca, in carcere per il tentato omicidio della zia e della cugina, fatto commesso all’epoca delle stragi setoliane. La scoperta della discarica sommersa risale, dunque, a due anni fa. Ma, in realtà, era tutto già noto ed esplorato, pur in totale assenza di risultati utili. Singolarmente, anche le indagini chimiche sulla qualità dell’acqua avevano mascherato la situazione. L’ultima volta un anno fa, nel 2009, nonostante i boatos che arrivavano da ambienti comunali e che alcuni mesi prima, agli inizi dell’estate, avevano anticipato la chiusura dell’Hyppo Kampos per grave inquinamento dell’invaso. Analisi ripetute da Balestri e che hanno evidenziato, invece, l’inquinamento chimico delle acque dei laghi artificiali. L’ipotesi, che in questo periodo stanno esplorando gli investigatori, è che i risultati delle analisi siano stati truccati per evitare danni alla struttura sportiva e ricreativa e, soprattutto, alle casse del clan dei Casalesi.


La ricerca, Google Earth fa scoprire il disastro
Il Mattino pag.40 - 24/12/2010

Miracoli di Google Earth, delle proiezioni satellitari, dell’intuizione umana supportata dalla tecnologia. Era sotto gli occhi di tutti, Mario De Biase, commissario regionale alle bonifiche, l’ha scoperto sovrapponendo le vecchie mappe catastali dell’area-sud di Castelvolturno a quella attuali, rilevabili dal web. La modificazione morfologica del territorio era evidente anche a un occhio profano e così, prima di iniziare a pianificare la bonifica dei laghetti, ha scritto alla Procura di Napoli chiedendo approfondimenti. I pm Milita e Narducci, agli inizi di giugno, hanno quindi delegato l’accertamento a Giovanni Balestri, autore della corposissima e allarmante perizia sullo stato delle falde nell’area di Giugliano-Castelvolturno-Parete depositata nel marzo scorso.


«Pozzi cancerogeni, sversati i fanghi dell’Acna»
Il Mattino pag.41 del 24/12/2010, di Daniela De Crescenzo

Sopravvivere tra Giugliano e Villa Literno è un’impresa ad alto rischio. Sostanze cancerogene o comunque pericolose per la salute umana, a cominciare da quelle dell’Acna di Cengio, furono sversate in tutte le discariche della terra dei fuochi, non risparmiando nemmeno Pianura e Ischitella. Lo aveva raccontato il pentito Gaetano Vassallo, lo conferma la perizia del geologo Giovanni Balestri, incaricato dalla Dda di Napoli di verificate le dichiarazioni del collaboratore di giustizia. Campionamenti, riscontri, analisi di laboratorio. Dopo mesi e mesi di lavoro l’esperto conferma la prima relazione svolta (quella sull’area Resit) e conclude che il disastro ambientale ha compromesso mortalmente le falde: l’acqua dei pozzi tra Giugliano e Castelvolturno può uccidere l’uomo che la usa per dissetarsi. Il geologo scrive: «L’inquinamento dell’acqua di falda intermedia comporta...in presenza di sovrasfruttamenti ... se ingerita, il rischio di effetti cancerogeni». Sostanze killer si ritrovano nei pozzi dell’intera piana giuglianese e quelle acque utilizzate costantemente per irrigare la frutta costituiscono comunque un grave pericolo per la salute umana. Una situazione senza ritorno. Soprattutto per le aree dell’ex Resit di Cipriano Chianese e della Novambiente dei fratelli Vassallo che sarà molto difficile bonificare. Tanto che il tecnico consiglia «fermamente» il «completo isolamento (del tipo a barriera fisica) di questi due invasi». Insomma, per limitare il contagio, bisognerebbe recintare e murare le fosse riempite per quasi trenta anni da veleni di ogni tipo. In particolare andrebbero isolate le sostanze sversate dall’Acna di Cengio, l’industria produttrice di coloranti chiusa dopo la protesta degli operai proprio perché pericolosa. Una protesta che sbarcò perfino al giro d’Italia e al Festival di Sanremo. Ma mentre i lavoratori liguri scendevano in piazza l’azienda inviava in Campania i fanghi pericolosi. Ora Balestri ipotizza che l’impresa abbia violato il divieto di miscelare i fanghi. E infatti scrive: «Riteniamo che tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90, con la necessità di smaltire centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti provenienti dallo stabilimento Acna di Cengio, in fase di chiusura per vicende legate alla sicurezza degli impianti, siano arrivate gran quantità di rifiuti nelle discariche campane, molto sensibili a risolvere certi problemi di “smaltimenti veloci a prezzi bassi”». Non sono stati, però, solo gli imprenditori malavitosi ad avvelenare la Campania. Lungo l’elenco delle possibili violazioni commesse secondo il geologo da Fibe, la società che ha gestito alcuni siti e che ha realizzato gli impianti di Cdr e il termovalorizzatore di Acerra. L’azienda del gruppo Impregilo non solo avrebbe gestito male le discariche, ma non avrebbe nemmeno provveduto bonificarle e a comunicare le situazioni di pericolo. Situazione rimasta invariata anche quando gli invasi della camorra finirono nelle mani dello Stato: sia il commissariato di governo che i vertici dei consorzi di bacino 1 e 3 di tutto si sarebbero preoccupati tranne che della nostra salute.


La bonifica. Decine di diffide per i proprietari dei fondi agricoli
Il Mattino pag.41 del 24/12/2010

Decine e decine di diffide: le hanno firmate il commissario alle bonifiche Mario De Biase e il direttore generale del ministero dell’ambiente Marco Lupo che hanno ordinato ai proprietari dei fondi agricoli dove sono state realizzate le discariche di metterli immediatamente in sicurezza. È solo il primo passo per avviare gli interventi che saranno probabilmente poi svolti in danno. Contemporaneamente sono state avviate in collaborazione con l’Arpac le analisi dei pozzi per verificare la situazione della falda acquifera. Un terreno sul quale si è impegnato in prima persona anche l’assessore regionale Giovanni Romano. Tra i proprietari diffidati c’è ovviamente il pentito Gaetano Vassallo con tutti i suoi familiari, i parenti di Cipriano Chianese, il manager dei rifiuti più volte finito sotto inchiesta anche per i suoi rapporti con i casalesi. Ma nell’elenco c’è di tutto: dalla Fibe alla Real casa Santa dell’Annunziata, al Comune di Giugliano. La bonifica, però non sarà un’operazione semplice: la scarsità dei fondi, la complessità degli interventi e l’estensione dell’area avvelenata (si va da Giugliano fino a Villa Literno e al Lago Patria) fanno prevedere anni di lavoro. Intanto la Procura continua a indagare e a cercare conferme alle dichiarazioni di Vassallo.


«Code interminabili di camion per smaltire i materiali pericolosi»
Le rivelazioni del pentito Vassallo: per accogliere migliaia di quintali fossi sempre più profondi. Il Mattino pag.41 del 24/12/2010, di Daniela De Crescenzo

«Sono e mi chiamo Vassallo Gaetano e intendo riferire su questi argomenti: smaltimento illegale di rifiuti speciali, tossici e nocivi, a partire dal 1987-88 fino all’anno 2005. Faccio presente che si tratta di smaltimenti realizzati in forma organizzata unitamente ad esponenti del clan dei casalesi»: il primo aprile del 2008 Gaetano Vassallo si consegna alle forze dell’ordine per sfuggire al killer Giuseppe Setola, si pente e comincia a raccontare decenni di sversamenti illegali portati a termine dagli imprenditori malavitosi grazie alla copertura dei politici. Vassallo accusa tra gli altri Nicola Ferraro e Nicola Cosentino. E intanto racconta come è stata avvelenata la Campania. «Ricordo che furono smaltiti nella mia discarica i fanghi dell’Acna di Cengio - dice - Arrivò il corrispondente di venti bilici, per circa seimila quintali; tali rifiuti sono stati interrati nel primo periodo, trattai questo carico in modo “separato” rispetto agli accordi con i clan». Ma il peggio deve ancora venire: «La mia discarica non era perfettamente attrezzata per smaltire questo tipo di fanghi e io non feci nulla per adeguarli», dice il manager. La maggior parte dei veleni finì, però, nel sito di Chianese che allargò la propria cava. «Cipriano scavò ancora per raggiungere profondità maggiori ed estese il fosso nella parte anteriore. Negli anni successivi ci sversò i rifiuti del comune di Giugliano che si trovano proprio sopra i fanghi». I ricordi del pentito sono da film dell’orrore: «Ricordo la fila interminabile di mezzi ben riconoscibili dalle sigle di pericolosità dei rifiuti, che si prolungava per un paio di chilometri. I trasportatori restavano in attesa per ore prima di entrare in discarica per smaltire». Molto finiva anche nella Difrabi dei La Marca. Il traffico era cominciato molti anni prima quando imprenditori e casalesi avevano messo in piedi la «Ecologia 89» una società che serviva da camera di compensazione degli interessi dei politici, dei clan e degli imprenditori. La vicenda finì nel mirino dei giudici e partì l’inchiesta Adelphi che coinvolse anche il venerabile maestro Licio Gelli che riuscì però, come lo stesso Vassallo a uscirne pulito. Vassallo nel 2008 ammette: «Io ero colpevole». Intanto tra Giugliano, Villaricca e Castelvolturno veniva seppellito di tutto. La ditta Caccavale, racconta il pentito, scaricava i rifiuti tossici della Cyba-Geigy contrabbandati per concime. Ma i liquidi erano talmente inquinanti che «quando venivano sversati producevano la morte immediata di tutti i ratti». Caccavale portava anche i rifiuti liquidi della Meridional Bulloni: «Quando arrivavano con cisterne speciali in acciaio inox anticorrosive, gli stessi friggevano e scioglievano la plastica». Nella terra dei fuochi sono finiti i veleni del Nord e del Sud. Da Lucca scaricano la Pool Ecologia e la Delca. Da Montecatini la Scm e Oliviero Zavagli. In fila davanti alla discarica ci sono ormai ditte provenienti da tutt’Italia: la Di Puorto di Torre di Lago, la Ecologia srl di Sant’Arsenio, la Nocera di Nettuno, la Vanni di Viareggio, la Del.Ca di Capannoli, la Ideco di Pisa, la Tra.Sfe.Mar di La Spezia, la Recuperi Carnevale di Velletri, la Ecolmaci di Cisterna di Latina. E poi ci sono le ditte campane. La Ecologia dei fratelli Bruscino, che qualche anno dopo provocheranno guai alla società partecipata del Comune di Pomigliano, la Pomigliano Ambiente, che avrebbe portato in Campania fanghi tossici e ceneri provenienti dalle centrali Enel. La Crystal, invece, trasportava percolato e fanghi liquidi, prodotti caseari: nel 2007 è stata fulminata dalla prefettura con una interdittiva antimafia. In coda a Giugliano c’erano i camion della Perna con le ceneri spente dell’Enel di Brindisi, quelli della Tortora che «trasportava e scaricava rifiuti liquidi speciali». Nel triangolo della morte finivano perfino gli scarti del mercatino dei vestiti di Resina. Scaricavano, è la versione del pentito, anche la Siser, di Generoso Roma, la Rfg di Elio Roma, la Minale, la Colucci Appalti, la Bortoni, la Csmi. Una strada, quella cosiddetta degli americani, affonda le sue fondamenta nella spazzatura. Proprio come la discoteca che secondo i magistrati sarebbe servita per riciclare i soldi dei casalesi. Ricorda Vassallo che una delle cave riempita dai rifiuti killer diventò un’isola «dove è stata costruita una discoteca piuttosto nota, l’Hyppo Kampos» un’altra fu trasformata in un laghetto per lo sci nautico.

Fonte: La Terra dei Fuochi - www.laterradeifuochi.it/


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lunedì 27 dicembre 2010

Testo della Riforma Gelmini

Se n'è parlato tanto e tanto ancora se ne parlerà, ma forse non sono molti quelli che hanno letto il Testo del DDL 1905-B, meglio noto come Riforma Gelmini sull'Università.

Ve lo alleghiamo così da potervi fare da soli un'idea.

PDF - 289.8 Kb

Fonte:Agoravox

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Se n'è parlato tanto e tanto ancora se ne parlerà, ma forse non sono molti quelli che hanno letto il Testo del DDL 1905-B, meglio noto come Riforma Gelmini sull'Università.

Ve lo alleghiamo così da potervi fare da soli un'idea.

PDF - 289.8 Kb

Fonte:Agoravox

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Alessandro Amitrano interviene al Sannazaro (Napoli c'è )

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http://www.youtube.com/watch?v=5WSC6NmklWQ
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http://www.youtube.com/watch?v=ikzlLCibXpU&feature=related

Il 22 dicembre al Teartro Sannazaro si sono dati convegno liste civiche , grillini e il partito del Sud.Un successo. La società civile e partiti alternativi al sistema politico della destra e della sinistra si sono misurati. Sono la speranza del Sud.

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http://www.youtube.com/watch?v=5WSC6NmklWQ
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http://www.youtube.com/watch?v=ikzlLCibXpU&feature=related

Il 22 dicembre al Teartro Sannazaro si sono dati convegno liste civiche , grillini e il partito del Sud.Un successo. La società civile e partiti alternativi al sistema politico della destra e della sinistra si sono misurati. Sono la speranza del Sud.

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Partito Del Sud Sezione Aversa Giugliano - Presentazione Sezione Michelina De Cesare

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Federalismo municipale, le città del Sud rischiano la stangata. I benefici vanno soprattutto al Nord


Secondo lo studio del senatore Pd Marco Stradiotto, confrontando gli attuali trasferimenti Stato-enti locali con il metodo di calcolo previsto dal nuovo sistema, a perderci sarebbero soprattutto le città del centro e del meridione. Più penalizzata sarebbe L'Aquila. Segno meno anche per Roma e Napoli

“Il federalismo fiscale è un affare solo per il Nord”. L’accusa che in questi mesi le opposizioni rivolgono al Governo (e in particolare a Tremonti e alla Lega) per le misure previste dal federalismo, trova una conferma nei numeri. Il calcolo, dal quale emerge una penalizzazione in termini di trasferimenti prevalentemente per i comuni del Sud, è stato fatto dal senatore Pd Marco Stradiotto, che ha confrontato i trasferimenti agli enti locali in vigore fino ad oggi e una proiezione sul nuovo metodo di calcolo previsto dal federalismo fiscale municipale, che potrebbe avere il via libera definitivo il mese prossimo.

Complessivamente, secondo lo studio (clicca qui per scaricare tutti i dati) i municipi perderebbero complessivamente 445 milioni di risorse l’anno da destinare ai servizi proprio a causa del passaggio dai trasferimenti statali all’autonomia delle imposte. La proiezione è fatta utilizzando dati della Copaff, la commissione paritetica sul federalismo fiscale che lavora al ministero del Tesoro. E la stima del senatore Stradiotto è fatta sul gettito dalle imposte devolute in base al decreto attuativo sul fisco comunale: tassa di registro e tasse ipotecarie, Irpef sul reddito da fabbricati e presunto introito che dovrebbe venire dalla cedolare secca sugli affitti. Tra i 92 comuni presi in esame, 52 otterrebbero benefici dalla proposta di riforma, mentre 40 ne verrebbero penalizzati.

Un taglio drastico delle risorse risulta per il comune de L’Aquila (-66%) che perde oltre 26 milioni. Se il nuovo fisco previsto nel federalismo municipale entrerà in vigore il capoluogo abruzzese incasserà 13 milioni e 700 mila di euro di tasse a fronte di 40.001.324 di trasferimenti avuti nel 2010. Si tratta di -360 euro all’anno per abitante. I cittadini aquilani pagheranno, infatti 188 euro di Imu (imposta municipale unica, che raggrupperà Ici e addizionale Irpef ed entrerà in vigore nel 2014), mentre attualmente per ognuno di loro vengono dati al Comune 548 euro. Non va meglio a Napoli che grazie all’autonomia impositiva incassa 252 milioni di euro, ma nel 2010 ha avuto trasferimenti per oltre 645 milioni. Record in Italia. E ancora, Roma perde 129 milioni euro (il 10% delle entrate). Sull’altro fronte sorride il comune di Olbia, per effetto dell’alto numero di seconde case. Olbia, tra tasse di registro e ipotecarie, Irpef sul reddito da fabbricati e cedolare secca sugli affitti raggiungerebbe 25.212.732 di euro di entrate a fronte di trasferimenti che nel 2010 sono stati 9 milioni con un saldo di più 180%. Va bene anche a Imperia che segna un più 122% rispetto ai trasferimenti che quest’anno sono stati 8.131.993 milioni. Bene anche Parma (+105%); Padova (+76%); Siena (+68%) e Treviso +58%. Milano registrerebbe un +34%, mentre Torino sarebbe l’unica grande città del Nord a perderci: meno 9 per cento.

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Secondo lo studio del senatore Pd Marco Stradiotto, confrontando gli attuali trasferimenti Stato-enti locali con il metodo di calcolo previsto dal nuovo sistema, a perderci sarebbero soprattutto le città del centro e del meridione. Più penalizzata sarebbe L'Aquila. Segno meno anche per Roma e Napoli

“Il federalismo fiscale è un affare solo per il Nord”. L’accusa che in questi mesi le opposizioni rivolgono al Governo (e in particolare a Tremonti e alla Lega) per le misure previste dal federalismo, trova una conferma nei numeri. Il calcolo, dal quale emerge una penalizzazione in termini di trasferimenti prevalentemente per i comuni del Sud, è stato fatto dal senatore Pd Marco Stradiotto, che ha confrontato i trasferimenti agli enti locali in vigore fino ad oggi e una proiezione sul nuovo metodo di calcolo previsto dal federalismo fiscale municipale, che potrebbe avere il via libera definitivo il mese prossimo.

Complessivamente, secondo lo studio (clicca qui per scaricare tutti i dati) i municipi perderebbero complessivamente 445 milioni di risorse l’anno da destinare ai servizi proprio a causa del passaggio dai trasferimenti statali all’autonomia delle imposte. La proiezione è fatta utilizzando dati della Copaff, la commissione paritetica sul federalismo fiscale che lavora al ministero del Tesoro. E la stima del senatore Stradiotto è fatta sul gettito dalle imposte devolute in base al decreto attuativo sul fisco comunale: tassa di registro e tasse ipotecarie, Irpef sul reddito da fabbricati e presunto introito che dovrebbe venire dalla cedolare secca sugli affitti. Tra i 92 comuni presi in esame, 52 otterrebbero benefici dalla proposta di riforma, mentre 40 ne verrebbero penalizzati.

Un taglio drastico delle risorse risulta per il comune de L’Aquila (-66%) che perde oltre 26 milioni. Se il nuovo fisco previsto nel federalismo municipale entrerà in vigore il capoluogo abruzzese incasserà 13 milioni e 700 mila di euro di tasse a fronte di 40.001.324 di trasferimenti avuti nel 2010. Si tratta di -360 euro all’anno per abitante. I cittadini aquilani pagheranno, infatti 188 euro di Imu (imposta municipale unica, che raggrupperà Ici e addizionale Irpef ed entrerà in vigore nel 2014), mentre attualmente per ognuno di loro vengono dati al Comune 548 euro. Non va meglio a Napoli che grazie all’autonomia impositiva incassa 252 milioni di euro, ma nel 2010 ha avuto trasferimenti per oltre 645 milioni. Record in Italia. E ancora, Roma perde 129 milioni euro (il 10% delle entrate). Sull’altro fronte sorride il comune di Olbia, per effetto dell’alto numero di seconde case. Olbia, tra tasse di registro e ipotecarie, Irpef sul reddito da fabbricati e cedolare secca sugli affitti raggiungerebbe 25.212.732 di euro di entrate a fronte di trasferimenti che nel 2010 sono stati 9 milioni con un saldo di più 180%. Va bene anche a Imperia che segna un più 122% rispetto ai trasferimenti che quest’anno sono stati 8.131.993 milioni. Bene anche Parma (+105%); Padova (+76%); Siena (+68%) e Treviso +58%. Milano registrerebbe un +34%, mentre Torino sarebbe l’unica grande città del Nord a perderci: meno 9 per cento.

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I giorni del ritorno della «meglio gioventù»


di LINO PATRUNO

Natale è il tempo del ritorno dei ragazzi. O quello, col poeta Montale, . I ragazzi sono i figli andati a lavorare fuori, quella che ha dovuto lasciare un Sud con la partenza nel destino. Non è stato sempre così, perché di qui non andava via nessuno, anzi ci venivano. Era prima dell’unità d’Italia, paradiso o inferno che fosse allora questa terra che un giorno tornerà bellissima.

Dell’unità si è parlato, si parla e si riparlerà per i 150 anni. Ma il lavoro che non c’è continua a pesare come una ferita nel gran bel Paese in cui un giovane su tre al Sud non ce l’ha. In cui il 10% della popolazione detiene il 45% di tutta la ricchezza, roba da repubblica delle banane. E in cui i fratelli d’Italia sono piuttosto fratellastri, se quello settentrionale ha un reddito del 40% in più di quello meridionale. Per completare l’incredibile Ingiustizia italiana.

Un tempo si chiamavano emigranti, da quando prendevano i piroscafi per a quando con le valigie di cartone sono stati inghiottiti dai treni per le nebbie. Venti milioni sono stati da fine Ottocento a metà Novecento. Non c’era famiglia che non ne avesse. E ancora oggi molti nostri paesi sono spopolati, ci sono rimasti i vecchi e i bambini. E quelli che sono rientrati a godere della fatica fatta parlano una lingua strana e aprono il negozio di alimentari, piccolo segno di benessere. La loro epopea non è stata mai raccontata come merita, non hanno avuto giustizia neanche con la memoria. Una storia di vinti anche questa.

Ora è l’era di Internet. E i nostri ragazzi nascono col trolley alla mano e il viaggio nel sangue. Vanno e vengono. Conoscono le lingue, prenotano . E preistoria sono i loro bisnonni che spesso non erano mai stati fuori dal loro villaggio, non avevano mai visto una città e il mare. E quando i motori del bastimento cominciavano ad ansimare, era come se una piccola morte scendesse su di loro: più della metà non sarebbero mai più rientrati.

Ma dalle Americhe salvarono l’Italia. Le loro rimesse, i soldi che mandavano a casa, fecero schizzare il valore della lira di carta al di sopra di quella d’oro, mai più avvenuto. Questo non preservò da una feroce tassazione quei denari della fatica e del dolore. E c’è qualche storico nordista odierno che continua a scriverne come traditori e furbi: per stare meglio, dicono, fecero stare peggio gli altri. Ovviamente una infamia, in un’Italia disunita che li costrinse ad andarsene. Ed erano i più forti e capaci, ciò che fece pagare al Sud anche questo impoverimento.

Si è calcolato che le loro rimesse siano state cinquanta volte più alte di tutta la spesa della Cassa per il Mezzogiorno. E anche ora è così, il Sud perde un patrimonio immenso, proprio quello che gli servirebbe per dare qualità ai suoi sforzi di sviluppo. Hanno tutti un titolo di studio, in gran parte laureati, vanno via i cervelli mentre prima andavano via le braccia. E anche se sono più randagi che legati al filo d’erba, gente di mondo, è uno scandalo anzitutto umanitario e poi economico che siano costretti a farlo. Come una fatalità.

Anche ora non è vano ripetere un calcolo che li riguarda. Ne vanno via 50 mila all’anno. E per capire ciò che il Sud regala, basta partire dalla spesa sostenuta dalle famiglie e dalle università meridionali per formarli: fra i 50 mila e i 100 mila euro ciascuno. Senza contare che chi va a lavorare altrove, deve cambiare residenza, spendendo e pagando anche le tasse lì. Il Sud si sacrifica per loro, altri ne beneficiano graziosamente. Anzi chiamandoli pure terroni.

Quando buona parte dell’attuale lavoro del mondo si farà via Internet, allora forse non partiranno più. Perché allora quei cervelli ora pendolari potranno rimanere a casa. Varrà più il loro talento davanti a una tastiera ovunque sia, che un territorio attrezzato per la produzione: proprio quel territorio non competitivo che ora li manda a cercare altrove. Ma nel frattempo una generazione avrà pagato ancòra un prezzo, una generazione di passaggio dal fisso al mobile e non solo telefonicamente. La generazione della precarietà spacciata per flessibilità. La generazione che non può prendere famiglia e casa perché nessuno sa dopo sei mesi di contratto cosa succede.

Ma anche le feste sono cambiate, quei ragazzi staranno un po’ in famiglia ma poi via con gli amici prima di riempire di nuovo il trolley con i jeans dei giramondo e la frittata della mamma. Forse poco a poco perderanno il richiamo della propria terra, diventeranno altro anche da sé e dai loro desideri di un tempo. E ricorderanno il luogo dal quale sono andati via come quello dei curriculum e dell’attesa di una chiamata. Così il Sud sarà sempre meno speranza dei giovani e sempre più delusione dei vecchi. Sarà un addio e un silenzio.
www.linopatruno.com

Fonte:La Gazzetta del Mezzogiorno del 24/12/2010
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di LINO PATRUNO

Natale è il tempo del ritorno dei ragazzi. O quello, col poeta Montale, . I ragazzi sono i figli andati a lavorare fuori, quella che ha dovuto lasciare un Sud con la partenza nel destino. Non è stato sempre così, perché di qui non andava via nessuno, anzi ci venivano. Era prima dell’unità d’Italia, paradiso o inferno che fosse allora questa terra che un giorno tornerà bellissima.

Dell’unità si è parlato, si parla e si riparlerà per i 150 anni. Ma il lavoro che non c’è continua a pesare come una ferita nel gran bel Paese in cui un giovane su tre al Sud non ce l’ha. In cui il 10% della popolazione detiene il 45% di tutta la ricchezza, roba da repubblica delle banane. E in cui i fratelli d’Italia sono piuttosto fratellastri, se quello settentrionale ha un reddito del 40% in più di quello meridionale. Per completare l’incredibile Ingiustizia italiana.

Un tempo si chiamavano emigranti, da quando prendevano i piroscafi per a quando con le valigie di cartone sono stati inghiottiti dai treni per le nebbie. Venti milioni sono stati da fine Ottocento a metà Novecento. Non c’era famiglia che non ne avesse. E ancora oggi molti nostri paesi sono spopolati, ci sono rimasti i vecchi e i bambini. E quelli che sono rientrati a godere della fatica fatta parlano una lingua strana e aprono il negozio di alimentari, piccolo segno di benessere. La loro epopea non è stata mai raccontata come merita, non hanno avuto giustizia neanche con la memoria. Una storia di vinti anche questa.

Ora è l’era di Internet. E i nostri ragazzi nascono col trolley alla mano e il viaggio nel sangue. Vanno e vengono. Conoscono le lingue, prenotano . E preistoria sono i loro bisnonni che spesso non erano mai stati fuori dal loro villaggio, non avevano mai visto una città e il mare. E quando i motori del bastimento cominciavano ad ansimare, era come se una piccola morte scendesse su di loro: più della metà non sarebbero mai più rientrati.

Ma dalle Americhe salvarono l’Italia. Le loro rimesse, i soldi che mandavano a casa, fecero schizzare il valore della lira di carta al di sopra di quella d’oro, mai più avvenuto. Questo non preservò da una feroce tassazione quei denari della fatica e del dolore. E c’è qualche storico nordista odierno che continua a scriverne come traditori e furbi: per stare meglio, dicono, fecero stare peggio gli altri. Ovviamente una infamia, in un’Italia disunita che li costrinse ad andarsene. Ed erano i più forti e capaci, ciò che fece pagare al Sud anche questo impoverimento.

Si è calcolato che le loro rimesse siano state cinquanta volte più alte di tutta la spesa della Cassa per il Mezzogiorno. E anche ora è così, il Sud perde un patrimonio immenso, proprio quello che gli servirebbe per dare qualità ai suoi sforzi di sviluppo. Hanno tutti un titolo di studio, in gran parte laureati, vanno via i cervelli mentre prima andavano via le braccia. E anche se sono più randagi che legati al filo d’erba, gente di mondo, è uno scandalo anzitutto umanitario e poi economico che siano costretti a farlo. Come una fatalità.

Anche ora non è vano ripetere un calcolo che li riguarda. Ne vanno via 50 mila all’anno. E per capire ciò che il Sud regala, basta partire dalla spesa sostenuta dalle famiglie e dalle università meridionali per formarli: fra i 50 mila e i 100 mila euro ciascuno. Senza contare che chi va a lavorare altrove, deve cambiare residenza, spendendo e pagando anche le tasse lì. Il Sud si sacrifica per loro, altri ne beneficiano graziosamente. Anzi chiamandoli pure terroni.

Quando buona parte dell’attuale lavoro del mondo si farà via Internet, allora forse non partiranno più. Perché allora quei cervelli ora pendolari potranno rimanere a casa. Varrà più il loro talento davanti a una tastiera ovunque sia, che un territorio attrezzato per la produzione: proprio quel territorio non competitivo che ora li manda a cercare altrove. Ma nel frattempo una generazione avrà pagato ancòra un prezzo, una generazione di passaggio dal fisso al mobile e non solo telefonicamente. La generazione della precarietà spacciata per flessibilità. La generazione che non può prendere famiglia e casa perché nessuno sa dopo sei mesi di contratto cosa succede.

Ma anche le feste sono cambiate, quei ragazzi staranno un po’ in famiglia ma poi via con gli amici prima di riempire di nuovo il trolley con i jeans dei giramondo e la frittata della mamma. Forse poco a poco perderanno il richiamo della propria terra, diventeranno altro anche da sé e dai loro desideri di un tempo. E ricorderanno il luogo dal quale sono andati via come quello dei curriculum e dell’attesa di una chiamata. Così il Sud sarà sempre meno speranza dei giovani e sempre più delusione dei vecchi. Sarà un addio e un silenzio.
www.linopatruno.com

Fonte:La Gazzetta del Mezzogiorno del 24/12/2010
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venerdì 24 dicembre 2010

AUGURI DI BUON NATALE E FELICE ANNO NUOVO DAL PARTITO DEL SUD



Buon Natale a tutti i nostri Emigranti, ai nostri compatrioti, ai nostri connazionali.
Buon Natale a tutti i movimenti meridionalisti.
Buon Natale ai precari, ai disoccupati, ai contadini sfruttati dal sistema nato 150 anni fa con l'avvento del Risorgimento piemontese.
Buon Natale a tutti gli iscritti al Partito del Sud e a tutti gli uomini di buona volontà.

Antonio Ciano
Presidente Onorario e Fondatore del Partito del Sud

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Buon Natale a tutti i nostri Emigranti, ai nostri compatrioti, ai nostri connazionali.
Buon Natale a tutti i movimenti meridionalisti.
Buon Natale ai precari, ai disoccupati, ai contadini sfruttati dal sistema nato 150 anni fa con l'avvento del Risorgimento piemontese.
Buon Natale a tutti gli iscritti al Partito del Sud e a tutti gli uomini di buona volontà.

Antonio Ciano
Presidente Onorario e Fondatore del Partito del Sud

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AUGURI DI BUON NATALE E FELICE ANNO NUOVO

Ricevo e posto:


Da Beppe de Santis e Franco Calderone:

Vorremmo inviare un affettuoso saluto a tutti coloro che abbiamo incontrato in questi ultimi mesi, in giro per l'italia.

Siamo stati vicini a migliaia di persone, persone semplici, cariche di umanità, affettuose nei nostri confronti, che percepivano il nostro impegno per cercare di cambiare questa società, in mano a cialtroni e millantatori.
Siamo stati accolti con interesse, e salutati con molta stima dopo che ci avevano ascoltati.
Abbracci, pacche sulle spalle, sguardi di ammirazione per avere intrapreso la strada per cambiare radicalmente la nostra società.
Siete stati tantissimi, ed in questo momento di festa vorremmo salutarvi tutti quanti, da qui, dal sito del Partito.
Sarebbe impossibile chiamarvi tutti, uno per uno, e perciò rivolgiamo a Voi tutti un saluto, un abbraccio, un grazie per la stima e l'affetto che ci avete mostrato; Vi facciamo gli auguri di Natale, e quelli per il nuovo anno, che possa essere foriero di eventi importanti per tutti noi.

Un sentito abbraccio per tutti
Beppe de Santis e Franco Calderone

.



1

http://www.youtube.com/watch?v=mPE5uWmN8zA
2

http://www.youtube.com/watch?v=8RwS0cu9Rds&feature=related
3

http://www.youtube.com/watch?v=qbcUAelO1p4
4

http://www.youtube.com/watch?v=5x_V2_qiqf0&feature=related


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Ricevo e posto:


Da Beppe de Santis e Franco Calderone:

Vorremmo inviare un affettuoso saluto a tutti coloro che abbiamo incontrato in questi ultimi mesi, in giro per l'italia.

Siamo stati vicini a migliaia di persone, persone semplici, cariche di umanità, affettuose nei nostri confronti, che percepivano il nostro impegno per cercare di cambiare questa società, in mano a cialtroni e millantatori.
Siamo stati accolti con interesse, e salutati con molta stima dopo che ci avevano ascoltati.
Abbracci, pacche sulle spalle, sguardi di ammirazione per avere intrapreso la strada per cambiare radicalmente la nostra società.
Siete stati tantissimi, ed in questo momento di festa vorremmo salutarvi tutti quanti, da qui, dal sito del Partito.
Sarebbe impossibile chiamarvi tutti, uno per uno, e perciò rivolgiamo a Voi tutti un saluto, un abbraccio, un grazie per la stima e l'affetto che ci avete mostrato; Vi facciamo gli auguri di Natale, e quelli per il nuovo anno, che possa essere foriero di eventi importanti per tutti noi.

Un sentito abbraccio per tutti
Beppe de Santis e Franco Calderone

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1

http://www.youtube.com/watch?v=mPE5uWmN8zA
2

http://www.youtube.com/watch?v=8RwS0cu9Rds&feature=related
3

http://www.youtube.com/watch?v=qbcUAelO1p4
4

http://www.youtube.com/watch?v=5x_V2_qiqf0&feature=related


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NAPOLI C'E': IL DISCORSO DI ANDRA BALìA - PARTITO DEL SUD


http://www.youtube.com/watch?v=_wVqp-gSIrU&feature=player_embedded

Napoli 22 dicembre 2010 Teatro Sannazaro:
“La Questione Meridionale : “eredi di una grande storia,
ma anche d’una grande vessazione irrisolta che dura da 150 anni.”
di Andrea Balia – Partito del Sud

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http://www.youtube.com/watch?v=_wVqp-gSIrU&feature=player_embedded

Napoli 22 dicembre 2010 Teatro Sannazaro:
“La Questione Meridionale : “eredi di una grande storia,
ma anche d’una grande vessazione irrisolta che dura da 150 anni.”
di Andrea Balia – Partito del Sud

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Sul quotidiano " Il Mattino" - NAPOLI C'E': La Città in mobilitazione - La società civile scende in campo






Per leggere fare click sull'immagine

Fonte:Il Mattino del 23 dicembre 2010 pag. 34
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Fonte:Il Mattino del 23 dicembre 2010 pag. 34
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giovedì 23 dicembre 2010

PRESENTAZIONE "NAPOLI C'E'" - Napoli - Teatro Sannazaro 22 dicembre 2010

Alcune immagini dell'evento di Napoli:

















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Alcune immagini dell'evento di Napoli:

















 
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